Tutto cominciò
la notte del 9 novembre di quindici anni fa. Era il 1989, un anno che
sarebbe entrato nella storia. Nel buio di Berlino, allora divisa tra Est e
Ovest come l’intera Europa, migliaia di persone premevano sui punti di
passaggio tra i due settori della città in attesa che le guardie di
frontiera della Repubblica democratica tedesca alzassero le sbarre. Dopo
quasi quarant’anni Berlino si apprestava a ritornare una capitale unita.
Pochi minuti prima, nel corso di una confusa conferenza stampa, Günter
Schabowsky, portavoce della Sed, il partito comunista al potere in Germania
Est, si era lasciato sfuggire una notizia che sarebbe dovuta rimanere
riservata: lo Stato comunista, pressato da settimane di imponenti
manifestazioni di piazza, apriva le proprie frontiere. “Anche quelle di
Berlino?”, chiese un incredulo giornalista italiano. “Anche quelle – replicò
Schabowsky, neppure troppo convinto – da subito”. Tempo qualche minuto e il
tam-tam di una città in fibrillazione scaraventò migliaia di persone ai
posti di frontiera. Era troppo tardi per rimediare. I “vopos” alzarono le
sbarre. La gente tracimò dall’altro lato, baci, abbracci, lacrime e
champagne. Il vaso di Pandora era stato scoperchiato. Niente sarebbe più
stato come prima.
A poco meno di quindici anni da quella notte l’Europa si riunifica. Dieci
nuovi paesi, in gran parte dell’Europa centro-orientale, entrano a far parte
dell’Unione. Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia, Estonia,
Lettonia, Lituania, Cipro, Malta e Slovenia. Si passa da 15 a 25 membri, in
attesa che fra tre anni Romania e Bulgaria (e magari Croazia e Turchia)
completino lo scacchiere. Poi si passerà agli altri paesi balcanici, ancora
in ritardo sul piano politico ed economico. Il primo maggio sarà una festa,
per celebrare i dieci nuovi arrivati. Il processo di allargamento è
concluso, il continente riunificato, il comunismo morto e sepolto. O quasi.
Si rifonda a Occidente, dove il passato ha il sapore della democrazia
portata dagli anglo-americani, ma laddove il comunismo è stato vita
quotidiana allora non c’è futuro. Neppure le durezze degli anni della
transizione hanno realmente seminato la nostalgia per gli anni dello
stalinismo.
Ideazione, nella sua storia ormai decennale, ha seguito la transizione dei
paesi ex-comunisti con grande partecipazione. Ha raccontato ai propri
lettori le speranze, le preoccupazioni, le ambizioni dei cittadini della
Nuova Europa. Tanti reportage hanno spiegato cosa davvero pensavano quelle
genti. Negli anni Novanta una leggenda metropolitana in Europa occidentale
propagandava stanchezza e disincanto verso il libero mercato e la democrazia
nelle terre est-europee. Non era così e noi lo abbiamo testimoniato, dando
la parola ai protagonisti di questa traversata lunga e difficile ma che non
è affatto stata una traversata nel deserto. Poi, di colpo, sul finire degli
anni Novanta, il panorama è risultato a tutti assai più roseo, i sacrifici
hanno cominciato a dare i frutti sperati, i colori e le passioni hanno
rivoluzionato piazze, strade, anime e genti, da Varsavia a Tallin, da
Budapest a Praga, da Lubiana a Bratislava.
Oggi le sfide sono tutte nuove e riguardano un’Europa che si allarga ma non
rimarca la propria identità. Un’Europa gonfia di abitanti, di regole, di
benessere ma che non sa più cosa vuole né dove andare. Una Costituzione che
piace a pochi e che forse non serve a nessuno e che comunque non è stata
ancora approvata. Un’impalcatura istituzionale che rischia di implodere
sotto il peso di 25 paesi. Una politica estera inesistente (dov’è Bruxelles
nella crisi irachena degli ostaggi di un suo paese membro?). Un governo
lontano dal controllo popolare. Un Parlamento ideologico che sforna mozioni
solo su sollecitazioni di tipo elettorale. Grandi raggruppamenti
sovranazionali che non reggono le tensioni di diverse sensibilità. Non è un
bel bilancio quello che Romano Prodi e la sua commissione ci consegnano dopo
cinque anni di lavoro. Consoliamoci con l’entusiasmo dei dieci nuovi vicini.
Qualcosa dei festeggiamenti di quella notte berlinese è rimasta nei nostri
cuori. (p. men)
(c)
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