Osservatorio
sul Mezzogiorno
UN MEZZOGIORNO
A DUE VELOCITA'
di Massimo Lo Cicero
Alla vigilia
dell’estate, come ogni anno, la Svimez ha reso noto il testo del proprio
rapporto annuale sulla situazione economica del Mezzogiorno. Il lavoro
conserva l’impianto tradizionale che lo rende in ogni caso utile, per la
possibilità di ottenere una serie di indicatori che coprono un lungo
periodo di tempo nel solco di una comune e costante impostazione
metodologica. Si potrà discutere l’impianto dell’analisi e la
"cultura dei divari" che ne anima la logica interna, ma resta il
fatto che siamo in presenza, per ora, dell’unico rapporto periodico capace
di catturare le modificazioni di lungo periodo nella dinamica
dell’economia meridionale. Della "cultura dei divari" si è già
detto abbastanza: essa è stata per anni vittima di una sorta di illusione
ottica. Il fatto che il reddito del Mezzogiorno si espandesse in maniera
modesta ma positiva rispetto a quello del resto del Paese ha alimentato la
convinzione che, almeno tendenzialmente, questa circostanza potesse
"chiudere" il divario di benessere tra le due parti dell’Italia.
Il grande critico di questa impostazione è stato Paolo Savona, che ha
utilizzato una potente metafora per mettere in evidenza il nocciolo duro
della propria analisi. Sostiene da tempo Savona che l’economia meridionale
è stata, per tutti gli anni Ottanta, una grande pentola bucata in cui il
travaso di fondi garantito dai trasferimenti pubblici generava una potente
sollecitazione della domanda effettiva, ma che quella domanda effettiva, in
assenza di una crescita proporzionale della capacità produttiva endogena,
finiva per alimentare un’altrettanto significativa quota di importazioni
nette dal resto dell’economia nazionale. Come accade quando si versa
liquido in una pentola bucata, così travasare fondi attraverso la spesa
pubblica nel sistema economico meridionale non è servito a riempirlo, ma
solo a trasferire fuori della pentola quello che si è versato.
Il Rapporto Svimez di
quest’anno è interessante per due motivi: perché, con i dati relativi al
1997, si viene a disporre di una serie di informazioni statistiche che copre
ormai anche gli anni Novanta, quelli che hanno registrato l’interruzione
della dipendenza finanziaria dell’economia meridionale dalla spesa
pubblica; perché l’impianto tradizionale del rapporto stesso è
arricchito di tre parti, viene voglia di dire monografiche, che offrono una
seria conferma della criticità assunta dal problema meridionale nel nostro
contesto nazionale.
Cominciamo dal secondo
motivo di interesse: le tre parti monografiche che danno una misura delle
dimensioni nazionali del problema. Il Rapporto Svimez offre una mappa
analitica, per regione, del mercato del lavoro e della presenza, su quel
mercato, dei soggetti che si dichiarano in cerca di occupazione. Nel 1997
queste persone hanno superato la quota di 2 milioni ed ottocentomila unità
in Italia. Un milione e seicentomila unità si trovavano nel Mezzogiorno;
oltre cinquecentomila nella sola Campania. Per avere un ordine di grandezza
del fenomeno si pensi che il mercato del lavoro in Campania registrava una
presenza di persone in cerca di occupazione più elevata dell’intero
triangolo industriale (Piemonte, Liguria e Lombardia). Se si guarda la cosa
da un altro punto di vista, si può osservare che, nel 1997, per ogni cento
abitanti di età superiore ai 15 anni, nel triangolo industriale lavorano 46
persone ed in Campania solo 32. La Campania, per continuare, registra un
numero di persone in cerca di occupazione pari a tre volte circa quelle che
cercano occupazione nel Nord-Est. E, di nuovo, nel Nord-Est, su 100 persone
dall’età superiore ai quindici anni, ne lavorano quasi 47 contro le 32
della Campania. Queste cifre dimostrano che il problema dell’arretratezza
economica del Mezzogiorno e quello della disoccupazione italiana coincidono
geograficamente e che la sola politica economica capace di dare un colpo
alla disoccupazione è quella che eleva il tasso di attività nel
Mezzogiorno o, in alternativa, quella che è capace di spostare almeno un
milione di persone dal Mezzogiorno verso altri mercati, domestici, europei
od esterni all’Europa. Ogni altra alternativa è priva di contenuto
aritmetico prima che di significato economico.
Il secondo elemento
che il Rapporto Svimez documenta quantitativamente è l’aumento del costo
del lavoro per unità di prodotto che, nel Mezzogiorno, è tanto più
intenso che nel Centro-Nord da porre, nel 1997, il livello di questa
grandezza, cruciale per la determinazione degli investimenti privati, oltre
quello del Centro-Nord in valore assoluto. Sia nel 1996 che nel 1997 il
livello della domanda aggregata nel Mezzogiorno è cresciuto della metà di
quanto sia avvenuto nel Centro-Nord. Questa parte del Paese a sviluppo
ritardato, dunque, che ospita circa un terzo della popolazione residente, è
stata stretta in una tenaglia dalle due lame: la bassa espansione della
domanda e la rilevante crescita del costo del lavoro per unità di prodotto.
Non sorprende che siano caduti gli investimenti privati, in quota sul totale
nazionale e che, area per area, rispetto all’anno precedente, essi siano
nel 1996 diminuiti con maggiore intensità nel Mezzogiorno e, nel 1998,
sempre nel Sud siano aumentati della metà di quanto è avvenuto nel
Centro-Nord.
A fronte di questa
accumulazione di nuovi divari, ben più temibili di quelli che limitavano il
proprio effetto al mero benessere disponibile, il Rapporto Svimez espone con
dovizia di elementi le dimensioni della politica economica di cui è stato
destinatario il Mezzogiorno. Sono tre, allo stato, le leve potenziali della
crescita cui possono fare riferimento gli attori locali: la legge
sull’imprenditorialità giovanile; la legge sugli incentivi
all’industria; gli strumenti della programmazione negoziata, patti e
contratti d’area, con annessi vari. Le prime due hanno ragionevoli ritmi
di funzionamento ma rappresentano solo una goccia nella pentola bucata del
Mezzogiorno, per restare alla metafora di Savona. Il terzo strumento non è
liquido: nel senso che, come si legge anche nei recenti elaborati del
ministero del Tesoro, deve ancora trovare il proprio ritmo di erogazione e
si dubita che possa farlo, progressivamente ingabbiato come è dalle
procedure Cipe che prevalgono sull’originario spirito bottom up, come ha
denunciato il padre teorico di questa politica, Giuseppe De Rita.
Resta da chiarire
quale sia il contenuto conoscitivo relativo alla possibilità, che viene
offerta dal Rapporto Svimez, di disporre di una serie di valori sul reddito
meridionale relativa al decennio degli anni Novanta: quello che ha visto la
crisi dell’equilibrio esterno, la stabilizzazione e l’interruzione del
circolo vizioso tra debito e spesa pubblica in deficit. Il Rapporto ci
fornisce un quadro veramente interessante, disaggregando per regione le
vicende dell’economia italiana in questo lungo periodo. In un grafico
davvero eloquente si leggono, per ogni regione, il livello del reddito pro
capite, a prezzi correnti, nel 1991 e lo scostamento dal tasso medio annuale
di crescita del reddito nel quinquennio 1992/1997.
Per dirla con parole
povere si osserva che i poveri, cioè le regioni meridionali, sono cresciuti
assai meno dei ricchi. È aumentato il divario tra Nord e Sud ma è anche
aumentato il divario tra le regioni meridionali: la Calabria, l’Abruzzo ed
il Molise tendono alla media nazionale; la Campania e la Puglia sono le
peggiori, cioè le più distanti dal tasso medio nazionale di espansione. Le
migliori, cioè le più veloci rispetto alla media nazionale, sono il
Veneto, il Friuli e l’Emilia.
Negli anni Novanta,
insomma, si interrompono i trasferimenti ed i divari aumentano, invece di
richiudersi come avveniva negli anni Ottanta: seppure limitatamente ai soli
effetti di benessere. Che cosa possiamo ricavare da questo quadro così
preoccupante che, nella brevità della sintesi, abbiamo anche troncato di
ulteriori ed interessanti elementi quantitativi sulle ragioni della mancata
espansione industriale in termini endogeni per le regioni meridionali?
Proviamo a formulare qualche conclusione.
Senza una ripresa
della crescita italiana non esistono le condizioni per tentare una manovra
di espansione dell’economia meridionale che abbia effetti significativi
sui livelli di occupazione. I tassi di crescita, nell’ordine di un magro
2% annuo che si attendono per il 1998, non lasciano alcuna speranza di
registrare un miglioramento apprezzabile nelle condizioni macroeconomiche
del Mezzogiorno. Ci sarà anche qualche rondine ma, senza voler fare cattiva
ironia, non farà primavera.
Senza una ripresa
della fiducia nelle opportunità di crescita delle regioni meridionali non
esistono le condizioni di lungo periodo perché, una volta che si fosse
riavviato il processo di crescita, una parte importante degli effetti di
questo fenomeno espansivo possa tracimare a sud della linea gotica. Per
aumentare la fiducia il governo dovrebbe garantire la ripresa degli
investimenti nelle infrastrutture materiali ed in quelle intangibili che
generano esternalità positive per la crescita: come l’ordine pubblico,
l’educazione e la ricerca scientifica di base.
La pubblica
amministrazione e la spesa corrente che l’alimenta andrebbero
ridimensionate e tenute a freno: il margine disponibile derivante da queste
riduzioni di spesa pubblica andrebbe impiegato per generalizzate misure di
detassazione. Andrebbero incentivate soluzioni contrattuali a livello
aziendale rispetto alle gabbie rigide dei contratti collettivi nazionali
che, applicati a realtà eterogenee, vorrebbero assicurare equità e
generano tragiche diseguaglianze: perché riducono ulteriormente la
propensione ad investire dei privati.
Il governo dovrebbe
risanare le banche che controlla ed affidare ad esse la selezione di nuovi
progetti imprenditoriali. Al contrario, si orienta a creare agenzie ed
organismi pubblici che coordinino quelli già esistenti, che non vengono
smantellati o liquidati; propone misure generalizzate di assistenza come
tamponi temporanei della piaga sociale della disoccupazione; non intende
rinunciare ad una opzione di stabilizzazione fiscale attraverso la
dilatazione delle imposte piuttosto che attraverso il contenimento delle
spese correnti.
In queste condizioni,
parlare di crescita meridionale e di recupero dei divari è aritmeticamente
infondato ma è anche molto discutibile sul piano della lealtà verso i
cittadini, destinatari di quelle misure. Essi, infatti, in perfetta buona
fede, formulano aspettative e richieste espansive, ritenendo i governanti
idonei a trovare una soluzione alle domande che pongono. Sono le risposte
offerte a quelle domande, e non le domande, che vanno rifiutate.
Massimo
Lo Cicero |

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