Ad
ovest del Mezzogiorno
LA SCONFITTA DEL
"NUOVO MERIDIONALISMO"
di Massimo Lo Cicero
I caratteri del
"nuovo meridionalismo" si vennero a determinare negli anni
immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale e si formarono
nell’ambito di una singolare e mai più ripetuta rete di relazioni, che si
formalizzò negli ultimi mesi del 1946 con la nascita della Svimez,
l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno.
L’iniziativa di coagulare quelle energie venne assunta da un ministro in
carica, l’onorevole Rodolfo Morandi, ma le singole personalità coinvolte
rappresentavano un gruppo ed una cultura omogenei ben prima di dare vita
all’Associazione (nota 1). I legami
esistenti tra loro e la comune analisi dei problemi che impedivano la
crescita dell’economia italiana, così come le linee generali lungo le
quali ricercare la soluzione di quei problemi, venivano da una tradizione
ancora più remota: la lezione politica ed umana di Francesco Saverio Nitti;
la scuola manageriale di Alberto Beneduce; la radice di una tradizione
meridionalistica che, dal 1910, aveva dato vita all’Associazione nazionale
per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia (nota
2).
La definizione di
"nuovo meridionalismo" doveva, nell’opinione di quel gruppo
intellettuale, marcare insieme la continuità con l’impegno civile per la
ricomposizione del dualismo economico esistente nell’economia italiana e,
nel medesimo tempo, segnalare la rottura metodologica che essi proponevano
sul piano analitico come nell’architettura degli strumenti e
nell’indicazione delle terapie per superare il dualismo stesso (nota
3). Le opzioni capaci di identificare emblematicamente l’apporto
innovativo che essi intendevano innestare sulla tradizione cui si
richiamavano erano tre: affiancare l’Italia al grande sforzo che le
energie intellettuali del mondo occidentale promuovevano per diffondere e
sostenere l’idea di uno sviluppo economico, promosso da azioni
intenzionali ma realizzato senza rinunciare al paradigma più generale della
libera iniziativa in campo economico; affidare all’espansione
dell’industria la funzione di variabile chiave per ottenere la chiusura
del dualismo territoriale che divideva il Paese e realizzare questa
espansione attraverso la creazione di un sistema di esternalità favorevoli
all’espansione industriale; creare un’organizzazione dotata di
reputazione finanziaria internazionale, abilità tecnica ed ampia autonomia,
dal sistema dell’amministrazione pubblica come delle assemblee
rappresentative, alla quale affidare la missione di generare le condizioni
favorevoli all’espansione.
I punti di riferimento
di questa triplice prospettiva sono, a distanza di molti anni, assai più
evidenti di quanto allora poteva apparire: dietro l’impegno di quel gruppo
intellettuale si vede, con il senno del poi, la grande suggestione
alimentata dalla creazione della Banca internazionale per la ricostruzione e
lo sviluppo, oggi più nota come Banca mondiale. Ma sarebbe ingeneroso
limitare le radici dell’operazione a questa specie di American dream (nota
4). Dietro il gruppo, riunitosi nella Svimez, c’erano anche le
esperienze maturate nella lunga e difficile stagione che aveva consentito
all’Italia di superare due grandi crisi bancarie: ai primi del secolo e
negli anni Trenta.
C’erano, insomma,
tutta l’esperienza e la passione accumulate dalle élites manageriali del
Paese nel tentativo, riuscito, di evitare il dissesto del sistema bancario,
superare i limiti della banca mista, importata su basi fragili dal modello
"continentale" di crescita economica, consolidare le fondamenta
patrimoniali della rete primaria delle infrastrutture e dell’industria
pesante nazionale. Imprese, tutte, che erano state portate a termine grazie
alla singolare creazione di una rete di enti finanziari, pubblici solo per
l’esserci, ed alla parallela promulgazione di una legislazione bancaria
che confinava il sistema delle aziende di credito nella ridotta sfera di
attività tipica della banca di sconto e di deposito (nota
5).
La combinazione tra
questa capacità di dare vita ad organizzazioni, che presentavano la
reputazione dello Stato nazionale, unita all’abilità manageriale ed alla
possibilità finanziaria di agire come grandi intermediari creditizi, si
saldò con l’esperienza nel governo di grande concentrazioni industriali,
che la guida di quelle organizzazioni aveva affinato. Alla scuola di Nitti e
di Beneduce, quindi, era maturata la convinzione, per molti tra coloro che
dettero vita e corpo al "nuovo meridionalismo", che solo un grande
sforzo in direzione di una ripresa del processo di accumulazione industriale
avrebbe generato la ricchezza necessaria al risanamento del sistema
finanziario, compromesso dalle crisi attraversate e dalle singolari e
negative abitudini dei circoli dirigenti della borghesia nazionale (nota
6). Questa fiducia nella necessità dell’accumulazione industriale
come primo motore dell’allargamento possibile del benessere nazionale si
colloca alla base della convinzione che solo l’industria avrebbe potuto
consentire la soluzione definitiva per il problema dell’arretratezza
dell’economia meridionale. La convinzione, altrettanto radicata, che non
dovesse essere compito della politica economica dare vita a nuove iniziative
industriali, ma solo creare le condizioni perché quelle iniziative
venissero perseguite e realizzate da gruppi privati, indicò nella creazione
di una rete di infrastrutture e nella modernizzazione delle condizioni di
vita e di produzione nel sistema dell’agricoltura meridionale il compito
esclusivo del nuovo ente economico cui affidare la missione di rendere
possibile l’industrializzazione del Mezzogiorno.
La relazione tra
queste convinzioni di principio e le soluzioni organizzative adottate non
spinga il lettore ad immaginare una sorta di deformazione tecnocratica,
manageriale od organizzativa per la cultura del "nuovo
meridionalismo": una specie di deformazione professionale in chiave
aziendalistica e microeconomica. Alla capacità analitica del gruppo non
sfuggiva la dimensione tipicamente macroeconomica del problema che essi
dovevano affrontare: trovare una possibile compatibilità tra
un’accelerazione della crescita in una parte importante per dimensioni
dell’economia nazionale senza compromettere l’equilibrio dei conti con
l’estero dell’intero Paese. E, inoltre, realizzare questo traguardo in
presenza dei corposi patrimoni liquidi, eredità dei recenti trascorsi di
illegalità e disordine nelle transazioni commerciali in ragione della
guerra appena terminata. La soluzione che essi costruirono rispettò i
vincoli esistenti e consentì il raggiungimento degli obiettivi. La chiave
di volta di questa compatibilità venne individuata nel finanziamento della
crescita aggiuntiva attraverso i prestiti erogati dalla Banca mondiale alla
neonata Cassa del Mezzogiorno. Anticipando in tal modo la tecnica delle
sovvenzioni finanziarie globali che la stessa Banca mondiale adotterà per
alimentare la crescita dei Paesi deboli negli anni Ottanta (nota
7).
L’ente economico
nazionale, la Cassa del Mezzogiorno, assumeva su di sé le funzioni di
screening e monitoring necessarie per l’individuazione e la realizzazione
dei grandi progetti infrastrutturali al centro della politica domestica di
espansione; la reputazione del nuovo ente garantiva la Banca mondiale dal
rischio di azzardo morale implicito nella natura e nella dimensione delle
operazioni; la credibilità personale e la capacità di coordinamento e
cooperazione dimostrata dagli appartenenti al gruppo manageriale, che si
poneva alla testa di quell’esperimento di politica economica e sociale,
rappresentavano un’ulteriore garanzia della performance attesa e
l’argine contro la possibile degenerazione della soluzione individuata (nota
8).
Pasquale Saraceno
traccia nel 1962 un bilancio appassionato dei risultati raggiunti applicando
i princìpi che abbiamo cercato di riassumere, ed individua i termini di una
possibile integrazione della formula originaria attraverso una politica
attiva per l’espansione ed il consolidamento della natura industriale
nell’economia meridionale (nota 9). In
quegli anni l’Italia ha compiuto il primo e decisivo passo in direzione
della crescita e dell’integrazione con gli altri Paesi industriali. Le
ricette suggerite dal "nuovo meridionalismo" hanno consentito di
impiegare il risparmio del resto del mondo, canalizzato attraverso la
relazione tra Banca mondiale e Casmez, per espandere il livello
dell’attività economica nelle regioni meridionali: questa espansione ha
alimentato la domanda di beni di consumo e di investimento nei confronti
dell’altra sezione territoriale del Paese. L’integrazione commerciale
tra l’economia nazionale e l’economia mondiale ha allargato i mercati
delle industrie settentrionali ed è iniziato il processo migratorio che
sposterà una larga quota delle risorse umane dal Sud al Nord del Paese. Si
avvertono i limiti e si misurano i traguardi raggiunti, mentre si prende
atto della necessità di adeguare strumenti e comportamenti a un cambiamento
più generale che investe il quadro europeo e quello mondiale (nota
10).
La ricerca di un
aggiornamento nella terapia di politica economica si affianca alla
discussione ed al confronto per individuare un nuovo equilibrio politico. La
convergenza tra cattolici e socialisti, che darà vita al centro-sinistra,
si intreccia con i temi di una possibile diversa strumentazione economica. I
rappresentanti di un punto di vista laico e liberale, che avevano avuto
parte importante nell’affermarsi della formula organizzativa e strategica
proposta dal "nuovo meridionalismo", avvertono il rischio di una
compressione del proprio ruolo derivante dalla saldatura tra socialismo
riformista e cattolici democratici. Il leader indiscusso di questo gruppo,
Ugo La Malfa, avverte inoltre l’ulteriore possibile saldatura tra
cattolicesimo democratico e movimento comunista, e si sforza di trovare un
equilibrio possibile tra i contenuti di una diversa politica economica e la
nuova configurazione che il sistema politico potrebbe assumere. Qualora,
infatti, l’equilibrio delle forze si fosse fondato su cattolici
democratici, sinistra socialista e movimento comunista, sarebbe stata
compromessa la relazione fiduciaria, alternativa, tra cattolicesimo
liberale, riformismo socialista e tradizione laica e risorgimentale (nota
11). Si osservi come l’intero paradigma culturale ed il riferimento
politico naturale del "nuovo meridionalismo" fossero interamente
risolti nella seconda tra le due triadi e come l’unico punto di contatto
tra le due architetture possibili dell’alleanza strategica necessaria
fosse rappresentato dal Partito repubblicano. Si osservi ancora come il
tentativo, soggettivo, di Ugo La Malfa rappresentasse l’ipotesi di
collegare attraverso un personale politico "illuminato"
l’insieme delle forze in campo mentre, in parallelo, quel medesimo
collegamento veniva realizzato, sotto un profilo oggettivo, attraverso una
grande organizzazione capace di assorbire entrambe le prospettive al proprio
interno, la Democrazia Cristiana.
Questa lunga parentesi
ci ha costretto ad abbandonare il terreno della politica economica in senso
stretto, ma ci ha anche consentito di segnalare le ragioni che conducono
all’esaurimento della spinta propulsiva del "nuovo
meridionalismo". Il successo politico incontrato dalla convergenza
culturale tra cattolicesimo democratico e movimento comunista impone alla
politica economica un accentuarsi dei caratteri statalisti nel processo di
programmazione ed amministrazione della presenza pubblica. Si esauriscono,
da una parte, i margini per un intervento pubblico "amico" dei
mercati così come era stato disegnato dai fondatori della Svimez. Quella
politica, d’altra parte, aveva toccato i propri limiti quando era stata
posta di fronte al problema del finanziamento dell’espansione industriale
in un contesto di progressiva liberalizzazione dei mercati finanziari
internazionali (nota 12).
L’opzione di
canalizzare attraverso gli Istituti di credito speciale un addendum di
risorse finanziarie, intermediate dalla pubblica amministrazione,
direttamente verso le imprese impegnate nell’allargamento della base
industriale nel Mezzogiorno mostrerà la corda nei due decenni successivi.
Essa, probabilmente, fu condizionata nell’esito negativo anche
dall’orizzonte più generale che veniva restringendo il campo della
politica economica nazionale. Si era affermata una singolare miscela di
intermediazione pubblica nell’uso delle risorse, che spinse Mario Monti a
parlare dello Stato italiano come "banchiere occulto", e di
rifiuto sistematico all’integrazione tra il mercato finanziario domestico
e quello internazionale. Opzioni collegate tra loro dalla mutua necessità
di isolarsi dal processo più generale di globalizzazione per accentuare il
carattere di indirizzo politico ed amministrativo sul ciclo economico
domestico e la necessaria parallela dilatazione del debito pubblico.
Testimoniano questa
profonda degenerazione, ed uno scostamento dai princìpi culturali del
"nuovo meridionalismo", la crescente farraginosità delle
procedure e del sistema dei controlli che si leggono nella legge 183 del
1976 e, in termini ancora più antistorici e plateali, nel molto mediocre
testo della legge 64 del 1986. Con esse si interrompe la storia positiva
dell’intervento straordinario. Gli anni Ottanta, inoltre, anche in seguito
alla legislazione promossa per intervenire sugli effetti del sisma che colpì
la Campania e la Basilicata all’inizio del decennio, registrano una
pesante trasformazione della condizione economica meridionale: sovrapponendo
agli effetti dell’arretratezza un nuovo e diverso meccanismo di formazione
e distribuzione delle risorse. Al Mezzogiorno che ricercava il catching up
del Centro-Nord si viene sostituendo, secondo un processo che Paolo Savona
ha definito come l’effetto "pentola bucata", un Mezzogiorno
dipendente dai trasferimenti finanziari ricevuti dal Centro-Nord.
Circostanza che riduce i divari di benessere esistenti nei confronti
dell’altra sezione del Paese, ma lascia immutati i divari di produttività:
creando le premesse di una sostanziale marginalità rispetto al nucleo duro
dell’economia nazionale (nota 13).
Lo shock del 1992, che
interrompe drasticamente il ciclo della dipendenza, apre una stagione di
marcata deflazione nell’economia meridionale. Alla deflazione si
accompagna, come era prevedibile, una diffusa crisi strutturale nel sistema
delle banche, in ragione dell’insolvenza generalizzata che la contrazione
del volume d’affari alimenta nel sistema delle imprese. Concorre nella
crisi bancaria l’eredità negativa derivante dalla mancata
internazionalizzazione del mercato dei capitali, che penalizza il
Mezzogiorno in misura ancora maggiore, vista la sostanziale estraneità del
suo sistema imprenditoriale anche al mercato internazionale delle merci,
nonché la ventennale deformazione dell’attività bancaria, nel credito
mobiliare, in direzione dei servizi di cassa e valutazione per conto della
pubblica amministrazione, nell’erogazione di crediti agevolati e
trasferimenti alle imprese in conto capitale. Si guardi alle dinamiche del
prodotto interno lordo e dell’investimento pro capite, misurate in
percentuale delle medesime grandezze osservate nel Centro-Nord, per il lungo
periodo che separa il 1951 dal 1995 (nota 14).
La prima fase, quella orientata dai princìpi del "nuovo
meridionalismo", quando essi erano coerenti con il quadro
internazionale e sostenuti da un equilibrio politico domestico
ragionevolmente coerente con la loro applicazione, mostra una sostenuta
crescita degli investimenti ed una ragionevole crescita del prodotto locale.
Dagli anni Settanta si inverte la dinamica degli investimenti e si allinea
ad una sostanziale stazionarietà il livello del prodotto interno: sono gli
anni della dipendenza economica e finanziaria del Mezzogiorno. Gli anni
Novanta, infine, segnalano chiaramente come sia in atto un precipitoso
scostamento dal trend pluriennale di crescita che aveva caratterizzato la
dinamica del prodotto interno locale rispetto a quello del Centro-Nord: esso
infatti ritorna ai livelli osservati negli anni Sessanta.
Rimane da chiedersi se
esista, ad oggi, ancora una lezione vitale nell’esperienza del "nuovo
meridionalismo" ed in che cosa essa debba essere individuata. La prima
risposta è dovuta con chiarezza ed è affermativa. Nelle ridotte dimensioni
di questo scritto, si è cercato di mostrare come il "nuovo
meridionalismo" sia stato piuttosto sconfitto dalle dinamiche profonde
del sistema economico e politico nazionale piuttosto che da errori interni
di valutazione o di impostazione. Al gruppo dei suoi eredi, piuttosto che a
quello dei suoi promotori, deve forse essere contestata la mancata
percezione delle nuove condizioni date all’indomani della prima crisi
energetica (nota 15).
Come accade quando
mutamenti strutturali deformano le condizioni dell’ambiente nel quale
occorre sviluppare una politica economica la grande lezione, ancora feconda,
che ereditiamo dagli uomini che dettero vita al "nuovo
meridionalismo" è quella del metodo e dello stile di comportamento. Il
metodo, ancora tutto da condividere, era e rimane quello di una visione
generale dei problemi che si intende affrontare: nella prospettiva di
soluzioni strumentali capaci di raggiungere una dimensione efficace della
propria applicazione e di essere compatibili con la situazione
macroeconomica e l’ambiente di riferimento più generale. L’ulteriore
lezione è quella di scegliere soluzioni che forzino i tempi, imposti dalla
lenta capacità di adeguamento alle aspettative, dei mercati sui quali si
interviene ma che non rappresentino una radicale rottura con i princìpi che
consentono a quei medesimi mercati di funzionare. Perché, in tal caso, come
dimostrano in negativo l’improduttiva opzione italiana degli anni Settanta
per l’autarchia dei mercati finanziari e la commistione tra attività
bancaria ed incentivi finanziari erogati dallo Stato, in una logica di pieno
dirigismo, gli effetti sono assai diversi dalle aspettative ed i costi,
includendo anche quelli necessari per ritornare ad un ordinato svolgersi del
ciclo economico, sono veramente eccessivi. La diffidenza verso le
potenzialità che il governo assegna alla propria capacità di sostituirsi
ai mercati e l’esigenza di accelerare il ritmo di espansione del reddito
prodotto nell’area meridionale, invece di finanziarne un livello fragile
di benessere attraverso trasferimenti di risorse spendibili ai soggetti
sociali residenti, sono le due grandi coordinate di politica economica che
appaiono compatibili sia con le motivazioni alle origini del "nuovo
meridionalismo", sia con le regole di comportamento suggerite oggi dal
medesimo organismo cui si richiamavano i suoi fondatori, la Banca mondiale (nota
16). Senza dimenticare, nella parte ancora vitale di quell’approccio,
la necessità di creare organizzazioni coerenti con le finalità assegnate
ed affidarne la guida a soggetti dotati di reputazione e adeguato profilo
professionale. Circostanze, entrambe, capaci di minimizzare i rischi di
"fallimento del mercato": le prime perché rappresentano
esternalità positive per l’intero processo di crescita, i secondi, cioè
i managers cui vengono delegate funzioni di indirizzo, perché concorrono a
minimizzare il rischio di azzardo morale implicito nella delega.
Non è poco in un
clima che sembra premiare il metodo della concertazione e del coinvolgimento
delle parti sociali sul merito delle azioni da intraprendere e sulla
valutazione analitica dei costi e dei benefici associati a singole scelte
pubbliche. La globalizzazione del mercato finanziario internazionale e
l’accettazione dei princìpi enunciati nel trattato di Maastricht, infine,
impongono di abbandonare ogni suggestione per una politica industriale
fondata sulla deformazione per via amministrativa dei comportamenti bancari.
Allargamento del mercato dei capitali, regole chiare per la corporate
governance, competizione tra banche italiane e banche straniere
rappresentano il riferimento necessario per la futura espansione industriale
e, per questo aspetto, rendono assolutamente inadeguate ed obsolete le
soluzioni di finanza aziendale "amministrata" che riempirono il
vuoto di proposte del "nuovo meridionalismo" all’indomani della
crisi energetica del 1973.
Riferimenti
bibliografici
AA.VV., Donato
Menichella, Testimonianze e Studi raccolti dalla Banca d’Italia, Laterza,
Roma-Bari 1986.
Guido Carli,
Cinquant’anni di vita italiana, Laterza, Roma-Bari 1993.
Francesco
Compagna, La questione meridionale, Garzanti, Milano 1963.
Ash Demirguç-Kunt
and Ross Levine, Stock Market Development and Financial Intermediaries,
Stylized facts, in "The World Bank Economic Review", Volume 10
number 2, may 1986.
Bruno Leoni, La
sovranità del consumatore, Ideazione Editrice, Roma 1997.
Ross Levine,
Financial Development and Economic Growth: Views and Agenda, in
"Journal of Economic Literature", Volume XXXV number 2, June 1997.
Massimo Lo Cicero,
Concentrazione, competizione e crescita: il mercato del credito in Italia,
il caso meridionale, in "Rassegna Economica", numero 2/1996.
Donato Menichella,
Scritti e discorsi scelti. 1933-1966, Banca d’Italia, Roma 1986.
V. Negri
Zamagni-M. Sanfilippo, Nuovo meridionalismo ed intervento straordinario, Il
Mulino, Bologna 1988.
Gilbert Rist, Lo
sviluppo, storia di una credenza occidentale, Bollati Boringhieri, Torino
1997.
Paolo Savona,
Strutture finanziarie e sviluppo economico, Guerini e Associati, Milano
1989.
Paolo Savona,
Divari di benessere, divari di produttività, in "Delta",
maggio-giugno 1984.
L. Prosperetti-F.
Varetto, I differenziali di produttività nord-sud nel settore
manifatturiero, Il Mulino, Bologna 1991.
Andrew Schotter,
L’economia del libero mercato, Editori Riuniti, Roma 1991.
Joseph E.
Stiglitz, The Rule of the State in Financial Markets, in "Proceedings
of the World Bank Annual Conference on Development Economics 1993", The
World Bank 1994.
Pasquale Saraceno,
Il nuovo meridionalismo, Istituto italiano per gli studi filosofici, Napoli
1986.
Pasquale Saraceno,
L’unificazione economica dell’Italia è ancora lontana, Il Mulino,
Bologna 1988.
Pasquale Saraceno,
Sottosviluppo industriale e questione meridionale, Il Mulino, Bologna 1990.
Svimez,
L’unificazione economica dell’Italia, Il Mulino, Bologna 1997.
Svimez, Un
programma per il Mezzogiorno, Il Mulino, Bologna 1988.
F.M. Tamagna-D.
Qualeatti, Sviluppo economico e intermediazione finanziaria, F. Angeli
Editore, Milano 1978.
World Development
report 1997, The State in a changing World, The World Bank 1997.
Note
1.
Si vedano Negri Zamagni e Sanfilippo, 1988 e Svimez,1997.
(torna al testo)
2.
Così come riportato da Rossi-Doria in AA.VV., 1986.
(torna al testo)
3.
"Nuovo meridionalismo" è una definizione voluta e creata proprio
dal gruppo che si riunì nella Svimez: le ragioni del nome vengono
meticolosamente riproposte da Saraceno in molti suoi scritti. Tra gli altri
si vedano Saraceno, 1986 e Saraceno, 1988.
(torna al testo)
4.
Guido Carli ritornerà molte volte sulla prospettiva atlantica ed
occidentale delle élites italiane e sulla funzione positiva che essa
assolve nello svolgersi della vita nazionale. Si veda Carli, 1993. Le
caratteristiche tecniche e domestiche della proposta si leggono nei
contributi di Saraceno riportati in Negri, Zamagni e Sanfilippo, 1988 ma
anche in Saraceno, 1990.
(torna al testo)
5.
Si vedano alcuni testi di Menichella raccolti in Menichella, 1986 ma anche
la relazione di Saraceno e gli interventi di Finoia e Pescatore in AA.VV.,
1986. Per una ricostruzione più analitica degli effetti di quella stagione
sulla struttura finanziaria nazionale sia consentito rimandare a Lo Cicero,
1996.
(torna al testo)
6.
A Menichella viene fatto risalire un simile giudizio, anche per
l’influenza che ebbero sulla sua formazione i giudizi di Pantaleoni, così
come è indicato da Carli sia in AA.VV., 1986 che in Carli, 1993. Dai
medesimi testi si apprende della diffidenza di Menichella verso una rapida
liberalizzazione per i flussi internazionali di capitale finanziario.
(torna al testo)
7.
Nel volume più volte citato (Carli, 1993) è proprio l’ex
governatore a paragonare quelle operazioni agli impact loan successivamente
sperimentati dalla Banca mondiale.
(torna al testo)
8.
La singolarità di un ente, attore dominante della politica
pubblica ma estraneo ai controlli ed alle procedure della p.a., non sfugge
ad un liberale dichiarato. Si vedano le pagine 108 e 109 in Leoni, 1997. La
sua analisi, tuttavia, illumina il rischio di azzardo morale implicito nella
gestione ed individua, per differenza, i limiti cui era, e sarebbe stata,
progressivamente sempre più esposta una simile struttura organizzativa.
(torna al testo)
9.
Si veda Sareceno, 1990.
(torna al testo)
10.
Una diagnosi lucida ed anticipatrice della nuova agenda di politica
economica viene proposta da Francesco Compagna; si legga Compagna, 1963.
(torna al testo)
11.
Ancora una volta occorre citare Carli, 1993, per la ricchezza di dettagli
autobiografici come per la fredda lucida cronaca di anni che vedevano
l’allora governatore tra i protagonisti degli eventi descritti.
(torna al testo)
12.
Tra i pochi contributi che posero la questione della relazione tra finanza e
crescita, si veda Tamagna e Qualeatti, 1978. Sulla necessaria compatibilità
tra governo e mercati si veda Shotter, 1991 ma si leggano anche Leoni, 1990
e Stiglitz, 1994.
(torna al testo)
13.
Si vedano Savona, 1984 e Savona, 1989 nonché il tentativo microeconomico di
contestare la tesi di Savona in Prosperetti e Varetto, 1991.
(torna al testo)
14.
I dati sono esposti in Svimez, 1997.
(torna al testo)
15.
Si leggano, ad esempio, il testo di Un programma per il Mezzogiorno in
Svimez, 1988 come Saraceno, 1988 per verificare la distanza ormai esistente
tra le ipotesi avanzate dalla Svimez e la natura dei problemi da affrontare,
in Italia e nel Mezzogiorno.
(torna al testo)
16.
Si vedano il WDR del 1997, i contributi di Kunt Levine, 1986 e di
Levine, 1997 nonché quello di Stiglitz, 1994.
(torna al testo)
Su molte delle
questioni sollevate in tema di azioni pubbliche e sviluppo fornisce
singolari suggestioni la lettura di Rist, 1997.
Massimo
Lo Cicero |

Torna al
sommario

Archivio
1998
|