Hostess attraenti,
piloti bravissimi e strapagati, accoglienza squisita e scioperi,
scioperi a non finire. O, peggio, applicazioni del regolamento.
Questo è l’Alitalia. Non meraviglia che, ammesse a concorrere tre
cordate che si offrono per rilevarne il 39,9 per cento, ci si sia
poi accorti che le offerte sono basse, molto basse. Il titolo, che
aveva guadagnato lo 0,4 per cento, il giorno dopo ha perso il 3,94.
Per rilevare un’azienda del genere, che perde quasi mezzo miliardo
all’anno, è già molto che non si chiedano soldi piuttosto che darne.
L’Alitalia era una buona
compagnia quando i sindacati (dei piloti, degli assistenti
di volo, del personale a terra) non pretendevano di fare la
pioggia e il bel tempo, ciascuno per conto suo. Oggi tornare
a una gestione in cui un consiglio di amministrazione
nominato dalla proprietà organizzi sotto la propria
responsabilità il lavoro appare impossibile; e una società
libera da interferenze politiche avrebbe già portato i libri
in tribunale. Spero, naturalmente, di sbagliarmi, ma solo
perché la speranza è la penultima a morire.
Una volta udii a proposito
dell’Alitalia un discorso in TV di Romiti padre. Era
realistico quanto alla diagnosi, ma sosteneva che non si può
lasciar cadere la compagnia di bandiera. Tipico esempio di
capitalismo statalistico: che cosa significa compagnia di
bandiera? E perché non la si può lasciar fallire? Le
bandiere servono ad altri scopi. Ma, si obietta, come può
mancare una compagnia di bandiera a un paese che vive
soprattutto di turismo internazionale? La risposta è che per
questo è meglio che venga meno la nostra compagnia di
bandiera: poche inefficienze sono così atte a dirottare il
turismo internazionale fuori dell’Italia quanto i voli
cancellati dall’Alitalia.
(c)
Ideazione.com (2006)
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