I “media”
parlano di tragedie del mare quando si trova un cadavere nel canale
di Sicilia; ma le tragedie andrebbero seguite fin dal primo atto,
non solo dall’ultimo. Il primo atto è l’imbarcazione di clandestini
su navigli di pirati. Essa viola ogni regola, per un prezzo che
supera le tariffe della classe turistica e, a volte, anche della
prima classe. Si tratta dunque di clandestini relativamente ricchi.
Il
diritto della navigazione è la legge del più forte, divenuta
consuetudine e poi codificata in trattati internazionali. Il
trattamento dei pirati è sempre stato l’impiccagione, ma a
una norma riconosciuta non si è arrivati perché si finge che
non ci siano più pirati, mentre ce ne sono moltissimi.
L’esempio da seguire sarebbe quello di Pompeo Magno, che in
altre cose si mostrò indeciso, ma nella guerra contro i
pirati fu determinante, fino a che non sorsero i pirati
musulmani. Ora non appena i traghettatori si siano liberati
del loro carico umano, coi radar di oggi non sarebbe
difficile trovarli e far fare loro la fine che si meritano.
Sui
naufraghi il diritto marittimo è estremamente umanitario: un
piroscafo è obbligato a fermarsi anche due giorni se il
grido “uomo in mare” ha qualche verosimiglianza. Le
motovedette della nostra Guardia Costiera fanno quindi il
loro dovere quando accorrono al salvataggio. L’azione
diplomatica presso gli Stati di partenza, se svolta con
vigore, è ottima; e potrebbe consistere anche in una
informazione capillare sui rischi che si accollano i
clandestini. Poi si potrà correre ai ripari, ma più si
aspetta e più i ripari sono costosi e poco efficaci.
(c)
Ideazione.com (2006)
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