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LA RISCHIOSA CORRIDA DI WALTER
Contro i conservatorismi
interni Veltroni gioca una corrida, non una partita a scacchi. E l’unica mossa che rimane
al leader, è prendere il toro per le corna.
di ANTONIO FUNICIELLO
[23 giu 08]
Di cosa è malato il Partito democratico? Cosa ha spinto parte
del suo elettorato siciliano a starsene a casa durante l’ultima, recente
tornata elettorale amministrativa? Cosa ha convinto la stragrande
maggioranza dei suoi 2800 delegati costituenti a non partecipare, venerdì
scorso, all’assemblea nazionale alla Fiera di Roma? Cosa impietrisce il suo
gruppo dirigente, rendendolo incapace di produrre pure un accenno di exit
strategy dalla bolgia delle proprie ipocrite e inutili guerre intestine?
Stiamo parlando, non guasta ricordarlo, di un partito nato da pochi mesi che
ha sì perso le elezioni, essendo stato riconosciuto erede di uno dei governi
più impopolari della storia patria. Ma anche di un partito che, pur
affrontando le politiche di due mesi fa senza aver nemmeno dato avvio al suo
primo tesseramento, ha preso due punti percentuale in meno di quel 35 per
cento del Labour vincente alle ultime elezioni, un punto in meno di quella
Spd che in coalizione con la Cdu governa la Germania, otto punti in più del
Ps francese bastonato da Sarkozy. Dovrebbe essere abbastanza per analizzare
ampiamente la sconfitta e avviare quella lenta, ma graduale rimonta
sull’avversario, vero obiettivo del Pd nei cinque anni di opposizione al
governo Berlusconi appena cominciati. Eppure non è così.
Che Veltroni abbia fatto degli errori, che gli hanno forse impedito di perdere meglio riducendo il distacco tra Pd e Pdl, è un fatto, e male ha fatto il segretario democratico a non prenderli di petto, almeno fino ad ora. Uomini sbagliati in ruoli chiave, candidature di cui l’elettorato non ha compreso senso né significato (e nel Pd non si è ancora imparato che ha sempre ragione, l’elettorato…), l’enormità dello scandalo campano dei rifiuti, sono tre zavorre che hanno frenato lo slancio del progetto democratico. Eppure nel merito fondamentale di Walter Veltroni, che fa senz’altro da contraltare a queste mosse false, è nascosta la ragione segreta dell’attuale empasse. E’ stato, infatti, proprio grazie alla medesima levità che ha causato gli errori appena accennati, che Veltroni nei mesi precedenti alle elezioni, col suo Pd alla mercé del disastro del governo dell’Unione, ha potuto gettare il cuore oltre l’ostacolo e trascinare tutti dietro la chimera che, tra gli altri, post comunisti ed ex democristiani di sinistra potessero finalmente cambiare pelle.
Il dramma amletico del Partito democratico sta proprio in questa irresolutezza ad essere o non essere se stesso, e cioè l’equivalente del grande partito popolare di centrosinistra che c’è ovunque in Occidente. Le frange più identitarie di post comunisti ed ex democristiani non credono nel progetto democratico. Non ci hanno mai creduto. Un esempio. Il primo atto ufficiale di nascita del Pd è stata la formazione di gruppi parlamentari unici. Nel programma elettorale dell’Ulivo del ’96, la nascita dei gruppi unici in Parlamento era uno dei primissimi impegni elettorali; una nascita volta a garantire una maggiore coesione e forza politica nell’azione di governo. Ma D’Alema e Marini non vollero che i gruppi unici si costituissero e la debolezza della maggioranza che sosteneva il primo esecutivo Prodi sta alla base del suo sgretolamento. Post-comunisti ed ex democristiani non credevano e non credono che le loro vicende secolari possano essere superate da un progetto che ne metta in discussione i due dna, fino a stravolgerli in un nuovo raccoglitore di informazioni politico-genetiche. Quello democratico, appunto. Questa tenace opera di resistenza si manifesta nei modi più disparati, non ultima la questione della collocazione nel Parlamento di Strasburgo dei futuri eletti democratici, dove un ceto dirigente che per la maggior parte della propria vita è stato ostinatamente comunista, e quindi anti-socialista, pretende di trascinare anche gli ex democristiani nel “mitico” Pse. Arrivando a creare una questione campale la cui strumentalità puzza di ridicolo da tutte le parti.
Veltroni, che al Pd crede veramente – su questo è impossibile accampare dubbi di sorta – dovrebbe prendere per le corna (lunghissime) la resistenza di cui sopra, giocando la carta dell’innovazione politica con ancora più audacia di quanto non abbia già fatto. Per questo ha sbagliato a rieleggere gli stessi capi gruppo della vecchia stagione e sbaglia a rimandare un congresso che è il luogo deputato, in partito democratico di fatto oltre che di nome, a una resa dei conti esiziale per la rimonta sul Pdl e la costruzione delle condizioni per la vittoria elettorale nel 2013. Quella che gioca contro i conservatorismi post-comunisti ed ex democristiani non è una partita a scacchi, malgrado egli voglia credere che lo sia, ma una vera e propria corrida. E però le due corna del toro che tenta di logorare la sua leadership sono più che spuntate e perciò incapaci di ledere ad alcuno. Più che il fisico da traversata nel deserto, Veltroni dovrebbe così sfoggiare qualche muscolo da matador. Qualcosa in campagna elettorale s’era intravisto e il pubblico sugli spalti aveva risposto con favore. Oggi, col toro e il matador a far finta di andar d’accordo, quegli stessi spalti sono già più spogli e, nel giro di poco, si rischia davvero di ritrovarsi in una tristissima arena semideserta.
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