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[13 giu 08]
Manolete, ricordi di una Spagna sparita
Alle cinque della sera del 28 agosto 1947, come è d’abitudine, Manuel Rodríguez Sánchez, detto Manolete, cominciò la sua ultima corrida. Di fronte aveva Islero, un toro miura di 700 chilogrammi. Proprio nel momento in cui doveva concludersi, con la morte del toro, il crudele e incomprensibile rituale così caro agli spagnoli, l’animale, debole e ferito ma non domo, reagì e con un cornata interruppe la vita di uno dei più grandi toreri di tutti i tempi. Manolete fu per la Spagna quello che Bartali fu per l’Italia. Se il nostro toscanaccio, infatti, evitò una guerra civile vincendo il Tour nel giorno dell’attentato a Togliatti, il toreador andaluso cementò una nazione distrutta dalla guerra civile che segnò la definitiva vittoria del caudillo Franco. Viso scavato, figura esile, occhi profondissimi, Manolete rimarrà nell’immaginario collettivo un personaggio mitico, per sempre circondato da un alone di gloria tipico dei toreador più grandi. E non si poteva evitare, dunque, la trasposizione cinematografica di una vita così breve (morì a 30 anni) eppure ricca di eroismo.
L’idea di fare un film è vecchia. Già venti anni fa, lo sceneggiatore olandese Menno Meyjes si era innamorato della figura del toreador andaluso, del suo sguardo triste, da predestinato. La lentezza nella preparazione del film è stata, in questo caso, una benedizione. Venti anni fa Meyjes non avrebbe potuto trovare il clone cinematografico di Manolete, il suo alter ego, la sua reincarnazione. Stiamo parlando di Adrien Brody, premio Oscar meritato per Il Pianista di Roman Polanski, che ha interpretato il torero nel film finito di girare lo scorso anno in Spagna. Al suo fianco, e non poteva essere altrimenti, la splendida Penelope Cruz, nel ruolo dell’innamoratissima Lupe Sino. Dopo molti rinvii, a volte inspiegabili, sembra che la pellicola possa finalmente sbarcare al cinema nel prossimo ottobre, facendo uscire dai confini spagnoli una figura mitica che il mondo ignora. A prescindere dalle idee di ciascuno in merito alla cruenta tradizione di matar los toros, nessuno potrà rimanere impassibile di fronte a una storia così avvincente e profondamente “spagnola”. C’è la passione, c’è l’amore, c’è un’incredibile carica emotiva. C’è tutto quello, insomma, che viene attribuito ai popoli latini.
E c’è soprattutto la bravura degli attori e la loro profonda immedesimazione nei personaggi. Basti pensare, lo racconta lo stesso protagonista, che durante la lavorazione del film, in Spagna, molti anziani salutavano Adrien Brody con un malinconico e significativo Hola Manolete, que tal?, a dimostrazione che l’attore è riuscito a risvegliare ricordi antichi di una Spagna che non c’è più. Nel Paese di Zapatero, dell’uguaglianza a tutti i costi fino al limite del grottesco, del progresso galoppante che calpesta le radici, questo film potrà forse fermare, anche per un solo momento, il rumoroso caravanserraglio e far riflettere un popolo che sta smarrendo la propria identità. Non basta continuare a trucidare animali la domenica pomeriggio, né continuare a ballare il flamenco per ritrovare le proprie radici. Personaggi come Manolete hanno letteramente costruito la Spagna, regalandole un po’ di speranza nel buio periodo franchista. Recuperando la memoria di gente come lui, gli spagnoli potrebbero recuperare anche la consapevolezza che il passato non si cancella mai e che ciò che sono diventati è anche merito di quel passato. Niente escluso.
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