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liberali
LA RIVOLUZIONE DIGITALE
HA I SUOI GURU
di Andrea Mancia
Wired,
mensile di tecnologia, idee, persone e imprese
Wired Ventures Inc., S. Francisco - lire 11.000.
Amsterdam, marzo 1991.
Louis Rossetto e la sua compagna, Jane Metcalfe, stanno per lasciare
l’Europa - dove hanno vissuto gran parte dell’ultimo decennio - per
tornare negli Stati Uniti, dove sono nati. Hanno un’idea in testa, ma
l’unico posto al mondo in cui possono realizzarla, almeno in teoria, è al
di là dell’Atlantico. Perché l’epicentro del Terremoto Digitale è
proprio lì, nella Silicon Valley. Rossetto ha 32 anni, una laurea in
Scienze politiche e una specializzazione in marketing alla Columbia
University. Libertarian "duro e puro", dopo gli studi scrive un
romanzo, Takeover, in cui un presidente di nome Richard Nixon evita
l’impeachment inventandosi di sana pianta una crisi internazionale. Il
libro esce una settimana prima delle dimissioni di Nixon, ed è un discreto
successo. Poi la partenza per il Vecchio Continente, dove Rossetto fa di
tutto, cioè quasi niente, prima di volare in Afghanistan per girare un
documentario sull’invasione sovietica che sarà trasmesso dalla Nbc.
Da aspirante
giornalista Louis scopre l’informatica e diventa il "cervello"
di Electric World, una rivista olandese che si occupa di argomenti, in
quegli anni, al confine tra hi-tech e fantascienza. E che più tardi sarà
definita "la rivista di computer meno noiosa della storia". Nella
rumorosa redazione Rossetto conosce Jane Metcalfe, anche lei americana e
anche lei laureata in Scienze politiche. Dalla loro unione, non solo
professionale, nasce l’idea di Wired. "Decidemmo - racconta Rossetto
- di fare un giornale che non si occupasse soltanto di tecnologia, ma anche
di idee, persone e imprese". Louis e Jane scelgono San Francisco per
far germogliare il loro sogno. Ma non hanno vita facile. Perfino negli Stati
Uniti, dove la Rivoluzione Digitale sta iniziando a scuotere le fondamenta
del sistema economico, un progetto come Wired sembra un’utopia. "Il
World Wide Web - spiegherà Rossetto nel ’96, in una conferenza
organizzata dal Cato Institute - ancora non esisteva. E si iniziava soltanto
allora a parlare dei cd-rom. Abbiamo passato un anno intero a vederci
sbattere porte in faccia".
All’improvviso, però,
una porta si apre: dietro c’è il sorriso di Nicholas Negroponte, il più
incensato tra i "guru digitali" della cultura Usa, pronto a
firmare un assegno da 75mila dollari ed a garantire un articolo al mese.
E’ la svolta. Il primo numero di Wired esce in edicola nel gennaio 1993.
Con una scansione degli argomenti che sopravviverà senza cedimenti per
cinque lunghissimi anni. "Fu un prototipo di quello che Wired sarebbe
diventato in futuro - dice il capo-redattore esecutivo John Battelle - un
articolo di economia, uno sull’entertainment, uno di politica e uno sulle
grandi idee". In più, Rossetto e la Metcalfe portano dall’Europa un
gusto grafico sconosciuto, all’epoca, nell’editoria a stelle e strisce.
E danno vita ad un prodotto attraente, ben scritto, con un taglio politico
spiccatamente libertarian.
"Wired - scrive
Rossetto nell’editoriale del primo numero - vi porterà dove
nessun’altra rivista hi-tech vi ha mai portato prima. Ogni mese
esploreremo il pianeta in cerca di segni di vita, […] dalle guerre
virtuali al rock elettronico, dalla libertà di parola all’architettura
del futuro, dagli effetti speciali di Hollywood alla pubblicità
interattiva. Wired vi collegherà con ogni aspetto della Rivoluzione
Digitale". E Wired ha mantenuto le sue promesse, facendo man bassa di
premi e raggiungendo le 400mila copie di tiratura (soltanto gli abbonati
sono quasi 100mila).
Nel numero speciale
per il quinto anniversario della sua nascita, hanno scritto - oltre a
Negroponte e lo stesso Rossetto - autori del calibro di George Gilder, Bruce
Sterling, Danny Hillis, John Perry Barlow, Jason Lanier e Virginia Postrel.
Il Gotha della cyber-élite mondiale, insomma, a disposizione di un pubblico
di massa che ha spinto aziende come Apple, Ibm e Intel, ma anche Virgin,
Nike, Volkswagen e Calvin Klein, a spendere cifre esorbitanti per vedere la
propria pubblicità comparire sulla rivista che un commentatore italiano,
con una buona dose di spocchia sinistrorsa, ha definito la "Pravda
psichedelica della nomenklatura telematica". Il successo di Wired, poi,
ha permesso a Rossetto di costruire un vero e proprio impero multimediale su
Internet, che spazia da HotBot (www.hotbot.com),
il migliore motore di ricerca del Web, a HotWired (www.hotwired.com),
la controparte digitale della rivista che offre, 24 ore su 24, un
imperdibile notiziario in tempo reale. Poco più di un mese fa, infine,
Rossetto ha deciso di vendere la versione cartacea della rivista - per una
cifra vicina agli 80 milioni di dollari - all’Advance Magazine Publishers
Inc., che edita Vogue, Vanity Fair e The New Yorker, e il cui presidente
S.I. Newhouse ha detto: "Abbiamo a lungo ammirato Wired per il suo
approccio innovativo e la sua forte voce editoriale. Non vediamo l’ora di
lavorare con il management attuale per far crescere ancora di più la
rivista". Nessuna svendita, dunque, ma solo la presa d’atto che più
il giornale cresceva, meno era possibile una gestione "familiare".
"Non ci metteremo a pubblicare oroscopi", assicura Andrew de
Vries, portavoce della Wired Ventures Inc.
La prova migliore che
anche questa promessa sarà mantenuta è rappresentata dal fatto che negli
ultimi mesi, malgrado un restyling grafico e formale piuttosto consistente,
Wired non ha perso un colpo. Regalando anzi ai suoi lettori, con la
collaborazione dell’Andersen Consulting, l’Encyclopedia of The New
Economy in tre puntate (www.hotwired.com/special/ene)
che sarebbe criminale lasciarsi sfuggire. "La tecnologia - ripete
Rossetto - è il rock’n’roll degli anni Novanta". Cosa aspettate,
allora? È arrivato il momento di alzare il volume.
Andrea
Mancia |

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