Romania, quando il razzismo è la via più facile
di Barbara Mennitti
[06 nov 07]
Come al solito in
questo paese, invece di fronteggiare con serietà i problemi oppure - udite
udite - cercare persino una volta tanto di prevenirli, si preferisce
affrontare le emergenze con palate di demagogia (e pure di altre sostanze),
assecondando le pulsioni meno nobili dell'opinione pubblica. Il dibattito
sui romeni sta raggiungendo dei livelli di razzismo e di generalizzazione
intollerabili e in questo clima di caccia all'untore non c'è poi da
meravigliarsi più di tanto se qualcuno si sente giustificato a organizzare
raid punitivi per “vendicare” la morte di Giovanna Reggiani. Ovviamente
questi “raid” vigliacchi si abbattono sempre su chi con quell’omicidio non
c’entra niente e magari tira avanti lavorando onestamente nel nostro paese.
Ma tanto ormai i romeni sono colpevoli di tutti i mali italiani. Chi abita o
frequenta abitualmente quella zona di Roma nord dove si è verificata
l’aggressione, racconta che da molto tempo segnalavano all’amministrazione
comunale il fatto che le stazioni fossero buie, pericolose, abbandonate, ma
nessuno si è preso la briga di fare qualcosa o di mandare due agenti a
presidiare il posto. Fino alla sera dell’incidente. Allora hanno scoperto
Tor di Quinto e si sono messi a tuonare contro i romeni. Così si affrontano
i problemi da noi.
La nostra classe politica cerca un untore perché gli fa comodo scaricare le
sue responsabilità, sperando che nessuno si soffermi a pensare a tutte le
sue omissioni. Per esempio al fatto che questo esodo di massa era del tutto
prevedibile, anzi di più, era ovvio, certo. E allora, invece di andare a
fare i benefattori a Bucarest, si poteva pensare di istituire un periodo di
transizione che impedisse un'apertura totale e immediata delle frontiere (e
questo doveva farlo il governo precedente, giusto per dimostrare che le
responsabilità si dividono per tutto lo spettro politico). Lo hanno fatto
molti paesi membri dell'Unione, quando hanno ritenuto che l'ingresso in
massa di cittadini comunitari provenienti da nuovi paesi membri avrebbe
causato emergenze sociali ed economiche. Ma noi no, questa lungimiranza la
nostra classe politica non ce l'ha, riesce solo ad aspettare che il clima
diventi insostenibile, che ci scappi il morto e cerca di chiudere la porta
della stalla dopo che sono fuggiti i buoi. Ed è patetico vedere il ministro
dell'Interno che cerca di scaricare le responsabilità sul governo rumeno,
come se questi potesse impedire ai suoi cittadini di lasciare il proprio
paese. Forse Amato non se lo ricorda ma, per fortuna, a Bucarest Ceaucescu
non c'è più. Però ci sono i retaggi della sua oppressione, la miseria
economica e umana lasciata dal suo sultanato e dalla ferocia che ha
riversato sul suo popolo.
E' vero, quando si è ospiti in un altro paese bisogna adeguarsi alle sue
leggi, se non ai suoi costumi, ma ricordiamoci sempre che noi siamo quelli
che hanno esportato la mafia nel mondo (solo ad agosto a Duisburg c'è stata
una strage di calabresi che ricordava la Chicago di Al Capone) e per questo
le generalizzazioni ci dovrebbero risultare particolarmente odiose.
Ricordiamo anche che in Romania risiedono ormai moltissimi imprenditori
italiani che sono andati a cercare (e spesso hanno trovato) la fortuna in
quel paese. Vi hanno portato possibilità di crescita e di lavoro, ma
ricevono anche molto in cambio. Esacerbare i rapporti, generare un clima di
razzismo non è certo una mossa sensata. La tentazione di dare la colpa a
qualcun altro è sempre forte e comoda ma non serve a niente. Puniamo i
colpevoli ma non criminalizziamo un intero popolo che, fra l'altro,
assomiglia in maniera impressionante ai nostri nonni nelle sue virtù, nei
suoi vizi e nelle sue speranze.
(c)
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