È in crisi la
politica? E lo è in misura così profonda da correre il rischio di
ripercorrere le impervie strade dei primi anni Novanta? Serpeggia
fra i cittadini un senso così profondo di sfiducia che può, da un
momento all’altro, trasformarsi in disperazione? E’ diffusa nel
paese la sensazione che non sia possibile che cittadini ed
istituzioni riescano a trovare una sintonia nell’esercizio del
governo e nella individuazione degli obiettivi futuri? Può davvero
ripetersi lo spettacolo delle monetine lanciate contro Craxi, una
manciata di denaro che seppellì protagonisti e partiti impantanati
nell’interminabile dopoguerra italiano? Sul tema da qualche giorno
si interrogano politici e politologi, cioè operatori e studiosi
della politica, l’attività che a metà del secolo scorso un
personaggio peraltro contraddittorio (si chiamava Tito e fu
dittatore in Iugoslavia) definì “l’arte di interessarsi dei problemi
degli altri sino a morirne”. La citazione vale a stabilire quanto
sia cambiata la interpretazione della politica che nel crepuscolo
della prima repubblica si ritrovò impoverita di idee, ma pure senza
anima. Le idee, con le quali si costruiscono i programmi, subiscono
il processo della evoluzione dei tempi e debbono cambiare perché il
mondo pone senza sosta problemi nuovi che richiedono soluzioni
adeguate; la seconda, quella che chiamiamo l’anima, esprime lo
spirito della politica ed il temperamento dei suoi protagonisti. È
l’elemento che mobilita o lascia indifferenti le masse, costruisce
il successo o il fallimento di un uomo e di un partito.
Non si
può sostenere che negli ultimi tre lustri non si siano
agitate idee forti e moderne. Nel mondo, ma anche in Italia,
ci sono stati cambiamenti profondi nella cultura e nella
pratica della politica. La fine delle ideologie non è stato
solo uno slogan ripetuto, magari anche per semplice moda, da
tutti: è stato un passaggio epocale che ha comportato
cambiamenti di mentalità, di esercizio delle funzioni, di
comportamenti singoli e collettivi. Il fenomeno che gli
esperti hanno definito “rivincita della realtà” ha prodotto
effetti nelle analisi dei bisogni e nella ricerca delle
soluzioni. A fatica, ma percorsi nuovi ed irreversibili sono
stati avviati. Quel che la politica non ha ritrovato è
l’anima, cioè il livello nobile della propria funzione.
Governare una nazione non è come governare un’azienda,
espressione che si ritrova sovente nel linguaggio neutro ed
asettico dei tecnici. È ben altro, come sanno gli illustri
accademici nominati ministri tecnici in molti sciagurati
governi. È “l’arte” di rappresentare i cittadini, di vivere
con la loro stessa sensibilità i tempi presenti, di definire
le aspirazioni future, di alimentare le speranze quando ai
più verrebbe di abbandonarle, di farli sentire uniti dal
sentimento della comunità che supera gli egoismi, sconfigge
le paure, mobilita verso la riscossa.
La
politica non può essere una religione perché diverrebbe
settaria, ma neppure si può esercitare quasi fosse materia
di contabili impegnati a quadrare i conti della partita
doppia. Non ha bisogno di martiri, ma di uomini forti e
coraggiosi sì, altrimenti non esprime classi dirigenti ma
corti di prudenti che non vogliono correre rischi. La
religione ha i dottori ed i martiri, i primi per spianare le
strade del sapere, i secondi per vincere le battaglie della
vita. La politica rischia di reclutare una folla di dottori,
intenti a curare se stessi (e gli interessi propri)
piuttosto che cogliere i malori o gli slanci creativi della
gente. La disputa sulla possibilità che la inadeguatezza
della politica produca un nuovo terremoto è una occasione
per riflettere, ma vorrei ricordare che per non essere
travolti dagli eventi, occorre governarli. C’è il momento
dell’analisi e quello dell’azione, guai se la politica
sperasse di trascinarsi avanti affogando i pericoli in un
mare di parole.
(c)
Ideazione.com (2006)
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