Un
miglioramento quasi impercettibile nelle retribuzioni degli statali
produrrebbe un buco nel bilancio dello Stato difficile da colmare.
Ciò significa una cosa sola: che gli statali sono troppi. E sono
troppi perché lo Stato vuol fare troppe cose. Con ciò non si ottiene
che lo Stato sia forte: anzi, l’elefantiasi è causa di debolezza,
perché chi fa troppe cose le fa male. Inoltre non è affatto detto
che tutte queste cose lo Stato le faccia a proprio beneficio: le
incombenze pubbliche divengono troppo numerose perché un certo
numero di privati le volge a proprio vantaggio. Anche Norberto
Bobbio – che, pure, era tutt’altro che un fanatico del privato –
faceva notare che spesso il bene pubblico va a vantaggio dei
privati.
Qualche decennio fa fu proposto in America un modello di
Stato minimo, che serviva soprattutto come reazione alla
credenza superstiziosa che “pubblico sia bello”. Agenzie
private tutelano effettivamente la sicurezza; e le compagnie
di ventura potevano considerarsi come imprese private a
difesa della sicurezza esterna. Ma nessuno pretende che
questo divenga la norma degli Stati democratici. Ci sono
servizi che possono considerarsi pubblici per natura; e a
volte, se rimangono pubblici, possono perfino costare meno.
Ma l’assistenza “dalla culla alla tomba” non funziona e, se
portata all’eccesso, può far giungere alla tomba perfino per
scorciatoie.
Oggi è
di moda perciò il privato: perfino sulla bocca degli ex
comunisti, “privato è bello”. Ma il modo con cui si
estendono in genere le privatizzazioni ha qualcosa di
comico: si pretende di scaricare sui privati le spese e di
conservare al potere pubblico il controllo: non il controllo
della legalità, che spetta effettivamente allo Stato, ma il
controllo della gestione. Che diviene, così, fallimentare.
(c)
Ideazione.com (2006)
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