La complessa
struttura istituzionale creata dagli accordi di Dayton del 1995
riflette la profonda sfiducia esistente tra le diverse etnie del
paese dopo il tragico conflitto che devastò la Bosnia-Erzegovina
all’inizio degli anni Novanta. L’esecutivo ed il legislativo si
reggono infatti su un complesso sistema che garantisce ad ognuna
delle tre nazionalità un diritto di veto sulle decisioni che
potrebbero mettere in pericolo i diritti e l’autonomia del proprio
gruppo etnico. Tuttavia, in questi ultimi anni, si è fatta strada la
convinzione che le attuali istituzioni bosniache non funzionino
correttamente e che sia quindi necessario avviare un progetto di
revisione costituzionale, anche se le tre etnie del paese rimangono
quantomai divise sulle soluzioni da adottare per riformare l'assetto
politico ed istituzionale della Bosnia.
Le
istituzioni della Bosnia–Erzegovina riflettono non solo la
divisione etnica uscita dalla guerra civile ma soprattutto
il modo in cui questa si è conclusa. I conflitti di questo
tipo possono portare infatti alla formazione di un regime
autoritario unito ad una divisione debole tra le varie
nazionalità che permette ancora un certo livello di
interetnicità, come è accaduto nel Libano, oppure ad una
netta divisione etnica ma con un governo democratico, quale
è il caso di Cipro, o ancora all’affermazione di una delle
parti che poi nel dopoguerra decide di imporre il suo
ordine. Nessuna di queste situazioni si è verificata in
Bosnia–Erzegovina, che presenta una netta divisione su base
nazionale del territorio unita a istituzioni statali
formalmente democratiche ma estremamente deboli. Come ha
affermato l’Unione Europea, le attuali istituzioni bosniache
non funzionano correttamente e solo una maggiore
attribuzione di competenze al governo centrale consentirebbe
al paese di procedere verso l’integrazione con l’Europa.
Un’opinione condivisa anche dagli Stati Uniti, per i quali
sarebbe opportuno introdurre una presidenza unitaria in
luogo di quella tripartita attuale e procedere ad un
rafforzamento del ruolo dell’esecutivo e del Parlamento
nazionale[1].
Gli stessi bosniaci appaiono comunque divisi sulle soluzioni
da proporre per riformare le istituzioni nazionali. Ma se
gran parte della popolazione ritiene inefficace l’attuale
Costituzione, al momento di indicare quale assetto sarebbe
preferibile per il paese le risposte divergono profondamente
a seconda dell’appartenenza etnica (vedi tabella).
Per arrivare ad una proposta comune, due anni fa è stato
così istituito il “Progetto Dayton”, che nelle
intenzioni doveva portare ad una revisione dell’assetto
istituzionale del paese.
Promosso dall’ex vice Alto Rappresentante per la
Bosnia-Erzegovina Donald Hays e sostenuto dallo United
States Institute for Peace (Usip), dall’Ambasciata
statunitense a Sarajevo e dall’Unione Europea, il progetto
intendeva adottare alcune riforme nel funzionamento della
presidenza, del governo e delle assemblee parlamentari.
Secondo quanto previsto, il disegno proponeva di abolire la
presidenza collegiale per sostituirla con un singolo
presidente, assistito da due vicepresidenti, eletto non più
a suffragio popolare ma dal parlamento, di rafforzare le
prerogative del primo ministro aggiungendo alle competenze
dell’esecutivo l’agricoltura e la scienza e la tecnologia,
nella prospettiva di poter attribuire in futuro al governo
centrale anche l’istruzione. Riguardo alla struttura del
Parlamento, la Camera dei popoli avrebbe dovuto essere
composta non più da 15 ma da 21 membri, aggiungendo tre
seggi per le altre nazionalità non considerate come popoli
costituenti, e la Camera dei rappresentanti sarebbe passata
da 42 a 87 membri, diventando il solo organo legiferante
lasciando alla Camera alta solo il potere di porre il veto a
tutela degli “interessi nazionali” dei diversi gruppi etnici[2].
Nonostante il sostegno di diverse forze politiche, lo scorso
anno il progetto non ha ottenuto la maggioranza necessaria
alla Camera dei rappresentanti del parlamento bosniaco per
soli due voti.
In
Bosnia–Erzegovina il problema maggiore nel varare riforme
costituzionali consiste nel confrontarsi con un quadro
politico frammentato e diviso lungo linee di appartenenza
etnica. Ma se due dei tre partiti d’ispirazione nazionalista
che avevano precedentemente approvato l’intesa – l’Unione
democratica croata (Hdz) e il Partito democratico serbo
(Sds) – riconoscono la necessità di introdurre delle
modifiche dichiarando allo stesso tempo di non accettare
alcuna riduzione delle prerogative delle due entità statali,
al contrario il Partito per la Bosnia–Erzegovina (SBiH), la
formazione moderata guidata dall’ex premier Haris Silajdžić,
ha rigettato il progetto sostenendo come l’unica soluzione
per ricostituire un paese multietnico sia proprio la sua
abolizione, un’affermazione questa aspramente contestata
dalle forze serbe, tanto che anche l’Unione dei
socialdemocratici indipendenti (Snsd) di Milorad Dodik è
arrivato a minacciare un possibile referendum
sull’indipendenza della Republika Srpska qualora questo
progetto venisse portato avanti. Più sfumata si presenta
invece la posizione espressa dal Partito di azione
democratica (Sda) che rappresenta l’elettorato musulmano.
Pur avendo sostenuto il pacchetto di riforme sostenuto dalla
comunità internazionale, lo Sda ha come obiettivo quello di
superare l’attuale divisione in due entità statali e creare
una Bosnia–Erzegovina unitaria ma decentralizzata, ripartita
in una serie di cantoni multietnici.
Ancora
più articolato è l’atteggiamento delle forze croate.
Strettamente legata alla sua omologa croata pur
dichiarandosi autonoma, l’Unione democratica croata (Hdz)
raccoglie la maggioranza dei voti dei croati dell’Erzegovina
occidentale ed è divisa tra un’ala favorevole all’autonomia
ma all’interno della Federazione della Bosnia–Erzegovina ed
una più radicale sostenitrice invece di una confederazione
con Zagabria. Dopo la scissione avvenuta all’interno
dell’Hdz e la conseguente nascita della nuova formazione
denominata Hdz 1990, il quadro si è ulteriormente
complicato. Mentre quest’ultima afferma come sia ormai
urgente una riforma totale della Costituzione, i vertici
dell’Hdz ritengono invece sufficiente il pacchetto
precedentemente proposto in quanto la modifica dell’intero
testo costituzionale dovrebbe essere oggetto di un nuovo
tavolo negoziale tra le parti, visto che questa potrebbe
portare al risultato di avere una Bosnia–Erzegovina divisa
non più in due ma in quattro entità statali.
Note
1. Vedi su questo il rapporto
Bosnia: Overview of Current Issues,
Congressional Research Service, Washington D.C,
Dicembre 2006
2. Il progetto prevedeva inoltre
che la “Camera dei Rappresentanti” potesse essere
dissolta anticipatamente qualora non fosse stata in
grado di eleggere il Primo Ministro. Vedi su questo
lo studio Constitutional Reform in Bosnia and
Herzegovina 2005-06, apparso in “European
Yearbook of Minority Issues”, Vol 5, Anno 2005 /
2006
(c)
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