Seguo volentieri
L’Eredità a quiz (RaiTv1), perché imparo un mucchio di cose: ad
esempio l’origine del detto “Questo è un altro paio di maniche”.
Trovo un po’ stucchevoli, però, le ripetizioni del conduttore Carlo
Conti. È vero che la regolarità è essenziale a qualsiasi rito: ma le
spiegazioni non sono necessarie – a meno che servano a prolungare il
gioco fino all’ora prestabilita – e risultano spesso ovvie.
Nell’ultima fase, detta “Il duello”, se uno dei due concorrenti è
così staccato da non poter raggiungere l’altro, quando rimangono da
scoprire due sole domande è inutile avvertirlo: “Attento a scegliere
la domanda, perché se sbaglierà avrà perso, ma se non sbaglierà il
suo competitore avrà una sola domanda tra cui scegliere, che sarà
decisiva”. Quando nelle fasi precedenti chi ha sbagliato “punta il
dito” verso un altro concorrente, che dovrà scegliere tra tre
domande – A, B, C – è vero che dietro le quinte c’è un notaio che
controlla tutto, ma siamo sicuri che le altre due domande esistano
davvero?
Le domande sono di due tipi:
di cultura generale, spesso facilissime, o di cultura
cinematografica e canzonettistica, a cui uno come me
potrebbe solo rispondere a caso. Molti preferiscono il
secondo tipo; e tutti, in ciascuna situazione, si comportano
allo stesso modo, tanto che si direbbero istruiti a farlo.
Quando, ad esempio, si tratta di evitare l’unica risposta
sbagliata che “dà la scossa”, il concorrente in attesa del
responso assume sempre l’espressione di uno che teme di
essere fulminato. E non è mai scettico come dovrebbe quando
si tratta di portare a casa il premio, trovando la parola
che crea una connessione con altre cinque, scelte ogni volta
tra due. Il conduttore fa notare che potrebbe trattarsi di
una cifra ingente (ad esempio 180mila euro), ma ci sono
statisticamente tre probabilità su cento che la cifra
rimanga intatta, potendosi cinque volte dimezzare. E la
parola chiave è talmente occulta, e qualche volta assurda,
che la probabilità di vincere è una o due su dieci. Mi
meraviglia perciò che quando il concorrente è invitato a
scriverla resista alla tentazione di scrivere una qualsiasi
parola oscena.
La scena
più divertente, però, è quando il concorrente ignora la
risposta da scegliere tra tre o quattro e la cerca per
ragionamento. Esempio (inventato da me): “Quale tra questi
personaggi è chiamato da Dante “il Santo Atleta”? 1)
Sansone; 2) San Domenico; 3) Gino Bartali; 4) Fausto Coppi”
E il concorrente: “Sansone era un campione di sollevamento
pesi, ma non sempre santo. San Domenico è escluso perché non
era certamente un atleta. Rimangono Fausto Coppi e Gino
Bartali, ma Coppi aveva una relazione con la Dama Bianca,
che impedisce di dirlo santo. Non rimane che Bartali che,
quando il Giro di Francia riposava nel Sud, faceva una tappa
per conto proprio a Lourdes. Dico Gino Bartali”. Conti,
lodata a lungo la capacità deduttiva del concorrente,
obietta che Dante non poteva avere doti così profetiche da
prevedere nel Trecento l’andamento dei Giri di Francia, e fa
venire in primo piano, con molti ancheggiamenti, una delle
quattro “professoresse” a spiegare perché si tratti proprio
di San Domenico.
(c)
Ideazione.com (2006)
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