da
Ideazione - gennaio 1998
DAL SUD-EST
QUALCOSA DI NUOVO
di Alessandro Napoli
Nelle analisi sul Mezzogiorno lapproccio tradizionale è
quello che trova le proprie radici nei lavori dei meridionalisti storici, e
che nel secondo dopoguerra si è affermato soprattutto attraverso gli studi e le ricerche
della Svimez. In estrema sintesi, si può dire che si fonda su tre essenziali presupposti:
1) il Mezzogiorno è una vasta area, nel complesso omogenea dal punto di vista economico e
sociale, nellinsieme connotata da vistosi elementi di arretratezza e di dipendenza;
beninteso, levidente presenza di squilibri interni allarea non viene tout
court negata, ma semplicemente ridimensionata per quel che riguarda la loro rilevanza a
fini di politica economica; 2) ciò che conta è lesistenza di marcate differenze
nei livelli di benessere e di sviluppo economico rispetto al resto dItalia e
rispetto allEuropa (i cosiddetti divari); tali differenze e il loro
andamento temporale costituiscono loggetto privilegiato dellattività di
studio e ricerca, fortemente orientata su aspetti prettamente quantitativi, in particolare
sullanalisi dei grandi aggregati; 3) il problema meridionale (la cosiddetta
questione) è dunque essenzialmente un problema di ritardo rispetto alle
aree forti, e obiettivo della politica di sviluppo dellarea è, in
sintesi, quello di accorciare il distacco con politiche economiche che ne
accelerino fortemente la crescita; corollario di questo assunto è la necessità di un
forte intervento pubblico, aggiuntivo rispetto a quello ordinario e soprattutto
marcatamente attivo (nota 1).
Una comparazione Sud/Nord o Sud/Italia fra i valori degli
indicatori macroeconomici sembra in prima battuta confermare la validità di queste tesi.
Nellinsieme del Mezzogiorno il reddito prodotto per abitante supera infatti di poco
i due terzi di quello nazionale, mentre la composizione del valore aggiunto per settori di
attività segnala un contributo molto meno rilevante dellindustria e
significativamente più elevato dellagricoltura rispetto alle altre grandi
ripartizioni (nota 2). Molto più consistente è inoltre il contributo del
settore dei servizi non destinabili alla vendita, a testimonianza del ruolo soprattutto di
sostegno del reddito prima che di creazione di importanti esternalità per altri settori
produttivi che la pubblica amministrazione svolge nellarea. La
sottoindustrializzazione del Mezzogiorno è inoltre evidenziata dal valore del tasso di
industrializzazione (nota 3) , marcatamente inferiore
rispetto alla media-Italia. Infine, nettissimo è il distacco fra il Sud e le altre
ripartizioni geografiche del Paese per quel che riguarda il tasso di disoccupazione. È
bene però avvertire che tra le cause di questultimo differenziale incidono
fortemente, insieme ad altri, peculiari fattori demografici, oltre a peculiari
caratteristiche del sistema economico e del mercato del lavoro del Sud (nota
4).
Le analisi basate sul paradigma divariocentrico
colgono un altro aspetto della realtà quando evidenziano le differenze territoriali negli
andamenti temporali dei grandi aggregati. Le serie storiche mostrano infatti che i
cosiddetti divari tendono, dopo una prima fase di riduzione durata fino alla metà degli
anni Settanta, ad allargarsi. Soprattutto negli anni più recenti, e cioè da quando, meno
sostenuta dalla spesa pubblica, leconomia meridionale mostra un andamento meno
anticiclico che in passato (nota
5).
Sul paradigma divariocentrico poggia comunque la tesi
dellopportunità di una politica di sviluppo unitaria e centralistica. Unitaria
perché, se larea è economicamente omogenea, non vi sono ragioni che motivino una
particolare graduazione e specializzazione territoriale degli interventi; centralistica,
perché una politica di sviluppo che non sia graduata e diversificata dal punto di vista
territoriale può essere più efficacemente e efficientemente pilotata dal centro, dove è
più facile che una o più agenzie deputate ad attuarla raggiungano la necessaria massa
critica di risorse finanziarie, tecniche, umane. La tesi era alla base della scelta di
affidare lattuazione del cosiddetto intervento straordinario a una
grande agenzia tecnico-finanziaria centrale (la Cassa degli anni
Cinquanta-Settanta), affiancata da una corona di organismi specializzati (Fime, Formez,
Insud); trova però oggi nuovi sostenitori in una eterogenea coalizione di delusi del
regionalismo, statalisti nostalgici e tecnocrati neo-dirigisti, uniti da una profonda
diffidenza nella capacità del mercato di produrre sviluppo autopropulsivo e autoregolato
nel Mezzogiorno (nota 6). È singolare notare che la
stessa Unione europea sembra allinearsi sulla tesi della sostanziale omogeneità del
Mezzogiorno, adottando parametri rigorosamente macroeconomici per la delimitazione delle
aree obiettivo 1 della Penisola e ammettendo eccezioni che portano a farne
coincidere il territorio con quello dellintero Sud italiano (nota
7).
Lapproccio qui sommariamente descritto si presta ad
alcune critiche che a partire dalla seconda metà degli anni Settanta hanno costituito il
punto di partenza per il lavoro di una nuova generazione di studiosi (nota
8).
Una prima affermazione che può agevolmente essere messa in
discussione coincide con la rappresentazione del Mezzogiorno come area omogenea, connotata
da comuni caratteri di arretratezza e dipendenza. Limitando per il momento
losservazione su un piano più prettamente macroeconomico e a dati disaggregati a
scala regionale, si nota ad esempio come i livelli di reddito prodotto per abitante varino
ampiamente allinterno dellarea, passando dai quasi 27 milioni di lire
dellAbruzzo ai 18 della Calabria. Differenze più che apprezzabili si notano anche
nei tassi di industrializzazione, mentre ancora più accentuate sono le differenze nei
tassi di disoccupazione.
Anche prescindendo dal caso-limite dellAbruzzo, che presenta
un valore del tasso quasi allineato su quello medio delle regioni del Centro e comunque
inferiore al valore medio nazionale, è più che evidente il distacco fra i valori delle
regioni della fascia orientale e quello delle regioni della fascia occidentale. Con tassi
attorno al 18%, le prime presentano infatti un distacco rispetto alla media nazionale di
circa sei punti percentuali, mentre il distacco delle seconde va al di là dei dieci
punti, per superare i quattordici nel caso della Campania.
Altri dati, insieme a importanti elementi di tipo qualitativo,
restituiscono unimmagine del Mezzogiorno ben meno uniforme. Immagine che si rafforza
quando le analisi possono fondarsi su dati disaggregati a scala infraregionale (province,
aree omogenee e, al limite, comuni).
Il tentativo più ambizioso di rimettere in discussione sulla
base di elementi innanzi tutto quantitativi le più tradizionali rappresentazioni
omologanti resta quello svolto dal Censis nella prima metà degli anni Ottanta (nota 9). Dallo studio, basato su unanalisi
multivariata, emerge una mappa del Mezzogiorno con forti discontinuità territoriali nei
livelli di industrializzazione, di benessere economico, di dinamismo imprenditoriale.
Rappresentazioni molto articolate le offrono anche il tentativo del Centro studi
Confindustria di costruire un indice sintetico di sviluppo a scala provinciale (nota 10) e quello del Censis di un indicatore
sintetico della situazione economica. Naturalmente, anche a livello di singole variabili
è possibile cogliere la presenza di marcati squilibri e discontinuità, anche fermandosi
alla scala provinciale (nota
11).
Differenze e discontinuità si possono rilevare anche quando
si osservino variabili di tipo non strettamente economico. A titolo di esempio si può
fare riferimento a una graduatoria provinciale della presenza del crimine associato (nota 12), comunemente ritenuta fortemente pervasiva
nellinsieme dellarea. Ciò che emerge è che non mancano province meridionali
classificate nella prima fascia (scarsa incidenza del fenomeno) e nella seconda (incidenza
media). Ma soprattutto è interessante il marcatissimo distacco che separa la prima
(Avellino) dallultima (Reggio Calabria) delle province inserite nella terza fascia.
Ma lo scenario si fa ancora più articolato e di controversa
interpretazione quando allosservazione delle cifre si affianca quella di elementi di
natura qualitativa, raccolti lungo larco di più di un quindicennio di lavoro sul
campo dalla nuova generazione di studiosi delleconomia e della società meridionali.
È possibile elencare almeno quattro fenomeni che contraddicono limmagine di un Sud
indistintamente prigioniero di una condizione di arretratezza e di dipendenza e come tale
incapace di generare processi non eterodiretti di crescita economica e di modernizzazione:
1) la presenza, se non di distretti industriali intesi nel senso più propriamente
marshalliano del termine, almeno di aree-sistema o di aree di
concentrazione produttiva (nota
13), la cui
capacità propulsiva è sostenuta da piccole e medie imprese a capitale locale, e in cui
si notano rilevanti fenomeni di integrazione verticale (nota 14); 2) lapertura di queste aree alla concorrenza internazionale,
attestata dallincidenza della quota realizzata su mercati esteri sul totale del
fatturato delle imprese; 3) lelevata natalità imprenditoriale riscontrabile in
alcune province dellarea: soprattutto nella fascia orientale, ma anche in alcune
zone della Campania; 4) la stessa estensione del sommerso.
Il dinamismo di alcune di queste aree non si arresta neppure
in situazioni di congiuntura negativa: in evidenza è leccellente performance alle
esportazioni del distretto del legno-mobilio dellalta Murgia - il cosiddetto
triangolo del salotto - che si afferma come larea di specializzazione
produttiva nel settore più vivace di tutto il Paese. Recentissimi studi condotti
nellambito della cattedra di Politica economica dellUniversità Federico II di
Napoli attestano inoltre la presenza di distretti nascosti o distretti
potenziali (nota 15) un po ovunque nel
Mezzogiorno. Non solo in talune aree interne, dove esistono alcune condizioni per una
industrializzazione autopropulsiva senza fratture, che emerge secondo
modalità in sostanza non dissimili da quelle sperimentate nel Nord-est e nelle Marche (nota 16), ma persino in prossimità di aree dove
processi di industrializzazione esogena, attivati dalle legislazioni sullintervento
straordinario, hanno prodotto effetti di spiazzamento. In realtà, la geografia dello
sviluppo del Mezzogiorno presenta più le forme di un mosaico che di un affresco, con non
poche aree dinamiche territorialmente contigue ad aree statiche e persino ad aree
marginali. Di certo queste osservazioni non sono sufficienti per affermare che lo
sganciamento da condizioni di sottosviluppo è ormai compiuto (e meno che mai
nellinsieme del Sud); sono però utili per capire che in certe zone del Mezzogiorno
(e non in poche) una combinazione di fattori spesso di antica origine, geografici,
socio-culturali, politici, ha determinato la nascita di sistemi locali di imprese
autoctone non più dipendenti da quelle componenti di domanda più o meno direttamente
condizionate dallandamento della spesa pubblica, ma capaci di misurarsi con successo
con il mercato internazionale.
È una constatazione (difficilmente obiettabile) che comporterebbe
alcune rilevanti implicazioni nel momento in cui si vanno ridefinendo le politiche di
sviluppo dellarea.
Prima conseguenza. Quale che sia la valutazione da dare sui
risultati dellintervento straordinario (e i giudici più ingenerosi dovrebbero in
ogni caso ipotizzare quale scenario si sarebbe prodotto in condizioni di totale assenza di
politiche attive di sviluppo), è innegabile che i più rilevanti fenomeni di crescita
economica e di modernizzazione sostanziale si sono prodotti proprio in aree (ad esempio:
Abruzzo, provincia di Bari, basso Salento) in cui liniezione di capitali sostenuta
dai meccanismi di incentivazione dellintervento straordinario e soprattutto
lintervento diretto dello Stato sono stati più modesti.
Seconda conseguenza. Nelle aree a industrializzazione endogena la
crescita economica è avvenuta più nonostante lo Stato che grazie allo Stato, dal momento
che limpianto tradizionale dellintervento straordinario tendeva piuttosto,
attraverso il meccanismo delle incentivazioni finanziarie, a favorire liniezione di
capitali che non la valorizzazione di risorse, anche immateriali, preesistenti (come ad
esempio skills tradizionali da riconvertire in chiave innovativa).
Terza conseguenza. Nelle aree più dinamiche del Mezzogiorno si è
formato un blocco sociale di produttori il cui destino è in larga parte
indipendente dalla misura degli aiuti finanziari cui avrebbe accesso ed è viceversa
ancorato alla capacità di reagire o di prevenire gli andamenti del mercato, specie
internazionale. In queste aree si è allargato il peso di una classe sociale che chiede un
ruolo più forte del sistema pubblico nei suoi compiti più naturali (garantire un
adeguato livello di infrastrutturazione; assicurare condizioni migliori di sicurezza;
agevolare con la semplificazione amministrativa le procedure di rilascio di
autorizzazioni, concessioni, licenze; garantire condizioni di maggiore flessibilità e
riduzioni di costo del lavoro che aiutino a fronteggiare la concorrenza internazionale;
ridurre la pressione fiscale) e una sua ritirata da compiti impropri.
Quarta conseguenza. Se nel Mezzogiorno luscita
dallarretratezza si è avuta proprio nelle aree in cui meno forte è stato
lintervento finanziario dello Stato (anche attraverso il vecchio sistema delle
partecipazioni), è indispensabile che le condizioni specifiche e generali che hanno
determinato il relativo successo delle aree a sviluppo endogeno siano alla base di una
nuova politica di sviluppo che punti a riprodurle, anche dove non sussistano basi storiche
e sociali altrettanto forti. In breve, ciò equivale a sostenere che lo sviluppo del Sud
dipende dalla possibilità di studiare i fattori specifici alla base dello sviluppo di
alcune aree, per riscoprirne lesistenza o per ricrearli altrove, secondo un processo
di generalizzazione o di propagazione per imitazione di esperienze virtuose (nota
17).
Quinta conseguenza. Le leve sulle quali agire dovranno riguardare
molto più lemersione e la legittimazione delle risorse già disponibili che la
creazione artificiale di nuove convenienze. Ciò significa che la strada della cosiddetta
programmazione negoziata, in grado di mobilitare dal basso le risorse locali
in uno sforzo collettivo e ampiamente condiviso di sviluppo, dovrà imporsi (non solo a
livello di petizioni di principio, come invece finora è stato) come la strada maestra per
rilanciare lo sviluppo del Sud. Allo stesso modo, il baricentro delle incentivazioni
dovrà passare da meccanismi di natura discrezionale a meccanismi di natura automatica.
Non si può dire che di queste implicazioni tenga
effettivamente conto la politica di sviluppo del Mezzogiorno immaginata dal governo. Da un
lato, infatti, non si possono sottacere le nostalgie centralistico-dirigiste insite nella
proposta di rilancio dellIri come agenzia per lo sviluppo dellarea
(nota 18), per quanto smentite dalle
posizioni contrastanti di un sottosegretario al Bilancio (nota 19). Dallaltro, non si può non evidenziare che sono parte della
complessiva politica economica del governo ladozione di meccanismi che potrebbero
incidere in modo fortemente negativo sulla competitività delle imprese locali
(applicazione per legge della riduzione a 35 ore dellorario settimanale di lavoro),
lintroduzione di nuove rigidità nel mercato del lavoro (regolamentazione del lavoro
informale attraverso il cosiddetto Statuto dei nuovi lavori), limpulso
dato a strumenti neo-assistenzialistici (borse di lavoro), loggettivo inasprimento
della pressione fiscale (introduzione dellIrap). Orientamenti e decisioni che
certamente non vanno nella direzione di una valorizzazione di quanto di meglio il
Mezzogiorno ha fatto per cominciare ad affermarsi come società e come economia al
contempo padrona del proprio destino e integrata nel mercato internazionale.
Certo va riconosciuto che, accanto a questi orientamenti ne
emergono, allinterno del governo, altri che sembrano andare in direzioni più
opportune (incentivi fiscali e contributivi alle imprese, salario dingresso,
introduzione del lavoro interinale). Ma il carattere contraddittorio che lazione
complessiva riceve dalla coesistenza di orientamenti e decisioni differentemente ispirati
determina un gioco che nel migliore dei casi potrebbe essere a somma nulla. Alimenta,
inoltre, legittime perplessità la straordinaria lentezza con cui i buoni risultati della
programmazione negoziata (patti territoriali, contratti darea) conseguiti a livello
locale trovano applicazione. Solo per fare un esempio, si pensi che per nessuno dei patti
territoriali finora approvati sono stati ancora resi disponibili i cofinanziamenti di
parte statale. Né adeguato risalto è stato dato a strumenti come i contratti di
gradualità, attraverso i quali in alcune regioni si sta realizzando con successo la
fuoriuscita dal sommerso di importanti pezzi dellapparato produttivo.
In verità, sembra che, di fronte al permanere della questione
meridionale, i poteri centrali preferiscano reagire rimettendo in piedi soluzioni
dirigistiche tanto datate quanto inefficaci, fondate sulla tesi (per quanto inconfessata)
che il Mezzogiorno non potrà mai fare da sé. In linea con una visione
tradizionale della questione, si sta piano piano affermando lidea che
piuttosto che guardare a ciò che di positivo nel Sud è avvenuto e sta avvenendo
(sviluppo delleconomia sommersa incluso) per farne emergere, estenderne e
valorizzarne i risultati, sia meglio rimettere in piedi un intervento esterno
forte, che rimetta in riga larea.
Cè una visione molto deterministica dello sviluppo economico
e una visione molto autoritaria dei compiti di politica economica dello Stato dietro
questa posizione. Ed è una fortuna per il Mezzogiorno che i vincoli di finanza pubblica
ne limitino le possibilità di attuazione. Ma è una sfortuna che il blocco sociale che ne
risulterebbe penalizzato, dalle piccole e medie imprese a capitale locale alla vasta massa
di disoccupati che dalle soluzioni dirigistiche non trarrebbero (nella migliore delle
ipotesi) che benefici molto temporanei, sia ancora nel Sud minoritario e soprattutto
frammentato.
Alessandro
Napoli
Note
(Nota 1) La Svimez è
stata, dalla fine degli anni Quaranta ai primi anni Ottanta, il think tank che ha ispirato
la legislazione alla base dellintervento straordinario, in particolare nelle sue
varianti più centralistiche e dirigistiche, ispirate al modello della Tennessee Valley
Authority dellera rooseveltiana (legge del 1950 istitutiva della Cassa)
o fortemente influenzate dalle teorie dello sviluppo per poli à la Perroux
(legge del 1957 con la quale lintervento dello Stato nel Mezzogiorno veniva
orientato in una direzione marcatamente industrialista).
(torna al testo)
(Nota 2) Si
sottolinea che la voce industria comprende anche il comparto delle
costruzioni, il cui peso sul totale del valore aggiunto è nel Mezzogiorno superiore che
in altre ripartizioni. Va notato peraltro che lincidenza del settore agricolo
risulta addirittura in crescita negli anni più recenti, essendo passata (Istat, Rapporto
Annuale 1996, Roma, 1997) dal 5,6% del 1990 al 6,4% del 1994.
(torna al testo)
(Nota 3) Tasso
di industrializzazione: (addetti allindustria/totale addetti) x 100.
(torna al testo)
(Nota 4) Un
importantissimo contributo alla comprensione del mercato del lavoro meridionale e della
natura della disoccupazione nellarea è costituito dal recentissimo volume
collettivo curato da S. De Nardis e G. Galli, La disoccupazione italiana, Il Mulino, 1997.
(torna al testo)
(Nota 5) La
spesa pubblica ha a lungo avuto un ruolo anticiclico nel Mezzogiorno, contribuendo a
contenere più che in altre ripartizioni geografiche gli effetti dei cicli recessivi.
(torna al testo)
(Nota 6)
Esemplare in questo senso la polemica suscitata dal disegno di affidare a una holding e ad
agenzie specializzate compiti di attuazione dellintervento pubblico per lo sviluppo
del Mezzogiorno e delle aree depresse, promossa da Rifondazione comunista e dal governo.
Su posizioni critiche, oltre a Confindustria, si situano economisti, studiosi e
opinionisti di diversa estrazione e formazione, come ad esempio N. Colajanni (Il Sole 24
ore, 14 novembre 1997), M. DAntonio (Il Sole 24 ore, 14 novembre 1997), M. Lo Cicero
(Il Sole 24 ore, 13 novembre 1997), A. Marzano (Il Sole 24 ore, 14 novembre 1997).
(torna al testo)
(Nota 7) La
delimitazione cui si fa riferimento è quella adottata per il periodo di programmazione
dei fondi strutturali 1993-1999. La recente comunicazione della Commissione (Agenda
2000) che prospetta le linee-guida della riforma dei fondi strutturali sostiene
invece la necessità di una più rigorosa applicazione del criterio del reddito pro-capite
e ipotizza una riduzione del numero degli obiettivi che potrebbe portare a un ulteriore
restringimento (dopo lesclusione dellAbruzzo) dellarea in cui il
cofinanziamento Ue è ammesso nella misura massima prevista dai regolamenti dei fondi
strutturali. Sulle conseguenze prevedibili della riforma dei fondi strutturali in alcune
aree del Mezzogiorno si veda, ad esempio, A. Napoli, Sui nostri mezzi, in La
Gazzetta del Mezzogiorno, 4 agosto 1997, p. 1.
(torna al testo)
(Nota 8) Spesso
in aperta polemica con il meridionalismo tradizionale, gli economisti e i sociologi che
hanno contribuito a fondare su basi nuove lo studio del Mezzogiorno hanno in comune una
forte inclinazione alla ricerca sul campo e allo studio della nuova imprenditoria e dei
fenomeni di sviluppo locale. Sui più giovani hanno senza dubbio avuto influenza
lapproccio della cosiddetta Scuola di Ancona, guidata da G. Fuà, la
riscoperta del modello marshalliano del distretto industriale avviata da G. Becattini, la
confutazione del paradigma dualistico dello sviluppo economico italiano
condotta da A. Bagnasco in Tre Italie, la problematica territoriale dello sviluppo
italiano, Bologna, 1977, Il Mulino. Fra i primi ad aver centrato il lavoro di ricerca sui
fenomeni di nuova imprenditoria va senza dubbio ricordato M. DAntonio, Il
Mezzogiorno degli anni 80: dallo sviluppo imitativo allo sviluppo autocentrato,
Milano, 1985, Angeli. Una lettura delleconomia meridionale molto attenta ai fenomeni
del sommerso viene sviluppata da L. Meldolesi, in sintonia con gli insegnamenti
possibilistici di A.O. Hirschman. Di Meldolesi si veda, in particolare,
Spendere meglio è possibile, Bologna, 1992, Il Mulino. Tra i saggi recenti di
impostazione sociologica in controtendenza rispetto alle metodologie e alle tesi del
meridionalismo tradizionale si vedano, fra gli altri, A. Mutti, Sociologia dello sviluppo
e questione meridionale oggi, in Rassegna italiana di sociologia, XXXII, n. 2,
1991 e C. Trigilia, Sviluppo senza autonomia, Il Mulino, 1994.
(torna al testo)
(Nota 9) Censis,
La nuova geografia del Mezzogiorno, Roma, 1982, Mimeo.
(torna al testo)
(Nota 10) Cfr.
Centro studi Confindustria, Indicatori economici provinciali, Roma, 1995, Sipi, p. XIV.
(torna al testo)
(Nota 11) Per
lesame di una ampia massa di indicatori territoriali, disponibili a scala
provinciale, si rinvia a Centro studi Confindustria, cit.
(torna al testo)
(Nota 12) Tale
graduatoria provinciale è stata elaborata dal Censis-Osservatorio per lo sviluppo della
legalità. Per ragioni di spazio non è stato possibile riportarla in questo articolo.
(torna al testo)
(Nota 13) Sui
concetti di area di concentrazione produttiva e di area-sistema si
veda G. Garofoli, Lo sviluppo delle aree periferiche nelleconomia italiana degli
anni Settanta, in LIndustria, 1981, n. 3.
(torna al testo)
(Nota 14) Si
veda a questo proposito linteressante descrizione del funzionamento del
distretto della calzatura sportiva di Barletta curata da M. dErcole in
F. Onida, G. Viesti, A.M. Falzoni, I distretti industriali: crisi o evoluzione?, Milano,
1992, Egea, pp. 143-167.
(torna al testo)
(Nota 15) Cfr.
L. Baculo (a cura di), Impresa forte politica debole, Napoli, 1994, Liguori.
(torna al testo)
(Nota 16) Cfr.
G. Fuà, C. Zacchia, Industrializzazione senza fratture, Bologna, 1983, Il Mulino.
(torna al testo)
(Nota 17) Su
questa tesi si veda, ad esempio, G. Lizzeri, Mezzogiorno possibile, Milano, 1983, Angeli.
(torna al testo)
(Nota 18) Cfr.
N. Colajanni, cit.
(torna al testo)
(Nota 19) Cfr.
intervista al sottosegretario Isaia Sales, Il Sole 24 ore, 27/11/1997, p. 14.
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