Dove va il giornalismo politico?
di Angelo Mellone
da Ideazione, settembre-ottobre 2003
Prima storia. La redazione del prestigioso New York Times, la bibbia del
giornalismo liberal americano, viene sconquassata dallo scandalo di Jayson
Blair, il giovane reporter accusato di aver copiato, o essersi inventato
di sana pianta, le storie con cui confezionava i suoi articoli. Per colpa
dell’incoscienza di un solo addetto, l’intera macchina del Nyt entra in
crisi: dimissioni, autocritiche, outing, pesantissime riflessioni sulle
capacità distorsive dei media.
Seconda
storia. Il 17 luglio 2003, all’indomani della presentazione a stampa e
parti sociali del Documento di programmazione economica e finanziaria, il
ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti, viene intervistato dal
Tg1 Rai, ore 20.00. Una di quelle interviste in cui, a partire dalle
inquadrature sul polsino della camicia, si comprende il tono confidenziale
di chi vuole rivelare qualcosa. E la rivelazione, anzi la
contro-rivelazione, arriva: la secca smentita che nel Dpef fosse mai stata
contenuta una proposta di mutui ipotecari sulle case, pensata per
rilanciare i consumi. Proposta su cui, invece, si erano concentrate nei
giorni precedenti tanto l’attenzione dei media quanto le preoccupazioni di
sindacati, partiti, associazioni dei consumatori, parti imprenditoriali
ecc. Chi abbia ragione, in questo caso, è assolutamente secondario.
Tremonti, nell’intimità di un’intervista televisiva “a due”, sente il
bisogno di negare di fronte alle telecamere le ragioni stesse del
putiferio che aveva occupato prime pagine, retroscena, indiscrezioni e
lanci a raffica di agenzia, minandone il valore-notizia.
Terza storia. Sempre a metà luglio, il potentissimo spin doctor di Tony
Blair, Alastair Campbell, da anni famoso per la grande influenza di “ombra
nera” che gli viene accreditata sulle scelte del leader, si ritrova
nell’occhio del ciclone - o, che è lo stesso, nell’occhio catodico della
televisione britannica - con l’accusa di aver addomesticato un dossier sul
potenziale degli armamenti dell’Iraq di Saddam. David Kelly, lo scienziato
sospettato di leak, ovvero di aver “spifferato” la notizia alla Bbc, viene
ritrovato morto poco dopo che lo scandalo è scoppiato: Campbell viene
letteralmente messo sulla graticola e, nel giro di qualche giorno, il
terribile valzer delle indiscrezioni si estende agli stessi giornalisti
della Bbc, accusati a loro volta di aver manipolato un dossier già
alterato, in un rincorrersi di velenose insinuazioni. E così, dopo il
governo, incomincia a barcollare “la più autorevole industria
giornalistica del mondo” in una storia romanzesca di manipolazioni e
contro-manipolazioni. La prima storia riguarda un giornalista, la seconda
un politico, la terza un portavoce governativo e il suo odiatissimo
nemico, la televisione pubblica. Due di esse provengono da paesi in cui, a
differenza di ciò che accade in Italia, al mondo dell’informazione viene
tradizionalmente accreditato un ruolo di “terzietà” e di imparzialità
nella narrazione dei fatti e dei protagonisti della politica. In Gran
Bretagna le ricerche continuano a segnalare che, pur nel grande
spartiacque a noi sconosciuto tra stampa “impegnata” e stampa
“scandalistica”, i giornalisti si considerano soggetti di un servizio
pubblico, mentre negli Stati Uniti si percepiscono come i “cani da
guardia” del potere. Ma questa imparzialità, in ogni caso, è legata più a
mitologie diffuse che alla realtà dei fatti se, come ha documentato
Fabrizio Tonello, anche negli Stati Uniti le “porte scorrevoli” che aprono
un varco tra la carriera nelle news e quella nel Congresso sono sempre più
oliate e dense di passaggi, e Washington rappresenta il luogo in cui si
moltiplicano i punti di incontro, formali e soprattutto informali, tra i
due lati della barricata.
La terza storia è tutta italiana, tipicamente italiana, e ricorda la
classica lettera di smentita che appare il giorno seguente la
pubblicazione dei “retroscena” di un Augusto Minzolini su La Stampa, di un
Francesco Verderami sul Corriere della Sera o di un Carlo Fusi sul
Messaggero. Ma in Italia il pericolo di indulgere troppo sul mito
dell’obiettività del giornalismo politico non c’è mai stato: nel nostro
paese è noto a chi conosce la storia del giornalismo che gli intrecci tra
soggetto agente e soggetto paziente delle notizie politiche, ovvero tra
giornalisti e politici, sono sempre stati forti e soprattutto noti; per
questo al mondo dell’informazione italiano, e alla sua condizione di
“sistema fragile”, è sempre stata attribuita una condizione ancillare
rispetto al più potente sistema politico, come una specie di “sala
d’attesa” dove svernare in attesa della chiamata in qualche competizione
elettorale: non come cronista, ma come candidato.
L’industria della rappresentazione
Ad ogni modo, tutte e tre le storie ci raccontano che in fondo, al di là
di come si percepiscono i giornalisti e i politici nelle loro relazioni
pericolose, crisi, cortocircuiti comunicativi, tragedie della
manipolazione sono all’ordine del giorno un po’ dappertutto: un
giornalista pericolosamente incosciente, un provvedimento supposto
inesistente, un portavoce fantasioso che inquina la comunicazione
strategica del suo governo con un news management scorretto, a sua volta
superato da un giornalismo ancora più “creativo”. Segno che se, in Italia
ma non solo, la politica zoppica, e la sua capacità di rappresentanza
entra in crisi, neanche il giornalismo politico, e la sua capacità di
rappresentazione, sta troppo bene. Su queste premesse, si potrebbero
intavolare lunghe discussioni su più fronti: il giornalismo che non
racconta più ma smercia puri artefatti (dove talvolta l’arte lascia un po’
a desiderare…), la politica che nonostante l’esplosione della
comunicazione e della political communication continua a rimanere oscura o
a raccontare mezze verità che sono anche mezze bugie, la stessa
legittimità di un sistema democratico fondato sul presupposto che di
fronte al potere segga, in veste di giudice di ultima istanza, un’opinione
pubblica popolata di cittadini informati, che dispongono di buona
informazione perché esiste un mondo dei media professionale e trasparente
in grado di offrirgliela. Se questo prevede una teoria della “buona
democrazia”, la quotidianità parla un linguaggio diverso: si tratta,
allora, di comprendere quali siano realisticamente i confini valicati, in
una situazione in cui ad un cattivo giornalismo corrisponde una pessima
politica, e viceversa.
Proviamo ad offrire qualche riflessione sul tema. La prima è
un’indicazione di metodo: scindere politica e giornalismo politico
equivale ad una sfida sottile, da giocare più sul terreno dell’analisi
istituzionale (sistema politico versus sistema dei media) che su quello
degli individui: troppe e troppo complesse sono le zone di contatto, le
passioni personali, le reti di interessi, la stessa consanguineità tra
giornalisti e politici per tracciare rigorose linee di demarcazione e
illudersi che possano tenere. Quello che racconta Paolo Mancini nel suo
Sussurri e grida dalle Camere, o ciò che avviene in quei settori nuovi e
ancora poveri di analisi empiriche che sono le strutture di comunicazione
dei governi, il noto andirivieni tra Parlamento e redazioni, è la storia
di un giornalismo ibrido, di una comunicazione intrisa di politicità, di
giornalisti che rispondono al duplice richiamo delle gerarchie redazionali
e di “altri” referenti, politici o economici.
Il secondo spunto riguarda invece la qualità dell’informazione politica,
tema scottante di dibattito in una società che si percepisce sempre più
dipendente dalla comunicazione per sopravvivere e per avere un punto di
vista sul mondo. Scrive correttamente Carlo Sorrentino che i newsmedia
“svolgono una funzione di regolazione della fiducia, contribuendo a
fornire maggiore o minore credibilità a determinate fonti, a specifici
ambienti. Stabiliscono, in questo modo, la pertinenza dei singoli attori
sociali ad argomentare su specifici temi ed eventi. Nel borsino della
notorietà o del prestigio i mezzi di informazione decidono chi entra, chi
sale, chi va crocifisso e chi osannato; decidono il chi, dunque, ma anche
il come, rimpastando la realtà e la sua materia grezza da decifrare, i
“fatti”. E lo fanno in base a ciò che con una felice intuizione è stato
definito “logica mediale”, ovvero un insieme di criteri di notiziabilità,
il “cosa” fa notizia, che consente ai giornalisti di collocare con estrema
rapidità gli eventi in una cornice di significatività. Sono proprio questi
criteri ad essere puntualmente contestati quando, ad esempio, Thomas E.
Patterson imputa a ciò che definisce giornalismo “aggressivo”
quell’ineliminabile tendenza ideologica, che fa da sottofondo all’intera
copertura degli eventi politici, in base a cui “si parte dall’assunto che
i politici agiscano per interesse personale piuttosto che per convinzione
politica”. Da questa considerazione deriva una lunga lista di
recriminazioni contro i media, i loro linguaggi e, sotto sotto, la loro
posizione privilegiata di soggetti politici che non devono però rendere
conto del loro operato agli elettori, ma solo ai lettori o all’audience.
Spettacolarizzazione, banalizzazione, personalizzazione eccessiva,
riduzione della complessità dialettica della politica a sound-byte, a
dichiarazione veloce e frammentaria, collateralismo politico, scarso senso
civico: l’elenco delle accuse che vengono rivolte ai giornalisti, alle
loro tecniche di copertura degli avvenimenti è lunghissimo, e investe
tutti i livelli della professione, dalle convinzioni morali del reporter
ai metodi di organizzazione delle redazioni, dalla logica dei mezzi
(soprattutto la televisione: ci troviamo di fronte ad un medium
intrinsecamente nemico dell’approfondimento?) all’oscurità del fine (i
media fanno politica?). In particolare nei confronti della televisione, le
teorie legate all’ipotesi del “videomalessere” mettono la scatola magica
sul banco degli imputati, attribuendole le peggiori tendenze
negativizzanti, se non altro la capacità di istigare derive di apatia e
cinismo nell’opinione pubblica rappresentando la politica come un affare
sporco, dominio di pochi, interessante solo per ragioni di pura brama
scandalistica o di pettegolezzo. Ancora, tanti studiosi delle campagne
elettorali mettono in luce il ruolo dei mezzi di informazione, e dei
soggetti che ne guidano l’attività, nelle pratiche di “confezionamento”
della politica, che viene trasformata in una “corsa di cavalli”, un
incontro di boxe in cui contano più le narrazioni personalistiche sui
gusti gastronomici o le passioni calcistiche dei candidati - o i temi
legati alla competizione in quanto tale, la gara - che non le questioni di
sostanza, legate ai programmi politici.
Questo genere di critiche, non si sa quanto consapevolmente, capovolge un
altro luogo comune sull’informazione politica, quello di una “faccenda per
pochi” in cui si parlano linguaggi sconosciuti ai più, indirizzandosi
messaggi oscuri o coltivando una sorta di esoterismo autoreferenziale,
propedeutico al mantenimento di un alone di mistero sulle istituzioni,
concepite come casematte impenetrabili. Mantenere silenzi e esoterismi per
conservare il potere: nemmeno 15 anni fa, su un libro a più voci come La
comunicazione politica in Italia si potevano ancora leggere requisitorie
contro una politica in cui “la sostanza è ancora quella dell’attenzione
estesa e di partecipazione all’attività politica più secondo i moduli
scelti dai partiti e dai leader che secondo le domande dei lettori e dei
telespettatori”; se nel 1988 Gianfranco Pasquino parlava di “alto
sgradimento”, oggi il problema pare essersi rovesciato, per divenire
quello di una politica che ha preso a modello la “logica mediale” e si
ritrova incapace di pensarsi al di fuori del commercialismo, del
sensazionalismo e della degradazione del linguaggio al livello della
Signora Maria di turno.
Il terzo spunto investe il ruolo dei giornalisti non solo nel circuito
produttivo delle notizie, ma negli stessi luoghi della politica. Non si
tratta semplicemente di indagare quali rapporti intrattengono i
giornalisti con le loro fonti, lo stile o il formato delle loro
narrazioni, ma cominciare a spiegare anche in Italia quel fenomeno che
alcuni studiosi hanno definito metacoverage, “metacopertura”, definita
come “un insieme di riflessioni autoreferenziali sulla natura degli
interscambi tra l’apparato delle pubbliche relazioni politiche e il
giornalismo politico”, che si sostanzia in due nuove tendenze del
giornalismo politico stesso. La prima, l’auto-copertura, equivale a dire
che, da semplici narratori e presenze esterne allo spettacolo politico, i
giornalisti “si trattano come i soggetti delle storie politiche che
raccontano”, diventano i protagonisti dello spettacolo o fanno ricorso ad
uno “stile interpretativo” che “eleva la voce del giornalista al di sopra
di quella dei protagonisti delle notizie”. La seconda, altrettanto
importante, è il moltiplicarsi degli articoli che hanno per oggetto le
manovre, i sotterfugi, le strategie messe in campo dai responsabili delle
campagne elettorali, e in generale degli staff dei politici - i portavoce,
le strutture di pubbliche relazioni - “per guidare o influenzare i
giornalisti”.
Entriamo nel territorio della manipolazione e di quel complesso “tiro alla
fune” tra fonti e giornalisti, come lo definisce Herbert J. Gans, che
caratterizza il circolo di produzione delle notizie, e in cui il potere
delle strutture di comunicazione dei governi o dei candidati si misura in
base alla capacità di affermare sui media la propria versione dei fatti, o
addirittura solo i fatti che interessano. Siamo di fronte ad un problema
scottante, sia perché si tratta di una chiara distorsione dei princìpi
della democrazia dell’informazione sia perché il nostro futuro in cui
tecnologia, denaro e potere sono sempre sottoposti a nuove miscele,
potrebbe generare nuovi fantasmi orwelliani o pericolose concentrazioni
videocratiche. La storia narrata su Campbell e i suoi tentativi di
manipolazione ricade esattamente in questa tipologia, che Barbara Pfetsch
definisce “la funzione di news management delle pubbliche relazioni
politiche”, che in modo più o meno legale “mira a influenzare il processo
politico e, così, produrre sostegno pubblico e legittimazione” nei
confronti di un dato provvedimento o uomo politico.
Infine, un problema che riguarda il giornalismo non a livello di singoli
individui o di singoli gruppi redazionali, ma il giornalismo come sistema,
come istituzione: i media sono un’istituzione politica? Questa ipotesi dei
“mezzi di informazione come istituzione”, come ha mostrato Timothy E.
Cook, “piuttosto che pensare ai giornalisti come ad individui che scrivono
le loro storie a ruota libera, ci ricorda che essi lavorano in base a
routine, procedure e regole, non dette ed accettate acriticamente, sul chi
e cosa fa le notizie. Prima di ogni altra cosa, le notizie sono un
prodotto organizzativo”. I media in questa visione sono a pieno titolo
un’istituzione politica, impegnata in prima linea nella definizione di ciò
che è importante in una società, nella loro funzione di intermediazione
tra potere politico e opinione pubblica. In questa visione, che costringe
la creatività individuale, e in primo luogo i criteri di produzione delle
notizie, all’interno di una cornice pressante di regolazioni, i media
vengono considerati alla stregua di un insieme di organizzazioni che
possiedono criteri di funzionamento simili, che rispondono alle stesse
logiche ed interessi e che, allora, possono essere analizzate come una
sorta di “industria” che presidia un determinato settore sociale, quello
della produzione e dello smercio di informazioni, e che insieme alle
istituzioni politiche produce il “sistema della comunicazione politica”.
Su queste basi si può giungere a sostenere che, in fondo, i media fanno
politica come un agente autonomo e che, in alcune fasi di debolezza degli
attori politici tradizionali, come ha scritto Gianpietro Mazzoleni,
potrebbe profilarsi lo spettro di una “repubblica dei media” in cui questi
ultimi “sostituiscono nell’agorà i partiti e le tradizionali istituzioni
della democrazia rappresentativa”.
Il caso italiano e le sue “gioiose anomalie”
Cosa ci dice il giornalismo italiano rispetto a queste tendenze? Il nostro
mondo dell’informazione porta sulle spalle una serie di “anomalie”, anche
creativamente interessanti, che lo rendono in un certo qual modo
eterodosso rispetto ad altre esperienze europee o, più in generale,
occidentali. Ad esempio, il significativo peso specifico detenuto dalla
stampa di partito o la partitizzazione della televisione pubblica,
questioni che fanno emergere con nitidezza la storia di un paese in cui la
politica ha per tanti anni esercitato la leadership nel “tiro alla fune”
con il giornalismo. La politica, nel bene e nel male, ha così condizionato
i formati dell’informazione, lo sviluppo del mezzo televisivo e delle sue
tecniche di presentazione dei “fatti”, ma anche i criteri di accesso alla
professione, le carriere dei reporter più “consonanti” e di quelli meno
organici, e dunque le stesse strutture delle redazioni e i loro meccanismi
di socializzazione.
La crisi della Prima Repubblica incrina buona parte di questi meccanismi.
Ma, come si sa, occorre il lavoro di generazioni per modificare equilibri
cinquantennali, e dunque le redazioni di giornali e televisioni pubbliche
e private sono ancora per lo più saldamente in mano ad eredi di stagioni
in cui la militanza giornalistica poteva concepirsi o in quota governativa
o navigando attorno alla galassia delle sinistre, tra Pci e movimenti.
Accanto al libro di Antonio Galdo Saranno potenti? un’altra storia va
ancora scritta: quella dei tanti circoli “trasversali” a partiti,
movimenti, redazioni e generi di media, che tengono ancora insieme legami
ed amicizie spavaldamente sopravvissute alle proprie ragioni storiche e
politiche, complesse reti di relazioni che continuano a legittimare i
“soliti noti” e a fare da tappo all’ingresso di altre subculture nel
giornalismo politico.
La seconda “anomalia” sta nella singolarissima funzione di “supplenza”
esercitata dall’universo del giornalismo italiano durante la crisi di
Tangentopoli, quando l’impossibilità di governare da parte della vecchia
maggioranza travolta dagli scandali, e l’impreparazione delle opposizioni
a gestire una fase storica troppo tempestosa, hanno lasciato semideserti i
luoghi della rappresentanza, occupati per assenza della politica dai
soggetti della rappresentazione. I media, nel triennio 1992-1994, si sono
trovati a poter agire come soggetti di prima linea in quel convulso
processo riformatore che, nel giro di pochissimo tempo, ha modificato
l’immagine, gli attori e la meccanica del nostro sistema di partito.
Dopo lustri di pigro sonnecchiare all’ombra del potere governativo, il
mondo dell’informazione “che conta” improvvisamente si sveglia, e
percepisce che può cavalcare la nuova stagione della politica italiana,
nella veste di cassa di risonanza su alcune battaglie “epocali”, in primis
quella capeggiata da Mario Segni per la “svolta maggioritaria”, ma anche
in quella di king maker. Torniamo a quanto si diceva prima sull’azione
politica del giornalismo su larga scala: è forse questa l’unica occasione,
così importante per analizzare la fisionomia e la fisiologia odierne del
nostro sistema politico, in cui le divisioni tra i mezzi di informazione
italiani, le costellazioni di interessi lì sedimentate, passano in secondo
piano rispetto all’azione del “partito dei media” come istituzione, come
blocco di potere, come vero e proprio soggetto d’azione che scrive per
qualche tempo la storia del mutamento politico in Italia. Avremmo avuto il
maggioritario in Italia senza le campagne interventiste del Corriere della
Sera? Tangentopoli sarebbe stata la stessa senza le trasmissioni di
Michele Santoro, i nuovi formati “piazzaioli” dei telegiornali o una
televisione pubblica in parte - e finalmente - priva delle briglie che per
tanti anni avevano agganciato l’informazione Rai al prepotere delle
maggioranze parlamentari?
In questo quadro il terremoto-Berlusconi rompe l’unanimismo di casta e
crea un nuovo motivo di scompiglio nel giornalismo politico, scavando
altri solchi, sollecitando nuove chiamate alle armi, ridando fiato alle
trombe del “giornalismo interpretativo” e di denuncia, spaccando anche i
media in due come una mela, in un processo conflittuale ben simboleggiato
dall’incipit, così di moda nel 1994, O di qua o di là, con Gad Lerner e
Pialuisa Bianco come simbolici testimonial. Da allora, accanto agli
indubbi progressi fatti nel campo delle tecniche e tecnologie di copertura
degli eventi, pensiamo alla maggiore piacevolezza grafica dei servizi
politici, il nostro sistema dei media viene calato in un vortice
nichilista da cui, probabilmente, non è ancora uscito. Tutti i
ragionamenti che sono stati fatti riguardo alla qualità della nostra
informazione, al ruolo dei giornalisti italiani e alla caratterizzazione
del sistema dei media come istituzione, devono allora essere filtrati
attraverso le lenti di queste “gioiose anomalie” che ci portiamo ancora
appresso, e che risultano anche dagli altri contributi pubblicati in
questo speciale. La deriva spettacolarizzante che induce qualcuno ad
affermare che “il servizio pubblico non esiste più”, ad esempio, non
risponde a pure logiche commerciali e popolarizzanti, accettabili per
quanto criticabili, ma al suo fondo rispecchia ancora conflittualità
politiche mascherate sotto la patina effimera del sensazionalismo.
La scarsa considerazione del mondo giornalistico nei confronti della
politica precipita la qualità della copertura negli abissi del puro
pettegolezzo politicamente rilevante. Con l’eccezione della dichiarata
faziosità goliardica di realtà marginali e intelligenti come quella del
Foglio, del Riformista, di certa stampa di partito o di qualche singola
figura di reporter o opinionista animato da spirito di servizio, si
produce un giornalismo che, se sulla buccia si tatua le stimmate della
“terzietà” e della necessità di vendere copie o passaggi pubblicitari
televisivi (e dunque più “anglosassone”), nella polpa riproduce i propri
vizi strutturali di una politicità più “contro” che “per”, schierata per
demolire e non per sostenere. Le battaglie continue ingaggiate non tanto
tra governo e media come istituzioni pubbliche, quanto tra giornalisti e
apparati di comunicazione come eserciti contrapposti e dediti
rispettivamente alla caccia e all’accomodamento delle notizie, al
saccheggio e al rifornimento drogato di eventi a buon tasso di
notiziabilità, sono la dimostrazione che una fitta rete di rapporti non
sono stati ancora codificati e regolati a sufficienza, così come non sono
stati ben definiti alcuni confini: quelli tra interpretazione e
invenzione, tra retroscena e pettegolezzo, tra simpatia e collateralismo,
tra qualità e snobismo.
Insomma, se la fase di protagonismo fuori dalle righe rivestita dai media
una decina d’anni fa si è conclusa, il “giornalismo ibrido” di marca
italiana qualche variazione l’ha comunque subìta. Ci si è certamente mossi
in direzione di una “americanizzazione” piuttosto confusa. Questo ha
portato la spettacolarizzazione e il suo regista, il giornalista, al
centro del palcoscenico, con la firma di un opinionista o “retroscenista”
di quotidiani o il volto rassicurante di qualche mezzobusto o conduttore
di programmi di approfondimento. Anche i giornalisti amano raccontare di
sé: lo fanno nei propri articoli o in libri in cui il giornalismo appare
un goliardico “centro del mondo” e i politici i naturali pendant delle
loro narrazioni, nel cuore bellico delle campagne elettorali o nei fatti
di una politica che è sempre crisi o sorpresa, anche quando non c’è
ragione di crederlo. La politica, in ogni caso, appare sempre come storia
di individui, dopo che la forza simbolica del “collettivo” e dei grandi
apparati di massa è andata nel dimenticatoio per lasciare il posto alle
persone, con la forza carismatica e le nevrosi del singolo politico a fare
da padroni. E il processo di personalizzazione vale anche per i
giornalisti italiani, che oggi fidelizzano lettori e soprattutto
teleutenti, che costruiscono il “tiggì di Mentana” o “il giornale di
Feltri”, amano danzare in prima persona sulle onde degli scoop per
apparirvi nelle vesti di testimoni privilegiati, possano essere Lilli
Gruber o Giovanna Botteri dal fronte iracheno o Francesco Pionati e Bruno
Vespa dal fronte interno politico-parlamentare.
Sempre pronti alla “meta-copertura”, alla narrazione della propria
strategicità e centralità rispetto al divenire delle cose politiche.
Perfettamente a proprio agio in questo preciso ruolo di divi e non di
gregari, i giornalisti politici italiani nulla hanno da invidiare a un
Larry King o ad un Peter Arnett. Ma, lo ripetiamo, nonostante le luci e il
chiasso, il giornalismo politico ha perso quel poco di forza che alla
politica aveva strappato durante la crisi della Prima Repubblica. Cosa gli
manca allora, in questa rivoluzione dell’immagine, per acquisire la stessa
rabbiosa centralità del modello anglosassone o il prestigio medio del
giornalismo francese? Una ragione forse c’è: è che il nostro giornalismo
non ha ancora ben chiara quale deve essere la missione del mondo
dell’informazione come istituzione politicamente rilevante, quale deve
essere il posto autentico dei giornalisti nella società della
comunicazione, quale deve essere l’orizzonte etico e deontologico al cui
interno rinnovare il volto della professione. Centralità sì ma
incosciente, priva di stella polare. La Seconda Repubblica, almeno fino ad
oggi, ci ha offerto un giornalismo solo parzialmente più libero, che ha
già prodotto i propri paradossi. Ad esempio, quello di un collateralismo
che non scompare ma, privato del mastice delle comuni appartenenze
partitiche, diviene mera fedeltà al singolo, al leader, e non più a un
orizzonte ideologico che accomuna il giornalista e il politico.
Il giornalismo politico italiano, dunque, ha ancora un lungo cammino da
compiere per chiarirsi le idee sulla sua funzione nella Seconda Repubblica
delle “fedeltà leggere” da rendere più solide, della gabbia maggioritaria
da stemperare nel rispetto del pluralismo reale, del canovaccio
spettacolare da rispettare senza scadere ogni volta nell’effimero capace
solo di rincorrersi, del rispetto almeno in vitro dell’opinione pubblica.
Un giornalismo politico alla ricerca di codici etici praticabili e di
grandi figure, di nuovi capiscuola che sappiano tracciare la rotta;
soprattutto alla ricerca di identità, in mezzo alla proliferazione degli
outlets, dei canali, dei mezzi, dei formati, delle nevrosi degli
inserzionisti. Perché, anche se può sembrare strano, fuori dalle redazioni
esistono cittadini alla disperata caccia di buona informazione. Un tempo
la chiamavano opinione pubblica.
29 gennaio 2004
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