Editoriale
L'ALTRA META' DEL CIELO
di Domenico Mennitti
La ripresa d’autunno
giunge tradizionalmente carica di difficoltà per il governo e per la
maggioranza che lo sostiene, perché a settembre si definisce la legge
finanziaria che si sostanzia sempre di provvedimenti certamente non
destinati ad accrescere la popolarità di chi li adotta. Incombono, inoltre,
alcune situazioni straordinarie, prima fra tutte l’esigenza di mettere
mano allo Stato sociale come oggi è concepito ed organizzato.
Quest’anno, però,
anche l’opposizione è subito chiamata ad affrontare una serie di problemi
gravi e complessi, lasciati in sospeso per il sopraggiungere delle ferie, ma
con scadenze prossime e di significato rilevante. Essi riguardano le
elezioni amministrative di novembre, la tenuta dei governi regionali di
centro-destra, la strategia delle alleanze, la struttura organizzativa
dell’aggregazione: insomma, l’iniziativa politica nel suo complesso,
sulla cui efficacia si sono sviluppate riflessioni e polemiche
obiettivamente non relegabili fra le chiacchiere d’estate. È utile
pertanto che se ne discuta, prima che la quotidianità imponga il ritmo
convulso delle decisioni da assumere senza che ci sia tempo per riflettere:
è caratteristica di questa transizione il fatto che essa si trascini, dando
l’idea di non doversi mai concludere, svolgendosi però a velocità
sostenutissima. Il rischio più ovvio è di finire fuori strada.
È prevalsa nelle
analisi più recenti la tentazione di chiudere la partita, dando per
scontato che i giochi siano stati ormai fatti. Secondo Galli della Loggia,
che al tema ha dedicato molta attenzione, il Polo non c’è più, ha
perduto la grande occasione, Berlusconi ha esaurito la sua funzione ed è il
grande responsabile della sconfitta. A parte ogni altra considerazione, c’è
molto spirito "azionista" nelle analisi pubblicate sul Corriere ed
è constatazione strana, perché a quello spirito Galli della Loggia è
sempre stato estraneo. È giusto chiedere che siano messe le carte in tavola
e che i giochi siano chiariti, ma non si può onestamente affermare che
quanto è avvenuto in Italia nei tre anni trascorsi sia stato espressione di
un fenomeno effimero, i cui effetti sono andati irrimediabilmente perduti.
Questa tesi confligge con l’evidente consapevolezza degli italiani che nel
’94 furono i protagonisti del cambiamento. Non sono pentiti e non si sono
rassegnati, tanto è vero che costituiscono una compatta forza elettorale
che reclama d’essere correttamente interpretata dai propri rappresentanti
politici. Ecco il vero punto di crisi che il Polo deve affrontare: la
differenza di sensibilità, di prospettiva, di temperamento fra elettori ed
eletti, i primi decisamente più consci delle ragioni per le quali hanno
sconvolto il vecchio quadro politico.
Bisogna dire le cose
come stanno: Berlusconi ha già conquistato un ruolo storico che è
incontestabile. Non possiamo fare a meno di chiederci cosa sarebbe avvenuto
in Italia se Berlusconi non fosse sceso nella mischia, non avesse fondato in
pochi giorni un movimento, non avesse realizzato un’intesa elettorale fra
forze non di sinistra e tuttavia incapaci di organizzarsi perché ostili fra
di loro, non avesse vinto le elezioni. E ci sono altri elementi che danno già
una connotazione storica alla sua opera: il recupero delle idee liberali
alla cultura politica italiana, l’accelerazione dei processi di
modernizzazione in An e nel Pds, l’accettazione esplicita della democrazia
da parte di tutti i partiti ed il conseguente prosciugamento delle aree di
dissenso antisistema. Anche la riscrittura della Costituzione, pur se non
fuga vasti e giustificati scetticismi, esprime valori che non possono essere
taciuti: l’assenza di ogni conventio ad excludendum, la vera pari dignità
di tutti i cittadini, l’acquisizione del presidenzialismo,
l’enunciazione del federalismo. Certo, quanto abbiamo elencato non è
tutto attribuibile all’esclusiva iniziativa di Berlusconi, ma è difficile
negare che la sua presenza in politica abbia fornito una spinta essenziale
nelle direzioni indicate.
La domanda da porre a
Berlusconi è se egli intende svolgere ancora un ruolo politico, perché
questo è il piano sul quale è urgente intervenire per costruire il
progetto della società del nuovo secolo, che sarà segnata dal superamento
del vecchio Stato sociale, evento destinato a produrre effetti sconvolgenti
pure sui sistemi politici e costituzionali. Qui affiorano le più gravi
deficienze, perché in tre anni non si è avviato dentro il Polo quel
processo di evoluzione che avrebbe dovuto trasformare la felice intesa
elettorale in un progetto politico. Anzi, è accaduto che l’intesa
elettorale è finita in frantumi per l’ossessione di Bossi d’essere
inglobato in una forza che meglio interpretava i bisogni del ceto medio
produttivo. E la maggioranza, conquistata col meraviglioso colpo d’ali
nella primavera del ’94, si è sfarinata; ha perso una parte importante
della sua composizione iniziale, smarrendo anche i significati di quella
presenza; oscilla fra grandi gesti di autentica rivolta (l’abbandono delle
aule parlamentari durante il dibattito sulla legge finanziaria) e lunghe
fasi di dialogo, che talvolta scivolano sul terreno di un’intesa così
evidentemente combinata da meritare quella definizione specifica e non
proprio esaltante di "inciucio".
Si sostiene che i
partiti e le aggregazioni nelle quali essi confluiscono siano ancora alla
ricerca di un’identità che ne definisca il ruolo nel sistema politico
precipitosamente mutato. Ma questo rilievo è retaggio della vecchia cultura
delle ideologie, che non a caso si è retta sul sistema elettorale
proporzionale: ogni partito esaltava il patrimonio di idee nel quale si
riconosceva e sul quale fondava appunto la propria identità. Un movimento
di solito più era debole di consensi elettorali e più era forte nella
rivendicazione della propria "identità", ingrediente che aveva
pure un peso specifico quando bisognava mettere insieme maggioranze e
dividere posti e prebende. Nella democrazia maggioritaria le identità, se
proprio non scompaiono, comunque si mitigano molto, perché conta il
progetto politico sul quale confluiscono movimenti che hanno provenienze
culturali diverse. È il progetto il momento unificante, che supera le
diversità ed esalta la prospettiva comune.
Il Polo nacque
compiendo con naturalezza un grande balzo in questa direzione, perché
Berlusconi mandò Del Debbio in giro a raccogliere gli elementi di un
programma ch’egli poi coordinò e propose agli alleati, dai quali ottenne
senza difficoltà generale adesione. Con quel programma il Polo impostò e
vinse la campagna elettorale, coinvolgendo speranzosi e addirittura
entusiasti milioni di italiani. E da esso trasse gli spunti salienti del
programma di governo, sul quale prima o poi qualcuno troverà la forza di
scrivere le verità che la propaganda è riuscita sinora ad occultare. Poi
è sopravvenuta la rimonta dei prudenti, agevolata dall’incertezza dei
neofiti. In una fase di cambiamento così radicale, mentre era appena
avviata la rimozione dei potentati contro i quali gli italiani s’erano
ribellati, consiglieri avveduti rappresentarono a Berlusconi il valore della
cautela. Della politica fu esaltata la mediazione: le idee con le quali era
stato travolto il sistema che più a lungo aveva resistito al vento
impetuoso della storia furono via via emarginate, messe in discussione dal
sopraggiungere di dubbi e nostalgie. E fu il trionfo della mediazione
totale. Fuori, nei rapporti con l’Ulivo; dentro il Polo, nei rapporti fra
le diverse componenti.
Ora è evidente che
bisogna recuperare il progetto e rivalutare la componente decisionale della
politica. Che è mediazione quando bisogna mediare e decisione quando
bisogna decidere, e deve essere esercitata dalla sensibilità di un leader
che sa orientare l’azione cogliendo il tempo degli eventi ed il senso dei
problemi.
Non commetteremo
l’errore di ignorare quante concomitanti attività hanno influito a
rendere impervio il cammino di Berlusconi. Attività legittime di lotta
politica, ma ancora di più insidiose iniziative che sono maturate in
quell’area grigia del nostro Paese, dove è collocato il tavolo su cui si
svolge da sempre il perverso gioco del potere, senza che si sia mai capito
chi lo promuove e chi lo subisce. È stato scritto molto sulle vicende
giudiziarie che hanno direttamente coinvolto il leader di Forza Italia;
resta da osservare che esse non solo hanno inciso sulla serenità di chi le
ha subìte, ma hanno stravolto il corso della nostra vita pubblica perché
l’azione penale, esercitata da alcune procure con spregiudicata scelta dei
tempi e degli obiettivi, ha svuotato di effetti il giudizio politico, che è
prerogativa del popolo. E poi le interferenze del Quirinale, la sede della
grande regia del ribaltone, il tempio della tutela della volontà popolare,
dove però non è mai stata riconosciuta quella espressa il 27 marzo 1994. E
poi ancora i problemi connessi alle televisioni private, che Berlusconi ha
difeso ed altri hanno aggredito, una situazione della quale egli stesso non
ignora i disagi. Questo, tuttavia, ci sembra un condizionamento che si può
superare per gradi, almeno sino a quando perdurerà l’egemonia della
vecchia e nuova sinistra nella Rai. È più da Far West che i politici di
governo la facciano da padroni in enti che sono di proprietà dello Stato.
Comunque, abbiamo
elencato tutto, perché un’analisi di questo tipo non si avvia neppure se
non si è attrezzati ad andare sino in fondo e vorremmo onorare il nostro
ruolo anticipando i partiti, offrendo ad essi spunti di riflessione onesta e
puntuale. Tutto considerato, restiamo dell’avviso che la partita è ancora
da giocare ma bisogna rimettersi le ali per venir fuori dal pantano del
tatticismo asfittico, che chiaramente giova a chi detiene il potere e lo
esercita cinicamente. Tre elementi sono indispensabili all’attuale
opposizione per imprimere una nuova spinta alla transizione italiana: un
leader che eserciti con rinnovato entusiasmo la sua funzione di guida, la
selezione di un personale politico nuovo che tolga l’ingessatura ai
vertici del Polo, l’aggiornamento degli obiettivi strategici della
coalizione. Non sono elementi marginali, ma bisogna rendersi conto che non
è più possibile prendere scorciatoie e che è necessario cominciare a
costruire una politica, comunque attrezzarsi a farlo.
Sul leader non c’è
da aggiungere niente che non sia stato già rappresentato. Berlusconi valuti
la richiesta di "rinnovato entusiasmo" non come un’accusa, e
neppure come una provocazione; piuttosto come una nostalgia, soprattutto
come un bisogno attuale ed urgente, a cui occorre rispondere con fatti
concreti. Dall’efficacia della risposta dipende gran parte dell’esito
della partita.
L’esigenza di classe
dirigente non è una specificità del Polo, ma è condizione fondamentale
perché esso possa svolgere un ruolo forte anche negli enti locali, per i
quali emergono problemi di tenuta dove sta al governo e di proposizione di
candidature adeguate dove si voterà a novembre. Il caso Calabria è un
campanello d’allarme, e così pure le difficoltà nel reperire candidati
per le elezioni prossime. Non è questione di "presentabilità"
dei personaggi (a Milano, Albertini non solo è risultato presentabile, ma
anche vincente); piuttosto di non affidarsi alla pesca delle occasioni, che
è una specie di gioco d’azzardo. Inoltre, la mancata esemplificazione del
quadro interno e la moltiplicazione delle sigle hanno prodotto
l’ingessatura dei vertici e non si intravede possibilità di alternanza,
non si riesce ad individuare neppure dove la selezione di nuovo personale si
possa svolgere. Invece, il Polo deve puntare a raccogliere energie fresche
nell’ampia fascia generazionale non più adolescente e non ancora adulta,
per la quale la scelta del mercato è una necessità per abbattere il
sistema delle garanzie instaurato dalle generazioni precedenti, ed il
liberalismo è autentico, non un rifugio dopo le delusioni vissute altrove.
Ma quali sono le vie d’accesso, come è possibile esercitare il proprio
impegno, chi lo sollecita, lo valuta, lo indirizza?
Infine, il Polo: la
destra, il centro, i cattolici, i laici, i liberali, i conservatori.
L’Italia della polverizzazione partitica non si è ridotta a due grandi
aree per legge elettorale. La rappresentanza proporzionale è cultura
radicata, che alimenta ancora nostalgie ed illusioni. Ma anche qui non
bisogna cedere alla tentazione di mandare al diavolo gli estenuanti scontri
concorrenziali interni per rivendicare ciascuno la propria autonomia, perché
il maggioritario è irreversibile ed il Polo al momento giusto lo comprese e
lo interpretò magistralmente. Il problema scabroso non è come organizzare
in un grande contenitore le diverse culture che vi confluiscono, ma come
coinvolgere in una grande struttura personaggi di varia statura, tutti
affamati di "visibilità", che una nicchia se la sono comunque
guadagnata e la difendono con ogni mezzo. Noi restiamo convinti che si
debbano enucleare due filoni: il primo liberaldemocratico al quale possono
far capo Forza Italia, i movimenti d’ispirazione cattolica, i gruppi
liberali, sino ai riformatori di Pannella; il secondo di destra democratica,
rappresentato da Alleanza nazionale. Quest’ultima è impegnata a
sviluppare il suo processo di modernizzazione. Nelle pagine interne
pubblichiamo una sezione che fa il punto sul percorso compiuto, sugli
obiettivi da perseguire, sui ritardi accumulati, sugli errori compiuti,
sugli impulsi da imprimere. Si annunzia una conferenza organizzativa che
dovrebbe poi trasformarsi in un’assise programmatica.
Dall’altra parte si
prepara il congresso di Forza Italia, ma a noi sembra interessante la
proposta di Buttiglione, che chiede a Berlusconi di considerare
l’opportunità di dare vita ad una nuova grande aggregazione
liberaldemocratica, sbaraccando lui la bandiera di parte per issarne una
nuova nella quale possa riconoscersi una più vasta schiera di cittadini.
Buttiglione è sicuramente condizionato dall’esigenza di non restare
schiacciato dalla logica cencelliana delle federazioni (operazione che anche
in politica si fa con le regole societarie delle fusioni); però un impulso
aggregante è necessario e ad imprimerlo deve essere il movimento più
forte, il leader più autorevole e stabile.
Bisognerà affrontare,
inoltre, il tema dei rapporti con la Lega, senza illudersi di poterli
risolvere con un accordo che basterà, se basterà, a vincere le elezioni in
un paio di città. Le alleanze del Polo non le può disegnare l’Ulivo, e
Veltroni indirizzi le sue lezioni ai commensali del ribaltone; però Bossi
è una mina che va disinnescata, non un ordigno esplosivo da mettersi in
casa. Recuperando le insufficienze di analisi e d’iniziativa emerse tre
anni fa, è perciò necessario costruire una politica che interpreti le
esigenze dell’elettorato leghista. Nella primavera del ’96 esso fu
infoltito dagli errori del Polo, il quale scambiò i moderati di oggi con
gli ignavi frequentatori del vecchio centro. Il rapporto con la Lega è
fondamentale anche per non affossare il principio dell’alternanza:
l’Ulivo tende a criminalizzare ogni dibattito su quel fronte non perché
sia preoccupato della secessione, ma perché così può governare il Paese
pur essendo minoranza. La Lega a Veltroni sta bene se fa la concorrenza a
destra, contro Berlusconi e contro il Polo.
Si annunzia un autunno
duro, che sarà rivelatore di verità inoppugnabili. È diffusa la tendenza,
sostenuta da sofisticate motivazioni culturali oltre che politiche, a
delegittimare la destra che c’è, giudicandola inadeguata, per invocarne
un’altra che non c’è. Si salta la constatazione che in Italia una
destra correttamente impostata non c’è stata per quasi tre quarti del
secolo che si chiude e che per questa ragione abbiamo subìto deviazioni e
ritardi nello sviluppo della democrazia. L’anomalia italiana è stata
spazzata via dal vento della libertà che ha travolto i regimi comunisti
nell’est d’Europa; la normalità deve essere edificata su fondamenta
culturali e politiche i cui tempi di stratificazione possono essere
accelerati, non bruciati. E comunque deve esser chiaro che bisogna lavorare
per costruire in Italia un polo moderato che dignitosamente si opponga
all’aggregazione socialdemocratica; non la destra dentro l’Ulivo, che
sarebbe - secondo i canoni correnti - "presentabile" ma tornerebbe
marginale e perdente. È lo schema che la cultura liberale ha subìto (ed
alcuni suoi interpreti accettato) per tanti anni, che consideriamo sconfitto
e superato
Domenico
Mennitti |

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