Quando ero piccolo, a
Torino le imprese di raccolta dei rifiuti entravano nei cortili con
carri a cavallo, scaricavano il materiale da appositi condotti e lo
portavano fuori città. La cosa più interessante è che per svolgere
questo servizio erano disposte a pagare. Il figlio più vecchio dei
miei ex contadini, dopo la guerra, passò dall’agricoltura
all’allevamento (dei maiali) e, procurandosi il cibo a bassissimo
prezzo con i rifiuti, in poco tempo divenne ricco. Oggi gli
stanziamenti pubblici per la raccolta dei rifiuti non bastano mai,
anche se si aggiungono alle laute imposte sancite per questo scopo.
In Campania i rifiuti, o non vengono smaltiti affatto, o sono
caricati su treni diretti in Germania: dove, evidentemente, li sanno
utilizzare.
Anche da noi sono stati
inventati procedimenti moderni per valorizzare i rifiuti, ma
qualche volta hanno prodotto disastri, altre volte si sono
dimostrati eccellenti – e sono stati perfino adottati
all’estero – ma da noi si sono lasciati cadere. Questo
perché il potere pubblico, anziché limitarsi ad occuparsi
delle ricadute ambientali, ha voluto assumere in proprio il
servizio, e ci riesce male. La raccolta differenziata è il
primo passo necessario e dà buoni frutti, ma solo se i
raccoglitori, che dovrebbero trarne un guadagno, aiutano i
depositanti anziché vessarli.
Recentemente si è dato incarico alla Protezione Civile di
occuparsi del problema, come per le inondazioni e i
terremoti; ma i rifiuti sono un prodotto della civiltà, non
un accidente della natura. La civiltà produce rifiuti
tossici e altri perfino benefici: con questi si innalzano
colline e giardini, degli altri deve occuparsi la scienza; e
il problema complessivo si risolve solo con la
collaborazione di molti. Ma la preoccupazione di tutti – con
rare e meritevoli eccezioni – pare dirigersi sul profitto di
pochi a danno della generalità.
(c)
Ideazione.com (2006)
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