Osservatorio
sul Mezzogiorno
LA FEBBRE DELLE
FUSIONI BANCARIE
di Massimo Lo Cicero
Il sistema bancario
italiano attraversa un periodo difficile: cambiano le regole di
comportamento sui mercati finanziari; cambia il regime monetario e più
banale, centrato sulla specializzazione verso la banca di sconto e di
deposito e la rigida separazione per scadenza temporale della raccolta e
degli impieghi. In altre parole, un sistema fragile ma allineato sulla
frontiera delle tecnologie contemporanee venne sostituito da un sistema
stabile ma separato dal mercato europeo, per cultura ed atteggiamenti, ed
iniziò un lungo periodo di isolamento internazionale, nella fase precedente
il secondo conflitto mondiale ma anche nel cinquantennio successivo. Quando
l’economia italiana accettò il regime dell’integrazione commerciale con
il resto del mondo ma mantenne isolati ed autarchici, e dunque anche
asfittici, i propri mercati del credito e della finanza.
Il vero costo che
avrebbe inciso pesantemente sulla storia delle banche italiane, tuttavia, fu
rappresentato dalla drastica trasformazione della loro base proprietaria: le
grandi banche d’affari, Comit, Credit e Banco di Roma, confluirono nel
sistema pubblico attraverso l’Istituto per la ricostruzione industriale;
le banche di emissione del Regno borbonico, il Banco di Napoli e quello di
Sicilia si affiancarono all’Istituto di credito agrario, che evolveva
nella nuova configurazione del Banco di Sardegna; le due "banche
paracomunali e parastatali", come le chiamava Raffaele Mattioli, il
Monte dei Paschi di Siena ed il San Paolo di Torino, iniziavano la propria
espansione senza rinunciare alla dimensione pubblica dei propri statuti.
Completavano il quadro le molte casse di risparmio e le numerose banche
popolari, prevalentemente concentrate nelle comunità locali del
Centro-nord, di cui raccoglievano la tradizionale vocazione autonomista e
"sussidiaria", come si direbbe oggi nel linguaggio del trattato di
Maastricht, ed un assai ridotto numero di banche private, società per
azioni, che con gli anni saranno in parte riassorbite dalle casse e dalle
popolari, ben più dinamiche.
Dalla legge del 1936
fino alla legge Carli-Amato del 1990 questa è la "foresta
pietrificata" del sistema bancario italiano; il quadro normativo muta,
invece, precipitosamente negli ultimi dieci anni: con il Testo unico del
1993 e la "Bozza Draghi" nel 1997 che portano l’insieme delle
norme sulla frontiera europea sia per l’attività bancaria sia per la
disciplina delle operazioni finanziarie realizzate dalle società quotate
sui mercati ufficiali.
La rapidità della
trasformazione è strettamente collegata all’integrazione valutaria e
finanziaria, che prelude all’unificazione monetaria, e si consolida con
l’accettazione delle politiche fiscali orientate al ridimensionamento del
settore pubblico che accompagnano la nascita dell’euro.
La grande occasione
mancata per le banche italiane è stato il decennio degli anni Ottanta, che
è stato speso in improbabili discussioni sulla banca polifunzionale e la
banca universale ed in inutili reiterazioni di politiche
"condominiali", tra banche e pubblica amministrazione, nella
speranza di sostenere i processi di investimento privato nelle zone deboli
del Paese attraverso misure di programmazione concertata ed incentivi
creditizi e fiscali.
Nel periodo che
precedette la crisi di aggiustamento del 1992, al contrario, avrebbero
potuto essere introdotti, in forma meno traumatica, i cambiamenti imposti
poi dalla precipitosa unificazione dei mercati europei. Il fatto che questo
non sia avvenuto conferma la rigidità implicita del sistema allora
esistente e la portata degli avvenimenti che ne determinarono la fine, a
partire dalla caduta del muro di Berlino.
L’assetto bancario
generato dalla crisi degli anni Trenta si fondava su poche ma robuste
certezze e richiedeva, come condizione necessaria per il suo efficace
funzionamento, l’isolamento del mercato finanziario domestico dal mercato
internazionale ed un clima economico di stabilità dei prezzi interni.
Le banche, in questo
scenario, rappresentavano prevalentemente un canale di trasmissione della
politica monetaria ed un sostituto, per le imprese di piccole dimensioni,
dell’esistenza di mercati mobiliari strutturati. Per garantire il
trasferimento del risparmio interno ai progetti di investimento industriali
agivano gli "Enti Beneduce", istituti di credito a medio termine,
specializzati nell’emissione di obbligazioni e nella concessione di
prestiti a lunga scadenza. L’architettura del sistema subì un primo
scossone negli anni Sessanta: quando si manifestarono le prime avvisaglie di
focolai inflazionistici interni e la pubblica amministrazione maturò il
convincimento di poter canalizzare il risparmio verso gli investimenti
politicamente desiderabili con un sistema di agevolazioni, erogate cumulando
le stesse alla funzione di intermediazione svolta dagli istituti di credito
a medio termine.
Bisogna ricordare lo
spirito del tempo; erano gli anni della nazionalizzazione delle imprese
elettriche e della politica di programmazione deliberata dai comitati
interministeriali: anni di una politica economica pervasiva rispetto alla
normale esistenza della comunità degli affari ed orientata
all’allargamento del controllo del governo, e del Parlamento, sul processo
di investimento.
Nel periodo tra la
prima crisi seria congiunturale, il 1964, ed il primo deciso trauma esterno,
la crisi energetica del 1973, l’architettura iniziale dei mercati
creditizi richiese una correzione: nacque la doppia intermediazione. Le
banche raccoglievano risparmio e lo usavano per finanziare gli istituti di
credito a medio termine acquistandone le obbligazioni.
Il costo di quelle
obbligazioni veniva agevolato da contributi pubblici per ridurre, solo in
alcune forme di impiego ed in alcuni territori, il costo finanziario degli
investimenti. Con il procedere degli anni Settanta si inasprisce
l’inflazione e si allarga l’area della spesa controllata da governo e
Parlamento: alle banche vengono posti ulteriori vincoli amministrativi;
dall’agevolazione della provvista obbligazionaria si passa
all’agevolazione diretta, in conto interessi, dei mutui industriali ed ai
contributi agli investimenti, in conto capitale. Negli anni Ottanta si
consuma l’illusione di poter mantenere un regime di pianificazione
accentrata che governi la crescita economica nel Mezzogiorno con
fallimentari risultati: sul piano della crescita economica ma anche, con
conseguenze ancora in atto, su quello della diffusione di una moderna
cultura degli affari tra gli unici attori possibili della crescita, le
imprese e gli imprenditori.
Le banche, travolte
dall’euforia degli anni Ottanta, non affrontano la sfida della propria
radicale trasformazione e si trovano, di colpo, a scontare l’impatto
traumatico del mercato unico europeo ed i costi, organizzativi e sociali,
che il processo di adattamento comporta.
Il fallimento
dell’ipotesi di uno sviluppo orientato e controllato dalla pubblica
amministrazione nel Mezzogiorno, inoltre, produce un drammatico trauma sul
sistema bancario locale: il brusco mutamento congiunturale ed il venire meno
dei trasferimenti pubblici impongono un regime di stagnazione alle imprese.
Senza poter disporre
di nuovi ricavi esse diventano insolventi per i vecchi debiti contratti e la
loro insolvenza si traduce, ovviamente, in una generalizzata crisi delle
banche.
La crisi viene
arginata con prontezza dall’autorità monetaria e fronteggiata dalle
strutture aziendali delle banche che riescono a difenderne la liquidità
grazie al mantenimento di una costante corrente fiduciaria con la grande
platea dei depositanti: il risparmio che non viene assorbito dalla crescita
assicura alle banche meridionali la continuità aziendale. Il capitale di
quelle banche, tuttavia, risulta falcidiato dall’insolvenza generalizzata
delle imprese e viene ricostituito grazie ad apporti pubblici o
all’intervento di banche esterne all’area. Ne deriva una drastica
trasformazione della proprietà delle banche locali che prelude ad una
ridefinizione dei relativi profili organizzativi e potrebbe determinare una
frattura, culturale e di linguaggio, prima ancora che operativa, tra le
strutture imprenditoriali e la rete delle organizzazioni finanziarie
operanti nel Mezzogiorno.
Una trasformazione che
meriterebbe, da sola, l’attenzione delle autorità come degli attori
interessati alla crescita della parte più debole del Paese. Su questo
processo, tuttavia, si innesta un’ulteriore dinamica, che è l’effetto
della crisi più generale affrontata dal sistema bancario nazionale.
I sintomi di questa
crisi, lo abbiamo già detto, sono la diminuzione del numero delle banche e
l’aumento delle dimensioni unitarie delle stesse. Con questa rincorsa
delle grandi dimensioni le banche intendono conseguire la condizione
necessaria per poter partecipare al futuro quadro della competizione
europea. Esse crescono nei volumi amministrati per tentare, attraverso la
successiva espulsione di risorse umane, di allineare il prodotto ed i costi
unitari agli standard del più grande mercato unico europeo. Questa prima
trasformazione non sarà sufficiente a garantire loro di superare
l’impatto con quel mercato. Essa rappresenta solo la condizione minima per
tentare di superarlo. In questo percorso le banche inseguono due risultati:
la diminuzione dei costi per unità di prodotto e l’aumento dei prodotti,
che esse siano in grado di offrire al mercato, sulla base di una struttura
organizzativa esistente comunque. In pratica, le banche cercano di cogliere
sia un obiettivo di dimensione sia un obiettivo di scopo, o di
diversificazione. Le difficoltà per giudicare il successo o il fallimento
di una simile prospettiva strategica derivano da un solo problema:
l’identificazione del prodotto bancario.
Secondo uno schema da
manuale le banche vendono almeno tre generi di prodotti: esse forniscono
un'attività di intermediazione dai settori che dispongono di fondi liquidi
a quelli che necessitano di fondi liquidi. Nello schema più banale questa
attività trasforma le famiglie in creditori delle banche e le imprese nei
loro debitori. Il rischio dei progetti finanziati insiste, tuttavia, in
prima battuta solo sul patrimonio delle banche e, per questo motivo, la loro
attività non è esprimibile solo in termini di intermediazione ma deve
anche essere considerata alla stregua di una funzione di ammortizzazione dei
costi sociali per i fallimenti imprenditoriali.
Un secondo genere di
prodotti deriva alle banche dalla natura dei propri debiti. Esse sono
considerate liquide per eccellenza e, dunque, un credito verso la banca può
fungere da moneta nel circuito delle transazioni: senza contare che il
numero assai esteso dei corrispondenti e l’esistenza di una rete di
pagamenti tra le banche stesse offrono lo strumento naturale di una vasta
compensazione di crediti e debiti. La rete delle banche, insomma, è una
sorta di esternalità positiva, un bene pubblico, che amplifica i vantaggi e
le opportunità di un diffuso ed efficace sistema per realizzare i
trasferimenti di fondi. Dall’assegno bancario alla carta di credito sono
veramente molti i prodotti cui ha dato vita una simile circostanza.
Le banche, infine,
proprio grazie alla ricognizione dei processi di investimento ed alla
gestione dei sistemi di pagamento, acquisiscono una mole rilevantissima di
informazioni sul funzionamento dei mercati: reali e finanziari. Esse sono,
di conseguenza, i migliori consulenti per la gestione dei patrimoni
personali. A ben vedere questa funzione rappresenta quasi un’evoluzione di
quella che abbiamo definito di ammortizzatore del rischio sociale: alle
origini la banca risponde con il suo patrimonio dei rischi che nascono
dall’incrocio tra depositi ed impieghi. Nei moderni mercati finanziari la
banca accompagna le imprese ai mercati, quando consiglia l’emissione di
obbligazioni ed azioni, ed accompagna le famiglie all’investimento del
proprio patrimonio, quando suggerisce l’acquisto di azioni ed
obbligazioni. Requisiti di deontologia e reputazione si affiancano ai
requisiti patrimoniali in questa delicata funzione e rappresentano il vero
capitale, intangibile, che la banca ha accumulato nei secoli. Una risorsa
che altri, i quali vogliano sfidare le banche più affermate, impiegheranno
molto tempo per assicurarsi, non sempre riuscendo nell’impresa.
Per tutti questi
motivi, nella comunità degli affari si ritiene improbabile l’esistenza di
un paesaggio finanziario del quale non siano le banche il tratto dominante.
Ma, come dovrebbe essere chiaro, le opportunità dell’attività bancaria
si espandono in chiave più che proporzionale alle dimensioni dei mercati
sui quali la banca opera. Per questi motivi è difficile applicare alla
banca gli schemi classici dell’economia industriale, che definiscono le
economie di scala e quelle di scopo come l’effetto di una caduta dei costi
unitari al moltiplicarsi del numero dei prodotti realizzati in serie ed alla
moltiplicazione dei prodotti realizzati con il medesimo complesso
organizzativo, cioè con costi fissi d'impianto stabili.
Le banche italiane,
per ora, vogliono adeguare le dimensioni della massa intermediata a quelle
dei propri concorrenti europei: essendo condizionate dalle ridotte
dimensioni attuali che scontano la circostanza di aver esse agito sempre e
solo sul mercato domestico, in un regime che privilegiava la stabilità del
sistema rispetto alle capacità competitive di ciascuna banca.
Nel mercato dei beni
tradizionali questa contrapposizione tra l’industria, cioè l’insieme
dei produttori, e la capacità di espandersi per ognuno di loro, le singole
imprese, assume una singolare configurazione.
L’industria coincide
con le dimensioni del mercato e, per essere efficiente, tende ad imporre un
regime di competizione tra le singole imprese che operano al suo interno.
L’impresa, invece, tende a ritagliarsi nel mercato una posizione di
vantaggio, ad intercettare una rendita differenziale che sostenga la sua
capacità di anticipare i bisogni dei consumatori e di difendere il
perimetro della propria quota di mercato.
Le dimensioni del
mercato, tuttavia, "fanno" nel lungo periodo la dimensione media e
la numerosità delle imprese presenti in un’industria, se i mercati dei
prodotti operano in regime di competizione e se è sempre possibile ad un
nuovo imprenditore entrare negli spazi lasciati liberi da coloro che
falliscono. Ci vuole competizione sui prodotti e libertà, di ingresso e di
uscita, dai mercati per rendere efficiente la produzione nell’interesse
dei consumatori. Ma questo non accade sempre ed accade difficilmente nel
mercato del credito.
La competizione sui
prodotti è resa ambigua dalla distribuzione asimmetrica delle informazioni
tra le banche e tra le banche ed i loro clienti; la banca, inoltre, acquista
e cede promesse e, dunque, sconta nella propria attività la reputazione
altrui, la capacità dei propri clienti di onorare i contratti, oltre che la
propria. Infine, nell’attività dell’industria bancaria,
nell’esistenza della rete di relazioni tra le imprese, si intravede
l’esistenza di un bene pubblico, la disponibilità del quale deve essere
tutelata nell’interesse dei consumatori e degli attori economici e non
solo nell’interesse delle banche.
Ma come tutelare la
rete senza difendere l’esistenza delle singole maglie? Diventa difficile,
in altre parole, favorire l’entrata e l’uscita delle singole banche dal
sistema. Si rende necessario un "prestatore di ultima istanza" che
lasci in vita le banche illiquide ma non insolventi nel lungo periodo.
Insomma, per dirla in breve, il fallimento come via per uscire dai mercati
non è diffuso tra le banche e, di conseguenza, la forma più diffusa per
entrare è inglobare e non sostituire le banche deboli, cioè quelle
inefficienti.
Siamo consapevoli
della rozzezza di questa spiegazione ma essa dovrebbe suggerire, ad un
lettore che non venga dall’interno del sistema bancario, le ragioni della
febbre di fusioni ed acquisizioni in atto da quando al piccolo mercato
domestico italiano si è sostituito il grande mercato europeo. Se si
condivide questa analisi, tuttavia, si deve riconoscere come la febbre in
corso sia solo la prima fase del processo di aggiustamento. Esso potrà
dirsi compiuto solo quando le banche italiane residuali avranno trovato un
loro equilibrio competitivo, come giocatori regionali, sul mercato europeo.
Un mercato domestico che si colloca, a sua volta, nel mercato
internazionale, dove giocano con la nascita dell’euro; cambia la scena
macroeconomica, nella direzione che le banche amano meno, perché diminuisce
l’inflazione ma non riprende la crescita a tassi sostenuti.
Questo triplice ordine
di difficoltà si traduce in una generalizzata rincorsa delle grandi
dimensioni ed in una prospettiva di espulsione di una larga quota del
capitale umano impegnato altrettanto generalizzata.
Nell’area
tradizionalmente debole del Paese, il Mezzogiorno, nel corso di una grave
crisi economica, indotta dal traumatico aggiustamento culminato nella
svalutazione del 1992, si è manifestata una vera e propria crisi bancaria,
che è stata arginata solo al prezzo di mutare radicalmente la proprietà di
tutte le banche meridionali.
Nel giro di pochi
anni, dunque, il panorama dei mercati finanziari risulterà drasticamente
trasformato: cambiano il numero e le dimensioni unitarie delle banche
italiane; cambia la proprietà delle stesse, trasferendosi progressivamente
dal settore pubblico al settore privato; cambia la distribuzione
territoriale del sistema bancario accentuando la natura dipendente della
parte più debole dell’economia nazionale, il Mezzogiorno.
Le origini di questo
processo di trasformazione ed i possibili approdi dello stesso possono
essere indagati ripartendo dalle tre ragioni individuate in premessa: la
trasformazione delle regole, la nascita della moneta unica, la fine di un
lungo ciclo di alta inflazione.
Le regole che hanno
condizionato la formazione del sistema, e la sua attuale configurazione,
sono state scritte negli anni Trenta, quelli della "grande crisi",
in parallelo con il tentativo di dare vita ad organizzazioni che agissero
come le banche senza esserlo: gli "Enti Beneduce", dal nome del
fondatore, che avrebbero dovuto garantire la continuità del flusso di
risparmio verso gli investimenti necessari alla crescita del Paese,
nell’industria come nelle infrastrutture. Anche in quella occasione, alla
radice della crisi bancaria italiana si potevano individuare problemi
domestici ed internazionali: come il contraccolpo dell’onda lunga di
instabilità, che percorreva il sistema economico occidentale partendo dalle
coste degli Stati Uniti, e la fragilità originaria delle banche italiane.
L’Italia era stato
uno degli ultimi Paesi arrivati sulla scena del decollo industriale in
Europa, e la rincorsa degli altri Paesi comportava, di per sé, un maggior
grado di rischio ed una sfida più difficile verso l’incertezza del
futuro. Questi fattori di svantaggio erano, nel medesimo tempo, opportunità
per le banche europee che si spostavano verso il mercato italiano dando vita
a joint ventures e ad operazioni di project financing nel settore dei
trasporti o nella creazione e nella distribuzione di nuove fonti di energia.
Questo carattere
aperto alla cultura continentale della banca d’affari, come la relazione
con gli ambienti della comunità tedesca e di quella francese, segnerà la
fisionomia originaria del nostro sistema bancario e renderà amaro il
trapasso, con la nuova legge emanata nel 1936, ad un regime di attori
globali: quelli in grado di essere, contemporaneamente, presenti su tutti i
mercati regionali.
Gli effetti principali
dell’impatto con l’euro ed il mercato unico europeo sono questi ultimi;
le modifiche durature cui assisteremo sono anticipate dal processo di
concentrazione degli intermediari su due piazze nazionali, Roma e Milano,
con la seconda che assumerà la rappresentanza piena degli interessi
riconducibili alla comunità finanziaria.
Le grandi banche
meridionali, per ora, sono state indirizzate verso la fusione con altre
banche pubbliche. Le piccole sono state cedute alle banche, private o
pubbliche, che intendevano espandersi e disponevano di adeguati mezzi
patrimoniali.
Con il Duemila si
chiuderà questa prima fase, che genera i propri effetti solo sulle banche,
e avremo un nuovo e più elevato grado di concentrazione del sistema
italiano ed una sua diversa presenza nel mercato europeo.
Più complessa ed
incerta negli esiti appare, invece, la seconda fase, quella aperta dalla
nascita delle Fondazioni bancarie: le creature ambigue, nate dalle proprie
"figlie", le banche pubbliche, grazie alla legge Carli-Amato, che
ora dovrebbero abbandonarne il controllo per dedicarsi esclusivamente alla
produzione di beni pubblici per le comunità locali.
Un passaggio difficile
da avviare e, forse, ancora più difficile da governare negli sviluppi
possibili. perché mette in discussione, insieme, il controllo indiretto del
governo sulle banche e quello, diretto, sulla politica dell’educazione,
dei beni culturali o della sanità. Ma di questo parleremo in un prossimo
articolo.
Massimo
Lo Cicero |

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