Intervista
a Silvio Berlusconi
"UNIAMO TUTTI I MODERATI"
di Domenico Mennitti
La ripresa politica di
settembre è l’occasione propizia per tracciare un bilancio dei molti
eventi maturati nei mesi scorsi, ma anche per capire come Lei intende
impostare l’azione strategica del Polo. Si apre l’ultima e decisiva
stagione dell’anno ed è importante poter riflettere fuori dal clima
emotivo delle emergenze. Ripercorriamo le tappe più significative, partendo
dal fallimento della Bicamerale. Considerando che la proposta
dell’Assemblea costituente incontra ostacoli difficilmente superabili e
che non ci sono possibilità concrete di realizzare riforme profonde
attraverso i meccanismi previsti dalla Costituzione vigente, pensa sia
possibile un’altra iniziativa per poter sbloccare la situazione in questa
legislatura?
A determinare il
fallimento della Bicamerale è stata la prevalenza, nello schieramento
dell’Ulivo, delle posizioni più conservatrici, rappresentate dai partiti
o dal personale politico sopravvissuti alle vicende degli anni passati.
Questi non hanno accettato che si mettesse in discussione il potere
acquisito e si sono opposti a ogni riforma che allentasse la morsa delle
oligarchie di partito sulle istituzioni a vantaggio dei cittadini. Non è
pensabile che questa volontà, alla quale ha finito per arrendersi lo stesso
D’Alema, possa cambiare e dunque non vedo, almeno da parte nostra, quale
iniziativa assumere. Il presidente della Camera Violante ha detto che, se ci
fosse una maggioranza disponibile, si potrebbe eleggere un’Assemblea
costituente. Ma, per le ragioni che ho appena evidenziato, non vedo come
questa maggioranza si possa costituire. Resta fermo, naturalmente, che il
Polo sarebbe disponibilissimo.
Le autocitazioni sono
sempre odiose, ma è opportuno ricordare che proprio Ideazione ospitò un
mio intervento, nel corso del quale sottolineai il problema
"politico" da risolvere per poter porre mano alle riforme. La
maggioranza di governo era contraria a realizzarle; l’alternativa era
perciò superare quella coalizione e costruirne un’altra finalizzata alla
riscrittura delle regole politiche. Poi, una volta consegnata al Paese la
nuova Carta costituzionale, ognuno avrebbe ripreso la propria strada e
riassunto il proprio ruolo in un consolidato quadro di democrazia
maggioritaria. Su quella proposta si sviluppò il lavoro dei dietrologi e
non mancarono volgari tentativi di strumentalizzazione, evocando il fantasma
dell’inciucio. Ma l’inciucio vero e paralizzante si rivelò quello dei
diessini, che pensavano di poter partecipare furbescamente a tutte le
maggioranze: quella della Bicamerale che invocava le riforme e quella del
governo che le negava. Si è salvato il governo claudicante di Prodi e si
sono affossate le riforme.
C’è poi il tema
della giustizia. Si tenta di farne un problema personale, quasi fosse la mia
persona l’ostacolo ad un accordo. E’ vero il contrario. E’ vero che se
passa il principio che a scegliere chi governa e, addirittura, chi può fare
il capo dell’opposizione è un pool di magistrati che si costituisce a
sinedrio in grado di selezionare, o meglio di pre-selezionare, la classe
dirigente, costruendo accuse e processi mostruosi, se passa questo
principio, l’Italia uscirà dal novero dei Paesi democratici.
Quando il Polo pone in
primo piano il problema della giustizia, dunque, pone il problema del
fondamento stesso delle garanzie democratiche e della possibilità di un
libero esercizio della democrazia. Senza il quale non c’è Costituzione
che tenga. Si è ricordato più volte che la Costituzione sovietica del 1936
fu dichiarata perfetta dai giuristi. Ed erano gli anni delle purghe
staliniane.
Per come si sono messe
le cose, sembra scontato che il prossimo appuntamento politico di maggior
rilievo sarà l’elezione del capo dello Stato nella primavera del 1999.
Sarà la Sua prima volta da "grande elettore", ma vivrà
l’esperienza subito da protagonista, investito da grandi responsabilità,
perché sarà determinante per la scelta del nuovo "primo
cittadino". Non Le chiediamo di fare un nome, ma di consentirci di
tracciare un identikit.
L’aspetto più amaro
del fallimento della Bicamerale è che al popolo sarà impedito ancora una
volta di eleggere direttamente il capo dello Stato, il rappresentante della
nazione. Il settennato ormai trascorso doveva segnare la transizione alla
famosa Seconda Repubblica. Il fatto che siamo ripiombati in pieno nel clima
di manovre e di tramestii dimostra che non si è fatto niente per uscire
dalla transizione in modo positivo, guardando al futuro. Ed è questa, al di
là dei singoli fatti pur gravi e al di là di ogni polemica personale, la
critica politica che mi sento di muovere al capo dello Stato.
L’augurio non può
che essere quello di avere al Quirinale un uomo convinto della necessità di
portare il Paese fuori da un periodo di incertezze che, durando troppo a
lungo, finisce per intorbidare il clima politico avvelenando la vita
pubblica.
Si sente di escludere,
dopo le antiche contrapposizioni e le recenti polemiche, l’ipotesi di una
proroga per Scalfaro, qualora nel frattempo il dialogo sulle riforme dovesse
riaprirsi?
Dopo quel che ho
detto, mi sembra difficile che si possa pensare alla ripresa di un dialogo
sulle riforme istituzionali. O, almeno, di un dialogo che porti a qualcosa
di positivo. Abbiamo tentato con la Bicamerale e, dopo il suo fallimento,
non certo per colpe nostre ma delle sinistre, ci siamo dichiarati
disponibili per l’elezione di un’Assemblea costituente. Infatti, il
ricorso all’articolo 138 può dar luogo solo a singoli ritocchi. E
impedisce la formazione di una volontà comune su una riforma organica della
quale l’Italia ha bisogno. Era il compito della Bicamerale, ove ci fosse
stata la volontà di cambiare qualcosa. Questa non c’è stata e ancora non
c’è, perciò ogni ipotesi collegata all’eventualità che si riapra il
dialogo sulle riforme mi sembra non valutabile, perché al momento è priva
di fondamento.
Veniamo ad un tema che
è diventato centrale nello scontro politico. La sequenza delle iniziative
giudiziarie contro di Lei non sembra rallentare e c’è chi sostiene che
anzi subisce accelerazioni ogni volta che risultati politici importanti
appaiono a portata di mano. C’è, insomma, l’interferenza di una parte
della magistratura perché non si compia il processo di riscrittura delle
regole della politica, un gioco che è apparso pesante nella fase conclusiva
dei lavori della Bicamerale, contribuendo molto a farli fallire. Come pensa
sia possibile sottrarre la politica a tale condizionamento e ristabilire il
corretto equilibrio fra i poteri dello Stato?
Quello di ristabilire
il corretto equilibrio fra i poteri dello Stato è il tema centrale della
politica italiana, e ne ho appena spiegato le ragioni. Non è possibile
affrontarlo se non ci sono alcune condizioni, che non spetta solo a noi
assicurare. La prima condizione mi pare si stia già verificando: è la
coscienza degli italiani che non può esserci una vita democratica normale,
neanche una normale vita delle aziende e degli apparati pubblici, se la
giustizia non rientra nei suoi limiti fisiologici, se al protagonismo di
certe procure non si pone un freno, un limite.Va da sé che il tema più
scottante è il ruolo abnorme - e incostituzionale - che queste procure
hanno acquisito nella vita politica e che condiziona la stessa facoltà del
Parlamento di legiferare, che ha condizionato la vita e l’esito della
Bicamerale incaricata di riscrivere la Costituzione.
La seconda condizione
è che il mondo politico, nel suo complesso, prenda coscienza del fatto che
non è possibile rinviare, obbedendo a pressioni che hanno un forte sapore
di ricatto, un problema così decisivo. Qui una parola chiara va rivolta
alla sinistra. Una parte dei Democratici di sinistra - della quale D’Alema
è, nel migliore dei casi, rimasto prigioniero - dopo le promettenti
dichiarazioni di tanti suoi esponenti ha finito, di buona o cattiva voglia,
per allinearsi con le procure. Non voglio qui entrare nel merito del
"perché" lo abbia fatto. Se per timore di ciò che potrebbe venir
fuori dall’estensione o dalla ripresa di certe indagini oppure perché
alla fine ha prevalso la convinzione, diffusa in una parte del partito e dei
militanti, che la legittimazione del potere acquisito (lo ebbe a spiegare
chiaramente il giudice Caselli) è legata all’opera della magistratura e,
dunque, delegittimando l’una si delegittima l’altro. Qui commette però
un errore grave, direi storico. Perché su questa strada lascerà sospesa su
di sé e sull’origine del suo potere di governo l’illegittimità che si
è prodotta appunto quando si costituì il presente Stato istituzionale,
un’ombra difficile da cancellare. Ecco perché l’Italia non riesce a
uscire da una fase di transizione alla quale si può porre fine solo
restituendo alla politica tutta la sua legittimità. Quella che fu
dichiarata una maledizione dei comunisti, di non essere riusciti ad andare
al potere in nessun Paese per virtù di un voto popolare libero e schietto,
rischia di perseguitare anche i comunisti italiani. Inchieste giudiziarie e
ribaltoni costituiscono un bagaglio storico del quale è difficile
liberarsi. Questa era l’intuizione di D’Alema, allorché si costituì la
Bicamerale, e averne perso il senso è la causa primaria del fallimento.
La terza condizione
chiama in causa i Paesi amici e alleati, la comunità dei Paesi democratici.
Quel che succede in Italia comincia a preoccupare la cultura giuridica e
politica anche fuori dei nostri confini. La posizione di organi di
informazione come il Wall Street Journal, quella di autorevoli osservatori,
la pubblicazione di libri che si esprimono con preoccupazione sul "caso
italiano", le condanne sempre più frequenti del nostro Paese da parte
dei tribunali internazionali e della Corte di Strasburgo, il prossimo varo
di una commissione di giuristi inviati in Italia dalla Lega internazionale
per i Diritti dell’uomo, aderente all’Onu: sono tutti segnali che
indicano come stia gradatamente cambiando nel mondo il giudizio sulla
situazione italiana.
Del resto, il timore
che il "caso italiano", cioè la crescente occupazione di spazi
politici da parte della giurisdizione, non sia destinato a limitarsi al
nostro Paese, è ormai diffuso in una parte considerevole della cultura, in
Europa e nel mondo. La coincidenza in Italia fra l’ascesa al potere dei
comunisti, esempio unico dell’Occidente, e il profilarsi di un regime
largamente condizionato dal potere giudiziario non è accadimento che
tranquillizzi l’opinione democratica.
Non molti anni fa,
ministri, sottosegretari e leaders di partito gettavano la spugna al primo
avviso di garanzia. Lei ora, pur con il carico di sentenze di condanna,
tiene il campo con determinazione, riceve solidarietà diffuse, si sente
sorretto da un largo consenso della pubblica opinione. Che cosa è cambiato?
E’ Lei un personaggio particolare, che trae vigore dall’essere tuttora
un impolitico o sono i giudici che hanno perso credibilità nel giudizio
degli italiani? In entrambi i casi siamo in presenza della rottura degli
equilibri costituzionali: quali immagina possano essere le conseguenze?
La ragione principale
del fenomeno al quale Lei accenna è che gli italiani hanno capito quale è
la posta in gioco. In gioco, lo ripeto, non c’è la mia persona, né le
mie aziende. E del resto, finché mi sono tenuto lontano dalla politica, nel
periodo di maggiore attività di Tangentopoli, durante tutti gli anni 1992 e
1993, né io né le aziende da me fondate e dirette siamo stati sfiorati
dalle inchieste. Ci deve essere, dunque, qualcosa d’altro, come tutti
hanno capito fin troppo bene.
In gioco c’è
infatti la possibilità stessa che il nostro Paese viva in un normale regime
democratico, nel quale è il popolo a scegliere, in libertà, chi deve
governare e chi deve restare all’opposizione. I fatti degli ultimi anni
hanno chiarito quali siano i pericoli che corre l’Italia. Qualche anno fa
le inchieste giudiziarie furono accompagnate dal favore popolare perché
dirette - almeno questa fu l’impressione - contro tutto il sistema
politico che appariva vecchio, immobile e, in definitiva, marcio.
All’inizio, i magistrati colpirono in tutte le direzioni, e gli italiani
ebbero l’impressione di un’opera volta a fare pulizia, a mandare a casa
una classe dirigente che aveva fatto il suo tempo. Il modo nel quale tutto
questo avveniva non era dei più ortodossi, perché le regole non venivano
rispettate, e con esse il diritto dei cittadini-imputati. Per questo si parlò
di una "rivoluzione dei giudici", cioè di un evento eccezionale,
rivoluzionario appunto, attorno al quale si raccolse un vasto consenso
popolare, tanto avvertito era il bisogno di un cambiamento. E quanti furono
colpiti dalle inchieste, molti colpevoli, molti innocenti, vennero spazzati
via, come Lei ricorda, al primo avviso di garanzia.
Solo più tardi ci si
accorse che, in realtà, la macchina giudiziaria colpiva in modo selettivo e
che la geografia della corruzione veniva a coincidere perfettamente, nei
suoi effetti, con una geografia politica che risparmiava i partiti
post-comunisti, quella parte della Dc che da sempre era stata alleata del
Pci e tutti coloro che, in un modo o nell’altro, si ponevano sotto la
protezione dei nuovi padroni. Era il "compromesso storico" che
veniva attuato, in forme del tutto impreviste, vent’anni dopo la
predicazione di Enrico Berlinguer e di Franco Rodano. All’opposizione
restava un partito - il Msi non ancora An - che, oltre ad essere estraneo ai
fatti perché escluso dal sistema consociativo e dal cosiddetto "arco
costituzionale", poteva rivestire per le sue origini storiche i panni
di un’opposizione senza speranza, e restava un partito regionale come la
Lega, che aveva avuto il merito di scuotere l’albero, ma che certo non
aveva la possibilità di raccoglierne i frutti, non essendo in grado di
assicurare la direzione politica al Paese intero.
La nascita di Forza
Italia ha modificato il panorama politico: gli elettori moderati, prima
dispersi e rassegnati, hanno trovato la forza politica che li rappresentava,
sulla quale contare e attorno alla quale raccogliersi. Contemporaneamente,
contro di me e contro le aziende da me fondate, si scatenava la persecuzione
giudiziaria più accanita. Poche date: il 6 gennaio presentai Forza Italia a
Roma, l’8 gennaio la presentai a Milano, il 10 gennaio fu arrestato mio
fratello e decine di perquisizioni della Finanza si abbatterono sulle mie
aziende. Nessuno poteva fingere di non capire, anche perché da allora la
persecuzione giudiziaria non si è arrestata più e, dopo la nostra
affermazione elettorale del 27 marzo 1994, ha contribuito in modo
sostanziale a quel sovvertimento della volontà popolare che è stato il
"ribaltone".
Oggi è del tutto
chiaro agli italiani, o almeno ai moderati che non si rassegnano all’idea
di un regime della sinistra comunista senza alternative possibili, che la
mia eliminazione determinerebbe una disgregazione di Forza Italia, del Polo
delle libertà e, quindi, di tutta l’opposizione e costituirebbe, per
qualsiasi oppositore, un messaggio chiarissimo: nessuno, senza grave
pericolo, può contrastare l’attuale potere.
La vera anomalia,
anzi, la vera patologia italiana è quella dei magistrati militanti organici
alla sinistra che, in adempimento a un preciso e ben collaudato disegno
politico, inquisiscono, processano e condannano i nemici
"politici". La delegittimazione e l’eliminazione degli avversari
politici per via giudiziaria sono, d’altronde, sempre state nelle corde e
nella storia dei partiti comunisti. Solo che questa volta hanno fatto male i
calcoli: la gente ha capito, sta con me, assicura un crescente appoggio a
Forza Italia e al Polo, ed io non mi lascio intimorire, resto al mio posto
più determinato che mai affinché l’Italia possa vivere in un regime di
libertà piena.
Alla ripresa dei
lavori parlamentari tornerà in discussione la proposta di istituire la
Commissione d’inchiesta su Tangentopoli. Essendo ormai chiaro che la
preoccupazione della sinistra ex democristiana ed ex comunista non è che si
rifacciano i processi già celebrati dai giudici, ma piuttosto che si
facciano anche quelli che i giudici non hanno celebrato, quali aspettative
Lei affida a questa iniziativa parlamentare, e perciò aperta a tutti i
giochi dei partiti e delle coalizioni, ove dovesse concretamente
realizzarsi?
Esiste un impegno,
preso davanti al Parlamento e al Paese, di votare per la costituzione della
Commissione parlamentare d’inchiesta. Dinanzi a questo impegno ognuno
assumerà le proprie responsabilità. E sarà chiaro chi ha qualcosa da
temere dinanzi alla prospettiva che si faccia chiarezza. Non si tratta di
fare né di rifare processi, ma di esplorare quale fu il fenomeno della
corruzione, quale fu la vera estensione, quali ostacoli trovò l’opera di
pulizia che fu, come ho spiegato, del tutto selettiva. Voglio sperare che la
sinistra non si opponga a quest’opera di ricerca della verità. Quel che
doveva succedere in termini politici è successo, ed è a questo punto
interesse di tutti che si dissipi l’aria pesante che avvolge la vita
politica italiana, che si esca da quel clima di ricatti nel quale un famoso
pm vedeva avvolta l’intera vita pubblica.
La stessa
magistratura, che in grandissima parte ha continuato a fare il suo dovere in
silenzio e al servizio dei cittadini, non ha nulla da temere se si farà
chiarezza completa su un periodo della nostra storia. E’ un’esigenza
urgente, perché di vittime, in questa sorta di stato di guerra, ce ne sono
state già abbastanza, e non c’è magistrato che non lo sappia. Vorrei
ricordare le parole che Filippo Mancuso pronunciò al Senato, quando
l’allora ministro di Grazia e giustizia, a seguito di un orrendo processo
politico, venne cacciato dal governo: «Non aspettate che il pericolo bussi
alla vostra porta, per accorgervi di quello che sta succedendo...».
A settembre verranno
in evidenza anche i problemi dell’economia e del lavoro. Dopo i grandi
entusiasmi determinati dall’ingresso nel sistema della moneta unica
europea, è emersa la verità: siamo giunti alla meta stremati. Se
l’ingresso in Europa era irrinunciabile per ragioni politiche, resta ora
l’esigenza di starci con dignità. Obiettivo tutt’altro che facile da
raggiungere, considerati gli allarmi sociali soprattutto del Mezzogiorno.
Quali saranno gli atteggiamenti del Polo in sede di esame della finanziaria?
Oltre alle critiche, c’è anche una proposta concreta per favorire lo
sviluppo?
L’euforia per
l’ingresso dell’Italia nell’euro non è durata molto, la grancassa
suonata dal governo è stata fragorosa ma di breve durata. E’ apparso
chiaro che la creazione della moneta unica e la partecipazione
dell’Italia, peraltro del tutto scontata per ragioni politiche, sono
avvenute in modo tale da rendere difficile il restarci in condizioni
accettabili. La mancata riforma della spesa pubblica, l’aumento del peso
fiscale e la stagnazione provocata dal rinvio di tutte le spese produttive
hanno determinato una stasi economica, dimostrata, peraltro, dal
rallentamento della crescita, dall’aumento della disoccupazione e
dall’allargamento dell’area delle povertà. In queste condizioni, i
conti pubblici sono tornati a destare la preoccupazione della Banca
d’Italia e il debito complessivo, che ci siamo impegnati a ridurre, è
tornato a salire in termini assoluti.
Il Polo delle libertà,
come ha fatto nel passato, e con il maggior impegno che gli proviene dalla
sua forza crescente, tornerà in sede di esame della legge finanziaria a
battersi perché si creino le condizioni possibili e indispensabili per un
reale sviluppo: prima di tutto, una riduzione della spesa, specie di quella
corrente, cominciando con una reale riforma di un welfare in crisi perché
chiamato a difendere solo i grandi interessi rappresentati dalle
confederazioni sindacali, che non possono rappresentare i giovani, i
disoccupati, le forze del lavoro autonomo e creativo. Con la riduzione della
spesa, va ridotto il peso fiscale, volano decisivo per ogni investimento che
crei insieme ricchezza e posti di lavoro; va assicurato al lavoro, specie al
Sud, una flessibilità senza la quale non si può pensare che un
imprenditore voglia e possa assumere chicchessia. Non sono formule magiche.
In quei Paesi, come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e gli altri, nei quali
in questi anni abbiamo avuto la maggiore crescita, la formula è stata
semplice: liberare l’economia da quelli che Carli, già 25 anni fa,
definiva da noi "lacci e lacciuoli", creati dalle
"arciconfraternite del potere".
Il senatore Agnelli ha
dichiarato che solo un governo di sinistra avrebbe potuto portarci in
Europa, perché gode di un rapporto d’intesa, sarebbe meglio dire di
complicità, con i sindacati. Vale ricordare che furono i sindacati a dare
la spallata finale al Suo governo con la mobilitazione in piazza dei
lavoratori. Non ritiene che questo sia un nodo che il centro-destra deve
comunque affrontare, perché è impossibile che debba sostenere lo scontro
sempre su due fronti, quello politico ed anche quello sindacale? Ha pensato
ad una strategia di approccio a questo delicato problema?
Vorrei ricordare che,
successivamente, il senatore Agnelli osservò, con una frase nella quale ho
colto una punta di autoironia, che non ci restava che sperare in Cossutta. E
vorrei anche osservare, di sfuggita, che l’atteggiamento di una parte,
rilevante per potere e influenza, del mondo industriale e finanziario è
alla base di una delle anomalie italiane. Come lo è la formazione di un
blocco sociale che rappresenta interessi fra loro diversi e difformi e che
contribuisce fra l’altro - per la natura dell’editoria italiana - a
creare una uniformità culturale e nell’informazione che è la ragione
prima del conformismo nel quale viviamo e del pericolo di regime che
corriamo.
Grazie a questo
intreccio di interessi fra una parte influente del mondo industriale e
finanziario e una certa politica di tipo statalistico, l’organizzazione più
rappresentativa del mondo imprenditoriale, la Confindustria, che avrebbe il
compito di rappresentare milioni di imprenditori (i grandi, i medi e i
piccoli), pur avvertendo i rischi della politica del governo, nei momenti
decisivi appare paralizzata e bloccata. E questo priva la rappresentanza
sociale in genere della capacità di esprimere tutta la geografia sociale
del Paese.
Quanto ai sindacati
dei lavoratori dipendenti, anche loro tendono a rappresentare di più i
nuclei delle grandi aziende, i pensionati (o, meglio, certi pensionati: per
esempio, quelli di anzianità) ed altre fasce privilegiate, rispetto ad
altri lavoratori attivi, soprattutto giovani e delle aziende meno
importanti. Su tutto, poi, grava un’ipoteca politica che condiziona il
movimento sindacale nel suo complesso, ne fa il protagonista di un balletto
grottesco con un governo amico, criticato a parole, sostenuto nei fatti, con
quelle marce di lotta e di governo che minano la credibilità del sindacato,
ridotto a copertura di un esecutivo che colpisce anche e soprattutto i ceti
più deboli. Il risultato è la sudditanza di tutto il movimento sindacale
alla confederazione più forte e più legata ai partiti post-comunisti, la
Cgil di Cofferati. La speranza è nella storia del nostro Paese e del suo
movimento sindacale. La Cisl e la Uil si costituirono per liberare il mondo
del lavoro dall’ipoteca totalizzante della confederazione di obbedienza
comunista. Credo che prima o poi un problema di questo genere torni a
proporsi, e che certe inquietudini, soprattutto nella Cisl che ha una base
solida fra i lavoratori, indichino un disagio che non potrà che crescere.
Intanto crescono, non
a caso, organizzazioni come l’Ugl e, soprattutto, un sindacalismo
autonomo, verso il quale si orientano quei lavoratori che non accettano
l’idea di un sindacato ufficiale e para-statale, incompatibile con una
reale e libera dialettica sociale.
Sono mesi che il
governo annunzia la costituzione di una nuova Agenzia per il Sud, ma non
riesce a trovare una formula che davvero si discosti dal vecchio modello
assistenziale. Paradossalmente, si sa dove attingere le risorse, ma manca la
capacità di impiegarle. Ovunque, ma in particolare nelle città del
Mezzogiorno, i disoccupati sono in rivolta ed il governo risponde con misure
di ordine pubblico. Per Prodi, sospinto dai diktat di Bertinotti, il Sud è
ancora problema di Stato, di incentivi clientelari, di lavori socialmente
utili. Per Berlusconi, invece?
Il governo reprime a
Napoli quei movimenti di disoccupati che avanzano richieste che
l’esecutivo dichiara inaccettabili, cioè assunzioni alle quali non
corrisponde la creazione di lavoro realmente produttivo. Il problema è che
il governo fin qui si è mosso proprio in quella direzione, con i lavori
socialmente utili e il resto, creando attese pericolose. Più in generale,
la sinistra ha cavalcato fino a ieri movimenti che oggi criminalizza,
scorgendo in essi addirittura "infiltrazioni eversive"! Il
problema della disoccupazione nel Mezzogiorno si affronta - non dico neppure
si risolve - solo rendendo convenienti e remunerativi per gli imprenditori
gli investimenti nel Sud. Dunque c’è un problema di infrastrutture,
trascurato negli ultimi anni per il blocco delle spese produttive (preferito
alla riforma della spesa corrente). C’è il problema, gravissimo,
dell’ordine pubblico, e c’è il problema del costo del lavoro, che deve
compensare gli handicap del Mezzogiorno e la maggiore distanza dai nostri
mercati di sbocco.
Debbo notare, intanto,
che il potere della sinistra ha coinciso con la scomparsa di una cultura
meridionalista che, nei decenni passati, ha animato il panorama culturale
italiano, con personalità come Saraceno, Rossi-Doria, Francesco Compagna e
tanti altri. Considero perciò molto positiva l’iniziativa assunta dal
Centro Ideazione di istituire l’Osservatorio sul Mezzogiorno, che punta ad
essere laboratorio di progetti piuttosto che anonimo registratore di dati.
Bisogna costruire nel Sud una nuova cultura dell’imprenditorialità del
lavoro e che sia Ideazione a promuoverla mi sembra indicativo di sensibilità
politica ed intellettuale.
Dopo l’elezione del
capo dello Stato, si voterà per il Parlamento europeo. Attribuisce
rilevanza elettorale interna all’ingresso di Forza Italia nel gruppo del
Ppe? Ritiene che il sistema proporzionale, dal quale appunto è regolata
quella consultazione, sia il più idoneo a rappresentare la complessa realtà
italiana?
Non c’è dubbio,
anzitutto, sul fatto che l’ingresso di Forza Italia nel Gruppo popolare
europeo sia un evento di grande rilevanza politica, e le reazioni, in
qualche caso scomposte, dei nostri Popolari ne sono state la prova più
evidente. Se è vero che andiamo verso una integrazione anche politica
dell’Europa, se è vero che nel Parlamento europeo e nel panorama politico
europeo tendono a crearsi blocchi politici omogenei, non c’è dubbio che
il posto dei partiti moderati e che hanno nel loro seno una forte
ispirazione cattolica è nel Ppe.
I partiti che, come il
Ppi, hanno scelto di stare al governo e in posizione di subordinazione ai
partiti comunisti, si troveranno in sempre maggiori difficoltà, e qualcuno
di loro comincia già a dire che il posto più naturale è con i partiti
socialisti. Ebbene, le elezioni europee dovranno rendere chiara questa
scelta, e il loro carattere politico ed il minor peso che in esse hanno
clientele e consorterie locali dovrebbero contribuire, più del sistema
elettorale, a meglio rappresentare la volontà del Paese.
A proposito di sistema
elettorale: sono state raccolte le firme per il referendum che propone
l’abolizione della quota proporzionale nelle elezioni nazionali. La
componente laica e liberale di Forza Italia ha aderito alla proposta, anche
se polemizza con Di Pietro che punta a diventarne il portabandiera. Anche
Fini, dopo aver tergiversato, si è dichiarato favorevole. A parte Di
Pietro, qual è la Sua posizione nei confronti dell’iniziativa?
"A parte Di
Pietro", dice Lei. Ma è difficile prescindere da Di Pietro che, come
era prevedibile, è riuscito a strumentalizzare la richiesta delle firme per
il referendum. Anche perché Di Pietro ha un progetto, che è quello di fare
del referendum un momento di passaggio per il varo di una legge elettorale a
doppio turno di collegio che, non a caso, è preferita dai Democratici di
sinistra, poiché volgerebbe a loro favore un marchingegno come quello della
"desistenza" da applicare nei singoli collegi, senza una scelta
chiara fra due schieramenti contrapposti.
Comunque, sul
referendum si dovrà prima pronunciare la Corte Costituzionale; il doppio
turno piace ai diessini ma non ai Popolari e a Rifondazione, dunque tutto è
aperto a ogni soluzione. L’unica cosa certa è che esiste il problema
urgente di una nuova legge elettorale, ed è una delle materie nelle quali
non si può procedere unilateralmente, a seconda degli interessi di questo o
di quel partito.
Come immagina oggi il
cartello politico-elettorale del centro-destra alle prossime elezioni per il
rinnovo del Parlamento? La politica delle alleanze assume valore strategico.
C’è un percorso che si è proposto di seguire?
Le elezioni politiche
non sono, anche per il sopraggiungere del "semestre bianco", fra
gli eventi prevedibili nel futuro a noi più vicino. Il tema delle alleanze
è importante, ma la soluzione non va cercata nella somma aritmetica delle
sigle dei partiti quanto nella capacità di modernizzare la politica,
rendendola più sensibile alle grandi aspirazioni degli italiani. Considero
un grande successo aver saputo raccogliere intorno ad un programma tutti i
moderati italiani che erano divisi e spesso in conflitto tra di loro e di
aver dato ad essi la consapevolezza di essere maggioranza nel Paese, di
poter perciò legittimamente puntare a governarlo, scrollandosi di dosso la
soggezione politica e soprattutto culturale nei confronti della sinistra. Il
processo di unificazione dell’area moderata si deve compiere, e ritengo di
dover dedicare a questo impegno tutte le mie energie prima che si giunga
alla scadenza elettorale.
Apprezzo la vivacità
intellettuale che si manifesta anche in atteggiamenti politici
differenziati, ma bisogna rendersi conto che nella società moderna un
leader è tale non se apre un botteghino elettorale ed inventa una sigla, ma
se sa tradurre in sintesi e validamente rappresentare interessi e valori
diffusi in vaste aree della società. Questo è quanto mi riuscì di fare
nel 1994 ed i moderati abbandonarono le periferie e si collocarono al centro
del sistema politico, economico e sociale. Alla grande spinta unificante
sono seguite iniziative disgreganti, ma non hanno giovato al Paese e neppure
a chi ne è stato l’autore. Alcuni esagitati dirigenti della Lega si
esercitano in rozzi tentativi di insulto nei miei riguardi, ma vorrei
ricordare loro - anzi, ai loro elettori - che l’intesa con Forza Italia li
trasse fuori dall’emarginazione e li investì di responsabilità di
governo. Ebbero ministri veri, dotati di poteri reali per favorire lo
sviluppo delle categorie produttive. Avrebbero potuto operare concretamente
e, invece, preferirono rinnegare l’impegno con gli elettori, stringere
alleanze "blasfeme", tornare ad esercitarsi nei vecchi salti della
quaglia. Da allora, oltre a minacciare secessioni, si sono baloccati
inventando parlamento, governo e ministri falsi, giocando come i bambini con
i soldatini di cartapesta.
Quale è il rapporto
con il movimento di Cossiga?
Stimo Cossiga e
nessuna contingenza polemica mi farà dimenticare i suoi meriti, perché
senza il suo coraggio il treno del cambiamento non sarebbe mai partito. Però
non riesco a seguirlo in queste dichiarazioni di disponibilità a dare voti
a un governo che definisce incapace e tuttavia vuol contribuire a far
sopravvivere, qualora Bertinotti dovesse privarlo del suo appoggio. E’
come se si perpetuasse il principio del ribaltone, che resta completamente
estraneo alla mia mentalità ed alla mia interpretazione della politica.
Penso di essere in sintonia con la maggioranza degli italiani che vorrebbe
veder chiaro nei comportamenti dei politici, capire da quale parte stanno,
quali interessi sostengono, quali obiettivi perseguono.
Che l’Ulivo sia al
governo è un dato con cui bisogna fare i conti e che dobbiamo adoperarci a
rimuovere; è un incidente che è capitato per ingenuità, anche per errori
che abbiamo commesso, ma soprattutto perché, dopo cinquant’anni di
potere, la formazione di una nuova coscienza del Paese e di una nuova classe
dirigente richiede tempi lunghi. Non è vero che la sinistra è moderna,
progressista, destinata a restare al potere per non so quanti lustri. Non è
neppure vero che dispone di una classe dirigente preparata. E’ falso che
possa rapidamente aggregarsi intorno ad un programma moderato,
"europeo", come oggi dicono affidando a questo aggettivo tutto
quel che hanno per sentirsi meno vecchi e scontati. Non c’è solo la
posizione stridente di Bertinotti; ci sono gli sconfitti della storia, gli
ex comunisti e i cattolici di sinistra, con la loro concezione dello Stato
interventista e della libertà condizionata.
Noi siamo molto più
avanti rispetto a loro e dobbiamo cogliere ed utilizzare questo elemento per
costruire la grande alleanza dei moderati. Penso che debbano stare insieme
quanti possono ritrovarsi in un progetto liberale della società italiana.
Domenico
Mennitti |

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1998
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