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da Ideazione luglio-agosto 2006
A lezione d'inglese
di ANTONIO
MARTINO
[04-2006] Che ruolo ha avuto la leadership nel rendere gli ultimi vent’anni di questo secolo radicalmente diversi dai primi ottanta? Sono convinto che le leadership della Thatcher e di Reagan abbiano tradotto la rivoluzione del pensiero economico in autentici cambiamenti politici. E, inoltre, facendo uscire queste idee dalla torre d’avorio per portarle nell’arena della politica, hanno contribuito a spostare l’obiettivo del dibattito politico in una direzione più favorevole a una società libera. Se il discorso politico attuale è così radicalmente diverso da quello della gran parte di questo secolo, certamente lo si deve ai giganti del pensiero che hanno preparato la strada della rivoluzione: Friedman, Hayek, Buchanan, Stigler, per citare soltanto alcuni nomi; ma soprattutto lo si deve a due leader mondiali – Reagan e la Thatcher – che hanno permesso la realizzazione di quelle idee, rendendole così note al grande pubblico.
È cosa gratificante
osservare il clima politico che ha prevalso per la stragrande maggioranza
dello scorso secolo e confrontarlo con quello presente.
Il secolo che si sta concludendo è stato il secolo dello Stato, dei
dittatori, di Hitler e di Stalin, così come il secolo del governo arbitrario
e di una intrusione senza precedenti della politica nella nostra vita
quotidiana. Ha prodotto il più grande aumento delle dimensioni del governo
della storia dell’umanità. Per citare un solo indicatore, ma assai
significativo: in Italia nel 1900, il rapporto tra la spesa e il Pil era del
10 per cento, negli anni Cinquanta del 30 per cento, per raggiungere il
culmine del 60 per cento circa nel 1993. Lo stesso si può dire per la
maggior parte delle altre nazioni. Non c’è motivo di insistere su questo
punto: ricordiamo tutti quanto sia stato desolante lo scenario, fino a tempi
molto recenti, per i difensori della libertà.
Negli anni Settanta le cose hanno cominciato lentamente a cambiare. Gradualmente, il pessimismo ha ceduto il passo a un nuovo stato d’animo. Un numero sempre maggiore di persone si dichiarava insoddisfatto delle vecchie ricette socialiste, preferendo i meccanismi del mercato. I socialisti della vecchia scuola hanno cominciato a diminuire. Di conseguenza, gli assertori della società libera hanno cominciato a sperare in un futuro liberale. Un celebre precursore di questo cambiamento, eccezione nel clima di pessimismo di allora, fu Arthur Seldon, co-fondatore dell’Institute for Economic Affairs di Londra. In una lettera al Times del 6 agosto 1980, arrivò a predire: «La Cina diventerà capitalista. La Russia sovietica non sopravviverà alla fine del secolo. Il Partito laburista per come lo conosciamo non governerà più. Il socialismo è un dettaglio senza importanza». All’epoca, questa posizione era considerata ridicola, un bizzarro esempio di arguzia britannica. Dieci anni dopo è apparsa profetica, se non ovvia. Quale è stata la causa di questo cambiamento radicale? Perché la retorica politica, e in alcuni casi la politica stessa, sono cambiate così tanto?
Il ruolo delle idee
Il cambiamento epocale in politica è iniziato con una rivoluzione
intellettuale. Non è così scontato come sembra. Gli economisti hanno pareri
discordanti sulla rilevanza pratica delle loro idee. Com’è noto, Keynes era
estremamente ottimista: «Le idee degli economisti e dei filosofi politici,
giuste o sbagliate che siano, hanno più potere di quanto non si creda. In
realtà, il mondo va avanti con poco altro». Alfred Marshall, il suo maestro,
d’altro canto era convinto che gli economisti dovessero propugnare verità
scomode: «Gli studiosi di scienze sociali devono temere l’approvazione
popolare; quando tutti parlano bene di loro, sono dalla parte del torto. […]
È quasi impossibile per uno studioso essere un vero patriota e averne
contemporaneamente la reputazione».
Questa era anche la posizione di Hayek, quando dichiarava che l’economista
«non deve cercare l’approvazione del pubblico e la comprensione per i propri
sforzi». Infine, George J. Stigler era convinto che la rilevanza pratica
della produzione intellettuale degli economisti fosse minima: «Gli
economisti sono soggetti alla coercizione delle ideologie dominanti
dell’epoca». Su questo punto, dissento da Stigler. Non nutro alcun dubbio
sul fatto che la grande inversione di rotta dei nostri tempi sia stata
avviata da una rivoluzione leggendaria del pensiero economico.
Dal punto di vista dello scontro ideologico, sono convinto che – grazie al
lavoro dei grandi studiosi liberali del nostro secolo – viviamo in uno dei
periodi più felici della storia recente dell’umanità. Credo che mai prima
d’ora la causa della libertà sia stata analizzata così a fondo e meglio
compresa.
Bisogna aggiungere inoltre che oggi ci sono più persone coscienti
dell’importanza della libertà a livello teorico di quante non ce ne siano
state negli ultimi cinquanta o cento anni.
La
“malattia britannica”
Negli anni Settanta, l’economia della Gran Bretagna era in uno stato
pietoso. Molti, come Daniel T. Jones, usavano regolarmente l’espressione di
“malattia britannica”, e non era un’esagerazione: «Durante il Diciannovesimo
secolo, e per i primi sessant’anni del Ventesimo, il Regno Unito è stato (in
termini di produzione pro capite) in posizione di vantaggio rispetto a quasi
tutte le maggiori nazioni europee [...] Tuttavia, dagli anni Sessanta, è
emerso un gap assoluto (…e) nel 1973 la maggior parte delle nazioni della
Comunità economica europea avevano superato la Gran Bretagna del 30-40 per
cento».
La produttività era molto più bassa rispetto all’Europa continentale: stando
agli studi delle corporation internazionali, il prodotto netto pro capite
era più alto di oltre il 50 per cento negli stabilimenti tedeschi e francesi
rispetto a quelli corrispondenti in Gran Bretagna. E, inoltre, la Gran
Bretagna era afflitta da un’inflazione dilagante (dal 1972 al 1977, mentre
secondo l’ocse i prezzi erano aumentati del 60 per cento, quelli inglesi
erano saliti del 120) insieme a un alto tasso di disoccupazione (nel 1977,
il tasso di disoccupazione della Gran Bretagna raggiungeva il 7 per cento,
vale a dire 2,5 punti sopra la media ocse)
Questo record scioccante era apparso paradossale a Mancur Olson, il quale
affermava che: «La Gran Bretagna ha prodotto più giganti del pensiero
economico di qualsiasi altra nazione. [...] La maggior parte dei primi
grandi economisti, inclusi ovviamente uomini come David Ricardo e John
Stuart Mill, erano liberali classici». La loro opera ha avuto un impatto
determinante sull’opinione pubblica britannica: «Il liberalismo classico era
più popolare nella Gran Bretagna del Diciannovesimo secolo che […] nella
maggior parte delle altre nazioni europee». Eppure, «la Gran Bretagna ha
sofferto della “malattia britannica” della crescita lenta». Conclude infine:
«Abbiamo bisogno di qualcos’altro, oltre al livello di comprensione
economica, che spieghi la performance economica».
Credo che Olson commetta un errore nell’accomunare gli economisti britannici
del Diciottesimo e del Diciannovesimo secolo con quelli del Ventesimo. Per
prima cosa, se è difficile mettere in discussione la supremazia del pensiero
economico inglese nel Settecento e nell’Ottocento, ho seri dubbi che lo
stesso possa dirsi per gli economisti del Ventesimo secolo. Senza dubbio vi
sono state delle eccezioni, ma credo che, in confronto ai secoli precedenti,
il Ventesimo sia stato, per il pensiero economico britannico, un secolo
mediocre. E non mi convince neppure John Maynard Keynes (che Olson cita come
prova della supremazia britannica nella teoria economica del Ventesimo
secolo) perché, a mio parere, la sua influenza è stata disastrosa. La Gran
Bretagna e il resto del mondo avrebbero goduto di una situazione finanziaria
migliore se Keynes avesse impiegato le sue enormi doti intellettuali in
qualche altro campo. Infine, la maggior parte degli economisti britannici,
dopo la morte di Keynes, avvenuta nel 1946, si è distinta per la mediocrità
e per il disprezzo nei confronti del libero mercato: non dimentichiamo il
manifesto dei 364 economisti britannici contro le politiche della Thatcher.
Contrariamente a quanto pensava Olson, la “malattia britannica” è stata un
altro esempio del potere delle idee, di quelle sbagliate: il consenso
anticapitalista tra gli economisti britannici ha indubbiamente contribuito
al declino della Gran Bretagna. In modo particolare, vediamo perché la
stagflazione degli anni Settanta e il relativo declino economico non si
siano verificate nonostante, ma proprio a causa dell’influenza di John
Maynard Keynes.
Keynes, il cattivo maestro
Seguendo gli insegnamenti di Keynes, gli economisti britannici erano
convinti che l’inflazione fosse l’inevitabile conseguenza della crescita
economica, e il rimedio alla disoccupazione. Erano inoltre convinti che
fosse possibile ridurre i tassi di interesse attraverso l’espansione
monetaria e che l’economia potesse essere “stabilizzata” nel breve termine,
evitando così gli alti e i bassi del ciclo economico. Tra l’altro,
l’inflazione non era considerata un fenomeno monetario, ma il risultato di
eccessivi aumenti dei salari, dovuti a quelle che Samuel Brittan definisce
“pressioni dei sindacati”, cosicché, per combattere l’inflazione, bisognava
ricorrere al controllo dei salari e dei prezzi, scendendo a compromessi con
i sindacati, e contemporaneamente perseguendo politiche monetarie e fiscali
espansive per stimolare la domanda. Tutto ciò oggi sembra assurdo, ed in
qualche modo lo è, ma si trattava del consenso unanime sulle idee di Keynes,
condiviso dal Partito laburista e, per alcuni aspetti, anche dai Tories.
Tutti sembravano condividere la stessa concezione keynesiana: soldi facili,
tassazione elevata, deficit spending, controllo dei salari e dei prezzi
(politica del reddito, così veniva chiamata in Gran Bretagna).
Non c’è bisogno di aggiungere che tutte queste teorie si sono rivelate
fallimentari di fronte alle prove empiriche e alle analisi teoriche degli
ultimi trent’anni. Gli eroi della controrivoluzione sono i grandi pensatori
liberali che ho citato prima: Milton Friedman, Friedrich Hayek, eccetera.
Adesso sappiamo che non esiste alcuna prova che la crescita economica
comporti inevitabilmente un aumento dell’inflazione. L’idea che si possa
ridurre la disoccupazione attraverso l’inflazione è totalmente caduta in
discredito. Soltanto un’inflazione accelerata potrebbe tenere la
disoccupazione al di sotto del suo “tasso naturale”, ma persino questa
possibilità poco allettante appare dubbia. Infine, per quanto riguarda
l’opportunità del controllo dei salari e dei prezzi, ora sappiamo che quel
rimedio non era soltanto inefficace, ma anche decisamente dannoso. Un
effetto collaterale di questi provvedimenti era quello di peggiorare il
problema dello strapotere dei sindacati. La Gran Bretagna degli anni
Settanta confermava la previsione di Henry Simons, che, in un famoso
articolo del 1944, aveva denunciato il pericolo dei sindacati: «I monopoli
sindacali […] una volta stabiliti […] riescono ad usare violenza come nessun
altro monopolio. […] I sindacati trattano i lavoratori che rifiutano di
aderirvi in un modo al cui confronto anche i primi metodi di Rockfeller
sembrano cortesi e legittimi. Hanno poco da temere […] dal Congresso e dai
tribunali».
Si potrebbe sostenere che Simons, che scriveva negli Stati Uniti negli anni
Quaranta, fosse un po’ troppo pessimista. La sua analisi, ad ogni modo,
descrive perfettamente il Regno Unito degli anni Settanta. I dettami
keynesiani avevano convinto la stragrande maggioranza dei politici di ambo
le parti che non esistesse alternativa a una politica volta a scendere a
patti con i sindacati, perseguendo al contempo una politica espansiva della
domanda, attraverso i soldi facili e i deficit di bilancio. Il risultato
delle idee sbagliate è stata la stagflazione: crescita lenta,
disoccupazione, e inflazione; insieme a una rapida crescita delle dimensioni
del governo.
I difficili anni Settanta
Senza mezzi termini, la Gran Bretagna degli anni Settanta era un caso
disperato. Molti economisti concordano sul fatto che lo strapotere dei
sindacati fosse responsabile dello stato pietoso dell’economia inglese, tra
questi, Samuel Brittan il quale sosteneva: «Molte delle storture tipiche
della politica economica britannica hanno origine nella convinzione che
l’inflazione dovesse essere combattuta attraverso la regolazione di
determinati adeguamenti salariali. Creare un clima in cui i sindacati
avrebbero tollerato simili interventi è stato oggetto di molto lavoro del
governo. Ciò ha comportato il controllo dei prezzi, un’alta progressività
della tassazione sul reddito, e un’attenzione particolare alle opinioni dei
leader sindacali su diversi aspetti della pratica politica. Il periodo
post-1972, caratterizzato da un intervento statale particolarmente
pressante, non cominciò con un cambio di governo, ma con la conversione del
governo conservatore di Heath al controllo dei salari e dei prezzi».
Brittan si riferisce alle politiche economiche disastrose uniformemente
applicate dai governi conservatori e laburisti in Gran Bretagna nel corso
degli anni Settanta. In modo particolare, il governo conservatore a cui
Brittan fa riferimento aveva iniziato la sua attività con intenzioni
lodevoli. Nel manifesto conservatore per le elezioni del 1970 si legge:
«Rifiutiamo l’intervento capillare del socialismo, che usurpa la funzione
della gestione imprenditoriale per dettare all’industria i prezzi e i
salari. […] Il nostro obiettivo è identificare e rimuovere gli ostacoli che
impediscono l’effettiva competizione e che impongono restrizioni
all’iniziativa economica».
Queste ammirevoli intenzioni, prosegue Brittan, non sono però state seguite
da politiche egualmente lodevoli. In realtà, il «governo conservatore del
1970-74 è stato il più corporativista del dopoguerra. La sua politica
economica è stata un disastro che ha fatto perdere al Partito Conservatore
due elezioni di seguito. Non sorprende che Heath abbia perso la guida del
partito […]».
Secondo Brittan, lo strapotere dei sindacati è riuscito anche ad influenzare
il sistema tributario, con conseguenze devastanti: «Per gran parte del
dopoguerra il vero problema non sono state […] le normali aliquote fiscali,
ma la loro elevatissima progressività, sia in cima che in fondo alla scala
del reddito. La tassazione marginale sul reddito è non solo più alta che
negli altri paesi industrializzati, ma la sua curva diventa estremamente
ripida a partire da redditi molto più bassi che altrove. Si tratta di tasse
esclusivamente politiche. Le entrate raccolte in cima sono in termini
statistici insignificanti; e ciò che ne risulta sono di fatto entrate più
basse […] altrettanto importante è il fatto che risorse scarse quali energia
e talenti siano state impiegate per convertire il reddito in capitale
accumulato o benefici non soggetti a questi livelli di aliquote fiscali».
Il tempo di Margaret Thatcher
Questo era lo scenario che vide l’avvento della signora Thatcher. Teorie
economiche errate, gruppi d’interesse radicati e un’avversione generalizzata
per il libero mercato erano sfociati nella sclerosi economica,
nell’inflazione, nella disoccupazione e nel declino generale. La Lady di
Ferro voleva cambiare tutto questo, e ci è riuscita.
La sua prima battaglia è stata in campo macroeconomico, dove si è verificato
un passaggio dalla politica fiscale come sistema per fronteggiare la domanda
aggregata all’applicazione di una politica monetaria. In politica fiscale,
lo scopo era quello di ridurre il deficit (psbr: Public Sector Borrowing
Requirement). In materia di tassazione, l’obiettivo era quello di
ristabilire gli incentivi al lavoro, al risparmio e all’investimento,
attraverso tagli alle tasse a tutti i livelli, in modo particolare per le
fasce più alte. La filosofia alla base di questi provvedimenti era che
ristabilire gli incentivi fosse più importante della ricerca dell’equità. Ma
il campo in cui è stata davvero una campionessa è stato, come scrive Patrick
Minford, quello delle riforme microeconomiche, o del supply-side: «Dopo la
campagna del 1979-82, volta all’abbattimento dell’inflazione, (intraprese)
una riforma senza sosta per favorire un’economia dell’offerta, con leggi
specifiche su regolazione dei sindacati, privatizzazioni, deregulation,
riforma finanziaria delle amministrazioni locali, edilizia, riforme radicali
delle tasse e molto altro». La Thatcher, inoltre, è riuscita a domare i
sindacati. Persino i suoi detrattori riconoscono che questo è stato uno dei
suoi più grandi successi, che condivide col presidente Reagan: «Reagan e la
Thatcher – scrive a questo proposito Irving Stelzer – hanno fatto molto per
ridurre il ruolo del governo, e per espandere i confini delle forze del
mercato in campo microeconomico. Entrambi sono riusciti in questo intento
ridimensionando in primo luogo il potere dei sindacati […] nel 1981 il
Presidente è riuscito a interrompere uno sciopero dei controllori di volo,
[…] e con altrettanto successo, il Primo Ministro è riuscito a interrompere
lo sciopero che i minatori tra il 1984 e il 1985 avevano intrapreso per
imporre l’agenda politica del loro leader a un elettorato che l’aveva
respinta».
È inoltre riuscita a ridurre il ruolo diretto del governo sull’economia
attraverso le privatizzazioni. Tutti riconoscono che: «il successo del
thatcherismo nel convertire le imprese da statali a private […] è stato un
programma così radicale come concetto, e di esito così felice nella pratica,
che si è guadagnato la più alta forma di lusinga dalle altre nazioni:
l’imitazione», conclude Stelzer. Contrariamente a ciò che sia a sinistra che
a destra si continua ad affermare, tra i successi della Thatcher non
possiamo annoverare una riduzione della spesa pubblica totale. Nel 1999,
l’Economist scriveva: «In realtà, 18 anni di governo Tory hanno lasciato la
fetta di economia sotto diretto controllo dello Stato praticamente intatta:
dal 44 per cento del prodotto interno lordo del 1979 al 43 per cento del
1996».
Per riassumere quanto detto finora, la Thatcher è riuscita a ridurre
drasticamente l’inflazione in un paese che ne era diventato dipendente; a
ridimensionare quelli che probabilmente erano i più potenti sindacati
d’Europa; a privatizzare una fetta consistente di un settore pubblico
eccessivamente esteso; ad emanare un sistema tributario più favorevole alle
imprese e agli investimenti; e a stabilire le condizioni per una crescita
economica di lungo termine. Ha messo fine alla “malattia britannica”,
rimettendo così in marcia la Gran Bretagna. E infine, non bisogna
dimenticare che è riuscita a spostare il dibattito politico sui temi
economici. Il programma economico del primo ministro Blair, negli anni
Settanta, sarebbe stato considerato conservatore; se il Partito laburista è
stato costretto a rivedere drasticamente le proprie posizioni, questo lo si
deve soprattutto all’eredità lasciata da Margaret Thatcher. Si possono
criticare alcuni aspetti del suo operato, ma il suo è stato, in generale, un
grandioso successo.
La ricetta del successo
Come ci è riuscita? Credo che esistano diversi fattori che hanno contribuito
alla “rivoluzione conservatrice” di Margaret Thatcher.
Idee. È indubbio che il successo di Margaret Thatcher sia in gran parte
dovuto alla forza delle idee. Lei stessa ha riconosciuto l’importante ruolo
svolto dall’Institute of Economic Affairs nel fornire le munizioni e
l’ispirazione per il suo programma. Per il trentesimo anniversario dell’iea,
ha affermato: «L’Istituto ha iniziato la propria attività in un periodo in
cui, a dispetto della libertà di parola che caratterizza un paese libero,
prevaleva quella che oserei chiamare la moda della censura dei
comportamenti. Chiunque osasse sfidare le credenze comunemente accettate del
dopoguerra riceveva in risposta scetticismo, critiche, veniva deriso e
bollato come un ignorante reazionario […] vi siete riproposti di cambiare il
sentire comune […] Vorrei esprimere la nostra gratitudine a quegli
accademici, alcuni dei quali hanno subito l’isolamento, e a quei giornalisti
che si sono uniti alla nostra impresa. Non penso che abbiano mai raggiunto
il numero di 364. Sono stati una minoranza. Ma erano nel giusto e hanno
salvato la Gran Bretagna».
Senza queste idee, la rivoluzione thatcheriana sarebbe stata impossibile. In
ogni caso, non dovremmo dimenticare che erano quasi tutte in circolazione
già dieci anni prima, ai tempi del governo Heath. Si potrebbe sostenere che
nel 1979 la necessità di un cambiamento radicale in politica economica fosse
più forte di prima, ma bisogna riconoscere che le idee, da sole, non sono
una spiegazione sufficiente per la rivoluzione. Erano una causa necessaria,
ma non sufficiente del cambiamento.
Scenario
È vero che alla fine degli anni Settanta, le prove del fallimento delle
politiche stataliste perseguite sia dai governi laburisti che da quelli tory
erano schiaccianti. Sono convinto che le circostanze abbiano avuto la loro
importanza nel determinare il successo della Thatcher. Ad ogni modo, i segni
del fallimento di queste politiche anti-mercato vi erano già nel 1970, anche
se non così evidenti come nel 1979. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che
non tutti hanno tratto le stesse conclusioni dalle stesse esperienze. Certo
non il Partito laburista, che nel 1979 era socialista come sempre. E, per
quanto riguarda gli accademici, la stragrande maggioranza di essi era
convinta che non ci fosse bisogno di nessun cambiamento nella pratica
politica, come dimostra il documento firmato da quei 364 economisti contrari
alle politiche del governo Thatcher. La prove erano senza dubbio sotto gli
occhi di tutti, il che ha favorito la causa della Thatcher, ma erano già
presenti da prima seppure senza alcun impatto, e molte persone istruite si
erano rifiutate di trarne le giuste conclusioni.
Interessi
I sindacati avevano abusato del proprio potere, e questo aveva reso più
forte che mai la necessità di ridurne l’influenza. E comunque, non si
trattava certo di un fenomeno nuovo: il pericolo rappresentato dalla loro
onnipotenza era stato più che evidente per anni, eppure nessuno aveva
cercato di affrontarlo.
Leadership
Credo che, nonostante tutti questi fattori abbiano avuto il loro ruolo nel
determinare il successo della Thatcher, l’elemento cruciale sia stata la sua
personalità, la sua leadership fedele ai principi e incapace di scendere a
compromessi. Si può dire di lei ciò che Ted Kennedy aveva detto di Reagan:
«Sarebbe sciocco negare che il suo successo fosse fondamentalmente basato
sulla sua profonda conoscenza delle idee diffuse. Reagan poteva dimenticare
i nomi, ma mai i suoi obiettivi. Era un grande comunicatore, non solo per la
sua personalità o per il suo teleprompter, ma soprattutto perché aveva
qualcosa da comunicare».
Margaret Thatcher aveva osato fare ciò che in Gran Bretagna nessun altro
aveva avuto il coraggio di fare per decenni: combattere le opinioni diffuse,
i luoghi comuni, gli interessi radicati, e guidare un partito riluttante e
un paese stordito in una direzione completamente nuova. Posso dare
testimonianza della sua singolare personalità. Ho avuto occasione di
incontrarla diverse volte, prima di entrare in politica. Una volta, nel
1991, fu durante una conferenza a Fiesole, vicino Firenze, organizzata dalla
National Review Institute. Durante la pausa, camminavamo sotto il portico
dell’hotel, mentre la campagna Toscana splendeva nel sole del pomeriggio. La
signora Thatcher mi disse: «Il suo è un bel paese con un governo marcio». Al
che io risposi: «Mia cara signora, sarebbe assai peggio il contrario».
Il suo modo diretto di porre le questioni, così insolito per un leader
politico, le ha fatto guadagnare diversi nemici tra gli altri leader, ma ha
prodotto un affascinante contrasto con l’ipocrisia e la vacuità dei dettami
politici comunemente accettati. A volte, probabilmente, ha esagerato. Ad
esempio, durante la stessa conferenza di Fiesole, durante la sua relazione,
pronunciò la seguente frase: «La civiltà è una prerogativa esclusiva dei
popoli anglofoni». Nella stanza, ero l’unico che non fosse di nazionalità
inglese o americana. Guardai John O’Sullivan, che mi sedeva accanto.
Sorridendo, mi disse: «È stato relegato alla barbarie!». Margaret Thatcher
sa anche essere amabile e gentile. Quando, nel 1994, vincemmo le elezioni,
mi mandò le sue congratulazioni via fax. La richiamai per ringraziarla per
la sua cortesia. Mi incoraggiò nel solito modo: «Dovrete fare per l’Italia
ciò che io ho fatto per la Gran Bretagna». Cercai di spiegarle che, in
confronto a lei, eravamo svantaggiati. Le risposi: «Lei aveva una
Costituzione scritta nei cuori e nelle menti della vostra gente. Noi no.
Aveva un potere giudiziario indipendente. Noi no. Aveva una pubblica
amministrazione pulita ed efficace. Noi no. Aveva una maggioranza costituita
da una partito unico. Noi no. Aveva questi think tank come l’iea, che le ha
fornito le idee giuste. Noi no. Ma comunque, aggiunsi, abbiamo qualcosa che
lei non aveva». «Che cosa?», chiese lei. «Il suo esempio!» le risposi.
Sulla importanza delle idee e/o della leadership, Margaret Thatcher ha
espresso la sua opinione durante le celebrazioni per il trentesimo
anniversario dell’iea. Dopo aver ascoltato una serie di discorsi di eminenti
accademici, tutti in lode dell’importanza delle idee, concluse così il suo
intervento: «Come undicesimo speaker e come unica donna, spero ricorderete
che sarà anche il gallo a cantare, ma è la gallina a deporre le uova».
L’insegnamento che possiamo trarne è piuttosto semplice, e non molto
incoraggiante: la signora Thatcher deve il suo successo soprattutto alla
rivoluzione intellettuale nelle teorie economiche. Non ha inventato nulla di
nuovo: non c’era nulla di innovativo o di originale nella sua politica
economica. In ogni caso, queste idee erano già presenti da molto tempo, ma
non sono state tradotte in pratica politica finché lei non è arrivata sulla
scena. Sono state la sua leadership, il suo coraggio, la sua determinazione
e la sua integrità intellettuale che hanno permesso a quelle idee di
ispirare le politiche economiche effettive e il cambiamento in Gran
Bretagna. Tutto questo mi porta a una spiacevole conclusione: l’ostacolo,
nel panorama politico attuale, non è la comprensione della natura dei
problemi sociali e delle loro soluzioni auspicabili, anche se c’è ancora
molto da fare per far sì che la causa della libertà economica sia compresa
appieno dalla gran parte dell’opinione pubblica e dei politici. Ciò che
scarseggia davvero è la leadership. Un leader che persegua le proprie
convinzioni senza scendere a compromessi, capace di costruire una
coalizione, un consenso di maggioranza attorno alla propria piattaforma, è
essenziale se vogliamo davvero costruire un mondo libero. Per nostra
sfortuna, personaggi della caratura della Thatcher e di Reagan sono assai
rari, e non possiamo aspettarne un altro. «Finché gli abitanti di un
qualsiasi paese riporranno le loro speranze di salvezza politica in un
determinato tipo di leadership, la delusione li attenderà dietro l’angolo».
Dobbiamo continuare ad affinare le nostre ragioni, a renderle più
convincenti, esplorando nuovi modi di accrescere le nostre libertà e,
soprattutto, dobbiamo convertire ad esse i nostri politici. È proprio questo
il compito della Heritage Foundation.
(Discorso pronunciato alla Heritage Foundation il 24 novembre 1999. Traduzione dall’inglese di Arianna Capuani)
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