Una palestinese nella Grande Mela
di Domenico Naso
[ 18 ott 07]
Suha ha 28 anni ed è
palestinese. Anzi no, di fatto è giordana, visto che è nata e cresciuta ad
Amman, dove la sua famiglia si è trasferita nel 1967, dopo la guerra dei Sei
Giorni. E’ un giovane e brillante architetto che ha deciso di vivere a New
York. La incontriamo a un “roof party”, festa alternativa e radical chic su
un terrazzo di Williamsburg, nuovo punto di ritrovo di giovani artisti,
musicisti e intellettuali di ogni parte del mondo. Tra una birra e un
discorso sull’architettura contemporanea scatta la domanda che
inevitabilmente innescherà il dibattito: che ne pensa, Suha, della
situazione palestinese? Temiamo quasi che la domanda possa infastidirla e
metterla a disagio e invece lei non si fa pregare e parte come un treno: “I
palestinesi sbagliano. – esordisce in un inglese perfetto – Prima eravamo un
popolo senza Stato, ora i popoli sono diventati due e lo Stato si allontana
ancora di più”. Sembrerebbe un discorso ragionevole ma poi Suha ti spiazza
scegliendo un terzismo che non ti aspetti: “Hamas e Abu Mazen sono due facce
della stessa medaglia. Arafat era un vero leader, lui sapeva tenere unito il
popolo”.
La ragionevolezza sembra scomparire per lasciare spazio alla beatificazione
di un personaggio discusso e discutibile. Decidiamo quindi di cambiare
argomento, cercando di capire come vive una ragazza araba (seppur laica e di
buona famiglia) negli Stati Uniti della “war on terror”. “Non è per niente
facile”, ci racconta Suha. “Appena salta fuori la mia origine palestinese
gli americani si irrigidiscono e sembrano diventare improvvisamente
diffidenti. Eppure io non sono Bin Laden e non mi sono mai schiantata sui
grattacieli”. Non sarà l’ultima battuta autoironica che Suha farà sul
terrorismo islamico. “Le prime volte queste battute mi infastidivano, mi
sembravano una generalizzazione superficiale e gratuita. Ma ormai ci rido su
anche io. Ho capito che in America devo puntare sulla mia individualità. Io
sono Suha, non rappresento tutto il mondo arabo. Molti mi dicono che sembro
una ragazza occidentale nei modi e nello stile di vita. E’ una cosa che mi
inorgoglisce perché vuol dire che ti hanno accettata, che ti vedono come una
di loro. L’America mi piace, ci sto bene, ma ogni tanto mi chiedo se sia
giusto pagare le tasse a un Governo che utilizzerà i miei soldi per
finanziare la guerra di Israele contro il mio popolo”.
Ci sarebbe da ribattere, dovremmo ricordare a Suha che la situazione è molto
più complessa e piena di sfumature. Ma è una bella serata e non vogliamo
infastidire la nostra simpatica compagna di chiacchiere. Abbozziamo un
sorriso, addentiamo un sandwich e ci godiamo il roof party della nuova
generazione globale di New York.
(c)
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