La grande paura degli europei
di Alain Besançon
da Ideazione, gennaio-febbraio 2004

Perché la Francia incontra tante difficoltà a procedere a quelle riforme, palesemente necessarie, che, operate dai suoi vicini in un clima di accordo politico generale, si sono mostrate tanto feconde e pertinenti? Perché tanta timidezza, tanta esitazione nei governanti francesi? A causa di un sentimento che non osano neanche confessare a se stessi perché inconfessabile: la paura. Solitamente la paura non viene associata all’idea che la gente si fa della Francia, paese di dolcezza, civiltà, bonomia. Eppure, Voltaire definiva i francesi un popolo “frivolo e duro” e si metteva a letto ad ogni anniversario della notte di San Bartolomeo. In effetti, sono pochi i paesi europei in cui le guerre di religione hanno dato vita a crudeltà così efferate. L’editto di Nantes non riconciliò i francesi e fu la necessità di mantenere unite, anche per mezzo della paura, delle fazioni che continuavano ad odiarsi a giustificare l’instaurazione della monarchia assoluta, sistematizzata dalla dittatura di Richelieu. La Rivoluzione ha notevolmente aggravato l’inimicizia tra i francesi e lo Stato napoleonico è sorto per obbligarli, ancora una volta, a convivere insieme. Il controllo dei cittadini da parte dell’amministrazione è stato rigoroso e pesante e la letteratura ha dato voce alle loro rimostranze. Per più di un secolo sono stati sottoposti ad un servizio militare in cui la disciplina era più impersonale e l’iniziativa individuale del soldato più vessata che non, per esempio, nell’esercito tedesco.

In Germania, dove si coltivava l’ideale di Gemeinschaft, non c’era una mensa separata per gli ufficiali. Lo Stato francese si è liberalizzato solo parzialmente, per brevi periodi, e nel Novecento, a causa delle guerre e della socializzazione economica, ha avuto un’evoluzione che, nell’insieme, l’ha portato ad un ampliamento dei propri poteri, anche se l’influenza dell’Europa e della pace l’ha obbligato, nel corso degli ultimi anni, ad accettare a malincuore norme di diritto adottate da tempo dalle democrazie del Nord. Tuttavia, la pericolosità del clima politico è una caratteristica costante della Francia. Eccone alcuni esempi. Quattro volte, nella sua storia moderna, lo Stato francese ha escluso una parte dei suoi cittadini dalla comunità politica: la prima fu la spoliazione e l’esilio dei protestanti dopo il 1685; la seconda fu la spoliazione e l’esilio degli “emigrati” della Rivoluzione; la terza fu la spoliazione e l’esilio delle congregazioni religiose in seguito alle leggi anticlericali della Repubblica radicale; la quarta fu la spoliazione e l’esclusione degli ebrei in conformità ai decreti del 1940. Ogni volta, si comincia rendendo la vita impossibile al gruppo designato, confiscandogli tutti i beni e obbligandolo a lasciare il paese o a vivere in clandestinità. Ogni volta, per ciascuna di queste decisioni si sono trovati giudici disposti a redigerle in debita forma e un’amministrazione pronta ad applicarle alla lettera. Solo in Francia troviamo una sequenza ripetitiva così sorprendente.

Sin dai tempi della Rivoluzione, ma in modo ben più sistematico dall’ultima guerra, in Francia viene applicata la damnatio memoriae. La cancellazione metodica dei simboli della monarchia è stata condotta con un rigore straordinario, in un’orgia di vandalismo e distruzione del patrimonio culturale unica al mondo. La maggior parte delle nazioni europee ha conservato le proprie insegne: la Germania ha mantenuto la sua aquila, la Russia l’aquila bicipite, la Spagna il ricco stemma dei suoi re. Se in Francia venisse reintrodotto l’emblema del giglio (di origine merovingica e, quindi, privo di qualsiasi significato religioso), si scatenerebbe un putiferio. I francesi si devono accontentare di un triste “Rf” sui propri piatti ufficiali laddove, ancora oggi, gli italiani non esitano ad usare un servizio da tavola sul quale figurano le armi di casa Savoia.

L’imperdonabilità è entrata a far parte degli usi e costumi della Repubblica francese sin dalla sua fondazione. Le epurazioni del personale imperiale sotto Gambetta e Grévy non hanno risparmiato né gli alti funzionari dello Stato né i magistrati più inamovibili. E questo non è niente paragonato alla vigile maledizione che colpisce chiunque abbia partecipato, seppure marginalmente, al governo di Vichy. E’ stato necessario mandare al macero delle banconote con l’effige dei fratelli Lumière e dei francobolli emessi in onore di César Franck, cambiare nome a luoghi pubblici intitolati ad Alexis Carrel o Georges Claude, quando la toponomastica francese è deturpata da innumerevoli Robespierre, Saint-Just, Lenin, Duclos e altri assassini. Di recente, dall’entrata del ministero dell’Istruzione nazionale è stato rimosso il ritratto di Carcopino, che ha lasciato un vuoto come a Venezia, nella galleria dei dogi, il ritratto mancante del traditore. Ieri, in libreria, mi è capitato tra le mani un libro dal titolo Les Acquittés de Vichy (Gli assolti di Vichy): l’autore sembrava scoppiare d’indignazione constatando che alcuni dei colpevoli l’avevano fatta franca. Siamo nel 2003: sono passati cinquantotto anni! Il processo Papon ha rappresentato uno sbocco dal quale gli umori epurativi francesi sono fuoriusciti con tutta la veemenza del loro inestinguibile ardore.

La pericolosità politica della Francia ha tuttavia un’origine ben precisa. Si tratta del movimento sanculotto, sezionale1, giacobino estremista che si è impadronito di Parigi nel 1792. Secondo Denis Richet, aveva avuto un precedente: la Lega, al tempo dei Guisa. E’ possibile, ma, a partire dal periodo del Terrore, nella storia politica francese persiste un nucleo rivoluzionario il cui umore rimane immutato, nonostante la rivoluzione a cui ambisce cambi varie volte di contenuto. Si possono distinguere, nella sua struttura, due livelli sovrapposti? In alto, gli ideali: l’uguaglianza, il nazionalismo, la Repubblica come democrazia diretta, il sogno millenaristico di una società nuova, in cui regni la fratellanza. In basso, passioni inespresse: il gusto della violenza, la legittimità dell’odio, un certo nichilismo di stampo anarchico, una mancanza di rispetto per principio nei confronti della legge, della rappresentanza politica, dell’espressione del suffragio. Questo nucleo si dilata e si contrae, ma mi pare che sia sempre stato capace di conquistarsi la simpatia attiva di almeno un decimo del corpo politico francese.

Contenuto prima dal Direttorio e poi, con maggior fermezza, dal Consolato, riappare nel 1815, nel 1830-32, nel 1848, nel 1871, fedele al modello iniziale di stampo sezionale. Offre la sua etica barricadera al magro sindacalismo francese, mai risollevatosi dopo lo scioglimento delle corporazioni operato dalla legge Le Chapelier, che lo ha condannato all’inefficacia, alle spaccature interne, all’allontanamento dalla vita politica rappresentativa. E’ responsabile del mancato passaggio dalla classe operaia alla socialdemocrazia, secondo il modello tedesco o inglese. Ad ogni nuova conflagrazione, la classe politica doveva trovare al proprio interno personaggi autoritari, come Casimir Périer, Cavaignac, Thiers o Clemenceau, in grado di contenere il “nucleo”, salvatori e oggetto di esecrazione. Tra una crisi e l’altra, però, continuava a non essere tranquilla. “Il carro dello Stato naviga sopra un vulcano”. Secondo Elie Halévy, alla vigilia del 1914 si profilava una scelta tra guerra e rivoluzione: tesi improbabile, testimonianza tuttavia di grande inquietudine.

Un nucleo irriducibile

All’incirca nel 1923, il movimento rivoluzionario indigeno francese si è aggregato al movimento comunista internazionale, guidato direttamente da gruppi sovietici. La pericolosità politica transalpina ha preso una nuova piega, raggiungendo un livello superiore. Ecco perché le crisi del 1936, del 1944-46 e del 1968 sono state fenomeni che hanno oltrepassato il quadro nazionale. Dopo la seconda guerra mondiale, la presa di potere da parte dei comunisti in occasione di una crisi è diventata un’eventualità certamente poco probabile, ma plausibile o almeno ipotizzabile, che governanti ed elettori hanno iniziato a tener presente. “Tra noi e i comunisti non c’è niente” diceva Malraux. Questa congiuntura è stata la formula base della Repubblica gollista, in grado di mantenere la propria stabilità soltanto a patto di porre e sfruttare un’alternativa del genere, di trasformare ogni grande elezione in un estenuante gioco di lascia o raddoppia, in cui molti votavano, per la destra o per la sinistra, contro le proprie reali convinzioni, semplicemente per paura, imponendo alla vita politica francese un estenuante vivere pericoloso.

Il collasso del 1968 è stato una sorpresa e resta tutt’oggi, almeno in parte, un mistero. Ci furono tuttavia alcuni giorni in cui il Partito e la Cgt (Confédération Générale des Travailleurs, Confederazione generale dei lavoratori) ebbero campo libero. Se la Francia ha evitato una fase convulsiva alla portoghese o alla cilena, deve solo ringraziare che il tacito accordo di politica estera tra de Gaulle e Breznev resse alla crisi. Breznev aveva svariate buone ragioni per non romperlo, ma era lui ad avere in mano il gioco. Come mai il gollismo si era ridotto a ricercare le proprie garanzie in Unione Sovietica? Per questo episodio poco glorioso, unica spiegazione e scusa è il clima di precarietà della vita politica francese.
Dopo questi “avvenimenti”, il nucleo rivoluzionario autoctono ha iniziato a staccarsi dal movimento comunista internazionale, permettendo a Mitterrand di intraprendere quella brillante avventura personale che doveva portarlo al potere per una quindicina d’anni. L’ex presidente della Repubblica ha dovuto mutuare la lingua del nucleo e prendere in prestito parte del suo programma, il che ha causato, per due anni, dal 1981 al 1983, uno scossone economico e sociale i cui effetti perdurano ancora oggi. Poi il comunismo è crollato.

Da quel momento, abbiamo assistito ad un’evoluzione sorprendente: si potrebbe parlare di rimpatrio in Francia dell’idea rivoluzionaria. Il congiungimento del partito “sezionale” con il comunismo era stato considerato come un’estensione alla Russia, e successivamente al mondo, del giacobinismo nazionale, il che soddisfaceva il genere di nazionalismo proprio della Rivoluzione. Léon Blum tacciava i comunisti francesi di nationalisme étranger (nazionalismo estero). Certo, ma si trattava comunque di nazionalismo, sebbene proiettato in una Russia utopica. Era un nazionalismo franco-sovietico e i militanti di base non vi vedevano alcuna contraddizione. Quando l’idea ha fatto ritorno in Francia, ha recuperato le linee guida robespierriste, diventando pienamente compatibile con quel nazionalismo innato che così ben simboleggia l’espressione “eccezione francese”.

L’idea ha abbandonato in parte le sue convinzioni marxiste. Con il marxismo-leninismo aveva perso quella simpatia che nutriva per la produzione, per la produttività, una simpatia che aveva ricoperto un certo ruolo prima e dopo la seconda guerra mondiale. E’ ritornata al conservatorismo economico assoluto, al rifiuto del progresso, al luddismo, all’antimodernismo di un certo tipo di sindacalismo rivoluzionario. Ha perso il suo aspetto sociologico e storiosofico, la codificazione “scientifica” delle proprie passioni, sebbene il trotzkismo abbia in parte conservato il proprio vocabolario e le proprie liturgie. Robespierre denunciava pubblicamente “i viziosi e i ricchi”, confidando nella giustizia dei tribunali e delle masse sezionali. Si trattava, quindi, di un oggetto d’odio vago e onnicomprensivo, ma allo stesso tempo concreto e visibile, decisamente meno astratto delle categorie che incorrevano nella condanna della dottrina marxista. Vizioso e ricco può essere il proprio vicino: è un odio di vicinanza.

Dopo essersi sbarazzato del proprio arsenale ideologico di “classe”, è stato più facile per il sinistrismo post-sessantottino penetrare negli ambienti che non devono più niente alla famosa “classe operaia” e riconquistare quei ceti sociali che erano stati la culla del giacobinismo e del pensiero rivoluzionario: in passato, piccoli uomini di lettere, avvocati, magistrati, abati e redattori di gazzette; oggi, soprattutto professori, giornalisti e una parte del mondo dello spettacolo. Il guaio è che quest’ultimo strato sociale viene gonfiato a dismisura dall’evoluzione delle società democratiche moderne. L’immensa istituzione dell’Istruzione nazionale costituisce il serbatoio e la roccaforte di questo stato d’animo: preserva atteggiamenti di sacrosanta indignazione, dualismi del tipo “noi e loro”, tutta una religiosità fondata su un sincero timor panico della “destra”; non è più formalmente marxista, ma ha costruito una storia di Francia in partita doppia, separando il male – l’Ancien Régime, la religione cattolica, la borghesia, “l’ordine morale”, il colonialismo, il razzismo, il mercato, il profitto – dal bene, le cui massime espressioni sono gli episodi francesi di rivoluzione, insurrezione, “contestazione”. A mio parere, questa visione del mondo, affidata ai testi scolastici, non viene coltivata in modo tanto geloso in nessun’altra nazione. Di certo, in nessun paese dell’ex impero sovietico. Un’altra eccezione francese è rappresentata dall’egemonia di questo tipo di pensiero, di questa religiosità, di questi riflessi morali nel giornalismo scritto e televisivo. Secondo una statistica riportata da Commentaire, il 90 per cento dei giornalisti vota per la sinistra ed altrettanti darebbero il proprio suffragio ad Arlette Laguiller piuttosto che a Jacques Chirac. Non vedo altri paesi in Europa in cui la divisione politica dei media rifletta così poco la divisione politica del corpo elettorale, che, come ovunque altrove, varia intorno al 50 per cento.

Lo Stato e la società civile

La presenza di questo nucleo irriducibile incide in maniera considerevole sullo stile di governo francese e sul rapporto che lega lo Stato alla società civile.
Cosa succede quando è la sinistra a governare? Innanzitutto, può raggiungere il potere soltanto con l’aiuto dell’estrema sinistra. E’ quindi costretta a infarcire il proprio programma di assurdità economiche, con gran disperazione dei quadri socialisti dell’amministrazione statale, incaricati, volenti o nolenti, di metterle in atto. Come ha saggiamente fatto notare Philippe Raynaud, il governo di sinistra in Francia si riduce alla struttura del Direttorio termidoriano: degli uomini di governo, disincantati, del tutto scettici, in alcuni casi persino cinici, sufficientemente razionali, sono obbligati a far affidamento sulle masse sezionali (sulla “base” del partito) per conservare il potere in modo duraturo. Navigano quindi tra il ragionevole e l’inetto, ma devono essere capaci, in qualsiasi momento, di fruttidorare il proprio avversario di destra, in caso di necessità.

Il loro stile di potere, pur non essendo dispotico, non è neanche autenticamente liberale. Deve pesare una minaccia. Mai l’apparato statale francese è stato così ostentativo, mai il viceprefetto così solenne nei suoi spostamenti, così difficile da contattare, così maestoso nelle sue visite quanto sotto Mitterrand. Nel frattempo, però, lo Stato cresce. Da quando il sinistrismo è divenuto il luogo d’incontro di tutti i conservatorismi sociali e di tutti gli immobilismi economici, una porzione crescente dei francesi intende trarre profitto dall’economia amministrata. Più della metà di loro vede aumentare il proprio reddito grazie alla ridistribuzione dei prelievi fiscali. Quando si vuole beneficiare direttamente delle ridistribuzioni, evitare i rischi del mercato, liberarsi da qualsiasi preoccupazione in materia di impiego e pensione, la cosa più semplice e logica da fare rimane pur sempre di trovarsi un posto come funzionario statale: secondo un sondaggio, sarebbe il sogno del 67 per cento dei giovani francesi. Un quarto della popolazione transalpina ci è riuscito (un sesto, in media, negli altri paesi).

Vi sono riusciti, però, soltanto grazie alla pressione che esercitano sullo Stato. Ecco perché lo Stato non può fare assegnamento sul fatto che si calmino e diventino, politicamente, conservatori. Il loro conservatorismo esige una posizione di sinistra e il loro sinistrismo si esprime attraverso il rifiuto, violento ed estremista a parole, di rimettere in questione, in qualsiasi modo, il loro status, i privilegi acquisiti. Il governo di sinistra cede in parte, ampliando così la sua base elettorale, ma senza ottenere la pace; oppure tenta di deviare la rivendicazione economica, difficile da soddisfare, tramutandola in rivendicazione “culturale”, sul tipo dei pacs, assumendo atteggiamenti avanguardistici che, pur non costandogli molto, lo trascinano ancor più nella connivenza con l’estrema sinistra, pericolosa per la sinistra quanto per la destra. Ecco il motivo per cui, in Francia, ciò che resta del sindacalismo si concentra nella funzione e nei servizi pubblici: è lo Stato che più ha da dare ed è lo Stato che più facilmente dà, perché forte della propria capacità di far pagare “i viziosi e i ricchi” e perché, a differenza delle imprese private, non paga di tasca propria. Insomma, l’idea socialista si è trasformata in idea statalista, ma senza portare tranquillità allo Stato, che continua a crescere in modo patologico, come quei cani che mangiano il doppio perché devono nutrire la tenia che li divora dall’interno.

Cosa succede, invece, quando è la destra a governare? Risente di un deficit di legittimità a causa dell’egemonia che il pensiero del nucleo sinistrorso esercita sulla sinistra e, come vedremo, anche su parte della destra stessa. In Spagna, la sinistra lascia governare la destra – e viceversa – perché il “nucleo” non esiste. In Francia questo non accade: per riconquistare il potere, la sinistra, all’opposizione, deve riallacciare i rapporti con l’estrema sinistra, sebbene quest’ultima l’abbia fatta tribolare quando era al governo. Nella congiuntura attuale, al congresso socialista abbiamo sentito personaggi come Hollande, Fabius e Strauss-Kahn, le cui gradevoli figure di quadri ben pasciuti dell’amministrazione statale contrastavano in modo sbalorditivo con i loro discorsi, proporre politiche completamente contrarie a quelle che avrebbero voluto applicare quando erano al governo e a cui hanno dovuto rinunciare per timore di quell’estrema sinistra con cui ora si trovano d’accordo. Di conseguenza, la destra, che vorrebbe essere centrista, sarà costretta a riprodurre la congiuntura gollista e ad accaparrarsi il suffragio di elettori che non saranno convinti del proprio voto, ma che le accorderanno la propria preferenza perché obbligati dall’assurdità del programma della sinistra detta di governo.

A partire dagli anni Sessanta, quella di riforma è stata soprattutto un’idea della sinistra. Certo, nel periodo di de Gaulle e di Giscard d’Estaing, la riforma è stata attuata, di preferenza, per via statalista. Lo Stato, insieme alle sue funzioni, è cresciuto altrettanto velocemente sotto i governi di destra. Ora che questi ultimi sembrano aver aderito ad un ancor timido liberalismo, è comprensibile che una parte dell’apparato statale dello stesso colore politico voglia continuare ad esistere e non abbia alcuna fretta di sparire nel vasto oceano del mercato. Esiste quindi una certa connivenza tra statalismo di destra e statalismo di sinistra.

De Gaulle aveva volontariamente trattato con riguardo i comunisti, che all’epoca rappresentavano il “nucleo”, sia perché sperava di riuscire a creare un raggruppamento di tipo unanimistico, sia perché voleva sfruttare la propria politica estera usandola come un’utile leva, sia perché intendeva paralizzare l’opposizione di sinistra, in quel periodo ancora fermamente anticomunista, comprendendo in questa paralisi anche i comunisti. Da allora, però, altri governi di destra hanno raggiunto il potere: nessuno di loro si è posto come chiaro obiettivo politico quello di ridurre il nucleo, di dissolverlo, di renderlo inoffensivo. Hanno invece continuato a finanziare la stampa di estrema sinistra, ad autorizzare deleghe che costringono il contribuente a pagare migliaia di funzionari di partito e di sindacato. Eppure è al nucleo che dobbiamo la maggior parte delle “eccezioni francesi”: è sua la responsabilità se la Francia ha perso la propria credibilità agli occhi delle altre nazioni europee, abituate come sono a vedere periodicamente porzioni del paese transalpino, agricoltori, ferrovieri, professori, in modo separato o collettivo, esplodere come bombe, con parole terribili e gesti impressionanti. E’ lui che blocca la “riforma”, che incute timore a Raffarin dopo aver spaventato Juppé. La destra ha conquistato una maggioranza sostanziale in tutti i corpi rappresentativi di una democrazia rappresentativa. Afferma di volersi mettere al passo con l’Europa. In realtà, non fa altro che camminare sulle uova, priva com’è di fiducia in se stessa.

La destra e la riforma

Non è detto che possa attuare questo programma. Non è detto, poi, che abbia intenzione di farlo.
Che possa farlo. Il governo Raffarin ha scelto di iniziare da una riforma delle pensioni che, in tutti i paesi europei, ha assunto un carattere “bipartigiano”. Ha proposto una legge molto simile a quella di cui il governo socialista aveva riconosciuto la legittimità: una riforma fondata su un calcolo aritmetico semplice, alla portata di tutti. L’intera sinistra è insorta, i sindacati più importanti del settore pubblico, compresi quelli della Sncf (Société Nationale des Chemins de fer Français, Società nazionale delle ferrovie francesi) e della Ratp (Régie Autonome des Transports Parisiens, Organizzazione autonoma dei trasporti parigini), perché, nonostante fossero stati debitamente avvisati del fatto che la riforma non avrebbe toccato i loro statuti privilegiati, sapevano di disporre di un coefficiente di nocività decisivo. Per settimane la Francia è stata sconvolta da lunghi scioperi organizzati, resi possibili dalla supposizione che il pubblico fosse incapace di un calcolo economico molto semplice. Questo andava a toccare l’insegnamento dispensato dall’Istruzione nazionale e riportava l’attenzione su un problema di fondo, anch’esso “bipartigiano”: quello del sistema educativo.

Il governo ha proposto, per cominciare, una miniriforma di carattere puramente organizzativo, che riguardava circa il 3 per cento del personale più marginale del ministero in questione. Levata di scudi, manifestazioni, scioperi, “azioni selvagge”, grandi discorsi, grandi princìpi. Si sono quindi dovute rimandare le riforme più serie, come, ad esempio, una forte decentralizzazione del ministero, un’autentica autonomia delle università, a cui verrebbe assicurato il diritto di firmare i diplomi che rilasciano, e così via. Nella stragrande maggioranza dei casi, l’informazione televisiva ha preso le parti degli scioperanti, schierandosi contro il governo. Anche la stampa, salvo rare eccezioni, non l’ha sostenuto. Durante tutta la primavera, il “nucleo” ha riacceso il ricordo ed esaltato l’esempio delle grandi sollevazioni popolari, come quella del 1968 o quella del 1995, che stava scivolando verso l’insurrezione e che fece arretrare, e poi cadere, il governo di destra. Tra i grandi princìpi sbandierati come palesi verità, come se fossero assiomi fondamentali della democrazia francese, notiamo espressioni del tipo “servizio pubblico”, “unità” dell’Istruzione nazionale, delle poste, della Sncf, oltre ad un altro termine che assume una connotazione criminale: “liberale”, qui antonimo di “cittadino” e “repubblicano”.

Un agitatore locale, un povero diavolo figlio di un esperto di Ogm, si faceva notare da qualche anno per i suoi discorsi demagogici, le sue azioni incoerenti ed i suoi reati comuni. Nessuno osava più prendere le sue difese. Condannato, venne invitato a scontare la propria pena. Levata di scudi a sinistra, esitazione e rammarico in parte della destra. Il quotidiano Le Monde titola a quattro colonne in prima pagina il 29 giugno: Dal carcere, José Bové si rivolge a Jacques Chirac. Appare come un grande personaggio.
Ecco perché il programma di Nicolas Baverez, così motivato, sano e necessario, del quale egli sollecita un’applicazione rapida attraverso una “terapia d’urto”, sembra, nel clima politico francese, una montagna terribilmente alta e scoscesa, sulla quale vanno ricercati i sentieri che permetterebbero di scalarla.
Ma esiste la volontà di farlo? Ecco dove si situa l’incertezza principale nell’attuale congiuntura politica francese. E’ impossibile sapere chiaramente quale sia, se esiste, il pensiero guida alla base dell’azione del presidente della Repubblica e del suo primo ministro o conoscere l’orientamento e la forza della loro volontà. Questo, a mio parere, per due motivi.

In primo luogo, vedono la situazione all’incirca come la vediamo io e Nicolas Baverez: pur distinguendo mali e rimedi, si rendono conto della pericolosità della professione politica in Francia. Chirac l’ha sperimentato sulla propria pelle. Sa bene che il terreno è infido, disseminato di crepacci, soggetto a frane improvvise. Ha il talento di chi scende le rapide: è stato in grado di tornare a galla dopo che la canoa si era rovesciata, ma non ha intenzione di ripetere l’esperienza. Tiene d’occhio i sondaggi, che mostrano fino a che punto la visione del mondo del nucleo è riuscita a penetrare, smorzandosi e diversificandosi, nella maggior parte degli strati della società francese. In effetti, questa visione del mondo e questo modo di pensare non hanno incontrato una contestazione energica e generale simile a quella che ha permesso ai conservatori inglesi di vincere la battaglia ideologica contro i loro avversari della sinistra laburista. In Francia non c’è stata alcuna battaglia: semplicemente, le idee della sinistra, in modo estremamente lento e graduale, hanno perso vitalità. Sono scese di livello nella società intellettuale. Il “nucleo” non ha più i suoi “grandi intellettuali”, ma ne ha ancora di medi e piccoli, il cui numero continua ad aumentare. Il guaio dei media francesi è che reclutano il proprio personale ad un livello intellettuale più modesto che in Inghilterra, in Italia o in Spagna. Nel corso degli ultimi scioperi, i poveri utenti si sono lamentati a bassa voce, invece di gridare a squarciagola: non avrebbero saputo cosa dire, nessuno aveva fornito loro delle argomentazioni e la televisione forse non avrebbe documentato la loro reazione.

In secondo luogo, anche il governo la pensa come l’opposizione. Comprende più o meno vagamente la situazione, ma, allo stesso tempo, gli è impossibile metterla a fuoco chiaramente perché i suoi modelli di pensiero sono influenzati dall’ideologia del nucleo molto più di quanto esso non creda. Nei licei, nelle università, ha appreso una storia della Francia, una storia del mondo e una filosofia politicamente corrette ed è stato troppo impegnato per impararne altre. Quando Chirac, nelle sue dichiarazioni, fa promesse all’estrema sinistra nazionale o internazionale, quanto si tratta di calcolo razionale, quanto di convinzione? L’estrema destra afferma spesso che la destra al governo è una finta destra, che in realtà è di sinistra: questo è falso nel senso che, per fortuna, non condivide i pregiudizi dell’estrema destra, ma è anche vero, in parte, nella misura in cui è intrisa di pregiudizi che non sa da dove le vengano (in realtà dalla sinistra) e che non critica. Uno degli ultimi atti dell’ultimo consiglio municipale di destra a Parigi è stato di conferire ad una piazza il nome di Commune de Paris. Alcuni storici hanno protestato ricordando cos’era stata la Commune, cosa aveva fatto della capitale e cosa ne pensavano Zola e George Sand. Il che non ha certo impedito alla più conservatrice delle assemblee francesi, il Senato, di inaugurare, a giugno di quest’anno, nel giardino del Luxembourg, una nuova targa sempre in onore della Commune de Paris.

E’ evidente che Nicolas Baverez spera nella comparsa di un equivalente francese di Margaret Thatcher. Questa signora non sapeva tutto, ma aveva le idee chiare. Forse Chirac conosce più cose, ma ha le idee chiare?

L’Islam: un problema senza soluzione

C’è un grande assente nell’articolo di Nicolas Baverez. Poiché procede in modo binario, fornendo una diagnosi della malattia abbinata alla cura appropriata, è comprensibile che non abbia voluto trattare un problema per il quale non si intravede alcuna soluzione. Parlo dell’insediamento in Francia di un nuovo corpo estraneo: l’Islam.

La storia religiosa francese è caratterizzata da una certa continuità. Il substrato di mitologie indoeuropee, celtiche e successivamente latine, temperato e solennizzato dalla filosofia antica, è andato sparendo, in modo estremamente graduale, nell’Alto Medioevo. La Chiesa latina ha costantemente ricercato la sintesi e gestito la transizione. La rottura rappresentata dalla Riforma è stata provocata da un accesso di fervore intransigente, su una base agostiniana tipicamente latina. La riforma cattolica è maturata per emulazione. La frattura non è stata riparata. Il fermento giansenista ha scosso il cattolicesimo, facilitando il suo dileguarsi di fronte all’Illuminismo e favorendo il passaggio dall’Ancien Régime ad un nuovo sistema di governo. Ma l’Illuminismo, che, a partire dalla Rivoluzione, rappresenta un tipo di sovranità alternativo e, nella maggior parte dei casi, offensivo, è nato nell’humus di un cattolicesimo razionalizzato, del quale ha ripreso le regole etiche e le norme sociali, almeno fino al 1968. La mescolanza, nelle città, nei paesi, nelle famiglie, di Illuminismo e cattolicesimo è sempre stata possibile e molto spesso attuata. Secondo il medesimo modello è avvenuta anche la concrezione delle tradizioni protestanti posteriori alla revoca dell’editto di Nantes e di quelle giudaiche successive all’emancipazione ebraica dopo la Rivoluzione.

Bisogna tener presente che l’Islam non è una religione “non cristiana”, come l’induismo, il buddismo o il confucianesimo, religioni anteriori al cristianesimo e senza contatto organico con esso. L’Islam è nato come reazione anticristiana, e di conseguenza antiebraica, in modo estremamente cosciente e definito. Ha rifiutato non soltanto i dogmi cristiani ed ebrei, ma tutta la filosofia, la concezione del mondo e della storia che ne sono alla base. È portatore di una civiltà caratterizzata da frontiere nette e particolarmente visibili. È accaduto che zone cristiane siano state occupate da dominazioni musulmane e zone musulmane da dominazioni cristiane o di origine cristiana. Dopo un certo periodo, generalmente contraddistinto da guerre crudeli ed ostinate persecuzioni, si è operata una separazione: uno dei due gruppi, quello dei musulmani o quello degli ebreo-cristiani, ha dovuto lasciare il paese. A metà del secolo scorso, la separazione era compiuta.

Ora non è più così. L’Islam si è pacificamente insediato in Europa occidentale ed in modo particolare in Francia, dove, rispetto a Germania e Inghilterra, i suoi praticanti sono presenti in proporzioni almeno doppie. Non intendo tornare sulle cause di questo fenomeno, molteplici e ormai ben note. In maniera formale, tra l’8 e il 10 per cento circa della popolazione che vive sul suolo francese è musulmana; i demografi prevedono che, in breve tempo, si arriverà al 20 per cento. I dati sono incerti e, per motivi legali o ideologici, non è facile raccoglierli. Le conseguenze di un avvenimento del genere sono prevedibili. Sono ancor più gravi se si considera che la religione cristiana, in tutte le sue confessioni, è in crisi, in Francia in modo più serio che in qualsiasi altro paese. O la letteratura cattolica sull’Islam dimostra una sconvolgente ignoranza su questa religione oppure non riesce bene a distinguere la differenza tra se stessa e l’altro credo; il che, ad uno storico, ricorda molto da vicino le circostanze che prepararono, nel vii secolo, l’improvviso passaggio all’Islam di metà, o quasi, dei cristiani: anche loro ritenevano che l’Islam fosse una variante come un’altra del cristianesimo e si convertirono senza rendersene conto. Il giudaismo, invece, sembra in piena rinascita. Come in Israele, esiste quindi, sul territorio francese, una situazione di conflitto, che contribuisce a sviluppare, nelle comunità ebraiche, un senso di alienazione nei confronti della patria francese.

Infine, la società francese, laicizzata o laicista, ha perso l’abitudine di attribuire al fattore religioso il peso che gli è proprio. Di forma democratica, non può fare altro che offrire ai musulmani le stesse prospettive di integrazione che, da due secoli, offre alle varie ondate immigratorie. Si stupisce che nelle famose periferie si creino dei nuclei che le rifiutano. Si rallegra che un’altra frazione, attraverso la scuola e l’università, riesca gradualmente a salire la scala sociale. Lo Stato si occupa dei problemi più urgenti. Adesso è cosciente di essere sotto l’influenza di queste masse musulmane, che già possiedono, o possiederanno ben presto, tutti i diritti dei cittadini francesi. Ha tentato di organizzare una rappresentanza politica nella speranza di contrapporre un Islam “mite” ad un Islam “duro”, trascurando, come tutti, la natura e la specificità di questa religione e applicandole dei modelli nati da una storia diversa. Fino ad ora, non sembra aver avuto successo. L’integrazione, a dispetto di quanto desideri la maggior parte dei francesi, rimane una chimera: si sta trasformando a vista d’occhio in uno slogan privo di significato.

Cosa possiamo sperare, allora? Che la democrazia, che ha lentamente dissolto la religione cristiana, faccia altrettanto con l’Islam. Bisognerebbe quindi parlare, invece che di integrazione, di un’assimilazione e di un abbandono dei princìpi fondamentali dell’Islam. Ma se questo non dovesse accadere, se invece, come nel caso del giudaismo, l’Islam religioso dovesse entrare in una fase di affermazione di sé, sarebbe in grado di edificare in Francia una propria società, completa, numerosa, diversificata, ricca di élite istruite da scuole e università francesi, in grado di difendere, se non di imporre, le norme che più le tornano vantaggiose.
Se ciò avvenisse, assisteremmo ad uno degli eventi più gravi della storia francese o, piuttosto, sarebbe la stessa storia francese ad entrare in una fase di trasformazione, come desiderano molte correnti musulmane. ÈE’comprensibile che risulti difficile considerare seriamente un avvenimento del genere: la gravità stessa dell’evento è sufficiente a distogliere a lungo lo sguardo e l’attenzione da esso.

E’ arduo, tuttavia, capire da che parte sia bene prenderlo. E’ stato proibito a lungo persino menzionarlo, protetto com’era dai tabù dell’antirazzismo, della laicità o semplicemente dalla direzione presa dalle democrazie europee dopo la seconda guerra mondiale. Ora si impone all’attenzione e l’unico modo che troviamo per affrontarlo è di subirlo passivamente, come un destino. Che fare? Non è più possibile imitare Isabella la Cattolica, Filippo ii o, ancor meno, Todor Jivkov, che ha tentato invano di cacciare i turchi dalla Bulgaria comunista. Se, tra un certo numero di anni, la Francia dovesse ritrovarsi nella situazione in cui oggi è Israele, le sarà necessario modificare molti princìpi prima di essere in grado di imitarla. Anche perché, fino ad ora, nella sua storia, pure tanto violenta, le espulsioni non le sono ancora riuscite.

29 gennaio 2004

(traduzione di Sarah del Meglio)
© Commentaire - Numéro 103/Automne 2003, “Réponse à Nicolas Baverez”

 

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