Non è appassionante. Non suscita
emozioni. Non scalda i cuori. Ma la politica italiana s’è rimessa in
movimento. Quella che abbiamo chiamato Seconda Repubblica è
definitivamente tramontata nella lunga e drammatica notte elettorale
dell’aprile 2006, quello della vittoria di misura di Prodi subito
trasformata in un conflitto sordo tra revanscismi: brogli da un
lato, brogli dall’altro, pronunciamenti, accuse, recriminazioni,
pellicole cinematografiche. Nessuna legittimazione per i vincitori,
nessun onore delle armi per gli sconfitti. La morte della
Repubblica, almeno di quella che chiamavamo Seconda, s’è consumata,
lentamente ma inesorabilmente, nei mesi successivi. Il governo Prodi
non s’è corroso per il malgoverno, semplicemente per la consunzione
di equilibri politici che duravano da tredici anni ma che non hanno
trovato il modo di consolidarsi.
Da quel giorno, da quel 10 aprile, il
mondo politico s’è rimesso in movimento. Caotico, incerto tra
strappi e allunghi graduali, con leader magari già attempati per la
media europea ma ancora sedicenti giovani per l’Italia, eterne
promesse in attesa che l’adolescenza passi. Il grande (lungo) freddo
prodian-berlusconiano, che ha congelato la politica italiana degli
ultimi dieci anni, s’è sciolto in un disgelo, tanto impetuoso quanto
(finora) improduttivo. Ha allagato strade e campi affogando il
raccolto piuttosto che irrigarlo. La politica in movimento produce
congressi rivoluzionari di partiti tuttavia insignificanti. L’Udc e
il futuro redidivo Psi fanno grande audience mediatica ma poca
sostanza elettorale. Il partito democratico non si sa più che cosa
sia, a quali tradizioni si riferisca, quale spazio politico si
costruirà: è più interessante seguire le convulsioni degli esclusi,
quelle dei socialisti alla ricerca dell’unità perduta, quelle del
correntone Ds allergico alle derive centriste, quelle di
Rifondazione alla ricerca di un aggettivo che sostituisca l’ormai
vetusto “comunista”. Sarà una buffa sinistra, ma almeno sappiamo che
avrà il suo posto nella famiglia dei socialisti europei.
A destra c’era
una volta il partito unico. Doveva essere un’aggregazione, poi una
federazione, forse una sommatoria, almeno un quotidiano. Non si sa
dove sia finito né cosa sarà, se sarà. Un leader (Berlusconi)
allergico a designare un delfino, un delfino (Fini) che fatica a
caratterizzarsi come leader, un outsider (Casini) che in fondo sogna
il ritorno a una balena centrista anche se in versione bonsai: su
Repubblica l’hanno chiamata l’aringa bianca, un partito sottile
sottile come un pesce sinuoso (però anche viscido), che Casini spera
decisivo per nuovi equilibri, chissà quali. E’ iniziata un’ennesima
transizione e nessuno sa verso dove. D’altronde non sempre le derive
hanno degli approdi. Qualche volta, semplicemente, si naufraga come
nel fortunato serial tv Lost. Che almeno è stata una trasmissione di
successo.
(c)
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