Quando ero
giovane era di moda il socialismo: un socialismo che vedeva come
proprio compito principale le socializzazioni. L’apertura a sinistra
consisté nell’allearsi a un partito socialista che era disposto a
staccarsi dal comunismo a patto che, oltre a fare le regioni, si
socializzasse l’energia elettrica, in attesa di qualcos’altro. Oggi
la terminologia è cambiata: molte correnti associate al Partito
socialista europeo, non volendo più avere nulla in comune con il
comunismo, si propongono di privatizzare e liberalizzare un po’
tutto ciò che si era socializzato.
La
scelta dei termini è importantissima per determinare le
idee; quindi chiunque voglia essere liberale non può che
rallegrarsi che anche gli ex comunisti parlino di
liberalizzazioni. Una delle poche costanti del liberalismo,
infatti, è stata la fiducia nel privato e la diffidenza per
lo Stato. Dunque i liberali si compiacciono della nuova
terminologia. Una certa delusione nasce, però, quando si
vede in che cosa consistano le presunte liberalizzazioni:
assomigliano stranamente alle vecchie socializzazioni. Lo
Stato dismette la proprietà di enti e di imprese: li vende,
mentre prima li comprava. Chi era espropriato, infatti,
riceveva un indennizzo, chi ora diventa titolare
dell’impresa versa una certa somma. Ma le clausole sono
concepite in modo che il controllo dell’impresa resti
all’ente pubblico. In generale allo Stato.
Si è
inventata anche la privatizzazione di enti culturali, come
le Accademie. A questi enti si è detto di cercarsi in campo
privato le somme per funzionare. Lo statuto, perciò, doveva
essere modificato. Ma il bilancio continuava a essere
sottoposto a un collegio di revisori dei conti più invadente
di prima, controllato dai rappresentanti del ministero. Il
cambiamento terminologico rallegra egualmente, perché è pur
sempre il segno di un cambiamento dell’egemonia culturale.
Ma Gramsci ci ha insegnato che l’egemonia culturale è solo
un mezzo: lo scopo è il controllo politico. Purtroppo Tomasi
di Lampedusa ha insegnato a sua volta agli statalisti che
anche nel linguaggio è necessario che tutto cambi perché
tutti resti come prima.
(c)
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