Quando entra nella sala conferenze della libreria Dussmann,
l’avvolge l’applauso dei tanti accorsi ad ascoltarlo o a farsi
autografare il libro. Gerhard Schröder, l’ex cancelliere passato
alla corte di Gazprom, si concede per un’oretta buona, il tempo di
presentare l’edizione tascabile delle sue memorie (“Decisioni. La
mia vita nella politica”), arricchita di una postfazione rispetto
all’edizione principale uscita un anno fa. E’ un pubblico in gran
parte amico, quello della libreria Dussmann, qui a Berlino centro
dell’intellettualità liberal, di sinistra: una casa multimediale
della cultura bella e spaziosa, piena di libri, dvd, cd musicali,
computer collegati ad internet e poltrone comode e numerose dove gli
acquirenti sfogliano (e spesso leggono) i libri che acquisteranno.
Una sorta di Feltrinelli, per intenderci, ma in dimensioni giganti.
Schröder, però, appare un po’ ingessato. Ci mette un po’ a
rilassarsi, fatica ad entrare nel ruolo del padre saggio che compete
ad ogni politico che ha lasciato alle spalle gli anni più intensi, e
che guarda alle cose che scorrono con compassato distacco.
E’ un uomo ancora giovane, che
ha lasciato il proscenio politico suo malgrado, dopo un
azzardo elettorale che gli stava quasi riuscendo. La
sconfitta del 2005 non l’ha mandata giù, anche perché a
rivedere il lungo film di quella campagna, può ben dire che
si è trattato di una sconfitta vittoriosa. Una settimana
ancora e ci sarebbe scappato il miracolo, e lui sarebbe
ancora seduto lì, nelle stanze della Cancelleria sulle rive
della Sprea. Invece ha ripiegato per il mondo degli affari,
come un normale ex presidente americano, solo che ha ceduto
il suo talento agli altri, ai russi, all’amico Vladimir, che
deve essere un po’ amico di tutti e di nessuno, anche se poi
sa scegliere bene le persone con cui stringere legami
d’affari e consulenze dalle buste paga pesanti. L’ex
cancelliere è guardato a vista dagli uomini della security.
Sembrano un po’ tutti entrati nel ruolo, bodygards che non
sfigurerebbero come comparse in un film sulla nuova
aristocrazia moscovita. Ma forse siamo noi ad essere
condizionati dai romanzi di spionaggio.
Vestito scuro, elegante ed
azzimato, camicia bianca e cravatta regimental dai toni
scuri, Schröder entra subito nei temi di politica estera,
incalzato dall’intervistatrice, Evelyn Fischer, responsabile
della redazione berlinese di Deutsche Welle. Il tema è –
ovviamente – il rapporto tra l’Europa e la Russia e l’ex
cancelliere non si scompone, offre alla platea un discorso
razionale e diplomatico, nulla di particolarmente
sorprendente: Mosca è sulla via della democratizzazione ma
il percorso sarà lungo e accidentato. L’Europa deve
assecondarlo, comprendendone anche alcune incertezze: se i
contrasti commerciali sulla carne tra Russia e Polonia non
sono una questione bilaterale ma europea, anche il progetto
di installazione dei missili americani in Polonia deve
diventare una questione europea e non un semplice interesse
polacco. Il “problema Mosca”, dunque, deve essere gestito a
livello di Unione europea, ascoltando le esigenze di tutti
ma evitando che vecchi rancori possano interrompere i
rapporti e il complesso viaggio della Russia verso la
democrazia.
Lo Schröder di oggi appare
assai distante dal politico passionale e coinvolgente di
qualche anno fa. Più diplomatico, meno coinvolto nelle
vicende quotidiane. Ha buone parole per Bush (“Abbiamo avuto
contrasti forti ma è una persona con cui si discute
amabilmente, posso assicurare che è davvero piacevole
parlarci”) e dichiarazioni di buonsenso verso l’impegno
delle forze armate tedesche in Afghanistan. E’ il giorno del
rimpatrio delle salme dei tre soldati uccisi sabato scorso
in un attentato e l’ex cancelliere non può sfuggire alla
domanda su cosa abbia provato nell’apprendere la notizia
della strage. “Dolore, ma riguardo alla decisione di andare
in Afghanistan non posso avere rimpianti, sapevamo anche i
rischi cui andavamo incontro”. Oggi non si tratta di
ritirare i contingenti, semmai di dibattere nel Bundestag e
con i nostri alleati le strategie migliori per combattere il
terrorismo militarmente e politicamente: se non creeremo le
condizioni per una crescita dell’intera società afgana, non
potremo mai sconfiggere il terrorismo.
Difesa a spada tratta anche
delle riforme interne. Schröder respinge al mittente le
accuse di “conservatorismo”. “Le riforme economiche erano
necessarie, anche quella delle pensioni così osteggiata dai
cittadini. I risultati economici di oggi ci danno ragione,
posso solo augurarmi che il governo attuale prosegua su
questa strada”. E poi perfido: “Ne ho parlato a
Müntefering”, il vice cancelliere in quota
socialdemocratica. Per la Merkel, nessuna citazione: è in
fondo l’unico sgarbo che si consente. L’ex cancelliere si
scioglie solo quando si passa a questioni più personali. Lì
ritrova la vecchia verve, scherza sul vino bevuto prima
della tavola rotonda in tv poche ore dopo l’esito del voto
del 2005, consegna ai giornalisti un ritratto della loro
professione non proprio edificante (“Siete parziali perché i
vostri giornali sono portatori di interessi parziali, quelli
dei vostri editori”) e smentisce qualsiasi intenzione di
rientrare da protagonista sulla scena politica. Lo dice in
inglese, citando il titolo di un film di Ben Bolt: “Never
come back, è un mio principio. Kurt Beck, l’attuale
segretario dell’SPD, deve svolgere il suo ruolo
tranquillamente, io sono sempre disponibile a dargli dei
consigli ma il futuro del partito socialdemocratico è della
nuova generazione ed è tempo che si creino le condizioni per
il ricambio”. Si chiude il sipario. Restano gli autografi.
(c)
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