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Germania, prove tecniche di alleanza
dal nostro corrispondente a Berlino PIERLUIGI
MENNITTI
[02 apr 08] Il mensile liberal di cultura politica Cicero l’ha ribattezzata “Bionade-Republik”, dal nome della bevanda cult che negli ultimi anni si è imposta sul mercato giovanile tedesco. La Bionade è una sorta di limonata fermentata con il malto, non alcolica, dissetante e prodotta con sistemi biologici, inventata una dozzina di anni fa dal mastro birraio bavarese Dieter Leipold. La “Bionade-Republik”, invece, potrebbe essere inventata dalla cancelliera Angela Merkel e costituire una svolta nella politica tedesca simile a quella che alla fine degli anni Sessanta portò i socialdemocratici di Willy Brandt stabilmente al potere. Allora, la novità fu l’ingresso in pianta stabile della sinistra democratica al potere: all’Ostpolitik di Brandt seguì la professorale modernizzazione di Helmut Schmidt. In un futuro non troppo lontano, la novità potrebbe essere rappresentata dalla prima alleanza fra conservatori e verdi a livello nazionale, con la partecipazione del partito liberale. Una svolta vera, ben più radicale di quella segnata dal primo governo rosso-verde di Gerhard Schröder, di fatto un governo social-riformista nel segno della tradizione socialdemocratica.
La “Bionade-Republik”, invece, nascerebbe con il marchio del connubio più incredibile, a leggere la biografia dei due partiti protagonisti. La Cdu, nata all’ombra del solido conservatorismo borghese di Adenauer, e i verdi, gli ormai mitici Grünen, l’allegra combriccola post-sessantottina sbarcata in parlamento negli anni Settanta sull’onda della contestazione giovanile e del rifiuto proprio delle regole e delle abitudini del mondo borghese. I primi difensori degli interessi imprenditoriali e di uno stile di vita austero e tradizionalista, i secondi pacifisti ed ecologisti e portatori di uno stile informale e dissacrante. Joschka Fischer esordì in parlamento indossando un paio di occhiali da sole e strillando al microfono: “Presidente, con tutto il rispetto, lei è un idiota”. Le origini, tuttavia, sono lontane. Cdu e verdi hanno vissuto molte stagioni, modificando i loro sacri principi, adattandoli alle sfide moderne, temperando i reciproci aspetti più radicali.
La necessità
di superare la paralisi politica
E così la strana alleanza potrebbe davvero rappresentare il primo tentativo
di superare la paralisi che ha bloccato la politica tedesca dopo che
l’irruzione sulla scena di un quinto partito, la Linke, ha reso
matematicamente impraticabili le alleanze tradizionali: la coalizione
liberal-conservatrice (Cdu-Csu-Fdp) a destra, quella fra socialdemocratici e
verdi a sinistra (Spd-verdi). E’ una crisi di sistema, non contingente:
l’affermazione della Linke non esprime soltanto lo scivolamento a sinistra
dell’elettorato tedesco ma anche l’irruzione dell’est, del suo disincanto,
della sua rabbia e della sua vaga nostalgia per un passato oggi idealizzato,
a diciotto anni dalla riunificazione. La Grosse Koalition può essere
una soluzione di emergenza, una valvola di sfogo in momenti delicati, ma non
un’opzione politica stabile. Anche perché non sembra utile ai due
protagonisti: Cdu e Spd perdono consensi nel momento in cui si caricano
sulle spalle il destino di governare insieme. Sono e restano alternativi,
necessariamente alternativi anche in un sistema che dovrà articolarsi in
maniera diversa. In più, il recente sbarco della Linke nei parlamenti
regionali dell’ovest, ha complicato la situazione anche a livello
amministrativo. Due governi importanti, quello dell’Assia (la regione di
Francoforte e Wiesbaden) e quello della città-Stato di Amburgo sono senza
governo da un mese. Vale a dire che le capitali finanziarie e industriali
della Germania sono politicamente paralizzate. L’emergenza è totale.
I politici hanno tardato a comprendere la complessità del fenomeno innescatosi. Ma oggi è a loro che tocca ricercare soluzioni politiche finora inedite, capaci di sbloccare lo stallo. La politica tedesca, forse per reazione al grigiore che un tempo la caratterizzava, si è sempre divertita a indicare con combinazioni di colori le coalizioni governative. Nero è il colore della Cdu, rosso quello dell’Spd oggi esteso anche alla Linke, giallo quello dei liberali e ovviamente verde quello dei Grünen. Le combinazioni danno luogo a divertenti calembour. Giallonero e rossoverde danno l’idea di maglie di una squadra di calcio; quando la combinazione sale a tre, vengono fuori robe tipo Ampelkoalition o Jamaikakoalition, rispettivamente le coalizioni semaforo (rosso-giallo-verde) e Giamaica (nero-giallo-verde, dai colori della bandiera dello Stato caraibico). In un libro non a caso titolato “Il sogno della Giamaica” il politologo Franz Walter evidenzia le difficoltà cui andrebbero incontro i dei due partiti principali (Cdu e Spd) se la stagione della Grosse Koalition dovesse prolungarsi e pronostica: “La forza politica che saprà gestire con più astuzia il dualismo tra l’esigenza di quotidiani compromessi reciproci e la necessità di rinnovare il proprio profilo [in vista di nuove alleanze], avrà più possibilità di vincere le elezioni del 2009”.
La ricerca di
alleanze finora inedite
Ecco la data magica: autunno 2009, il rinnovo del Bundestag e della
Cancelleria. In fondo manca solo un anno e mezzo. Per quella data i partiti
dovrebbero far saltare il coniglio dal cilindro. Ovvero, un’idea di nuova
coalizione. Perché, sondaggi alla mano, il rischio è proprio quello di
perpetuare la Grosse Koalition per altri quattro anni. Snaturando
così, forse per sempre, il sistema politico tedesco. I partiti sono in
movimento. La ricerca di “minimi comun denominatori” con nuovi partner è già
partita. A sinistra il dibattito sulla possibilità di imbarcare la Linke in
future alleanze a livello nazionale sta lacerando la leadership dell’Spd.
Tra gli ostacoli, il livore personale che separa la dirigenza
socialdemocratica da uno dei capi della Linke, quell’Oskar Lafontaine che
qualche anno fa sbattè la porta in faccia a Scrhöder, giurando di fargliela
pagare. Finora sembra esserci riuscito. A destra la marcia di avvicinamento
ai verdi è avviata con diplomazia sotterranea proprio da Angela Merkel, che
ha rivestito di impeto ambientalista l’azione (specie internazionale) del
suo Paese. La cancelliera ha accentuato il profilo sociale della Cdu, ne ha
svecchiato l’immagine conservatrice aprendo ai temi dei diritti civili e
degli immigrati, ha avviato politiche familiari accompagnando ai
tradizionali provvedimenti per incentivare le nascite concrete misure di
aiuto alle ragazze-madri, come la proposta del ministro von der Layen sugli
asili nido (osteggiata dai settori più conservatori della Chiesa e del suo
stesso partito). I verdi, dal canto loro, hanno sfondato elettoralmente
negli ambienti borghesi, specie tra i giovani delle grandi città e si sono
giovati dell’esperienza amministrativa negli anni di Schröder per affermarsi
come credibile e pragmatica forza di governo. Joschka Fischer resta l’icona
di questa positiva trasformazione.
Una svolta dal
gusto esotico, tra Jamaika e Bionade
Così quelli che solo trenta anni fa apparivano nemici irriducibili, e che
ancora dieci anni fa potevano considerarsi fieri avversari, oggi si cercano
e si annusano: prove tecniche di coalizione. Il terreno prescelto è quello
regionale, l’obiettivo finale è vedere che margini ci sono per ipotizzare
un’alleanza a livello federale. Ad Amburgo l’alleanza nero-verde era già una
delle opzioni pre-elettorali. In Assia potrebbe diventarlo, dopo che tutte
le altre soluzioni (compresa quella di un governo rosso-verde con l’appoggio
esterno della Linke) sono saltate. Qui sono della partita anche i liberali:
Francoforte, Giamaica. L’accordo è suggestivo ma per nulla semplice.
Politica energetica e industriale, diritti sociali, questioni ambientali. Le
distanze sono ancora grandi e il compromesso è possibile solo su un numero
limitato di temi. E’ il caso di Amburgo, dove al centro delle trattative è
il modello di sviluppo del porto, il secondo d’Europa per movimentazione
merci. O quello dell’Assia, dove il presidente dei liberali Jörg Uwe Hahn,
nell’intervista esclusiva a Ideazione di Giovanni Boggero, pure prospetta la
Jamaika Koalition. I temi concreti sono sul tappeto delle coalizioni
possibili, da qui a qualche settimana, a livello regionale. Gli sherpa dei
partiti sono al lavoro per ampliare gli orizzonti culturali dei rispettivi
partiti e rendere le suggestioni di oggi alleanze stabili per il futuro.
Magari un futuro vicino, autunno 2009.
Il perfetto conservatore-ecologista
E mentre le cronache politiche registrano il passaggio di Oswald Metzger,
politico verde di lungo corso, dai Grünen alla Cdu, i media si divertono a
tracciare il profilo del perfetto conservatore ecologista. Di nuovo Cicero,
la rivista che ha riavvicinato l’intellighentia alla politica con le sue
80mila copie mensili. La copertina è da sempre affidata alla fantasia di
un’artista. Per il numero di aprile, il pittore Sigurd Wendland ha ritratto
una cancelliera hippy, con la fascia della pace tra i capelli, foulard verde
e una margherita in bocca. Tra articoli e opinioni sul futuro giamaicano
della Germania, spicca una vignetta che descrive la coppia perfetta: lui
conservatore, in gessato Hugo Boss ma senza cravatta e con auto a motore
ibrido, lei ecologista, con la tipica gonna a fiori ma al braccio una cesta
di prodotti biologici, tanto genuini quanto costosi. Due mondi che si
avvicinano. E che trovano in Jogi Löw, il tenebroso allenatore della
nazionale che ha sostituito Klinsmann (ai Mondiali era il suo vice), il
prototipo ideale. Difesa compatta, stile Cdu, attacco creativo, stile
Grünen. Nero il maglione a collo alto (che indossa come un talismano), verdi
i campi di gioco su cui allena i suoi campioni. Anche le riviste serie amano
giocare, e creare simboli ai quali agganciare un’idea che si spera vincente.
In Löw sono riposte le speranze di rivincita calcistica agli Europei. La
Bionade è da qualche anno la bavanda di successo tra i giovani tedeschi. La
coalizione Giamaica potrebbe traghettare la politica fuori dalle secche. Un
esempio per l’Italia? Anche da noi la politica s’è rimessa in movimento.
L’unica differenza, non di poco conto, è che non si capisce ancora verso
quale direzione.
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