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liberali
L'OCCIDENTE HA UN FUTURO. PAROLA DI HUNTINGTON
di Fabio Fossati
Il libro di Samuel P.
Huntington, Lo scontro delle civiltà (Garzanti, 1997) - così come
l’articolo apparso su Foreign Affairs nel ’93, che ne anticipava le tesi
-, è sicuramente il saggio che negli ultimi tempi ha suscitato il più
vasto dibattito in materia di world politics. Esso rappresenta nella fase
post-Ottantanove ciò che Theory of International Politics di Waltz aveva
significato nel periodo della guerra fredda: cioè il contributo scientifico
che delinea il paradigma dominante nella politologia internazionalista. La
perentorietà di molte proposizioni avanzate da Huntington ha innescato
reazioni polari nei lettori (accademici o meno): o la totale avversione o
l’assoluta ammirazione. Devo confessare che mi colloco senza dubbio nella
seconda categoria.
La tesi fondamentale
del saggio del ’93 era la seguente: i conflitti nella fase post-1989
sarebbero stati approfonditi prevalentemente da attori appartenenti a
diverse civilizzazioni. Nel volume del ’96 viene fornita una teoria della
cooperazione che coinvolgerebbe proprio gli Stati appartenenti ad una stessa
civilizzazione e si prospettano anche i lineamenti di un ordine mondiale in
fieri basato sul rispetto delle reciproche sfere di influenza delle diverse
civilizzazioni. L’enunciazione di questa nuova versione di una balance of
power multipolare è accompagnata da una quarta tesi piuttosto innovativa:
le civilizzazioni, e non più gli Stati, rappresentano l’attore principale
della politica mondiale dopo la guerra fredda. Va però aggiunto che
Huntington non annulla il ruolo degli Stati; anzi, nel ponderare il potere
di una civilizzazione, egli assegna un ruolo centrale all’esistenza di una
potenza guida. Il paradigma basato sulle civilizzazioni non spiega tutti i
fenomeni politici, ma secondo Huntington ci aiuta ad interpretare i più
importanti.
Come detto, già
l’articolo del ’93 aveva provocato forti reazioni negative, soprattutto
da parte di coloro che mi accingo a definire come studiosi politically
correct. Tale movimento di pensiero è di moda soprattutto negli Usa, ma ha
influenzato anche molti intellettuali post-marxisti europei, alla ricerca di
sicurezze dopo il crollo del muro di Berlino. La posizione di partenza è la
seguente: individuare dei gruppi di individui "svantaggiati" e
mirare, attraverso il linguaggio e la ricerca, ad annullare le differenze.
Sono ben note tutte le espressioni politicamente corrette che tendono ad
annullare i riferimenti maschili oppure a trasformare sostantivi
dispregiativi in curiosi giochi di parole: un vagabondo, ad esempio, diventa
un residentially challenged. Figuriamoci se un famoso politologo, americano
per giunta, può permettersi non solo di trattare problemi culturali,
ritenendoli il fattore centrale della politica mondiale, ma soprattutto di
individuare delle differenze tra le diverse culture. Il passaggio più
criticato dell’articolo del ’93 era infatti quello che imputava alla
civilizzazione islamica il maggior numero di coinvolgimenti nei conflitti
armati. Questa proposizione è inaccettabile per uno studioso politically
correct che ha fra i suoi obiettivi esistenziali più profondi quello di
"comprendere" e giustificare storicamente - magari imputandone la
responsabilità all’Occidente - tutti i fondamentalismi dell’Islam.
Utilizzare variabili
culturali di tipo sociologico ha sempre rappresentato una trappola per gli
studiosi, specialmente se politologi. Esistono molte evidenze empiriche che
segnalano determinate somiglianze e differenze proprio partendo dai fattori
culturali. Ma si tratta di variabili difficilmente maneggiabili; risulta poi
quasi impossibile operare un controllo empirico, attraverso le prove
"ripetute e difficili" identificate da Waltz. Di fronte ai fattori
culturali lo studioso si trova di fronte a un dilemma manicheo: prendere o
lasciare. L’aspetto positivo delle variabili culturali, a mio avviso, è
la loro ecletticità. Mi spiego meglio: l’individuazione di teorie
culturaliste spesso non è incompatibile con la selezione di altre variabili
intermedie, di tipo politico od economico, che sono senz’altro rilevanti
nel determinare gli outcomes finali di tipo comportamentale. Si tratta,
forse, dell’ultimo tentativo di individuare teorie generali nelle scienze
sociali. E proprio perché tali strumenti sono flessibili, per
l’osservatore è possibile stabilire quando la cultura smette di produrre
effetti. È proprio quest’area di confine fra storia e cultura che
rappresenta, a mio avviso, il più interessante terreno di incontro fra
storici e politologi.
Il principale difetto
di Huntington, e non è una novità, è lo scarso rigore metodologico, che
si manifesta innanzitutto in una limitata attenzione alle definizioni. Ma
emergerà in modo altrettanto chiaro che, anche attraverso definizioni
imperfette, Huntington riuscirà sempre, almeno a mio avviso, a mantenere
uno stretto contatto con la realtà empirica. Innanzitutto, Huntington
precisa come il concetto da lui utilizzato non abbia niente a che fare con
quello di civilizzazione al singolare, usato spesso in opposizione al
concetto di barbarie. In italiano, la distinzione fra civiltà come
attributo e civilizzazione come sostantivo è più immediata. Secondo
Huntington, la civilizzazione è quel gruppo di popoli con il più alto
livello di identità. A mio avviso, questa è una definizione limitativa; ci
sarebbero solo due categorie (quella occidentale e quella orientale) che
indicano piuttosto delle "famiglie" di civilizzazioni. Huntington,
in realtà, rifiuta la distinzione fra Est e Ovest, sostenendo la tesi (poco
convincente) che si tratta di concetti relativi.
Il problema principale
è però un altro. Nel corso del volume, il lettore si rende conto che il
criterio identificato da Huntington non è quello esposto nel secondo
capitolo. Egli combina da un lato variabili culturali, identificabili in non
ben precisati valori, dall’altro variabili politiche. Una civilizzazione
è cioè quella che si configura in un determinato periodo storico - può
quindi modificarsi e anche morire - sulla base di dinamiche politiche, sul
modello della balance of power, a livello internazionale. Ecco che emerge il
vero cleavage riguardo alla definizione di civilizzazione, che è poi lo
stesso che si è presentato a proposito del concetto di nazione. Huntington
opta per una definizione soggettiva di civilizzazione, che quindi per la sua
stessa natura prescinde da criteri comuni. Essa dunque esisterà nella
misura in cui vi è un gruppo di popoli con un’identità comune; e
l’indicatore principale di tale identità - che può essere alta,
intermedia o bassa - è dato appunto dal coordinamento che si sviluppa
nell’arena politica mondiale fra più attori della stessa civilizzazione.
La definizione
oggettiva che ritengo più sofisticata e al tempo stesso più interessante
è quella di Galtung, che fa riferimento al fatto che un gruppo di popoli
abbia le stesse cosmologie, riferite a sei ambiti: i fondamenti della
conoscenza, la concezione del tempo, dello spazio, le relazioni
persona-persona, persona-natura, persona-dio. Non è casuale il fatto che
Galtung sia, al contrario di Huntington, uno studioso post-marxista,
tendente dunque a privilegiare il punto di vista dell’osservatore -
ricordo il suo concetto di violenza strutturale -. Aggiungo che non è, di
nuovo, casuale la concezione anti-liberale che molti neo e post-marxisti
hanno del concetto di nazione, che va, secondo loro, sempre e comunque
ricondotto a categorie oggettive: la razza o l’etnia, la lingua, la
religione...
Huntington passa poi
ad elencare quelle che sono a suo avviso le civilizzazioni del periodo
post-guerra fredda. Il carattere soggettivo di tale classificazione fa sì
che in alcuni casi la civilizzazione sia identificabile con una nazione
(Cina e Giappone), in molti altri con una religione (islamica, induista,
cristiano-occidentale...), ma la distinzione resterebbe anche con il
criterio delle cosmologie. Su queste cinque civilizzazioni non vi sono
dubbi; si può semmai discutere sull’appartenenza di alcune nazioni
all’uno o l’altro gruppo; Huntington fa rientrare Corea e Vietnam
nell’area sinic, dato che si tratta di nazioni influenzate dal
confucianesimo, i cui valori sono stati assimilati anche dal Giappone.
L’individuazione delle civilizzazioni ortodossa, africana e
latino-americana solleva dei dubbi. Nel corso del volume, Huntington
preciserà, da un lato, che si tratta di gruppi vicini all’Occidente;
dall’altro (almeno negli ultimi due casi), che la loro identità comune è
debole. Il criterio legittimante la loro specificità è, di nuovo, quello
soggettivo, oltre ad alcuni elementi oggettivi: la scissione in cristianità
orientale e occidentale nel primo caso; l’incorporazione degli immigrati
europei con gli indigeni in Sud America, al contrario di quanto avvenuto
nelle colonie anglosassoni; l’elemento tribale che impedisce
l’assimilazione alla cristianità o all’Islam in Africa.
Risulta meno
convincente, invece, l’esclusione del buddismo. È senz’altro vero che
questo non si è affermato come civilizzazione dominante nelle regioni in
cui è stato esportato (Cina, Corea, Vietnam...), ma vi sono nazioni che non
possono essere assimilate ad altre civilizzazioni. Il motivo principale per
tale esclusione sembra, in realtà, la sua dispersione geografica, più che
la bassa identità, condivisa fra l’altro anche dagli africani. Aggiungo
che il fattore forse più rilevante per la scarsa considerazione del
buddismo sta proprio nel fatto che il suo core state (il Tibet) è dominato
dalla Cina e non gode del diritto all’autodeterminazione.
Infine, la
civilizzazione ebraica viene assimilata a quella occidentale. Anche tale
scelta è discutibile. Huntington porta come esempio l’assimilazione
culturale di molti ebrei - forse in America la percezione è diversa
rispetto all’Europa - ma al lettore resta la convinzione che
l’esclusione sia basata soprattutto sul numero limitato di cittadini
israeliani rispetto alle altre civilizzazioni. In sintesi, alla fine rimane
l’impressione che Huntington s’interessi alle civilizzazioni che abbiano
un certo equilibrio nelle risorse hard (territorio, popolazione). In ogni
caso, dubito che esistano due studiosi che abbiano indicato lo stesso
numero, con egual contenuto, di civilizzazioni. Un’ultima annotazione
riguarda l’insoddisfazione del lettore derivante dalla mancata
"etichettatura" delle sotto-categorie delle civilizzazioni - ad
esempio, i musulmani comprendono: arabi, turco-persiani, malesi - da parte
di Huntington che, nelle diverse sezioni del volume, oscilla fra criteri
culturali e geografici.
Una caratteristica del
volume è la scarsa considerazione per i fattori economici, rispetto a
quelli culturali, politici e militari, riferiti cioè alla sfera
conflittuale. Ma ritenere che Huntington sottostimi l’economia sarebbe un
giudizio superficiale. Tra i valori che differenziano le varie
civilizzazioni, egli mette l’accento su fattori psicologici, sociologici e
politici, ad esempio, il cleavage democrazia-autoritarismo. Ma non viene mai
enunciata l’incompatibilità di alcune civilizzazioni con il mercato, la
cui affermazione, al contrario della democrazia, viene ricompresa piuttosto
nel concetto più vasto di modernizzazione. La tesi dell’autore è che
tutte le civilizzazioni mirano a modernizzarsi e molte (quelle a più alta
identità) intendono farlo tenendo fede ai propri valori. Per l’ennesima
volta, Huntington smentisce le teorie dello sviluppo politico basate sulla
progressiva affermazione della democrazia. Huntington in questa sezione è
in sintonia con gli studiosi di political economy che hanno enfatizzato le
diversità nelle combinazioni di Stato e (una maggioranza di) mercato, a
dispetto dei sostenitori della cosiddetta globalizzazione. E questo mancato
attacco al mercato e al "neo" liberalismo è un altro motivo che
spingerà molti neo-marxisti ad attaccare il volume in questione.
In sintesi, Huntington
distingue fra modernizzazione e occidentalizzazione, arrivando alla
conclusione che non si tratta dello stesso fenomeno. Le pagine in cui
l’autore sostiene la tesi che bere la Coca Cola o vedere un film americano
non comporta, per ciò stesso, un mutamento di valori nel fruitore che si
identifica in altre civilizzazioni non occidentali, rappresenterà un pugno
nello stomaco per tutti quei "credenti" che hanno come obiettivo
la demonizzazione dell’Occidente. Allo stesso tempo, risulterà una
sorpresa pensare che la diffusione dell’inglese su scala mondiale
rappresenta lo strumento più efficace per conservare le lingue e i dialetti
locali. In sintesi, Huntington ritiene che i valori e gli stili di vita
occidentali, seppur diffusi su scala planetaria, siano condivisi da un’élite
che rappresenta solo l’1% della popolazione mondiale. Huntington nega,
quindi, che esista una civilizzazione (occidentale) universale e si concede
anche lo sfizio "politicamente scorretto" di ironizzare sui
sostenitori di tali tesi, citando alcuni studiosi non occidentali che vivono
negli States, e che così risolvono un problema di identità personale.
Comunque, egli ammette che vi sia un tentativo di esportare i valori
occidentali, per costituire una civilizzazione universale, ma mette in
guardia i sostenitori di tale progetto: il suddetto sforzo potrebbe portare
ad una guerra mondiale.
Huntington ritiene che
una maggiore omogeneità esistesse nelle diverse società tradizionali, che
erano culturalmente meno comunicanti fra di loro. Le società moderne di
culture diverse si differenziano, quindi, in misura maggiore. Ma la
proposizione più provocatoria per i sostenitori della globalizzazione sarà
forse quella che imputa al fenomeno in questione la pressione che porta ad
approfondire le differenze culturali. I maggiori flussi di comunicazione non
sono la premessa per una omologazione su scala mondiale, ma per ulteriori
differenziazioni e contrapposizioni. Non a caso Huntington fornisce anche
una teoria dei movimenti fondamentalisti anti-occidentali, la cui rinascita
dipenderebbe proprio dalla crisi d’identità collegata alla
modernizzazione e alla percepita minaccia di occidentalizzazione.
Un’ulteriore (ma apparente) schizofrenia è la seguente: quanto più le
società non occidentali adottano istituzioni democratiche, tanto più
troveranno spazio movimenti anti-occidentali.
La mancata
formalizzazione delle cosmologie delle diverse civilizzazioni, a mio avviso,
conduce Huntington non solo ad incappare in alcune imprecisioni, ma anche a
non comprendere lo sviluppo dinamico delle stesse. Il suo diniego della
diversità fra Oriente e Occidente lo porta a sottostimare la differenza
chiave fra le due famiglie di civilizzazioni: la cosmologia della
conoscenza. Quelle occidentali, ci insegna Galtung, sono basate sui princìpi
aristotelici di non contraddizione e del terzo escluso; quelle orientali sul
principio taoistico dello yin-yang. La prima cosmologia favorisce le
contrapposizioni manichee; la seconda, invece, incoraggia la continua
mediazione fra gli opposti. Non a caso, un Paese islamico (occidentale) come
la Turchia aveva optato per il cosiddetto kemalismo, facendo dunque
coincidere la modernizzazione con l’occidentalizzazione; Cina e Giappone
hanno saputo selezionare, modernizzandosi attraverso l’assimilazione della
tecnologia occidentale, ma conservando i propri valori.
Ecco le altre tesi del
volume, collegate a quelle esposte:
- il declino
dell’Occidente. Nel quarto capitolo, egli fornisce dei dati (su
territorio, popolazione, risorse economiche e militari), a supporto della
sua tesi, che sono abbastanza convincenti: sarebbero stati raggiunti più o
meno gli stessi risultati se si fossero sommate a quelle occidentali le
statistiche sulle civilizzazioni ortodossa, africana e latino-americana.
Huntington, comunque, continua a sostenere che la civilizzazione cristiana
(cattolico-protestante), il cui leader è rappresentato dagli Usa,
rappresenta sempre quella più potente.
- L’ascesa delle
civilizzazioni cinese e islamica. Le spinte anti-occidentali provengono,
secondo Huntington, dalla seconda generazione successiva all’indipendenza
(leggi: decolonizzazione) che, al contrario della prima emigrata in
Occidente, ha studiato nei propri Paesi. Questa tendenza è forte
soprattutto nei Paesi musulmani, dove si assisterebbe a una vera e propria
rinascita islamica. Huntington non enfatizza troppo il cleavage fra
musulmani moderati e radicali; il fondamentalismo rappresenterebbe solo
"l’onda di superficie di una marea molto più vasta". Tale
mobilitazione minaccia tutti i regimi della regione; non a caso anche i capi
dello Stato più secolarizzati stanno tentando di non essere travolti
introducendo norme e prassi di tipo religioso. Come detto, l’Islam stenta
ad affermarsi soprattutto a causa dell’assenza di uno Stato-guida, ma
l’arma principale dei Paesi islamici è rappresentata dalla pressione
demografica. Ben diversa è invece la situazione dei Paesi dell’orbita
cinese: la loro ascesa, oltre che demografica, è stata soprattutto
economica. Sorprende, ma allo stesso tempo convince, la diversità di
percezione delle potenzialità cinesi e giapponesi. Entrambe sono
civilizzazioni estremamente self-confident e assertive, ma secondo
Huntington solo la prima può arrivare a scontrarsi con l’Occidente. I
motivi sembrano sostanzialmente riferiti alla sfera militare: la sconfitta
nella seconda guerra mondiale avrebbe posto il Giappone in una condizione
psicologica di sudditanza nei confronti degli Usa; la Cina, invece, starebbe
accoppiando al progetto di ricostituire la grande nazione (con Hong Kong,
Macao e in futuro Taiwan) anche una malcelata aggressività militare. La
sfera della Cina può in futuro comprendere non solo Corea e Vietnam - che
sono parte integrante dell’area sinic - ma anche i Paesi buddisti,
islamici e cristiani dell’Asean. Questi Stati fuoriescono dalla sfera
d’influenza del Giappone, che appunto non si autopercepisce come Paese
asiatico. Huntington ricorda, infine, altri episodi di revival culturale in
India, Africa, America latina e nei Paesi ortodossi, ma tali esempi sembrano
rivestire, secondo lo stesso autore, una minore importanza.
- L’affermazione del
relativismo culturale. Di fronte a tali episodi di rinascita culturale,
Huntington intravede, come detto, grandi potenzialità di conflitto, anche
armato. Vi è dunque l’assoluta necessità, onde evitare lo scontro, che
gli Stati Uniti e i Paesi europei smettano di promuovere valori occidentali
(come il rispetto dei diritti umani) in contesti culturali diversi. Nel
settimo capitolo, Huntington afferma perentoriamente: the world will be
ordered on the basis of civilizations or not at all! Ogni civilizzazione
deve avere un suo core state e deve, inoltre, rispettare le sfere di
influenza degli altri leaders. Quindi, se esistono nazioni di altre
civilizzazioni che rientrano in tali sfere, il loro diritto
all’autodeterminazione sarà soppresso. Tale proposizione si evince dalla
trattazione di casi come quello della Cecenia, nazione islamica
all’interno del territorio (russo) della civilizzazione ortodossa.
Huntington non si vergogna, poi, di sostenere che l’Occidente sta
applicando la prassi dei due pesi e delle due misure in diversi settori
della politica mondiale: la promozione della democrazia, a patto che non
riguardi Paesi con movimenti fondamentalisti islamici; l’opposizione alla
proliferazione nucleare, eccetto il caso di Israele; la difesa del Kuwait,
ma non della Bosnia. In ogni caso, tale posizione è in contrasto con la
politica sostenuta dal partito democratico statunitense (prima con Carter,
poi con Clinton) di attuare la cosiddetta condizionalità politica alle
relazioni economiche internazionali (commercio e cooperazione allo
sviluppo). Huntington, fra l’altro, non riesce a nascondere la sua
soddisfazione per il fallimento di tali tentativi.
- La graduatoria
esistente fra i diversi conflitti culturali. Huntington non sostiene che le
guerre infra-civilizzazione non siano probabili: i dati statistici (decimo
capitolo) mostrano che negli anni ’90 vi sono stati più o meno tanti
conflitti armati culturali di secondo livello (esempi: Iran vs Iraq; tutsi
vs hutu in Ruanda; protestanti contro cattolici in Ulster) quante guerre
inter-civilizzazioni (come in Bosnia). La differenza principale sta nel
fatto che queste ultime sarebbero più suscettibili di escalation (leggi:
multilateralizzazione) rispetto a quelle infra-civilizzazione. Enfatizzo in
positivo il ricorso dell’autore alla pertinente espressione
"conflitto culturale" rispetto all’orribile attributo conflitto
"etnico". Ecco un altro esempio: Huntington ritiene probabile un
conflitto armato infra-civilizzazione tra Cina e Vietnam. Al proposito -
rimando alla parte in cui approfondisco la sua teoria sulla balance of power
multipolar-culturale - egli si limita ad auspicare che le potenze
occidentali si astengano dall’intervenire! Un particolare curioso (e
contraddittorio) è che viene ritenuta meno probabile la guerra fra la Cina
e i Paesi islamici, buddisti e cristiani dell’Asean.
La teoria basata sulla
previsione che i conflitti attraverseranno le fault lines fra civilizzazioni
è stata confermata nei primi anni ’90, votazione sulle Olimpiadi del 2000
inclusa (Sidney vs Pechino). Huntington si è tolto la soddisfazione di
mostrare, dati alla mano, che l’Islam ha i confini più sanguinosi di
tutti (decimo capitolo); tralascio la sezione in cui egli tenta di
individuarne le cause. Attualmente, secondo Huntington, ci sarebbe una
tendenza a rimuovere, più che a risolvere, certi conflitti: uno dei motivi
di tanti "cessate il fuoco" è imputabile alla stanchezza dei
partecipanti.
Si potrebbe obiettare
a Huntington che la pregnanza dei fattori culturali si è materializzata
soprattutto nell’immediata congiuntura post-guerra fredda. Le recenti
ondate speculative nelle Borse asiatiche, successive all’uscita del
volume, sembrano confermare l’esistenza di un profondo conflitto economico
sull’asse Oriente-Occidente. La suddetta previsione, quindi, andrà messa
alla prova dagli sviluppi futuri della politica mondiale. Se essa sarà
confermata, assisteremo ai seguenti fenomeni:
- un rafforzamento sul
piano economico dell’alleanza Europa-Usa;
- il raffreddamento
della liberalizzazione economica sull’asse Occidente vs Cina e Giappone;
- il fallimento dei
tentativi di integrazione inter-civilizzazioni come l’Apec e l’Asean o
come l’area di libero scambio in Medio Oriente, comprendente cioè un
Paese occidentale come Israele;
- il successo dei
tentativi di integrazione infra-civilizzazioni in America latina, Asia
centrale ed Est Europa ortodosso;
- il progressivo
riavvicinamento fra le due Coree;
- la non ammissione
all’interno della Nato di Paesi ortodossi (la Romania, con lingua latina,
potrà rappresentare un’eccezione?);
- l’inasprirsi del
conflitto in Ucraina fra Ovest ed Est e in tutti i cleft countries, divisi
cioè fra più civilizzazioni;
- il fallimento di
tutti i torn countries, cioè quelli che tentano di ridefinire la propria
identità tentando l’aggancio ad altre civilizzazioni: ad esempio, il
Messico verso l’Occidente (con il Nafta) o l’Australia verso l’Asia
(con l’Apec e non solo);
- la non ammissione
all’interno dell’Unione europea della Turchia islamica (mentre
l’ortodossa Grecia, grazie alla sua tradizione classica, continuerà a
stare nella Ue, magari con basso profilo?);
- l’inasprimento
delle norme anti-immigrazione, introdotte non solo in Europa o in Australia,
ma anche in Paesi storicamente più liberali come gli Usa (negli anni
’90).
In realtà, Huntington
non tratta tutti i cleavages fra civilizzazioni allo stesso modo; ad
esempio, egli stesso ritiene che il conflitto non sarà approfondito né in
Ucraina né fra Messico e Usa. Pur non ammettendo l’esistenza di due
famiglie di civilizzazioni (occidentali e orientali) - a mio avviso perché
egli ritiene l’Islam poco assimilabile alla cristianità - Huntington
arriva alla conclusione che vi sono fratture più profonde e più portatrici
di conflitto. La parte forse più "fantascientifica" del volume è
quella che postula una possibile coalizione fra le due civilizzazioni non
occidentali più assertive (Cina e Islam). Huntington stesso, comunque,
ammette che tale coalizione sembra improbabile nel futuro immediato ed è
attualmente confermata solo dai traffici di armi (nucleari e non). Potrebbe
consolidarsi nella misura in cui, come detto, l’Occidente insistesse nel
tentativo di diventare civilizzazione universale. In questi scenari
"futuribili", riveste una speciale importanza la relazione che la
Cina sarà capace di sviluppare con l’India e il Giappone; Huntington
prevede che vi sarà forse conflitto con la prima e cooperazione con la
seconda. Egli configura, dunque, una possibile bipolarizzazione fra due
gruppi di civilizzazioni: Occidente+America latina+Africa+Est
ortodosso+induismo versus Islam+Cina+Giappone. Nondimeno, Huntington
suggerisce che gli Usa facciano tutti i tentativi possibili per evitare un
avvicinamento eccessivo fra Cina e Giappone, favorendo l’emergere di una
balance of power tra le due potenze orientali.
Quanto appena
sostenuto è collegato alle prospettive dell’ordine mondiale basato sul
rispetto delle aree di influenza di ogni civilizzazione. Il processo di
risoluzione del conflitto in Bosnia - che ha coinvolto Usa, Germania, Russia
e qualche Paese islamico - è stato forse il caso empirico che ha suggerito
ad Huntington il modello multipolar-culturale. Ma anche in quel caso, si è
trattato di potenze sempre e soltanto della famiglia "occidentale"
(Islam incluso). La mia obiezione è la seguente: sarà un simile modello
adattabile anche ai Paesi dell’area orientale? La cosa non è secondaria:
forse fra civilizzazioni orientali e occidentali è possibile, come
suggerisce Huntington, solo la non ingerenza. Ecco che si configurano, a mio
avviso, due diverse modalità di costituzione dell’ordine mondiale (cioè
di risoluzione dei conflitti): quella consensuale, basata su un joint
decision-making process (all’interno della stessa famiglia di
civilizzazioni), del tipo concert of powers; quella unilaterale fondata
sull’astensione dall’agire (fra esponenti di diverse famiglie di
civilizzazioni), sul modello della balance of powers. Mi permetto di
sostenere come tale differenziazione, sottostimata da Huntington, non sia
secondaria; e soprattutto come la mancata consapevolezza di una diversità
di atteggiamento a seconda delle civilizzazioni coinvolte possa condurre gli
Stati a minacciare l’ordine mondiale in fieri. In sintesi, intendo
sostenere che l’ordine è molto più compatibile con un multipolarismo
"concertato" - secondo gli scenari identificati da Rosecrance -
che non "bilanciato" (con aggiustamenti unilaterali).
In ogni caso, la
caratteristica principale di tale ordine sembra essere legata ad accordi da
realizzare ad hoc, senza istituzionalizzare alcun principio costante di
risoluzione del conflitto. La stessa auto-determinazione nazionale sembra
essere tutelata seguendo la prassi del case by case: cioè qualche volta sì,
nella maggioranza dei casi no. L’ordine di Huntington si configura,
dunque, sempre più come un ordine imposto e niente affatto
"democratico". Huntington però non approfondisce le possibili
incompatibilità fra le esigenze delle civilizzazioni e delle nazioni, anche
se dalle sue pagine emerge come il mancato riconoscimento del diritto di
autodeterminazione ai croati e ai serbi di Bosnia possa essere in futuro
causa di nuovi conflitti!
Nelle conclusioni,
Huntington invita dunque l’Occidente, e in particolar modo gli Usa, ad
abbandonare la pretesa di esportare i propri valori all’esterno: solo in
tal modo saranno evitati conflitti e il processo di modernizzazione dei
Paesi islamici e confuciani sarà meno portatore di disordini. Tali
posizioni riecheggiano alcune prese di posizione di intellettuali
conservatori (Kissinger) nel dibattito che si sviluppò negli Usa allorché
Clinton tentò di condizionare la Cina al rispetto dei diritti umani,
minacciando alcune sanzioni in campo commerciale. Allo stesso tempo,
Huntington auspica che l’America resti occidentale e che siano abbandonate
le pretese di trasformare gli Usa in un Paese multiculturale (un cleft
country). Huntington è molto perentorio al proposito: questo svuotamento di
identità porterebbe alla fine della civilizzazione occidentale! Senza gli
Stati Uniti, l’Occidente si ridurrebbe all’Europa, cioè a una minuscola
penisola minacciata da ingenti flussi migratori.
Huntington finisce
quindi per fornire dei suggerimenti anche agli esponenti dei governi di
molti Paesi: soprattutto quelli occidentali. Le singole politiche estere,
dunque, dovrebbero essere formulate seguendo le linee orientative dei
cleavages fra civilizzazioni, mettendo da parte forme sia di
neo-colonialismo di tipo culturale sia di un neo-idealismo
"politicamente corretto". A livello sistemico, viene promossa una
riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, riorganizzato sulla
base dell’assegnazione dei seggi permanenti a: Usa, Europa (invece che
Francia, Regno Unito e Germania), Russia, Cina, Giappone, poi un Paese
latino-americano (Brasile), uno africano (Nigeria), l’India e infine,
naturalmente, uno islamico oppure la rappresentanza dell’Organizzazione
della Conferenza islamica. Huntington focalizza, dunque, l’attenzione
sull’effettività delle istituzioni: quanto più esse rispecchiano la
distribuzione del potere, tanto più saranno predisposte a funzionare.
Devo ammettere che le
ultime pagine del volume di Huntington stupiscono, e non poco. Egli si
chiede se non esista un minimo comune denominatore delle culture, smentendo,
almeno in via apparente, quanto affermato nelle precedenti 300 pagine.
Conferma, quindi, per l’ennesima volta la sua avversità all’utilizzo di
concetti e ragionamenti troppo rigidi. In fondo, egli si limita forse a fare
(un banale) riferimento alla possibile comune avversione ai cosiddetti
"crimini contro l’umanità". Quindi, viene "tirato fuori
dal cappello" proprio quel concetto di civilizzazione al singolare
(leggi: "civiltà") che dovrebbe essere comune a tutte le diverse
culture, anche se in forme e modalità diverse. L’appello (teosofico?) è
rivolto a ciascuna civilizzazione, affinché siano combattute, nel massimo
rispetto delle specificità, le diverse barbarie, si chiamino esse mafia,
criminalità, schiavitù, svariate immoralità...
A questo punto, non
resta che "passare la patata bollente" agli intellettuali
"pluralisti", sia di destra che di sinistra, invitandoli ad
animare il dibattito sui temi cruciali sollevati da Huntington. Aggiungo che
tale dibattito dovrebbe, in linea di principio, interessare soprattutto gli
ambienti intellettuali liberali e conservatori.
Il libro di Huntington
contiene inoltre, a mio avviso, molti spunti che toccano da vicino il
dibattito sulla politica estera italiana. Ad esempio, che senso ha
promuovere un seggio permanente italiano al Consiglio di sicurezza?
Huntington suggerisce invece (Andreotti docet) di accorpare i seggi europei
all’Onu. Non dimentichiamo, poi, che la politica estera economica italiana
si sta indirizzando verso aree geografiche appartenenti ad altre
civilizzazioni: l’Est Europa, il Mediterraneo, l’Asia. Infine -
ammettiamolo pure senza pudori - l’ispirazione vagamente nazionalista
della nostra politica estera ha da troppo tempo perso capacità propositive;
a mio avviso, essa può essere rivitalizzata proprio prendendo spunto dalle
"provocazioni scientifiche" dello studioso di Harvard.
Fabio
Fossati |

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