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da Ideazione novembre-dicembre 2002
“Così ho cambiato la politica estera”
intervista a SILVIO BERLUSCONI di
PIERLUIGI MENNITTI
[21 apr 08] L’anno che si chiude ha rappresentato per la politica estera italiana una curiosa particolarità: in seguito alle dimissioni del ministro degli Esteri Renato Ruggiero, nel gennaio 2002, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha deciso di assumere l’interim della Farnesina. Non è una novità per l’Italia repubblicana, giacché il doppio incarico (presidente del Consiglio e ministro degli Esteri) fu quasi una costante negli anni Cinquanta. Capitò ad Alcide De Gasperi nel 1953, a Giuseppe Pella tra il 1953 e il 1954, ad Amintore Fanfani tra il 1958 e il 1959. È invece una particolarità, perché rispetto alle esperienze di quarant’anni fa questo interim di Berlusconi sembra voler ridisegnare ruoli e competenze di chi dirige la politica estera del Paese. La complessità dei tempi moderni, che in politica sembra riassumersi anche nella contaminazione tra spazio interno e spazio esterno (e dunque tra politica interna e politica estera), ha accelerato nelle democrazie avanzate d’Occidente la prevalenza del capo del governo rispetto al ministro degli Esteri nella direzione e nelle strategie da applicare agli affari esteri. Perché tali affari investono sempre di più la cifra politica complessiva di un governo: cosa è estero e cosa è interno quando si parla di guerra al terrorismo, di sicurezza nazionale, di Europa? Capita così che si percepisca come attore principale della politica estera britannica Tony Blair, e si ignori completamente il nome del suo ministro degli Esteri, Jack Straw. Lo stesso accade per la Francia, gli Stati Uniti o la Russia. Solo in Germania Joschka Fischer è oggi più famoso di Gerhard Schröder, ma quella è un’altra storia, tutta politica.
Nel ripercorrere assieme al presidente del Consiglio gli undici mesi di sdoppiamento tra Palazzo Chigi e la Farnesina, abbiamo dunque cercato di tracciare il nuovo profilo della politca estera italiana così come il governo della Casa delle Libertà ha inteso impostarlo dopo i primi mesi di rodaggio. L’intervista spazia su più questioni, dagli interessi nazionali alla guerra al terrorismo internazionale, dall’espansione economica dell’Italia nel mondo globalizzato all’Unione europea, dalla riunificazione del Vecchio Continente al ruolo italiano rispetto all’Est europeo e al Mediterraneo. Fino al passaggio di consegne al nuovo ministro che dovrà interpretare la sua funzione in maniera del tutto nuova.
Signor
Presidente, lei ha assunto da quasi un anno la guida del ministero degli
Esteri. Un periodo in cui la politica estera italiana è cambiata
sensibilmente, nello stile e negli obiettivi. In cosa si è distinto il suo
modo di intendere il ruolo del ministro degli Esteri da quello dei suoi
predecessori?
Di norma la politica estera di un Paese è fatta di interessi nazionali di
lungo e lunghissimo periodo che non cambiano quando muta il quadro politico
interno. Esiste una continuità dettata dal tragitto storico compiuto da
ciascun Paese all’interno di un determinato contesto geopolitico, che lo
vede protagonista di una rete di impegni bilaterali e multilaterali che non
possono essere disattesi. Il successo della Casa delle Libertà alle ultime
elezioni politiche ha conferito al governo che ho l’onore di guidare una
prospettiva di lungo termine senza precedenti negli ultimi cinquant’anni. È
ovvio che ne risulti accresciuta la credibilità, il peso, la capacità di
incidere del presidente del Consiglio sulla scena internazionale. Non
parlerei di un cambiamento di obiettivi ma piuttosto di maggior chiarezza
nelle cose da fare e nei traguardi da raggiungere. Vi è una maggiore
consapevolezza del ruolo che il nostro Paese è chiamato a svolgere, degli
obblighi che discendono dal fatto di essere la quinta economia mondiale, il
terzo contributore netto al bilancio dell’Unione europea, il terzo Paese in
termini di truppe impegnate all’estero in operazioni di pace sotto l’egida
delle Nazioni Unite. Dobbiamo rendercene conto noi, dobbiamo farlo intendere
anche ai nostri interlocutori. Lei mi parlava di un cambiamento di stile.
Forse si tratta proprio di questo: di una maggiore convinzione, di un
maggiore senso di responsabilità che trova espressione in un modo nuovo di
condurre la politica estera. Non lo chiamerei uno stile, ma piuttosto un
modo di operare frutto dell’esperienza tratta da anni di lavoro nel mondo
del privato, nel quale il rapporto personale, la parola data, gli impegni
assunti e rispettati sono la base della credibilità e del successo.
Dal momento in
cui si è insediato alla Farnesina, lei ha insistito sul fatto che l’Italia
avrebbe dovuto interpretare in maniera più dinamica il proprio ruolo
all’interno del consesso internazionale. Ma quale deve essere, a suo parere,
il ruolo dell’Italia nel mondo globalizzato?
In un mondo globalizzato, come lei lo definisce, ciò che conta è la capacità
di affermarsi del Paese nel suo complesso e ciò comporta una revisione dal
profondo del modo di intendere il ruolo e i compiti della nostra diplomazia.
Una visione tradizionalista, riduttiva e statica degli interessi dell’Italia
ci vedrebbe progressivamente perdere posizioni rispetto alla dinamicità
degli altri Paesi. Mi scuso se utilizzo metafore tratte dal mondo
dell’economia, ma è proprio sul piano economico che si misura la vitalità di
un Paese. Grandi aspirazioni non supportate da una economia di dimensioni
comparabili sarebbero soltanto velleitarie e prive di credibilità. Quella
che era un tempo l’espansione territoriale di una nazione è diventata ora la
sua presenza economica sui mercati mondiali. Ecco perché dal mio
insediamento alla Farnesina ho voluto operare un riorientamento delle
priorità dei nostri diplomatici. Il loro operato verrà d’ora in poi misurato
anche sulla base di criteri quantitativi, sull’incremento dell’import-export
con un determinato Paese, sul numero di imprese italiane che si insediano
all’estero, sulla capacità di incrementare il flusso di investimenti esteri
in Italia, di aumentare il numero di stranieri che ogni anno visitano il
nostro Paese. Non si tratta di trasformare i nostri ambasciatori in
altrettanti “piazzisti”, ma di affiancare questi nuovi obiettivi ai loro
compiti tradizionali. Stiamo inoltre reimpostando il lavoro degli istituti
di cultura che debbono affiancare la proiezione del modello italiano
all’estero, accompagnando la penetrazione economica con quella culturale,
artistica e linguistica. Come presidente del Consiglio posso assicurarvi che
i rappresentanti dei principali Paesi nostri interlocutori non si fanno
certo scrupolo di difendere con orgoglio e caparbietà i loro interessi
nazionali.
Solo in tempi
recenti il concetto di interesse nazionale è tornato al centro del
dibattito. Ovviamente, l’interesse nazionale è un concetto dinamico. Quali
sono gli interessi permanenti e quelli nuovi che sostanziano la nostra
politica estera?
L’Italia punta a rafforzare la sua posizione sia in ambito atlantico che in
ambito europeo e l’azione del mio governo in politica estera è volta al
raggiungimento di questo obiettivo che interpretiamo con il giusto
equilibrio. Le due vocazioni, quella atlantica e quella europea, si sono
fuse ad esempio nell’iniziativa di Pratica di Mare: l’apertura verso la
nuova Russia di Vladimir Putin è un nostro interesse nazionale, ed è anche
al tempo stesso un interesse di tutta l’Europa e di tutto il mondo
occidentale. Lo stesso vale per la tradizionale vocazione mediterranea
dell’Italia, che per collocazione geografica, vicende storiche e,
aggiungerei, per simpatia, ci colloca al centro dei rapporti che uniscono
l’Africa settentrionale, il Medio Oriente ed il Nord Europa. I Paesi di
queste regioni guardano all’Italia con rinnovato interesse, ammirano il
nostro patrimonio culturale e storico, invidiano il nostro sistema delle
piccole e medie imprese, in altri termini guardano all’Italia come modello e
come interlocutore privilegiato.
Lo scenario entro
il quale ci si muove, dopo l’11 settembre 2001, è quello della lotta al
terrorismo internazionale. La lunga guerra, come è stata definita dal
presidente George W. Bush, è condotta su più tavoli: militare,
economico-finanziario, diplomatico. Può definire il ruolo e i compiti
dell’Italia nella guerra al terrorismo?
L’11 settembre ha segnato la storia di tutti noi. Ricordo ancora come, al G8
di Genova, osservando i leaders dei principali Paesi mondiali scherzare
fraternamente tra loro, pensavo che avremmo consegnato alle nuove
generazioni un futuro ben diverso dagli orrori che avevamo conosciuto nel
Novecento. L’attacco alle Torri Gemelle è stato invece un tragico monito del
fatto che la libertà non è un bene acquisito per sempre, ma un bene che
dobbiamo difendere continuamente.
Sul piano diplomatico abbiamo espresso ammirazione per l’equilibrio con il quale il presidente Bush ha evitato una reazione eccessiva sulla scia dell’emozione che avrebbe potuto provocare un vero e proprio scontro tra civiltà, con conseguenze che nessuno sarebbe in grado di arginare, e ci siamo uniti alla grande coalizione che si è schierata dalla parte degli Stati Uniti nel combattere il terrorismo. I nostri servizi hanno svolto un eccellente lavoro in collaborazione con quelli alleati consentendo di individuare e di neutralizzare le reti operanti nel nostro e in altri Paesi. Così come i nostri ragazzi in divisa hanno dato il contributo che ci è stato richiesto nelle operazioni militari in Afghanistan, e adesso i nostri alpini si accingono a dare il cambio alle truppe del contingente internazionale nella zona nord del Paese.
Al di là delle
dichiarazioni ufficiali di buona volontà, l’Unione europea non sembra
svolgere un ruolo decisivo nel Grande Gioco delle potenze mondiali. Ritiene
che l’Unione possa davvero sostituire gli Stati nazionali con una politica
estera comune? E se sì, attraverso quali passaggi?
Siamo
tutti consapevoli della difficoltà dell’Europa a far valere il proprio peso
nella gestione delle recenti crisi internazionali. Ma è una difficoltà che
ci accomuna ad altre grandi organizzazioni internazionali. Il problema
dell’Europa è quello di diventare sempre più realtà politica dotata di
meccanismi decisionali efficaci e di uomini in grado di rappresentare gli
interessi comunitari. Dopo aver costruito l’Europa economica e della moneta
unica si sta passando alla costruzione dell’Europa politica. Io sono
convinto che un’Europa forte politicamente e capace di parlare con una voce
sola sia essenziale per gli equilibri del globo. Non è conveniente per
nessuno che esista una sola superpotenza, l’Europa deve arrivare ad essere
in grado di condividere con gli Stati Uniti le responsabilità della pace e
della sicurezza nel mondo.
L’allargamento a
venticinque Stati, poi a ventisette forse già nel 2007, può dare più peso
all’Unione europea?
Sicuramente. Anche se non è solo un problema di quantità, ma di efficacia.
Dobbiamo da un lato snellire i meccanismi di decisione, dall’altro trovare
il modo di avvicinare ancora di più le istituzioni ai cittadini europei. Il
problema del deficit democratico nell’Unione è assai avvertito a livello di
pubblica opinione ed anche a livello politico. La Convenzione sta lavorando
su una proposta di Costituzione per un’Europa più forte, che speriamo possa
essere firmata a Roma durante il semestre di presidenza italiano.
E l’allargamento?
Io ho sempre, intenzionalmente, usato il termine “riunificazione”.
Qui si sfonda una
porta aperta. L’editoriale dello scorso numero di Ideazione parlava di
riunificazione, infatti.
Non è una definizione ideologica. È proprio di una riunificazione che si
tratta e l’idea che entro quindici anni dalla caduta del Muro di Berlino
l’Europa sarà in grado di riaccogliere i Paesi dell’Europa centro-orientale
tagliati fuori da mezzo secolo di dittature comuniste è una cosa che deve
riempire di orgoglio tutti noi europei. Ovvio che un’Europa riunificata con
venticinque e poi ventisette Stati potrà contare di più sul piano
internazionale. Io vado più in là: l’Unione potrà diventare un soggetto di
politica estera ancora più forte completando il proprio disegno storico di
riunificazione, allargando i propri confini anche alla Russia. Non oggi,
forse neppure domani. Ma la strada deve essere quella.
Le opinioni su
questo punto sono molto divergenti a livello europeo.
Certo,
non tutti la pensano in questo modo. Ma avremo occasione di discuterne
insieme e di valutare a fondo lo svolgersi degli eventi.
Restiamo ad Est.
È evidente un rinnovato interesse dell’Italia per l’Europa centro-orientale,
danubiana e balcanica, fino alla Russia. Quale ruolo politico e quali
interessi economici l’Italia intende perseguire nell’area ex-comunista?
Il bilanciamento geopolitico ad Est, come dicevo, ci restituisce un ruolo
centrale nello scacchiere europeo. In più con i Paesi dell’area danubiana –
Ungheria, Slovenia, Romania – ci sono legami economici importanti. La
stabilità politica di quest’area è altresì decisiva per la stabilità nei
Balcani. Per Romania e Bulgaria, che non entreranno nella Ue con il primo
blocco, si è definito come obiettivo temporale il 2007: è nel nostro
interesse aiutarli a centrare questo obiettivo. Così come è nel nostro
interesse promuovere una seconda apertura ai Paesi dei Balcani. Siamo i più
interessati alla stabilità politica e sociale di quell’area, al suo
benessere economico, al suo reintegro a pieno titolo nel consesso europeo,
alle reti e ai corridoi di trasporto indispensabili per sviluppare la
cooperazione economica. Se la Germania è stato il motore della prima
unificazione, l’Italia deve essere il motore della ulteriore riunificazione
che ci restituisca i nostri vicini di sempre, quei popoli che abitano
l’altra sponda dell’Adriatico. Sarà un processo più lungo e più complesso
perché sono Paesi che escono da anni di guerra o da feroci dittature: ma è
proprio la prospettiva di entrare nell’Unione europea lo stimolo più
efficace per comportamenti virtuosi negli Stati che ambiscono a farne
parte.
È’ opinione
diffusa che, nelle democrazie avanzate, delineare la politica estera sia
compito del capo del governo. Al ministro degli Esteri, invece, resterebbe
un ruolo puramente operativo, quasi tecnico. L’Italia si sta allineando a
questa tendenza?
È così, senza ombra di dubbio. L’Italia ha vissuto negli anni della Prima
Repubblica una sorta di diarchia tra politica interna e politica estera. La
prima restava sotto l’egida del capo del governo, la seconda veniva
appaltata al partito alleato, o alla corrente interna più forte. Negli anni
del Pentapartito questa diarchia era addirittura istituzionalizzata, con
l’alternanza di democristiani o socialisti. Oggi le esigenze sono diverse
anche perché sono cambiate le competenze e molte questioni che prima erano
considerate di politica estera investono direttamente la linea e la
responsabilità del governo. Tante materie sono state delegate all’Europa, ma
la gobalizzazione stessa ha spinto temi di politica estera nell’agenda di
politica interna, tanto che questa distinzione ha ormai perso di senso.
Quella che molti commentatori hanno chiamato il ritorno della politica
estera necessita dunque una guida forte e riconosciuta sul piano
internazionale: il primo ministro ne diventa inevitabilmente l’interprete
principale, anche se non si deve ridurre il ruolo del titolare della
Farnesina a quello di un mero esecutore tecnico.
Dunque il
prossimo ministro degli Esteri...
Sarà un ministro in grado di presiedere con intelligenza, rapidità di
giudizio e autorevolezza il Consiglio Europeo dei ministri degli Esteri
durante il semestre di Presidenza italiana dell’Unione e consapevole di
dover lavorare in stretto e continuativo contatto con Palazzo Chigi.
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