Riflessioni sulla meccanica del leader
di Dino Cofrancesco
da Ideazione, luglio-agosto 2004

Luciano Cavalli appartiene a quell’esiguo gruppo di sociologi e scienziati della politica che si richiamano alla lezione dei grandi realisti, da Machiavelli a Morgenthau, passando per Michels, Mosca, Weber (soprattutto). In tempi di dilagante democraticismo umanitario non è piccolo merito. Oggi, aveva scritto nel Primato della politica, “in nome della comune umanità, si vorrebbero introdurre democrazia e solidarietà, considerate inseparabili, in ogni rapporto sociale e in ogni istituzione e fra le istituzioni, ivi comprendendo gli Stati. E chi non condivide questa visione, e l’etica relativa, è senz’altro un reprobo”. Questa filosofia – alla quale aveva dato un contributo non trascurabile il compianto Norberto Bobbio, allorché lamentava l’assenza di democrazia nei rapporti aziendali – sembra essere ormai diventata il vero “pensiero unico” dell’alba del terzo millennio. Si consideri l’impatto psicologico che, specialmente sulle masse giovanili, ha uno slogan come “no alla guerra per il petrolio”. Accanto al persistere di una mentalità anti-industrialista – se, invece dell’oro nero, gli arabi controllassero più della metà della produzione mondiale di frumento, non attiverebbe alcuna risonanza emotiva l’invito a opporsi alla “guerra per il pane” – esso rivela una totale mancanza di immaginazione nel prefigurare gli effetti di un aumento eventuale del prezzo del petrolio a 100 dollari al barile in luogo degli attuali 40 (aumento tutt’altro che impossibile qualora al Qaeda riuscisse a far crollare i regimi politici filo-occidentali dell’Arabia Saudita e del Kuwait) sulle nostre economie, sulla tenuta delle democrazie euro-atlantiche, sulla qualità della vita, sulle nostre stesse culture dei diritti.

Nel suo più recente lavoro, Il leader e il dittatore. Uomini e istituzioni di governo nel “realismo radicale” (Ideazione) – non solo una sintesi brillante e appassionata di precedenti lavori ma, altresì, un ulteriore passo avanti in direzione di una sempre più articolata riflessione sulla Realpolitik – Cavalli, procedendo a vele spiegate contro il pigro conformismo degli intellettuali e la marmellata del pacifismo no global (l’espressione è di uno dei più pensosi analisti della sinistra italiana, Biagio de Giovanni), fa rilevare che “le emotive manifestazioni contro la guerra irachena, e in sostanza contro gli Usa, hanno [...] conclusivamente dimostrato come l’influenza pervasiva del democraticismo umanitario abbia obnubilato ogni disposizione propriamente politica in larga parte della popolazione – in Italia esemplarmente”. Ebbene proprio nel recupero dell’autonomia e del primato della politica stanno il fascino e l’interesse del libro, coraggioso e controcorrente, che Cavalli lancia come un sasso nella piccionaia di un mondo accademico e mediatico che sembra ormai perduto nella deriva delle proprie comode illusioni sulla prossima chiusura del tempio di Giano, ancora aperto per colpa di biechi interessi (delle grandi potenze capitalistiche, ovviamente) e di persistenti atavismi etici e culturali.

“Tipica” di questo costume della mente, annota Cavalli, è “la proposta di fondare la cittadinanza sulla pura e semplice accettazione della Costituzione e dei suoi valori. Proposta che della concezione organicistica della nazione tende a porre tra parentesi gli elementi della stirpe e del territorio, della storia e della cultura, d’un destino comune al di là delle forme di Stato e di governo e delle costituzioni succedutesi nel tempo. Posto in atto, quel progetto renderebbe labile e largamente opportunistica l’appartenenza; e, liberando gli individui da ogni stabile lealtà collettiva, promuoverebbe appunto la disgregazione”. Basta leggersi qualcuno dei numerosi prodotti intellettuali del liberalismo razionalistico contemporaneo – parente sì, ma non troppo stretto, del liberalismo classico della linea Locke/Constant/Berlin – per rendersi conto del tramonto della politica in una società in cui i diritti di prima, seconda e terza generazione, vengono garantiti a ogni individuo per il solo fatto di essere venuto al mondo sicché, da un lato, ne risultano sostanzialmente delegittimati gli Stati e i loro confini (in base a quale principio ideale si esigono passaporti e si vietano gli accessi?), dall’altro, non c’è dimensione esistenziale che si sottragga ormai alla regolamentazione giuridica né conflitto di interessi e di valori che non possa venir risolto dalla sentenza del magistrato.

A questa vie en rose e alla sua morale edulcorata, che alla tragedia delle Twin Towers reagisce con qualche sit in (nella fattispecie, però, se ne videro ben pochi all’indomani dell’11 settembre e quei pochi non mobilitarono più di un centinaio di persone) e con migliaia di vagoni postali che recano alle famiglie delle vittime coraggiosi messaggi di solidarietà e di pace, Cavalli contrappone una saggezza antica e dimenticata.
“Secondo il realista, l’esistenza è lotta per la vita, in senso esteso. Sia per l’individuo che per i gruppi, per gli Stati in particolare – che, d’altronde, hanno proprio origine dall’unione intesa a quel fine. Tuttavia lo Stato nel suo sviluppo storico è portatore degli interessi di sopravvivenza, in senso non soltanto primordiale, ma anche latamente culturale – cioè di tutti i beni (dalla lingua all’ethos) di un popolo. Perciò lo Stato diventa esso stesso un valore, e, a ben guardare, il massimo bene. Il “bene pubblico”. La sopravvivenza dello Stato, e la sua fortuna fra gli uomini usciti dalla condizione primitiva, pre-politica. L’utile dello Stato diventa – per un realista come Tucidide o Machiavelli – la stella polare dell’agire politico”.

Personalizzazione della leadership

Nel libro, come promette il titolo, il tema della politica come “lotta per il potere” viene trattato in relazione alla leadership nelle odierne società di massa. Utilizzando, ancora una volta, la lezione weberiana del carisma – opportunamente integrata con la psicanalisi freudiana e con le indicazioni della storiografia della “nazionalizzazione delle masse” – Cavalli enuclea le ragioni antropologiche, culturali, politiche, economiche in senso lato, che nelle suddette società portano alla personalizzazione della leadership. “La generalità degli uomini – scrive – per scarsa capacità di pensare e agire in base a riferimenti astratti, cerca la rassicurante concretezza che può venire soltanto dalla identificazione di essi con chi ne è più credibilmente portatore. Onde la forte tendenza a identificare ogni causa, ogni speranza, la comunità stessa e il potere pubblico che ne è la prima espressione, con il leader”. Questa tendenza, che è anche “tra le cause della prevalenza storica del principio monocratico”, spiega la “necessità di un capo che istituzionalmente risponda al bisogno di partecipazione collettiva nelle grandi scelte, comunicando direttamente con il popolo e mobilitandolo eventualmente per l’interesse pubblico”. E, a livelli più alti di generalizzazione, “l’uomo è comunemente incapace di vivere in società sulla base di pure astrazioni, anzi ha bisogno che esse vengano impersonate perché abbiano per lui concretezza e valore; e l’operazione è tanto più efficace, se egli prende attivamente parte alla scelta (ritualizzata) della persona.”

Il volume propone una tipologia abbastanza semplice formata dalla diversa combinazione di democrazia – intesa genericamente come facoltà di scelta dei governanti – e di monocrazia – “tendenza alla concentrazione del potere nelle mani di uno solo” – da cui derivano, sostanzialmente, tre forme di governo: la democrazia con leader, ovvero la “monocrazia elettiva dei moderni”; la democrazia senza monocrazia, cioè “senza leader” – “fondamentalmente caratterizzata dal governo di molti (poliarchia)”; e, infine, la dittatura totalitaria, che sarebbe una monocrazia senza democrazia, meglio definita come autocratica, “al fine di evidenziarne il carattere personale assoluto” (arbitrio e onnipotenza del detentore del potere). Si tratta di temi di grande attualità non solo per quanto riguarda la vexata quaestio delle origini del totalitarismo, ma soprattutto – ed è l’aspetto più intriguing in questa sede – per quel che concerne la riflessione sulla crisi (vera o presunta) di quelle libere istituzioni che, con la sconfitta di nazismo e comunismo, sembravano “avere con sé l’eterno”.

Da qualche anno, come si sa, si sta svolgendo, sulle due rive dell’Atlantico, un dibattito sempre più impegnativo, sotto il profilo teorico, sulla salute della democrazia, sui pericoli che la insidiano, sulla sua capacità di venire “esportata” in società le cui culture sono diverse, se non molto distanti, dalla nostra, segnata dall’eredità greco-romana e da quella ebraico-cristiana, ricongiunte nella tradizione umanistica, alle origini, a sua volta, della moderna civiltà laica e liberale.
Quel che sembra prevalere, specialmente nell’Italia del Polo ma anche in altri paesi europei e negli stessi Stati Uniti, è un atteggiamento ispirato a una profonda diffidenza nei confronti delle masse e dei suoi “capi”. Si teme, dappertutto, una deriva populistico-plebiscitaria destinata a rimettere un enorme potere (innanzitutto mass-mediatico) nelle mani di spregiudicati demagoghi, spesso improvvisati, privi di professionalità politica e di spessore etico. Paradossalmente – come ho fatto rilevare in altra sede: vedi il mio recente La democrazia liberale (e le altre), edito da Rubbettino – quel “primato del liberalismo sulla democrazia”, che definiva un pensiero se non di destra, certo liberale e liberalconservatore, sta diventando il cavallo di battaglia di quello stesso schieramento progressista che s’identificava ieri nel “primato della democrazia sul liberalismo”. Le masse che, nell’Ottocento e nel Novecento, rendevano inquieti i sogni dei moderati sono diventate il nightmare di una consistente parte della sinistra che pare voler affidare ai giudici il compito di salvaguardare il diritto, definito dalla Costituzione, contro la legge fatta da Parlamenti sempre più ridotti a specchio di elettori volubili, manipolati da ben riconoscibili demagoghi.

I limiti della democrazia senza leader

Anche Cavalli porta il suo contributo alla critica delle degenerazioni del sistema politico ma la novità del suo approccio consiste nel fatto che quelle degenerazioni non vengono attribuite al rafforzamento di un esecutivo irresponsabile bensì all’assenza di un autentico progetto di governo dovuta al vicendevole impacciarsi di gruppi di pressione, di partiti, di sindacati, di chiese, che non permette a nessuno di assumere il timone dello Stato e di dirigersi verso mete ben definite e condivise. Semplificando alquanto i termini del discorso, per lui, il nemico da battere non è il populismo ma il pluralismo acefalo, non è Cesare Borgia ma Pier Soderini, il gonfaloniere che Machiavelli scaraventava nel Limbo, la dimora dei bambini senza colpa perché incoscienti. A suo avviso, l’esperienza drammatica delle dittature – fascista, nazista e comunista – se, da una parte, è stata salutare in quanto ci ha messo (o avrebbe dovuto metterci) in guardia contro ogni concessione ai portatori di visioni del mondo assolute ed esigenti, dall’altra, ha appannato la lucidità dello sguardo, precludendoci la comprensione delle malattie mortali che minacciano le nostre libertà civili e politiche.

Riprendendo una tesi del grande Giuseppe Maranini – un autore stranamente mai citato eppure fondamentale per chi, non meno severamente, critica la partitocrazia – Cavalli ribalta il vecchio e consunto luogo comune in base al quale è il quantum di potere accumulato nelle mani del governo che, spinto oltre certi limiti, porta alla tirannide dei moderni. Per lui, è vero il contrario: è la debolezza dei regimi democratici che, negli anni tra le due guerre mondiali, ha spianato la via ai terribles simplificateurs tanto temuti dal pensiero liberale e liberalconservatore dell’Ottocento.
“L’esame delle esperienze moderne suggerisce la conclusione che la democrazia “senza leader” sia – come già la democrazia in genere appariva agli antichi – inetta davanti al mutamento, alla crisi, all’emergenza; e perciò destinata a produrre, alla lunga, effetti di decadenza e anche disgregazione, con la possibilità di sviluppi autoritari all’interno e di dipendenza, diretta o meno, dall’esterno”. Si avvertono, nelle pagine del libro, non pochi e forti echi della prima scienza politica italiana, quella che affilava le sue armi nella critica del parlamentarismo e nella denuncia delle sue ricadute sul piano della convivenza civile e dei costumi. Mutatis mutandis, l’Italia umbertina e poi giolittiana presenta, a livello di sistema politico, tratti degenerativi che l’accomunano alla “democrazia senza leader”, almeno sotto un aspetto “di decisiva importanza”.

“I centri decisionali che danno l’input a tutto il sistema politico si collocano al di fuori dello Stato, nella sfera privata. Sicché lo Stato nazionale manca [della] condizione di autonomia [...] essenziale alla sua stessa definizione. I partiti, infatti, sono veramente i “principi” della democrazia senza leader. Anzi, le oligarchie che li controllano (Michels). Ma i partiti sono portatori di interessi particolari, cioè privati (Schmitt). Il governo e il parlamento, dominati dai partiti, diventano perciò gli organi in cui la volontà dello Stato si definisce, non in base all’interesse pubblico, ma per il prevalere di un interesse particolare (privato) su altri, o, più spesso, per mezzo di un compromesso”.E il risultato è che si finisce per togliere allo Stato “la facoltà piena di decidere su materie di pubblico interesse, che al limite vengono sottoposte a procedure negoziali in cui lo Stato figura come una delle parti – tipicamente nelle trattative fra governo, sindacato e padronato. Specialmente nelle deboli democrazie parlamentari multipartitiche, la concezione e la prassi pluraliste possono comportare che le controparti impongano allo Stato le loro scelte particolaristiche, con l’eventuale ausilio della piazza”.

Per tutte queste ragioni, conclude Cavalli, “nella tipica democrazia senza leader, il sistema politico sta in bilico fra la discussione che non sbocca mai nella decisione e il compromesso fra partiti per definizione portatori di interessi particolari (ed eventualmente estranei al bene pubblico)”. Alle ombre di questa forma di governo, chiaramente così poco congeniale (e non da ora) a uno studioso innegabilmente affascinato dal decisionismo, si contrappongono le luci della “democrazia con leader”, in cui un esecutivo forte e responsabile “viene eletto e giudicato dal popolo in libere elezioni, gode di definiti poteri sotto il controllo di altre istituzioni indipendenti, in un quadro invariato di libertà e legalità. E, d’altra parte, ogni cittadino trova riconoscimento del suo diritto politico e, correlativamente, della sua dignità. La democrazia con leader appare dunque come sviluppo dialettico della democrazia “moderna” dello scorso secolo: realizzazione più compiuta e aderente a interessi essenziali, dello Stato e del cittadino”.

Cavalli non sembra aver dubbi sul fatto che “nel nostro tempo, il modello dell’elezione popolare di un capo dello Stato con poteri di governo e la possibilità di percorsi più selettivi per i candidati” possano garantire sufficientemente, nei grandi Stati occidentali, “tre requisiti imprescindibili: personalizzazione della leadership (sia per la concentrazione di potere nel ruolo di vertice, sia per la fiducia di massa nel leader), alta qualità dell’uomo prescelto e successione ordinata dei leader al vertice. E ciò nell’ambito d’un sistema politico e di un ordinamento legale che assicurino al cittadino il godimento dei diritti davvero fondamentali”. Ma è proprio così, ci si chiede? E, alla fine della storia, i conti tornano poi tutti? In realtà, se sono innegabili le benemerenze acquisite dalle democrazie con leader – a cominciare dalla dimostrata capacità di soffocare in sul nascere l’idra totalitaria – va riconosciuto che esse, lungi dall’essere una variabile indipendente del (e con effetti positivi sul) sistema politico, sono il prodotto complesso di fattori istituzionali e culturali, che non sempre il “realismo radicale” mette a fuoco, pur se in teoria dichiara di volerne tener conto.

Del resto lo stesso Cavalli ne è consapevole allorché scrive che “quel tipo di democrazia è fondato sulla libera scelta dei governanti e da istituzioni e regole che garantiscono per tutti le libertà fondamentali, opponendo per tale aspetto limiti definiti e sicuri al potere di chi governa”. E ancora: “la democrazia con leader risulta efficace nel suo operare soltanto se c’è un valido sistema di selezione degli uomini e di controllo del loro operato”.Sono le istituzioni, allora, che consentono alla monocrazia elettiva dei moderni di produrre i suoi benefici effetti: le istituzioni rappresentano il corpo sano che un buon cibo, la monocrazia elettiva, mantiene efficiente e vitale. è vero, per restare nella metafora, che un corpo sano, alla lunga, può essere rovinato da un cibo cattivo (la democrazia senza leader) ma è altrettanto certo che un’alimentazione corretta non solo non risana un corpo malato (uno Stato premoderno, privo di istituzioni in grado di garantire l’ordine e la legge) ma può, persino, comprometterlo definitivamente (com’è il caso dei sistemi presidenziali del Sud e del Centro America in cui la monocrazia diventa autocrazia golpista).

Il valore delle istituzioni

Cavalli vede la politica dal lato dei governanti, in lotta per il potere ovvero, come direbbe Mario Stoppino, dal lato di quanti competono per l’autorità; non la vede dal lato dei governati – che è poi la dimensione classica cui si riferisce il contratto sociale – ovvero di quanti, in cambio del loro sostegno ai contendenti, se ne aspettano la produzione di diritti istituzionalmente garantiti – dove istituzionalmente significa tutela giuridica assicurata dai vari organi e articolazioni dello Stato, dalle caserme ai tribunali, dalla pubblica amministrazione agli enti che erogano benefici sociali. è la dialettica tra governanti e governati, il loro continuo scambio politico – il fatto che i primi debbano dare qualcosa ai secondi e che questo qualcosa, in certi contesti storici e ambientali, si trasformi in sicuro argine istituzionale del processo politico – a rassicurarci sulla leadership monocratica nelle democrazie occidentali e sul suo rimanere “entro i solidi limiti posti dalle leggi e da una coscienza pubblica largamente autonoma, e con il controllo delle verifiche elettorali”. E a questo proposito sia consentito un rapidissimo cenno a un’idea cara a tutti i realisti, e segno del loro pur rispettabile conservatorismo: l’idea che i partiti siano per definizione portatori di interessi, per l’appunto, di parte e che lo Stato sia, sempre per definizione, l’incarnazione del bene comune, dell’interesse collettivo.

In realtà, se è innegabile che sull’arena politica arrivano ogni volta interessi e valori di parte, a uno sguardo più attento, restano poi le istituzioni il fattore decisivo: quando sono robuste, rispettate e radicate nella tradizione, il bargaining dei molteplici egoismi (di gruppi, di ceti, di partiti) si trasforma in farina che arricchisce il mulino dello Stato e dal bozzolo del compromesso nasce la farfalla dell’identità comunitaria e dei suoi valori forti; quando sono deboli, incerte, non favorite da un’adeguata political culture né dalle risorse prodotte dal sistema economico, il confronto tra le richieste, che da ogni parte si levano in direzione dei poteri pubblici, attiva spinte centrifughe che delegittimano il sistema e provocano forti tensioni sociali, talora ingovernabili all’interno della comunità politica (e pertanto suscitatrici di sentimenti secessionistici). A ragione Cavalli ammira De Gaulle e vede nel Generale il rifondatore dello Stato francese e, per la prima volta nella sua storia, di una stabile democrazia con leader. Ma la Francia, non va dimenticato, pur nel ridimensionamento seguito alla seconda guerra mondiale, era pur sempre una grande nation, con un’amministrazione esemplare per efficienza, un’identità nazionale consolidata, a onta delle spaccature storiche fra le sue diverse “famiglie spirituali”, un senso orgoglioso del proprio ruolo e della propria missione, un ragguardevole impero afroasiatico di cui gestire la decolonizzazione.

Al di là dei suoi innegabili meriti, De Gaulle “veniva da lontano”, era il prodotto di una storia secolare che in lui, uomo di destra e resistente, riconciliava le due tradizionali – e fin ad allora irriducibili – polarità: Giovanna d’Arco e l’albero della libertà, i gigli d’oro del Re Sole e il tricolore dei soldati dell’anno secondo. E un discorso, in parte analogo, vale per Churchill, un concentrato energico e invincibile, della vecchia Inghilterra, un uomo per cui l’idea della patria (“right or wrong, my country”) e il “sistema Westminster” (quella democrazia reale da lui definita il peggiore dei governi, ad eccezione di tutti gli altri) facevano tutt’uno. Un ultimo cenno sulle “masse gregarie” e sui meccanismi psicologici che le portano, comunque, ad affidarsi a un leader, democratico o autocratico, a seconda dei contesti. Cavalli, a mio avviso, giustamente dà importanza agli studi classici di G. Mosse e dei suoi allievi italiani (in primis, Emilio Gentile) ma gliene dà troppa. Simboli, miti, riti e ideologie sono il contorno della pietanza totalitaria ma la bistecca è altra cosa e, con buona pace di chi ha sostenuto il contrario, l’abito seguita a non fare il monaco. Sono le costellazioni istituzionali, in ultima istanza, a tenere in vita il teatro della politica totalitaria: quando gli utili vengono meno, i fondali si rivelano di cartongesso. Gaetano Mosca e Max Weber, se fossero sopravvissuti al fascismo e ne avessero analizzato la natura, non avrebbero dedicato alla messinscena più di qualche paragrafo (comunque significativo).

Conclusioni

Questi rilievi, beninteso, non intendono ridimensionare la validità di una ricerca sociologica e politologica che, ripetiamo, è acqua di fonte se confrontata alla morta gora dell’ideologia italiana di questi ultimi anni. Segnalare il rischio dell’approccio realistico di convertirsi in ideologia o meglio in una filosofia politica ispirata a un radicale pessimismo antropologico, potrebbe invece contribuire a farne uno strumento conoscitivo e pedagogico imprescindibile proprio grazie alla rimozione di certe tentazioni “reazionarie”. A cominciare dal “giudizio di incapacità politica della massa, dovuta alla condizione di segregazione e alla estrema manipolabilità cognitiva ed emotiva” per finire alla critica – che richiama alla mente antiche tesi platoniche – rivolta al “criterio dell’uguaglianza” che “opera anche al fine di escludere la ricerca dell’eccellenza. Rifiuta ogni riconoscimento di superiorità e, quindi, ogni spazio istituzionale alle élite. E agli autentici leader. Privando così lo Stato della preziosa risorsa del comando unico e della leadership personale”. Al primo pregiudizio viene spontaneo obiettare che i comportamenti gregari delle masse hanno, in realtà, una loro ratio giacché, a ben vedere, si traducono in sostegni enfatizzati e sentimentalizzati a regimi politici totalitari che, per quanto spietati, non erogano solo gratificazioni simboliche e organizzazioni spettacolari dell’entusiasmo comunitario ma appagano, almeno in parte, bisogni reali, concreti: fascismo, nazismo e comunismo furono, ciascuno a suo modo, stati sociali, produttori di un welfare che a tutti garantiva un minimo vitale; per quanto riguarda il secondo pregiudizio, si rileva che la competenza richiesta ai governati è assai poca cosa ma non per questo è irrilevante: essa non consiste nel conoscere le varie qualità di cuoio o i modi di fabbricazione delle tomaie ma nel sentire se la scarpa calza bene al piede oppure no.

Questi “pregiudizi del conservatore”, tuttavia, non hanno alcun rapporto cogente con le acute analisi del populismo, del ruolo dell’Europa, del destino di Grosse Macht riservato agli Stati Uniti d’America o con le congetture sulla assai probabile sopravvivenza dello stato nazionale. Quando Cavalli osserva che “senza il detestato “gendarme planetario”, la guerra (quella vera, tra pari, non le operazioni Usa “di polizia” contro i paesi canaglia) ritornerebbe verosimilmente ad abitare il pianeta. Le armi di distruzione di massa diventerebbero patrimonio di molti Stati, canaglia o no, e anche delle organizzazioni terroristiche. Mentre crescerebbe la minacciosa pressione dei popoli diseredati sull’Occidente, e della componente islamica in specie”, ci dà una lezione di realismo della quale non si può non essergli grati. I fatti sono quelli che sono e hanno la durezza del diamante. Non c’è bisogno di condirli con discorsi sull’ineguaglianza degli uomini in cui, oltretutto, ci si espone al rischio di sovrapporre ineguaglianza e diversità. La tesi opposta della radicale eguaglianza degli uomini, in fondo, non aveva impedito a Hobbes di descrivere i rapporti umani nei termini crudamente realistici che sappiamo!

8 settembre 2004
 

stampa l'articolo