Osservatorio
sul Mezzogiorno
POMPEI, LA CULTURA
COME RISORSA
di Giuseppe Mancini
Entrare nell’antica
Pompei è come tuffarsi: un’esperienza che trascende il razionale, come
l’erotismo e l’ebbrezza, come la morte. Entrare nell’antica Pompei è
come scendere nell’Ade, alla ricerca di significati profondi, di
sensazioni sconcertanti, di verità nascoste. Ci si proietta verso
l’ignoto e si atterra in uno spazio liminale, un luogo "a
parte", anche temporalmente: un luogo isolato, qualitativamente diverso
dal mondo che lo circonda, immerso nell’eterno presente di un tempo mitico
ed immutabile. Ciò ch’è morto, e pur vive, ci parla e ci attrae:
s’odono bisbigli di Sirene e si è obbligati a respirare l’incorporeità
di questo mondo surreale, forse assurdo. Nasce la voglia di girarsi a
controllare se abbiamo ancora un’ombra, o se qualcuno l’ha portata via,
come a Peter Schlemihl. Ciò che veramente colpisce e penetra sensi, ossa,
viscere è proprio lo stretto e palpabile legame tra vita e morte. Quella
morte così orribile, apocalittica, impietosa che ha significato oggi, per
Pompei, una nuova vita, diversamente da ogni altra città dell’antichità,
distrutta o contaminata dai secoli. Quella morte così travolgente,
improvvisa, immediata, che ha colto le persone nel pieno delle loro attività
quotidiane; Pompei nel pieno del suo sviluppo commerciale, politico e
culturale. Scrive, nel suo Viaggio in Italia, Adolph Peter Adler: «Quando
si vede Pompei si può dire che si sta come davanti ad una morte ancora
recente. È come vedere un giovane portato via mentre attendeva agli affari
della vita, con la vita davanti agli occhi».
Il 24 e 25 agosto del
79 d.C., l’eruzione del tutto inaspettata del Vesuvio, quel monte fitto di
boschi, di vigneti ed oliveti che così rivelava la sua natura vulcanica, ha
soffocato e sepolto Pompei di gas venefici, ceneri, pomici, lapilli,
formando una coltre spessa dai 6 agli 8 metri. Tale strato, nel corso dei
secoli, ha protetto la città antica dall’azione disgregatrice degli
agenti atmosferici e dall’azione predatoria degli uomini, condannando
Pompei ad un lungo oblio. Proprio quest’anno si è celebrato il 250°
anniversario della riscoperta di Pompei e dell’inizio di quegli scavi che,
a partire dal 2 aprile 1748, l’hanno riportata alla luce, seppur in misura
ancora incompleta (dei 71 ettari dell’area compresa intra mœnia, ne sono
stati scavati 49). In effetti, subito dopo l’eruzione del 79 d.C., alcuni
sopravvissuti piuttosto intraprendenti erano riusciti a penetrare nella città
sepolta (ed hanno lasciato a testimonianza alcuni graffiti), guidati dalle
sommità affioranti delle torri della cinta muraria, a caccia dei loro
tesori o di quelli altrui. E già nel 1594, lo scavo di un canale di
derivazione del fiume Sarno, realizzato dall’architetto Domenico Fontana e
voluto dal conte Muzio Tuttavilla per incrementare l’approvvigionamento
idrico di Torre Annunziata, aveva portato alla scoperta in località Civita
di pitture murali ed iscrizioni. Una di queste faceva riferimento ad un
decurio Pompeiis, ma nessuno se ne curò troppo. Solo nel 1748, esplorando
la galleria del Fontana, l’ingegnere dell’amministrazione spagnola Roque
de Alcubierre (già iniziatore della prima campagna di scavi ad Ercolano nel
1738), ispirato anche dalle riflessioni di alcuni studiosi, intuì la
portata di quei ritrovamenti: lì sotto c’era un’intera città dalle
vaste proporzioni, pressoché intatta (credeva si trattasse di Stabiæ, ma
successivamente, nel 1763, il rinvenimento di un’iscrizione che faceva
riferimento alla respublica Pompeianorum permise la giusta identificazione).
Si scatenò un vero e
proprio saccheggio di Stato, interamente promosso e finanziato dai Borbone
(pur con diverso interesse e vigore nel corso degli anni), privo di ogni
finalità scientifica ma volto all’avido recupero di tesori, opere
d’arte e testimonianze del quotidiano degne di eccezionale curiosità.
A partire dal 1860,
con la nomina di Giuseppe Fiorelli (a cui si devono anche i celeberrimi
calchi di gesso che materializzano gli angoscianti istanti della morte di
molti pompeiani) a direttore degli scavi, si cominciarono ad applicare alla
ricerca archeologica, divenuta più regolare nell’impegno statale, criteri
di sistematica disciplina e di più moderno metodo scientifico. Il Fiorelli
istituì per primo un giornale degli scavi, preziosissimo strumento
d’inventario e d’informazioni, e soprattutto cominciò a considerare la
città antica come vero e proprio nucleo urbano, di cui andava portata alla
luce anche la struttura fatta di insulae, regiones, strade e spazi pubblici.
L’opera del Fiorelli
venne continuata con ottimi risultati dai suoi successori (in particolare,
fu Vittorio Spinazzola ad organizzare lo scavo sistematico del tessuto
viario), che egli stesso formò alla Scuola archeologica pompeiana,
anch’essa sua creazione. Una nuova e decisiva svolta si ebbe grazie ad
Amedeo Maiuri, sovrintendente a Pompei dal 1924 al 1961, che, spinto da una
passione inesauribile e da un innato talento archeologico (qualcuno giunse a
chiamarlo "rabdomante dell’archeologia"), uniti alla percezione
di Pompei come microcosmo da restaurare con metodo e da aprire ai flussi
turistici, diede slancio moderno, con imponenti e fruttuose campagne di
scavo condotte secondo le più avanzate strategie di ricerca (a Maiuri si
devono anche i saggi stratigrafici che hanno offerto preziosa documentazione
sulla Pompei pre-romana), a quella che lui stesso descrisse come «la
maggiore e più duratura impresa che l’umanità abbia compiuta nella
ricerca dell’antico».
Pompei è una città
morta poi miracolosamente risorta, una Città dei Morti, come ha scritto
Walter Scott, una città oggi moribonda, intrappolata in una feroce e lenta
agonia che rischia di farla scomparire per sempre. Un’agonia che ha la sua
origine negli anni ’50, quando dissennate scelte di politica economica ed
il malavitoso disinteresse di alcune amministrazioni locali hanno fatto sì
che i finanziamenti per Pompei fossero drasticamente ridotti e che
l’impegno per ricerche scientifiche, restauri (per i quali si è impiegato
cemento armato ed iniezioni di cemento, i cui esiti disastrosi sono sotto
gli occhi di tutti) e soprattutto manutenzione si contraesse
progressivamente: il patrimonio archeologico dell’area vesuviana era in
realtà percepito come fastidioso ostacolo al dilagare della speculazione
edilizia.
Pompei è oggi il
simbolo degli ambiziosi disegni di Walter Veltroni, che ne ha scelto la
sovrintendenza per sperimentare inedite - almeno in Italia - soluzioni
amministrative ed organizzative; per creare meccanismi di cooperazione,
soprattutto finanziaria, tra istituzioni pubbliche ed imprenditoria privata
nella gestione dei beni culturali; per dare un segnale che testimoni la
volontà della classe politica di tutelare efficacemente il nostro
patrimonio archeologico, artistico, storico. Pompei è anche il simbolo
delle occasioni perdute per il Mezzogiorno, in cui si sono volute
testardamente imporre strategie di sviluppo industriale - poi rivelatosi del
tutto illusorio - in contrasto con le premesse socio-economiche locali.
Pompei è soprattutto il simbolo di un Mezzogiorno che - prendendo in
prestito, anche se con accezione del tutto diversa, la formula di Eugenia
Cavallari (Ideazione, 1/98) - diventi un "laboratorio del
post-moderno", ossia uno spazio fortemente dinamico in cui, coniugando
ricerca scientifica, nuove tecnologie della comunicazione, coraggio
imprenditoriale, patrimonio culturale, bellezze naturalistiche e
forza-lavoro, si riesca a valorizzare - finalmente! - la risorsa Cultura
(forse l’unica risorsa naturale che rende l’Italia altamente competitivi
su scala mondiale) anche a fini occupazionali, cogliendo appieno le enormi
possibilità di quella "società del tempo libero" in cui sarà
prevalente la sensibilità per i beni e i servizi culturali.
Ma ogni concreta
strategia di valorizzazione del patrimonio culturale si fonda
preliminarmente sulla conservazione. A Pompei, questo vuol dire affrontare
drasticamente le cause del degrado dilagante della città antica. In primo
luogo, un cocktail micidiale di agenti atmosferici (pioggia, sole, principi
inquinanti), che provoca lo sfaldamento delle murature, che rende gli
stucchi altamente friabili, che trasforma gli affreschi in macchie di colore
sbiadito; poi arbusti ed erbacce, che contribuiscono all’erosione delle
murature e che sollevano con le radici i pavimenti di mosaico, oltre a
creare una sensazione di devastante incuria; il numero sempre crescente di
visitatori (1.964.279 nel 1997, che fanno di Pompei il museo più visitato
d’Italia), che con la loro invadenza tattile, bramosia di frammenti del
passato e grafomania, ma anche con il semplice passeggiare, provocano danni
irreparabili; l’inaccessibilità di gran parte dell’area archeologica
(oggi si può visitare solo il 12% di quello che era aperto 50 anni fa),
disseminata invece di transenne, cancelli, sbarramenti, divieti d’accesso
- in parte, però, abusivamente aggirabili - mentre ponteggi ed impalcature
di sostegno sono nel monumento un monumento al terremoto del 1980: se il
numero dei visitatori aumenta e l’area visitabile si contrae, ecco che i
danni vengono moltiplicati; la pessima gestione del personale, custodi tanto
inefficienti quanto inamovibili e pochissime alte professionalità (basti
pensare che tra i circa 780 addetti della sovrintendenza ci sono solo 14
archeologi); infine, e soprattutto, la cronica mancanza di adeguate risorse
finanziarie, che rende ardua impresa anche la manutenzione ordinaria a fini
preventivi.
Oggi a Pompei c’è
un’atmosfera nuova, fervida di speranze e di progetti, di cui è concreta
testimonianza l’inaugurazione, proprio in occasione del 250° anniversario
dei primi scavi, di 6 tra abitazioni private ed edifici pubblici da decenni
chiusi (tra i quali il tempio di Iside, la Villa di Diomede e la Casa del
Chirurgo), oltre ad un itinerario di visita che rintraccia gli edifici
scavati in epoca borbonica e al circuito extra mœnia, che costeggiando
l’area archeologica allarga per 3 chilometri e mezzo (inframmezzati da
sporadiche panchine e da un’area picnic, purtroppo di limitata estensione)
gli orizzonti del visitatore, dal golfo al Vesuvio, dal santuario mariano ai
fondali di palazzoni, dalla città antica dominata dall’alto alle mura,
con torri e porte d’accesso. Un’atmosfera in cui germogliano formule
d’intervento, sia immediate che più diluite nel tempo, presentate come
finalmente risolutive.
In realtà, già le
conseguenze disastrose del terremoto del 1980 (ancora una volta la morte e
la vita, la distruzione e la rinascita) avevano spinto, nel 1981,
all’istituzione di una sovrintendenza archeologica distaccata da quella di
Napoli e Caserta, da cui l’area vesuviana prima dipendeva, per affrontare
con più decisione i pressanti problemi di conservazione. I cospicui, anche
se insufficienti, finanziamenti della ricostruzione hanno permesso al
professor Conticello, sovrintendente dal 1984 al 1994, di dar vita ad un
vasto piano di restauri (applicando una tecnica di restauro
"parzialmente integrativo", con finalità protettive e senza
cemento, destinato a non snaturare il monumento ma a resistere nel tempo),
di manutenzione (come ad esempio l’applicazione di un efficace e poco
costoso sistema di diserbo biologico, che ha liberato buona parte della zona
archeologica dagli arbusti e dalle erbacce), di valorizzazione (mostre,
convegni, eventi culturali, pubblicazioni, che hanno portato Pompei nel
mondo ed il mondo a Pompei, con un’impennata nel numero dei visitatori),
di rilancio in grande stile della ricerca archeologica, condotta nella ferma
convinzione che per meglio comprendere il passato occorra affiancare alle
scienze storiche le metodologie e gli strumenti delle scienze applicate.
Il lavoro di ricerca,
fondato su questa filosofia, continua integrando il lavoro dell’archeologo
con quello dell’antropologo, del biologo, del botanico, del chimico,
dell’informatico, per ricostruire con precisione ed esattezza la vita dei
pompeiani nei suoi molteplici aspetti. La dottoressa Anna Maria Ciarallo ci
ha mostrato il laboratorio di ricerche applicate, realizzato grazie ad un
finanziamento del Cnr, che facilita lo studio approfondito in loco, grazie
anche alla collaborazione di numerosi gruppi di lavoro di tutto il mondo,
dei materiali più disparati (stoffe, pane, frutta, uova, semi, granaglie,
scheletri umani ed animali, vetri, marmi) rinvenuti negli scavi, un tempo
dimenticati in depositi inadeguati e in gran parte perduti, adesso
conservati in una stanza climatizzata. Un’attenzione speciale è riservata
allo studio paleobotanico dei giardini, che consente di ricostruirne la
composizione a partire dall’analisi di radici, semi e pollini rinvenuti e
di ripiantare le essenze originarie: è stato persino creato un vivaio che
produce le piante da utilizzare nelle ricostruzioni. Purtroppo, l’attività
di scavo, che grazie alle nuove metodologie condurrebbe ad un arricchimento
significativo delle conoscenze, è quasi del tutto sospesa: ci sono ancora
22 ettari dell’antica Pompei sepolti da ceneri e lapilli, ma prima di
riportarli alla luce è forse meglio creare le giuste condizioni per la loro
futura conservazione.
Il destino di Pompei,
anche di quella ancora da scavare, dipende in larga misura da come verranno
trasformate in misure concrete le norme della legge 352 dell’8 ottobre
1997, che all’articolo 9 introduce enormi novità sull’organizzazione,
la gestione e la valorizzazione dell’area archeologica vesuviana,
disegnando inoltre nuove e più incisive strategie di finanziamento. Le
innovazioni più radicali sono essenzialmente tre: alla sovrintendenza viene
concessa la più ampia autonomia in materia scientifica, organizzativa,
amministrativa e finanziaria; al sovrintendente viene affiancato un
direttore amministrativo, anche estraneo all’amministrazione (per 5 anni
rinnovabili, e questo è il caso del professor Giuseppe Gherpelli, il primo,
all’inizio del 1998, ad assumere la carica), a cui spetta anche la
gestione del personale; viene istituito un consiglio d’amministrazione,
formato da sovrintendente, direttore amministrativo e funzionario in grado
più elevato appartenente alla sovrintendenza, che a maggioranza semplice
decide su programmi, attività scientifica, gestione, bilancio.
Il professor Gherpelli
ci ha parlato di come sarà possibile eliminare le incoerenze ed i paradossi
di una gestione fin qui totalmente irrazionale, introducendo criteri
manageriali (creazione di settori differenziati per tutela e valorizzazione,
responsabilità chiare, accountability dei centri di costo)
nell’organizzazione e nel lavoro del personale; e di come la
sovrintendenza beneficerà dell’autonomia dall’amministrazione centrale
in termini di profondità e tempestività d’intervento. Ma ha anche
evidenziato i seri limiti del provvedimento: primo, sono escluse
dall’autonomia le spese per il personale (sempre di nomina ministeriale),
che, tranne qualche modesta forma accessoria d’incentivazione, rimangono
interamente a carico dello Stato (si tratta di circa 40-45 miliardi
all’anno), lasciando quindi in piedi uno stridente baluardo di rigidità;
secondo, la composizione del consiglio d’amministrazione, che comprende un
subordinato del sovrintendente (e saranno 2, quando non verrà nominato un
esterno come direttore amministrativo), potrebbe rivelarsi ostacolo al
libero confronto di idee e soluzioni alternative. Ed inoltre, se dovessero
sorgere problemi, di tipo personale o professionale, tra sovrintendente e
direttore amministrativo, questa diarchia con appendice rischierebbe di
trasformare Pompei in anarchico campo di battaglia.
L’autonomia della
sovrintendenza viene giudicata dal sovrintendente di Pompei e di tutta
l’area vesuviana, il professor Pietro Giovanni Guzzo, come essenziale per
permettere la realizzazione del Piano per Pompei, una strategia d’azione
globale frutto della collaborazione della sovrintendenza con lo Studio di
Architettura di Roma per ottimizzare conservazione ed insieme valorizzazione
del sito, aggredendo in modo definitivo il degrado della zona archeologica
più fragile al mondo. Il Piano suggerisce un approccio urbanistico, che
consentirebbe di graduare interventi di manutenzione e restauro,
contestualizzati ed estesi sull’intera area degli scavi in base alle
priorità e in maniera non più frammentaria; l’obiettivo conservazione
andrebbe poi perseguito congiuntamente al ripensamento delle modalità di
fruizione, da migliorare decisamente grazie a servizi "aggiuntivi"
(ristoranti, bar, bookshop, audioguide), informativi e didattici. Il Piano
è ancora ad una fase preliminare di elaborazione: perciò, più che offrire
soluzioni immediatamente operative, si limita a rimandare a successivi studi
e progetti (la sovrintendenza ha però già attivato un servizio didattico,
su prenotazione e a pagamento, per le scuole e 12 postazioni informative
multimediali); ma già si può notare un certo sbilanciamento
nell’attenzione verso il momento della fruizione che, trovandoci in una
situazione di totale emergenza, andrebbe momentaneamente subordinato alla
conservazione, su cui concentrare ogni energia, propositiva e finanziaria.
Del resto, proprio il ministro Veltroni ed i suoi funambolici consiglieri
sembrano prediligere la via della spettacolarizzazione e del divertimento
preconfezionato (Jurassic Pompei, Disneyland pompeiana, Pompeii Experience)
tra simulazioni multimediali, virtualità, suggestione e superficialità,
provando a violentare un miracolo: irriproducibile e, parlando all’anima,
intimamente seducente.
E comunque, ogni
tentativo di rendere operativo il Piano, ogni effettivo vantaggio della
conquistata autonomia, ogni misura vincente per arrestare il degrado di
Pompei, dipenderanno dal volume delle risorse finanziarie che verranno rese
disponibili (il professor Guzzo ritiene necessari 500 miliardi in un arco di
tempo tra i 3 e i 5 anni). Oltre alla promessa di Veltroni di 100 miliardi
in 3 anni, oltre ai previsti introiti della vendita dei biglietti (circa 16
miliardi all’anno che, contrariamente al passato, saranno integralmente a
disposizione della sovrintendenza), dei servizi aggiuntivi e del
merchandising (sicuramente di non risolutiva entità, visto che anche al
Metropolitan di New York, il miglior esempio al mondo di strategie di
commercializzazione, tali introiti coprono circa il 10% delle spese di
gestione), la 352/1997 individua come principale linea di finanziamento il
coinvolgimento dell’imprenditoria privata.
Le imprese possono
contribuire all’attività di restauro (che rimarrebbe di esclusiva
competenza della sovrintendenza, dalla fase progettuale a quella esecutiva)
in cambio di un credito di imposta pari al 30% dei fondi erogati (fino ad un
miliardo all’anno) e della possibilità, tramite apposita convenzione, di
"sfruttare l’immagine" del monumento restaurato a fini aziendali
(sfruttamento correlato, evidentemente, alla misura dell’intervento).
Insomma, si tratta della riproposizione del vecchio modello delle
sponsorizzazioni che spesso ha fallito e che anche questa volta - come hanno
evidenziato Riccardo Chiaberge con una pungente analisi sul Corriere della
Sera e Gino Agnese nel Controrapporto sulla Cultura di Alleanza nazionale -
ha ricevuto un’accoglienza piuttosto tiepida, anche perché le imprese,
indicate come fattore cruciale per il recupero di Pompei, non trovano poi
posto nel consiglio d’amministrazione e sono quindi del tutto escluse
dalla fase progettuale e dal controllo sulla gestione delle risorse
finanziarie.
Soprattutto, questo
modello mal si presta a stimolare e sostenere il momento essenziale per la
conservazione di Pompei, la manutenzione che, come ci ha detto il professor
Guzzo, richiede un impegno costante e diffuso (in pratica, si deve
sostituire l’attività quotidiana degli abitanti che non ci sono più, e
che Pompei, secondo Adler, aspetta «con le braccia sempre stese, con le
porte aperte, con l’abbraccio disteso per coloro che non ritornano»), ha
dei costi elevati e non dà lustro, non produce quei "ritorni
d’immagine" su cui si basa il buon funzionamento del provvedimento
veltroniano.
Tuttavia, nonostante
lo scetticismo per le sponsorizzazioni, l’imprenditoria italiana manifesta
un’euforica fibrillazione per l’esperimento Pompei: occorrono soluzione
coraggiose fino in fondo, come il "Comitato delle imprese per
Pompei", promosso dalla Confindustria ed accolto con entusiasmo dal
professor Gherpelli, che intende attivare stabili canali di contatto e
collaborazione con la sovrintendenza, iniettando creatività ed esperienza
imprenditoriale nella fase progettuale, proponendo accattivanti formule di
promozione e commercializzazione, raffinando i criteri manageriali sul punto
di essere adottati, rendendo più dinamico il funzionamento della
sovrintendenza e più articolata la realizzazione del Piano per Pompei.
Ma Pompei è
soprattutto una città nella città, l’antica nella contemporanea,
fisicamente simbiotiche e pur separate dai secoli e dalla mentalità: il
cosmos, l’ordine e le buone prospettive in quella antica; il caos,
l’abusivismo minaccioso ed arrogante che non indietreggia, la
disgregazione del tessuto sociale, la disoccupazione epidemica, la sterilità
economica in quella contemporanea.
Pompei vivrà a lungo,
secondo il professor Gherpelli (che confida nel livello di consultazione tra
sovrintendenza e rappresentanti degli enti locali, istituito dalla
352/1997), solo se i suoi problemi verranno affrontati nel loro contesto
territoriale, trasformando il rilancio dell’area archeologica in stimolo
per la crescita civile ed il decollo economico attraverso progetti integrati
che sappiano sviluppare le infrastrutture e coinvolgere il tessuto vitale
della zona vesuviana.
Giuseppe
Mancini |

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