Editoriale
CONDIZIONI PER UN GOVERNO DI
TRANSIZIONE
di Silvio
Berlusconi
Verranno nuove emergenze e questa volta non avranno gli
occhi terrorizzati di un bambino albanese, né la disperata speranza di una
sovraccarica boat-people sulla rotta Valona-Brindisi. Le nuove emergenze si
chiamano Europa della moneta e riforme costituzionali. Di tempo per decidere
ne resta pochissimo: una manciata di settimane. Se non vi fossero interventi
decisi per risanare la finanza pubblica e per modernizzare le istituzioni;
se fossero mancati quei traguardi ambiziosi e irrinunciabili, le conseguenze
per il nostro Paese sarebbero catastrofiche. Si consumerebbe, inesorabile,
la sconfitta di un'intera classe dirigente, che molto difficilmente avrebbe
a disposizione una prova d'appello. Certo, ben diverso è il grado di
responsabilità di chi guida il governo e delle forze politiche che ne
compongono la maggioranza, rispetto a chi si trova all'opposizione e da una
collocazione (in Parlamento) minoritaria avanza proposte, realizza
confronti, prepara alternative di governo. Ma la nostra stella polare non è
mai stata il puro e semplice prevalere dell'interesse di parte, o di
fazione, sul bene del Paese. Ecco perché di fronte al dissolvimento della
coalizione di centro-sinistra, durante l'emergenza albanese, l'opposizione
ha dato un esempio limpido e disinteressato di responsabilità nazionale, se
non addirittura di supplenza nei confronti di ministri latitanti e di
vacanzieri leaders di partito. Soltanto grazie a tale linea di responsabilità
si è impedita all'Italia la vergogna di un dietrofront dagli impegni
assunti a livello internazionale.
Ora, dopo lo spettacolo desolante offerto in Parlamento -
una coalizione in crisi ha rifiutato di certificare l'evidentissima fine del
governo Prodi e l'esaurimento dell'alleanza con i neo-comunisti di
Bertinotti - tutto si fa oggettivamente più difficile. Siamo nel mezzo di
una turbolenta ed incertissima fase politica, che vede i partiti dell'Ulivo
in preda ad una paralisi che ne impedisce ogni capacità reattiva e
propositiva. Sarebbe semplice e comodo, per noi, attendere che gli eventi e
i fallimenti si consumino inevitabilmente. Sarebbe fruttuoso egoisticamente,
anche in una prospettiva elettoralistica, accomodarsi sulla riva del fiume,
ad aspettare.
E invece, consapevoli che la nostra forza risiede nel
fare, a costo di sfidare l'incomprensione dei miopi e dei faziosi, scegliamo
per noi le parole di Luigi Sturzo: Nostro è il presente e solo il
presente, con i suoi doveri, fra i quali anche quello di preparare per
quanto possibile il domani, cioè eseguire quel che oggi è il nostro dovere
e il nostro potere.
Qual è, oggi, il nostro dovere? Quale il nostro potere?
Non ci sono dubbi, né per chi vive la politica come ricerca del bene
comune, né per chi contrappone un sano realismo - cattolico e liberale -
alle utopie di ogni colore, scorie post-ideologiche del secolo che muore.
Ora e qui, dunque, l'opposizione responsabile non concede a se stessa
alternative ai seguenti compiti: realizzare riforme costituzionali in grado
di assicurare certezza del diritto e stabilità ai governi; dare orizzonte a
una legislatura altrimenti destinata a vita breve e a risultati infausti per
il Paese; sottoscrivere un patto per l'Europa, aperto alle forze politiche
responsabili, che consenta all'Italia di accedere fin dall'inizio all'Unione
monetaria, condizione indispensabile per ridare prosperità alla nostra
economia.
L'ordine indicato per le tre priorità non è casuale. E
non è soltanto la loro concomitanza temporale a collegarle. Al contrario,
il raggiungimento di un compromesso alto e nobile nella Bicamerale è
condizione necessaria per la proficua prosecuzione di questa legislatura;
così come una forma di partecipazione al governo del Paese delle forze
politiche responsabili renderebbe possibile sia intervenire strutturalmente
sulla spesa pubblica, sia rilanciare la produttività e creare nuovi posti
di lavoro. Come dire che, nell'Unione monetaria europea, non vi sarebbe
posto per noi, senza una radicale inversione di rotta rispetto alla politica
economica perseguita dall'attuale governo.
Tutto si tiene. Ecco perché l'esperienza dell'esecutivo
ipotecato dal neo-comunismo di Rifondazione va archiviata al più presto e
senza rimpianto: altrimenti, il medesimo ricatto - sotto le sembianze di un
cosiddetto vincolo di maggioranza - che ha impedito la definitiva
chiarificazione nel corso del dibattito parlamentare sulla missione militare
in Albania, fatalmente sarà reiterato all'interno della Commissione
Bicamerale: vuoi da Bertinotti; vuoi da bene individuati nostalgici del
proporzionalismo; vuoi da quanti si dichiarano irriducibilmente
anti-presidenzialisti. Una siffatta, pericolosissima opera di sabotaggio
avrebbe effetti devastanti sulla possibilità di pervenire a un'intesa su
delicate e decisive questioni, intesa che, invece, sentiamo tuttora alla
nostra portata.
Non ci riferiamo soltanto al capitolo giustizia, al
ripristino di uno Stato di diritto, o al federalismo possibile; ma
soprattutto - in questa sede, all'interno del franco dibattito promosso da
Ideazione - alla scelta della forma di governo, che sarà il cardine del
finale documento di indirizzo, da cui dipenderà anche la legge elettorale
che si riterrà più coerente con il modello istituzionale prescelto.
La nostra opzione in favore del sistema semipresidenziale
è netta. La discussione nella Bicamerale e, soprattutto, l'audizione del
professor Sartori (forse il vero momento di svolta per la Commissione) hanno
confermato l'idoneità di tale forma di governo ad affrancare il sistema
istituzionale italiano dalle sue molte e gravi anomalie. Il modello
semipresidenziale corrisponde meglio di altri alla crescente responsabilità
internazionale che l'Italia sarà chiamata ad assumere. Soltanto un
presidente eletto direttamente dal popolo può assicurare stabilità,
credibilità ed efficienza: virtù indispensabili all'interno di un unitario
contesto europeo.
A questo punto, tutti noi abbiamo il dovere di
pronunciarci. A cominciare dall'onorevole D'Alema, presidente della
Commissione anche grazie alla fiducia da noi dimostrata nelle sue iniziali
dichiarazioni d'intenti. Il tempo stringe e non è più possibile
temporeggiare, magari manifestando personali preferenze per una
formula rispetto ad un'altra. È il momento di scelte coraggiose e
impegnative, che rimettano in gioco equilibri di potere consolidati e
rendite di posizione acquisite.
Per la nostra parte, abbiamo fatto credito al leader del
Pds: alle dichiarazioni d'intenti nella prima riunione plenaria della
Bicamerale; al programma politico-programmatico enunciato di fronte al
congresso del suo partito; all'impegno di voler dar vita ad una forza della
sinistra finalmente e definitivamente approdata sulla sponda della
socialdemocrazia, nell'ambito di un sistema modernizzato nelle sue
istituzioni e politicamente ancorato ad un compiuto bipolarismo. È giunto
il momento di tradurre le buone intenzioni in altrettante decisioni. In caso
contrario si dovrebbe prendere atto che il Pds resta inesorabilmente
paralizzato dalle ideologie del passato e dai ricatti del presente.
Sappiamo bene che l'impresa non è facile. Si tratta di
operare una netta cesura costituzionale che interrompa le perniciose prassi
della vecchia politica e realizzi una compiuta democrazia maggioritaria. Si
tratta di assicurare una direzione politica responsabile, le cui azioni
siano ben visibili e periodicamente sottoposte all'insindacabile giudizio
degli elettori.
L'Italia è al bivio. O si sposa il principio
maggioritario che assegna ai cittadini il compito di scegliere direttamente
l'indirizzo politico, attraverso una coalizione di governo ed il suo massimo
responsabile. O si preferisce delegare tale scelta alle forze politiche, ai
potentati, alle lobbies, cioè ai responsabili della degenerazione
partitocratica della nostra democrazia. È fin troppo facile prevedere che i
discepoli di un certo dossettismo, conservatori iper-parlamentaristi,
rinnoveranno l'anatema che l'anziano monaco volle lanciare all'inizio del
'96, contro l'ipotesi di accordo sul presidenzialismo che, in quelle
settimane, vedeva impegnate le forze più avvedute dei due schieramenti. Un
fantasma - scrisse Dossetti - si aggira per l'Italia: l'idea di
eleggere direttamente il capo del governo o dello Stato. In realtà, la
vera e grande riforma che vogliamo è tutt'altro che un fantasma.
È piuttosto la speranza che animava, già negli anni Cinquanta, Giuseppe
Maranini, censore inascoltato delle contraddizioni e dei limiti della
Costituzione vigente: Non si tratta - sosteneva Maranini - di
liberarci dalla democrazia, ma di conquistare la democrazia; non si tratta
di abbattere il Parlamento, ma di restaurarne la dignità e la libertà,
oggi così malamente usurpate dai suoi partitocratici controllori.
Non è forse questo il nostro compito, onorevole D'Alema?
Non è forse questa la riforma che serve all'Italia per completare
l'interminabile transizione verso una nuova Repubblica? E non abbisogna
forse l'Italia di una legge elettorale che - non più da sola, stavolta, ma
all'interno di un rinnovato assetto delle istituzioni - consolidi il
bipolarismo ed incoraggi le aggregazioni politico-programmatiche?
È chiaro che, nel caso di una simile scelta, le
ripercussioni nella (ex) maggioranza di centro-sinistra sarebbero
fortissime, certamente fatali all'attuale, precario equilibrio di governo.
Ma quello stesso giorno, in una sede istituzionale ed in una occasione di
rilevanza storica, si sarebbe manifestata una nuova e diversa maggioranza,
non più di schieramento ma di responsabilità nazionale. Saremmo di fronte,
quel giorno, ad un evento politico straordinario, fondamentale per il futuro
del nostro Paese. Questa nuova maggioranza non sarebbe né occasionale né
intermittente. Non potrebbe, insomma, palesarsi nella Bicamerale per poi
dissolversi e materializzarsi, all'occorrenza, nelle aule parlamentari per
ribadire le scelte di indirizzo della Commissione; scomparire di nuovo e
infine riemergere d'incanto, nelle piazze e tra gli elettori, allorquando si
terrà il referendum di conferma per la proposta complessiva di modifica
costituzionale.
Così non potrebbe essere ed infatti così non sarà.
Questa nuova maggioranza per le riforme costituzionali, simile a quella che
ha reso possibile la missione in Albania, dovrà necessariamente tradursi in
un governo per la transizione verso la nuova Repubblica e verso l'approdo
europeo. Non ci sarebbe alcuna conventio ad excludendum nei confronti di
talune forze politiche. Avremmo piuttosto, ancora una volta e
inevitabilmente, il coinvolgimento dei partiti che vorranno assumersi tale
responsabilità, e l'auto-esclusione di altre forze politiche, condannate
dai rispettivi vertici interni - narcisi o irresponsabili - ad inseguire
l'utopia comunista ovvero la chimera secessionistica.
Un governo per la transizione, quindi. Uno straordinario,
corale impegno. Rigorosamente limitato al tempo necessario per realizzare un
programma chiaro, deciso e definito. Prima di dividersi nuovamente, non
appena terminato l'iter delle riforme ed iscritta al primo gruppo
dell'Europa monetaria un'Italia economicamente viva e politicamente vitale.
Per chiedere agli elettori di scegliere tra due contrapposte coalizioni di
governo: due Poli, due programmi, due presidenti candidati. Con la comune
consapevolezza di aver fatto, fino in fondo, il proprio dovere.
Sarà questa l'altissima posta in gioco nelle prossime
settimane. Rinviare non si può. Impossibile negare che sia così. Noi siamo
qui e siamo pronti. Ma basterà il nostro grande senso di responsabilità a
rimettere in moto la situazione? Forse l'esito realisticamente sarà un
altro: D'Alema e il Pds non riusciranno a svincolarsi dall'abbraccio mortale
dei neo-comunisti e dei catto-giacobini. Il governo galleggerà a vista: le
riforme istituzionali verranno rinviate, la necessaria razionalizzazione del
Welfare solleverà grandi dibattiti, ma non provocherà alcuna decisione. Il
mito della stabilità e la vocazione suicida di tenere assieme a tutti i
costi, senza strappi, tutta la sinistra, butteranno D'Alema completamente
fuori rotta. E allora la Bicamerale fallirà e l'Italia resterà fuori
dall'Unione monetaria. Le elezioni anticipate sarano il giudizio del popolo
sul fallimento disastroso della sinistra al governo.
Questo è lo scenario meno auspicabile, ma più
realistico. Il nostro impegno è per la prima soluzione, quella costruttiva
riformatrice; però da soli e all'opposizione non si può cambiare il mondo.
Ma allora, dopo che il quadro politico sarà andato in frantumi, il Paese ci
dia il consenso per governare.
Silvio
Berlusconi |

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