L’eccesso di
velocità è perlomeno una concausa di qualsiasi incidente stradale:
infatti se la velocità relativa fosse zero non si avrebbe nessun
inconveniente. D’altro canto è difficile attribuire a una velocità
relativa di 200 km/h l’intera responsabilità della morte dei
conducenti, perché è accaduto che – grazie a opportune misure di
sicurezza – un’uscita di strada a 300 all’ora non abbia prodotto al
pilota neppure un graffio. A posteriori, quindi, è facile concludere
che a una bassa velocità – purché sufficientemente bassa – non
sarebbe accaduto niente di grave. Ma a priori è impossibile
stabilire quale sia la velocità massima raggiungibile in ogni
circostanza. 130 km/h su autostrada a due corsie? 150 a tre corsie,
come ha supposto con grande coraggio il ministro Lunardi? In caso di
ostacoli occasionali il capocantiere espone cartelli con velocità
massime cervellotiche; e in caso di strade accidentate i Comuni
fanno lo stesso senza che il ministero dei Lavori Pubblici se ne
interessi.
La
verità è che a parità di altre condizioni l’autorità può
indicare al più una velocità consigliata, sottintendendo che
questa non si identifica per un pilota di rally che guidi
un’auto sportiva e per un vegliardo che esca la domenica con
un’auto dai freni malandati. Il codice vecchio della strada
era più severo: ogni guidatore doveva valutare la velocità
da tenere nelle circostanze specifiche e, se sbagliava, ne
portava la responsabilità. Ma, chissà perché, questa norma
fu giudicata di destra e abrogata. Gli automobilisti
dovrebbero fare un esperimento: al rientro da un giorno di
festa mettersi a percorrere un’autostrada alla velocità
massima indicata in ciascun tratto, o a una velocità minore
quando tenere la massima è impossibile; e conservare
scrupolosamente le distanze di sicurezza. Sarebbe
interessante osservare le code di auto ferme.
(c)
Ideazione.com (2006)
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