La grande paura degli europei
di Alain Besançon
da Ideazione, gennaio-febbraio 2004
Perché la Francia incontra tante difficoltà a procedere a quelle
riforme, palesemente necessarie, che, operate dai suoi vicini in un
clima di accordo politico generale, si sono mostrate tanto feconde e
pertinenti? Perché tanta timidezza, tanta esitazione nei governanti
francesi? A causa di un sentimento che non osano neanche confessare a se
stessi perché inconfessabile: la paura. Solitamente la paura non viene
associata all’idea che la gente si fa della Francia, paese di dolcezza,
civiltà, bonomia. Eppure, Voltaire definiva i francesi un popolo
“frivolo e duro” e si metteva a letto ad ogni anniversario della notte
di San Bartolomeo. In effetti, sono pochi i paesi europei in cui le
guerre di religione hanno dato vita a crudeltà così efferate. L’editto
di Nantes non riconciliò i francesi e fu la necessità di mantenere
unite, anche per mezzo della paura, delle fazioni che continuavano ad
odiarsi a giustificare l’instaurazione della monarchia assoluta,
sistematizzata dalla dittatura di Richelieu. La Rivoluzione ha
notevolmente aggravato l’inimicizia tra i francesi e lo Stato
napoleonico è sorto per obbligarli, ancora una volta, a convivere
insieme. Il controllo dei cittadini da parte dell’amministrazione è
stato rigoroso e pesante e la letteratura ha dato voce alle loro
rimostranze. Per più di un secolo sono stati sottoposti ad un servizio
militare in cui la disciplina era più impersonale e l’iniziativa
individuale del soldato più vessata che non, per esempio, nell’esercito
tedesco.
In Germania, dove si coltivava l’ideale di Gemeinschaft, non c’era una
mensa separata per gli ufficiali. Lo Stato francese si è liberalizzato
solo parzialmente, per brevi periodi, e nel Novecento, a causa delle
guerre e della socializzazione economica, ha avuto un’evoluzione che,
nell’insieme, l’ha portato ad un ampliamento dei propri poteri, anche se
l’influenza dell’Europa e della pace l’ha obbligato, nel corso degli
ultimi anni, ad accettare a malincuore norme di diritto adottate da
tempo dalle democrazie del Nord. Tuttavia, la pericolosità del clima
politico è una caratteristica costante della Francia. Eccone alcuni
esempi. Quattro volte, nella sua storia moderna, lo Stato francese ha
escluso una parte dei suoi cittadini dalla comunità politica: la prima
fu la spoliazione e l’esilio dei protestanti dopo il 1685; la seconda fu
la spoliazione e l’esilio degli “emigrati” della Rivoluzione; la terza
fu la spoliazione e l’esilio delle congregazioni religiose in seguito
alle leggi anticlericali della Repubblica radicale; la quarta fu la
spoliazione e l’esclusione degli ebrei in conformità ai decreti del
1940. Ogni volta, si comincia rendendo la vita impossibile al gruppo
designato, confiscandogli tutti i beni e obbligandolo a lasciare il
paese o a vivere in clandestinità. Ogni volta, per ciascuna di queste
decisioni si sono trovati giudici disposti a redigerle in debita forma e
un’amministrazione pronta ad applicarle alla lettera. Solo in Francia
troviamo una sequenza ripetitiva così sorprendente.
Sin dai tempi della Rivoluzione, ma in modo ben più sistematico
dall’ultima guerra, in Francia viene applicata la damnatio memoriae. La
cancellazione metodica dei simboli della monarchia è stata condotta con
un rigore straordinario, in un’orgia di vandalismo e distruzione del
patrimonio culturale unica al mondo. La maggior parte delle nazioni
europee ha conservato le proprie insegne: la Germania ha mantenuto la
sua aquila, la Russia l’aquila bicipite, la Spagna il ricco stemma dei
suoi re. Se in Francia venisse reintrodotto l’emblema del giglio (di
origine merovingica e, quindi, privo di qualsiasi significato
religioso), si scatenerebbe un putiferio. I francesi si devono
accontentare di un triste “Rf” sui propri piatti ufficiali laddove,
ancora oggi, gli italiani non esitano ad usare un servizio da tavola sul
quale figurano le armi di casa Savoia.
L’imperdonabilità è entrata a far parte degli usi e costumi della
Repubblica francese sin dalla sua fondazione. Le epurazioni del
personale imperiale sotto Gambetta e Grévy non hanno risparmiato né gli
alti funzionari dello Stato né i magistrati più inamovibili. E questo
non è niente paragonato alla vigile maledizione che colpisce chiunque
abbia partecipato, seppure marginalmente, al governo di Vichy. E’ stato
necessario mandare al macero delle banconote con l’effige dei fratelli
Lumière e dei francobolli emessi in onore di César Franck, cambiare nome
a luoghi pubblici intitolati ad Alexis Carrel o Georges Claude, quando
la toponomastica francese è deturpata da innumerevoli Robespierre,
Saint-Just, Lenin, Duclos e altri assassini. Di recente, dall’entrata
del ministero dell’Istruzione nazionale è stato rimosso il ritratto di
Carcopino, che ha lasciato un vuoto come a Venezia, nella galleria dei
dogi, il ritratto mancante del traditore. Ieri, in libreria, mi è
capitato tra le mani un libro dal titolo Les Acquittés de Vichy (Gli
assolti di Vichy): l’autore sembrava scoppiare d’indignazione
constatando che alcuni dei colpevoli l’avevano fatta franca. Siamo nel
2003: sono passati cinquantotto anni! Il processo Papon ha rappresentato
uno sbocco dal quale gli umori epurativi francesi sono fuoriusciti con
tutta la veemenza del loro inestinguibile ardore.
La pericolosità politica della Francia ha tuttavia un’origine ben
precisa. Si tratta del movimento sanculotto, sezionale1, giacobino
estremista che si è impadronito di Parigi nel 1792. Secondo Denis
Richet, aveva avuto un precedente: la Lega, al tempo dei Guisa. E’
possibile, ma, a partire dal periodo del Terrore, nella storia politica
francese persiste un nucleo rivoluzionario il cui umore rimane immutato,
nonostante la rivoluzione a cui ambisce cambi varie volte di contenuto.
Si possono distinguere, nella sua struttura, due livelli sovrapposti? In
alto, gli ideali: l’uguaglianza, il nazionalismo, la Repubblica come
democrazia diretta, il sogno millenaristico di una società nuova, in cui
regni la fratellanza. In basso, passioni inespresse: il gusto della
violenza, la legittimità dell’odio, un certo nichilismo di stampo
anarchico, una mancanza di rispetto per principio nei confronti della
legge, della rappresentanza politica, dell’espressione del suffragio.
Questo nucleo si dilata e si contrae, ma mi pare che sia sempre stato
capace di conquistarsi la simpatia attiva di almeno un decimo del corpo
politico francese.
Contenuto prima dal Direttorio e poi, con maggior fermezza, dal
Consolato, riappare nel 1815, nel 1830-32, nel 1848, nel 1871, fedele al
modello iniziale di stampo sezionale. Offre la sua etica barricadera al
magro sindacalismo francese, mai risollevatosi dopo lo scioglimento
delle corporazioni operato dalla legge Le Chapelier, che lo ha
condannato all’inefficacia, alle spaccature interne, all’allontanamento
dalla vita politica rappresentativa. E’ responsabile del mancato
passaggio dalla classe operaia alla socialdemocrazia, secondo il modello
tedesco o inglese. Ad ogni nuova conflagrazione, la classe politica
doveva trovare al proprio interno personaggi autoritari, come Casimir
Périer, Cavaignac, Thiers o Clemenceau, in grado di contenere il
“nucleo”, salvatori e oggetto di esecrazione. Tra una crisi e l’altra,
però, continuava a non essere tranquilla. “Il carro dello Stato naviga
sopra un vulcano”. Secondo Elie Halévy, alla vigilia del 1914 si
profilava una scelta tra guerra e rivoluzione: tesi improbabile,
testimonianza tuttavia di grande inquietudine.
Un nucleo irriducibile
All’incirca nel 1923, il movimento rivoluzionario indigeno francese si è
aggregato al movimento comunista internazionale, guidato direttamente da
gruppi sovietici. La pericolosità politica transalpina ha preso una
nuova piega, raggiungendo un livello superiore. Ecco perché le crisi del
1936, del 1944-46 e del 1968 sono state fenomeni che hanno oltrepassato
il quadro nazionale. Dopo la seconda guerra mondiale, la presa di potere
da parte dei comunisti in occasione di una crisi è diventata
un’eventualità certamente poco probabile, ma plausibile o almeno
ipotizzabile, che governanti ed elettori hanno iniziato a tener
presente. “Tra noi e i comunisti non c’è niente” diceva Malraux. Questa
congiuntura è stata la formula base della Repubblica gollista, in grado
di mantenere la propria stabilità soltanto a patto di porre e sfruttare
un’alternativa del genere, di trasformare ogni grande elezione in un
estenuante gioco di lascia o raddoppia, in cui molti votavano, per la
destra o per la sinistra, contro le proprie reali convinzioni,
semplicemente per paura, imponendo alla vita politica francese un
estenuante vivere pericoloso.
Il collasso del 1968 è stato una sorpresa e resta tutt’oggi, almeno in
parte, un mistero. Ci furono tuttavia alcuni giorni in cui il Partito e
la Cgt (Confédération Générale des Travailleurs, Confederazione generale
dei lavoratori) ebbero campo libero. Se la Francia ha evitato una fase
convulsiva alla portoghese o alla cilena, deve solo ringraziare che il
tacito accordo di politica estera tra de Gaulle e Breznev resse alla
crisi. Breznev aveva svariate buone ragioni per non romperlo, ma era lui
ad avere in mano il gioco. Come mai il gollismo si era ridotto a
ricercare le proprie garanzie in Unione Sovietica? Per questo episodio
poco glorioso, unica spiegazione e scusa è il clima di precarietà della
vita politica francese.
Dopo questi “avvenimenti”, il nucleo rivoluzionario autoctono ha
iniziato a staccarsi dal movimento comunista internazionale, permettendo
a Mitterrand di intraprendere quella brillante avventura personale che
doveva portarlo al potere per una quindicina d’anni. L’ex presidente
della Repubblica ha dovuto mutuare la lingua del nucleo e prendere in
prestito parte del suo programma, il che ha causato, per due anni, dal
1981 al 1983, uno scossone economico e sociale i cui effetti perdurano
ancora oggi. Poi il comunismo è crollato.
Da quel momento, abbiamo assistito ad un’evoluzione sorprendente: si
potrebbe parlare di rimpatrio in Francia dell’idea rivoluzionaria. Il
congiungimento del partito “sezionale” con il comunismo era stato
considerato come un’estensione alla Russia, e successivamente al mondo,
del giacobinismo nazionale, il che soddisfaceva il genere di
nazionalismo proprio della Rivoluzione. Léon Blum tacciava i comunisti
francesi di nationalisme étranger (nazionalismo estero). Certo, ma si
trattava comunque di nazionalismo, sebbene proiettato in una Russia
utopica. Era un nazionalismo franco-sovietico e i militanti di base non
vi vedevano alcuna contraddizione. Quando l’idea ha fatto ritorno in
Francia, ha recuperato le linee guida robespierriste, diventando
pienamente compatibile con quel nazionalismo innato che così ben
simboleggia l’espressione “eccezione francese”.
L’idea ha abbandonato in parte le sue convinzioni marxiste. Con il
marxismo-leninismo aveva perso quella simpatia che nutriva per la
produzione, per la produttività, una simpatia che aveva ricoperto un
certo ruolo prima e dopo la seconda guerra mondiale. E’ ritornata al
conservatorismo economico assoluto, al rifiuto del progresso, al
luddismo, all’antimodernismo di un certo tipo di sindacalismo
rivoluzionario. Ha perso il suo aspetto sociologico e storiosofico, la
codificazione “scientifica” delle proprie passioni, sebbene il
trotzkismo abbia in parte conservato il proprio vocabolario e le proprie
liturgie. Robespierre denunciava pubblicamente “i viziosi e i ricchi”,
confidando nella giustizia dei tribunali e delle masse sezionali. Si
trattava, quindi, di un oggetto d’odio vago e onnicomprensivo, ma allo
stesso tempo concreto e visibile, decisamente meno astratto delle
categorie che incorrevano nella condanna della dottrina marxista.
Vizioso e ricco può essere il proprio vicino: è un odio di vicinanza.
Dopo essersi sbarazzato del proprio arsenale ideologico di “classe”, è
stato più facile per il sinistrismo post-sessantottino penetrare negli
ambienti che non devono più niente alla famosa “classe operaia” e
riconquistare quei ceti sociali che erano stati la culla del
giacobinismo e del pensiero rivoluzionario: in passato, piccoli uomini
di lettere, avvocati, magistrati, abati e redattori di gazzette; oggi,
soprattutto professori, giornalisti e una parte del mondo dello
spettacolo. Il guaio è che quest’ultimo strato sociale viene gonfiato a
dismisura dall’evoluzione delle società democratiche moderne. L’immensa
istituzione dell’Istruzione nazionale costituisce il serbatoio e la
roccaforte di questo stato d’animo: preserva atteggiamenti di sacrosanta
indignazione, dualismi del tipo “noi e loro”, tutta una religiosità
fondata su un sincero timor panico della “destra”; non è più formalmente
marxista, ma ha costruito una storia di Francia in partita doppia,
separando il male – l’Ancien Régime, la religione cattolica, la
borghesia, “l’ordine morale”, il colonialismo, il razzismo, il mercato,
il profitto – dal bene, le cui massime espressioni sono gli episodi
francesi di rivoluzione, insurrezione, “contestazione”. A mio parere,
questa visione del mondo, affidata ai testi scolastici, non viene
coltivata in modo tanto geloso in nessun’altra nazione. Di certo, in
nessun paese dell’ex impero sovietico. Un’altra eccezione francese è
rappresentata dall’egemonia di questo tipo di pensiero, di questa
religiosità, di questi riflessi morali nel giornalismo scritto e
televisivo. Secondo una statistica riportata da Commentaire, il 90 per
cento dei giornalisti vota per la sinistra ed altrettanti darebbero il
proprio suffragio ad Arlette Laguiller piuttosto che a Jacques Chirac.
Non vedo altri paesi in Europa in cui la divisione politica dei media
rifletta così poco la divisione politica del corpo elettorale, che, come
ovunque altrove, varia intorno al 50 per cento.
Lo Stato e la società civile
La presenza di questo nucleo irriducibile incide in maniera
considerevole sullo stile di governo francese e sul rapporto che lega lo
Stato alla società civile.
Cosa succede quando è la sinistra a governare? Innanzitutto, può
raggiungere il potere soltanto con l’aiuto dell’estrema sinistra. E’
quindi costretta a infarcire il proprio programma di assurdità
economiche, con gran disperazione dei quadri socialisti
dell’amministrazione statale, incaricati, volenti o nolenti, di metterle
in atto. Come ha saggiamente fatto notare Philippe Raynaud, il governo
di sinistra in Francia si riduce alla struttura del Direttorio
termidoriano: degli uomini di governo, disincantati, del tutto scettici,
in alcuni casi persino cinici, sufficientemente razionali, sono
obbligati a far affidamento sulle masse sezionali (sulla “base” del
partito) per conservare il potere in modo duraturo. Navigano quindi tra
il ragionevole e l’inetto, ma devono essere capaci, in qualsiasi
momento, di fruttidorare il proprio avversario di destra, in caso di
necessità.
Il loro stile di potere, pur non essendo dispotico, non è neanche
autenticamente liberale. Deve pesare una minaccia. Mai l’apparato
statale francese è stato così ostentativo, mai il viceprefetto così
solenne nei suoi spostamenti, così difficile da contattare, così
maestoso nelle sue visite quanto sotto Mitterrand. Nel frattempo, però,
lo Stato cresce. Da quando il sinistrismo è divenuto il luogo d’incontro
di tutti i conservatorismi sociali e di tutti gli immobilismi economici,
una porzione crescente dei francesi intende trarre profitto
dall’economia amministrata. Più della metà di loro vede aumentare il
proprio reddito grazie alla ridistribuzione dei prelievi fiscali. Quando
si vuole beneficiare direttamente delle ridistribuzioni, evitare i
rischi del mercato, liberarsi da qualsiasi preoccupazione in materia di
impiego e pensione, la cosa più semplice e logica da fare rimane pur
sempre di trovarsi un posto come funzionario statale: secondo un
sondaggio, sarebbe il sogno del 67 per cento dei giovani francesi. Un
quarto della popolazione transalpina ci è riuscito (un sesto, in media,
negli altri paesi).
Vi sono riusciti, però, soltanto grazie alla pressione che esercitano
sullo Stato. Ecco perché lo Stato non può fare assegnamento sul fatto
che si calmino e diventino, politicamente, conservatori. Il loro
conservatorismo esige una posizione di sinistra e il loro sinistrismo si
esprime attraverso il rifiuto, violento ed estremista a parole, di
rimettere in questione, in qualsiasi modo, il loro status, i privilegi
acquisiti. Il governo di sinistra cede in parte, ampliando così la sua
base elettorale, ma senza ottenere la pace; oppure tenta di deviare la
rivendicazione economica, difficile da soddisfare, tramutandola in
rivendicazione “culturale”, sul tipo dei pacs, assumendo atteggiamenti
avanguardistici che, pur non costandogli molto, lo trascinano ancor più
nella connivenza con l’estrema sinistra, pericolosa per la sinistra
quanto per la destra. Ecco il motivo per cui, in Francia, ciò che resta
del sindacalismo si concentra nella funzione e nei servizi pubblici: è
lo Stato che più ha da dare ed è lo Stato che più facilmente dà, perché
forte della propria capacità di far pagare “i viziosi e i ricchi” e
perché, a differenza delle imprese private, non paga di tasca propria.
Insomma, l’idea socialista si è trasformata in idea statalista, ma senza
portare tranquillità allo Stato, che continua a crescere in modo
patologico, come quei cani che mangiano il doppio perché devono nutrire
la tenia che li divora dall’interno.
Cosa succede, invece, quando è la destra a governare? Risente di un
deficit di legittimità a causa dell’egemonia che il pensiero del nucleo
sinistrorso esercita sulla sinistra e, come vedremo, anche su parte
della destra stessa. In Spagna, la sinistra lascia governare la destra –
e viceversa – perché il “nucleo” non esiste. In Francia questo non
accade: per riconquistare il potere, la sinistra, all’opposizione, deve
riallacciare i rapporti con l’estrema sinistra, sebbene quest’ultima
l’abbia fatta tribolare quando era al governo. Nella congiuntura
attuale, al congresso socialista abbiamo sentito personaggi come
Hollande, Fabius e Strauss-Kahn, le cui gradevoli figure di quadri ben
pasciuti dell’amministrazione statale contrastavano in modo sbalorditivo
con i loro discorsi, proporre politiche completamente contrarie a quelle
che avrebbero voluto applicare quando erano al governo e a cui hanno
dovuto rinunciare per timore di quell’estrema sinistra con cui ora si
trovano d’accordo. Di conseguenza, la destra, che vorrebbe essere
centrista, sarà costretta a riprodurre la congiuntura gollista e ad
accaparrarsi il suffragio di elettori che non saranno convinti del
proprio voto, ma che le accorderanno la propria preferenza perché
obbligati dall’assurdità del programma della sinistra detta di governo.
A partire
dagli anni Sessanta, quella di riforma è stata soprattutto un’idea della
sinistra. Certo, nel periodo di de Gaulle e di Giscard d’Estaing, la
riforma è stata attuata, di preferenza, per via statalista. Lo Stato,
insieme alle sue funzioni, è cresciuto altrettanto velocemente sotto i
governi di destra. Ora che questi ultimi sembrano aver aderito ad un
ancor timido liberalismo, è comprensibile che una parte dell’apparato
statale dello stesso colore politico voglia continuare ad esistere e non
abbia alcuna fretta di sparire nel vasto oceano del mercato. Esiste
quindi una certa connivenza tra statalismo di destra e statalismo di
sinistra.
De Gaulle aveva volontariamente trattato con riguardo i comunisti, che
all’epoca rappresentavano il “nucleo”, sia perché sperava di riuscire a
creare un raggruppamento di tipo unanimistico, sia perché voleva
sfruttare la propria politica estera usandola come un’utile leva, sia
perché intendeva paralizzare l’opposizione di sinistra, in quel periodo
ancora fermamente anticomunista, comprendendo in questa paralisi anche i
comunisti. Da allora, però, altri governi di destra hanno raggiunto il
potere: nessuno di loro si è posto come chiaro obiettivo politico quello
di ridurre il nucleo, di dissolverlo, di renderlo inoffensivo. Hanno
invece continuato a finanziare la stampa di estrema sinistra, ad
autorizzare deleghe che costringono il contribuente a pagare migliaia di
funzionari di partito e di sindacato. Eppure è al nucleo che dobbiamo la
maggior parte delle “eccezioni francesi”: è sua la responsabilità se la
Francia ha perso la propria credibilità agli occhi delle altre nazioni
europee, abituate come sono a vedere periodicamente porzioni del paese
transalpino, agricoltori, ferrovieri, professori, in modo separato o
collettivo, esplodere come bombe, con parole terribili e gesti
impressionanti. E’ lui che blocca la “riforma”, che incute timore a
Raffarin dopo aver spaventato Juppé. La destra ha conquistato una
maggioranza sostanziale in tutti i corpi rappresentativi di una
democrazia rappresentativa. Afferma di volersi mettere al passo con
l’Europa. In realtà, non fa altro che camminare sulle uova, priva com’è
di fiducia in se stessa.
La destra e la riforma
Non è detto che possa attuare questo programma. Non è detto, poi, che
abbia intenzione di farlo.
Che possa farlo. Il governo Raffarin ha scelto di iniziare da una
riforma delle pensioni che, in tutti i paesi europei, ha assunto un
carattere “bipartigiano”. Ha proposto una legge molto simile a quella di
cui il governo socialista aveva riconosciuto la legittimità: una riforma
fondata su un calcolo aritmetico semplice, alla portata di tutti.
L’intera sinistra è insorta, i sindacati più importanti del settore
pubblico, compresi quelli della Sncf (Société Nationale des Chemins de
fer Français, Società nazionale delle ferrovie francesi) e della Ratp
(Régie Autonome des Transports Parisiens, Organizzazione autonoma dei
trasporti parigini), perché, nonostante fossero stati debitamente
avvisati del fatto che la riforma non avrebbe toccato i loro statuti
privilegiati, sapevano di disporre di un coefficiente di nocività
decisivo. Per settimane la Francia è stata sconvolta da lunghi scioperi
organizzati, resi possibili dalla supposizione che il pubblico fosse
incapace di un calcolo economico molto semplice. Questo andava a toccare
l’insegnamento dispensato dall’Istruzione nazionale e riportava
l’attenzione su un problema di fondo, anch’esso “bipartigiano”: quello
del sistema educativo.
Il governo ha proposto, per cominciare, una miniriforma di carattere
puramente organizzativo, che riguardava circa il 3 per cento del
personale più marginale del ministero in questione. Levata di scudi,
manifestazioni, scioperi, “azioni selvagge”, grandi discorsi, grandi
princìpi. Si sono quindi dovute rimandare le riforme più serie, come, ad
esempio, una forte decentralizzazione del ministero, un’autentica
autonomia delle università, a cui verrebbe assicurato il diritto di
firmare i diplomi che rilasciano, e così via. Nella stragrande
maggioranza dei casi, l’informazione televisiva ha preso le parti degli
scioperanti, schierandosi contro il governo. Anche la stampa, salvo rare
eccezioni, non l’ha sostenuto. Durante tutta la primavera, il “nucleo”
ha riacceso il ricordo ed esaltato l’esempio delle grandi sollevazioni
popolari, come quella del 1968 o quella del 1995, che stava scivolando
verso l’insurrezione e che fece arretrare, e poi cadere, il governo di
destra. Tra i grandi princìpi sbandierati come palesi verità, come se
fossero assiomi fondamentali della democrazia francese, notiamo
espressioni del tipo “servizio pubblico”, “unità” dell’Istruzione
nazionale, delle poste, della Sncf, oltre ad un altro termine che assume
una connotazione criminale: “liberale”, qui antonimo di “cittadino” e
“repubblicano”.
Un agitatore locale, un povero diavolo figlio di un esperto di Ogm, si
faceva notare da qualche anno per i suoi discorsi demagogici, le sue
azioni incoerenti ed i suoi reati comuni. Nessuno osava più prendere le
sue difese. Condannato, venne invitato a scontare la propria pena.
Levata di scudi a sinistra, esitazione e rammarico in parte della
destra. Il quotidiano Le Monde titola a quattro colonne in prima pagina
il 29 giugno: Dal carcere, José Bové si rivolge a Jacques Chirac. Appare
come un grande personaggio.
Ecco perché il programma di Nicolas Baverez, così motivato, sano e
necessario, del quale egli sollecita un’applicazione rapida attraverso
una “terapia d’urto”, sembra, nel clima politico francese, una montagna
terribilmente alta e scoscesa, sulla quale vanno ricercati i sentieri
che permetterebbero di scalarla.
Ma esiste la volontà di farlo? Ecco dove si situa l’incertezza
principale nell’attuale congiuntura politica francese. E’ impossibile
sapere chiaramente quale sia, se esiste, il pensiero guida alla base
dell’azione del presidente della Repubblica e del suo primo ministro o
conoscere l’orientamento e la forza della loro volontà. Questo, a mio
parere, per due motivi.
In primo luogo, vedono la situazione all’incirca come la vediamo io e
Nicolas Baverez: pur distinguendo mali e rimedi, si rendono conto della
pericolosità della professione politica in Francia. Chirac l’ha
sperimentato sulla propria pelle. Sa bene che il terreno è infido,
disseminato di crepacci, soggetto a frane improvvise. Ha il talento di
chi scende le rapide: è stato in grado di tornare a galla dopo che la
canoa si era rovesciata, ma non ha intenzione di ripetere l’esperienza.
Tiene d’occhio i sondaggi, che mostrano fino a che punto la visione del
mondo del nucleo è riuscita a penetrare, smorzandosi e diversificandosi,
nella maggior parte degli strati della società francese. In effetti,
questa visione del mondo e questo modo di pensare non hanno incontrato
una contestazione energica e generale simile a quella che ha permesso ai
conservatori inglesi di vincere la battaglia ideologica contro i loro
avversari della sinistra laburista. In Francia non c’è stata alcuna
battaglia: semplicemente, le idee della sinistra, in modo estremamente
lento e graduale, hanno perso vitalità. Sono scese di livello nella
società intellettuale. Il “nucleo” non ha più i suoi “grandi
intellettuali”, ma ne ha ancora di medi e piccoli, il cui numero
continua ad aumentare. Il guaio dei media francesi è che reclutano il
proprio personale ad un livello intellettuale più modesto che in
Inghilterra, in Italia o in Spagna. Nel corso degli ultimi scioperi, i
poveri utenti si sono lamentati a bassa voce, invece di gridare a
squarciagola: non avrebbero saputo cosa dire, nessuno aveva fornito loro
delle argomentazioni e la televisione forse non avrebbe documentato la
loro reazione.
In secondo luogo, anche il governo la pensa come l’opposizione.
Comprende più o meno vagamente la situazione, ma, allo stesso tempo, gli
è impossibile metterla a fuoco chiaramente perché i suoi modelli di
pensiero sono influenzati dall’ideologia del nucleo molto più di quanto
esso non creda. Nei licei, nelle università, ha appreso una storia della
Francia, una storia del mondo e una filosofia politicamente corrette ed
è stato troppo impegnato per impararne altre. Quando Chirac, nelle sue
dichiarazioni, fa promesse all’estrema sinistra nazionale o
internazionale, quanto si tratta di calcolo razionale, quanto di
convinzione? L’estrema destra afferma spesso che la destra al governo è
una finta destra, che in realtà è di sinistra: questo è falso nel senso
che, per fortuna, non condivide i pregiudizi dell’estrema destra, ma è
anche vero, in parte, nella misura in cui è intrisa di pregiudizi che
non sa da dove le vengano (in realtà dalla sinistra) e che non critica.
Uno degli ultimi atti dell’ultimo consiglio municipale di destra a
Parigi è stato di conferire ad una piazza il nome di Commune de Paris.
Alcuni storici hanno protestato ricordando cos’era stata la Commune,
cosa aveva fatto della capitale e cosa ne pensavano Zola e George Sand.
Il che non ha certo impedito alla più conservatrice delle assemblee
francesi, il Senato, di inaugurare, a giugno di quest’anno, nel giardino
del Luxembourg, una nuova targa sempre in onore della Commune de Paris.
E’
evidente che Nicolas Baverez spera nella comparsa di un equivalente
francese di Margaret Thatcher. Questa signora non sapeva tutto, ma aveva
le idee chiare. Forse Chirac conosce più cose, ma ha le idee chiare?
L’Islam: un problema senza soluzione
C’è un grande assente nell’articolo di Nicolas Baverez. Poiché procede
in modo binario, fornendo una diagnosi della malattia abbinata alla cura
appropriata, è comprensibile che non abbia voluto trattare un problema
per il quale non si intravede alcuna soluzione. Parlo dell’insediamento
in Francia di un nuovo corpo estraneo: l’Islam.
La storia
religiosa francese è caratterizzata da una certa continuità. Il
substrato di mitologie indoeuropee, celtiche e successivamente latine,
temperato e solennizzato dalla filosofia antica, è andato sparendo, in
modo estremamente graduale, nell’Alto Medioevo. La Chiesa latina ha
costantemente ricercato la sintesi e gestito la transizione. La rottura
rappresentata dalla Riforma è stata provocata da un accesso di fervore
intransigente, su una base agostiniana tipicamente latina. La riforma
cattolica è maturata per emulazione. La frattura non è stata riparata.
Il fermento giansenista ha scosso il cattolicesimo, facilitando il suo
dileguarsi di fronte all’Illuminismo e favorendo il passaggio
dall’Ancien Régime ad un nuovo sistema di governo. Ma l’Illuminismo,
che, a partire dalla Rivoluzione, rappresenta un tipo di sovranità
alternativo e, nella maggior parte dei casi, offensivo, è nato
nell’humus di un cattolicesimo razionalizzato, del quale ha ripreso le
regole etiche e le norme sociali, almeno fino al 1968. La mescolanza,
nelle città, nei paesi, nelle famiglie, di Illuminismo e cattolicesimo è
sempre stata possibile e molto spesso attuata. Secondo il medesimo
modello è avvenuta anche la concrezione delle tradizioni protestanti
posteriori alla revoca dell’editto di Nantes e di quelle giudaiche
successive all’emancipazione ebraica dopo la Rivoluzione.
Bisogna tener presente che l’Islam non è una religione “non cristiana”,
come l’induismo, il buddismo o il confucianesimo, religioni anteriori al
cristianesimo e senza contatto organico con esso. L’Islam è nato come
reazione anticristiana, e di conseguenza antiebraica, in modo
estremamente cosciente e definito. Ha rifiutato non soltanto i dogmi
cristiani ed ebrei, ma tutta la filosofia, la concezione del mondo e
della storia che ne sono alla base. È portatore di una civiltà
caratterizzata da frontiere nette e particolarmente visibili. È accaduto
che zone cristiane siano state occupate da dominazioni musulmane e zone
musulmane da dominazioni cristiane o di origine cristiana. Dopo un certo
periodo, generalmente contraddistinto da guerre crudeli ed ostinate
persecuzioni, si è operata una separazione: uno dei due gruppi, quello
dei musulmani o quello degli ebreo-cristiani, ha dovuto lasciare il
paese. A metà del secolo scorso, la separazione era compiuta.
Ora non è
più così. L’Islam si è pacificamente insediato in Europa occidentale ed
in modo particolare in Francia, dove, rispetto a Germania e Inghilterra,
i suoi praticanti sono presenti in proporzioni almeno doppie. Non
intendo tornare sulle cause di questo fenomeno, molteplici e ormai ben
note. In maniera formale, tra l’8 e il 10 per cento circa della
popolazione che vive sul suolo francese è musulmana; i demografi
prevedono che, in breve tempo, si arriverà al 20 per cento. I dati sono
incerti e, per motivi legali o ideologici, non è facile raccoglierli. Le
conseguenze di un avvenimento del genere sono prevedibili. Sono ancor
più gravi se si considera che la religione cristiana, in tutte le sue
confessioni, è in crisi, in Francia in modo più serio che in qualsiasi
altro paese. O la letteratura cattolica sull’Islam dimostra una
sconvolgente ignoranza su questa religione oppure non riesce bene a
distinguere la differenza tra se stessa e l’altro credo; il che, ad uno
storico, ricorda molto da vicino le circostanze che prepararono, nel vii
secolo, l’improvviso passaggio all’Islam di metà, o quasi, dei
cristiani: anche loro ritenevano che l’Islam fosse una variante come
un’altra del cristianesimo e si convertirono senza rendersene conto. Il
giudaismo, invece, sembra in piena rinascita. Come in Israele, esiste
quindi, sul territorio francese, una situazione di conflitto, che
contribuisce a sviluppare, nelle comunità ebraiche, un senso di
alienazione nei confronti della patria francese.
Infine,
la società francese, laicizzata o laicista, ha perso l’abitudine di
attribuire al fattore religioso il peso che gli è proprio. Di forma
democratica, non può fare altro che offrire ai musulmani le stesse
prospettive di integrazione che, da due secoli, offre alle varie ondate
immigratorie. Si stupisce che nelle famose periferie si creino dei
nuclei che le rifiutano. Si rallegra che un’altra frazione, attraverso
la scuola e l’università, riesca gradualmente a salire la scala sociale.
Lo Stato si occupa dei problemi più urgenti. Adesso è cosciente di
essere sotto l’influenza di queste masse musulmane, che già possiedono,
o possiederanno ben presto, tutti i diritti dei cittadini francesi. Ha
tentato di organizzare una rappresentanza politica nella speranza di
contrapporre un Islam “mite” ad un Islam “duro”, trascurando, come
tutti, la natura e la specificità di questa religione e applicandole dei
modelli nati da una storia diversa. Fino ad ora, non sembra aver avuto
successo. L’integrazione, a dispetto di quanto desideri la maggior parte
dei francesi, rimane una chimera: si sta trasformando a vista d’occhio
in uno slogan privo di significato.
Cosa
possiamo sperare, allora? Che la democrazia, che ha lentamente dissolto
la religione cristiana, faccia altrettanto con l’Islam. Bisognerebbe
quindi parlare, invece che di integrazione, di un’assimilazione e di un
abbandono dei princìpi fondamentali dell’Islam. Ma se questo non dovesse
accadere, se invece, come nel caso del giudaismo, l’Islam religioso
dovesse entrare in una fase di affermazione di sé, sarebbe in grado di
edificare in Francia una propria società, completa, numerosa,
diversificata, ricca di élite istruite da scuole e università francesi,
in grado di difendere, se non di imporre, le norme che più le tornano
vantaggiose.
Se ciò avvenisse, assisteremmo ad uno degli eventi più gravi della
storia francese o, piuttosto, sarebbe la stessa storia francese ad
entrare in una fase di trasformazione, come desiderano molte correnti
musulmane. ÈE’comprensibile che risulti difficile considerare seriamente
un avvenimento del genere: la gravità stessa dell’evento è sufficiente a
distogliere a lungo lo sguardo e l’attenzione da esso.
E’ arduo,
tuttavia, capire da che parte sia bene prenderlo. E’ stato proibito a
lungo persino menzionarlo, protetto com’era dai tabù dell’antirazzismo,
della laicità o semplicemente dalla direzione presa dalle democrazie
europee dopo la seconda guerra mondiale. Ora si impone all’attenzione e
l’unico modo che troviamo per affrontarlo è di subirlo passivamente,
come un destino. Che fare? Non è più possibile imitare Isabella la
Cattolica, Filippo ii o, ancor meno, Todor Jivkov, che ha tentato invano
di cacciare i turchi dalla Bulgaria comunista. Se, tra un certo numero
di anni, la Francia dovesse ritrovarsi nella situazione in cui oggi è
Israele, le sarà necessario modificare molti princìpi prima di essere in
grado di imitarla. Anche perché, fino ad ora, nella sua storia, pure
tanto violenta, le espulsioni non le sono ancora riuscite.
29 gennaio 2004
(traduzione di Sarah del Meglio)
© Commentaire - Numéro 103/Automne 2003, “Réponse à Nicolas Baverez”
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