Dare una spiegazione causale di un evento significa dedurre un’asserzione
che lo descrive, usando come premesse una o più leggi universali, insieme
con alcune asserzioni singolari dette condizioni iniziali. Per esempio, possiamo
dire di aver dato una spiegazione causale della rottura di un certo pezzo
di filo se abbiamo trovato che il filo ha una resistenza alla trazione di
1/2 Kg, ed è stato caricato con un peso di 1 Kg. Se analizziamo questa
spiegazione causale, troveremo che consta di diverse parti costituenti. Da
una parte abbiamo l’ipotesi: “Un filo si rompe tutte le volte
che viene caricato con un peso che supera il peso che definisce la resistenza
alla trazione di quel filo”, e questa è un’asserzione che
ha il carattere di una legge universale di natura. Dall’altra parte
abbiamo certe asserzioni singolari (in questo caso due) che sono vere soltanto
per l’evento specifico in questione: “Il carico di rottura di
questo filo è 1/2 Kg”, e “Il peso con cui è stato
caricato questo filo è 1 Kg”». Questa dunque è,
scriveva Popper nel 1934, la struttura di una spiegazione causale. In una
spiegazione causale «abbiamo [...] due differenti tipi di asserzioni
che sono entrambi ingredienti necessari di una spiegazione causale completa.
Esse sono: 1) asserzioni universali: cioè ipotesi che hanno il carattere
di leggi di natura e 2) asserzioni singolari, che valgono per l’esempio
specifico in questione e che chiamerò “condizioni iniziali”.
Dalle asserzioni universali, insieme con le condizioni iniziali, deduciamo
l’asserzione singolare: “questo filo si romperà”.
Diciamo che questa asserzione è una predizione specifica, o singolare».
Spiegare causalmente un fenomeno significa individuare quell’evento
o quegli eventi che, tolti (dov’è possibile) proibiscono l’accadimento
di tale fenomeno, e che posti (dov’è possibile), invece, lo producono.
Ora, però, come faremo ad individuare, tra gli infiniti fatti del mondo,
quell’evento (o quegli eventi) che costituisce (o costituiscono) la
causa (o le cause) del fatto da spiegare? Ebbene, senza andare troppo per
le lunghe, c’è subito da notare che un evento può essere
detto causa di un altro solo in relazione ad una legge. Ecco perché
è fondamentale la ricerca delle leggi: senza leggi [...] non c’è
spiegazione né previsione. Sono le leggi a legare universalmente tra
di loro i fatti. In realtà, dice Popper, dall’analisi della spiegazione
causale possiamo ricavare più d’una considerazione.
La prima di queste considerazioni è che «non possiamo mai parlare
di causa ed effetto in modo assoluto, ma che un evento è causa di un
altro evento, che ne è l’effetto, solo in relazione a qualche
legge universale. Tuttavia, queste leggi universali sono molto spesso così
ovvie (come nel nostro esempio) che di norma le accettiamo come vere invece
di farne un uso cosciente».
Una seconda considerazione è che «una simile spiegazione causale,
naturalmente, sarà accettabile dal punto di vista scientifico soltanto
se le leggi universali saranno state ben sperimentate e corroborate, e se
avremo degli indizi indipendenti della causa descritta dalle condizioni iniziali».
La teoria esplicativa, cioè, non deve essere ad hoc. Una terza considerazione
è che «l’impiego di una teoria al fine di predire qualche
evento specifico non è altro che un particolare aspetto del suo impiego
al fine di spiegare l’evento stesso. E poiché noi controlliamo
una teoria mettendo a confronto gli eventi predetti con quelli effettivamente
osservati, la nostra analisi mostra anche come le teorie possono essere controllate.
Il fatto che si usi una teoria al fine di spiegazione o di predizione o di
controllo dipende dal nostro interesse e dal genere di proposizioni che prendiamo
come date o presupposte».
In altri termini, possiamo avere interesse a provare una teoria proposta per
risolvere un qualche problema. Oppure, data una teoria che già ha fornito
buona prova di sé, possiamo essere interessati ad usarla a scopi di
spiegazione di qualche fatto problematico accaduto, o ad usarla a scopi di
previsione di un qualche evento o fatto. Ebbene, le scienze generalizzanti
(o pure o teoriche) si preoccupano delle leggi universali, della loro prova;
così è per i fisici, i biologi, i sociologi, i linguisti, gli
psicologi, eccetera, i quali fanno scienza pura se trovano e provano leggi
fisiche, fisiologiche, sociologiche, eccetera. Ma un ingegnere, per esempio,
non si preoccupa delle leggi della fisica: egli prende le leggi dalla fisica
e le usa a scopi di previsione. E siamo qui nel campo delle scienze tecnologiche.
Se, però, l’evento non è da prevedere, ma da spiegare,
allora lo scienziato usa le leggi, prese dalle discipline teoriche, e fa storia.
In breve, il teorico è interessato alla prova delle leggi; il tecnologo
prevede in base alle leggi, date certe condizioni, l’accadere di un
evento; lo storico, dato un evento, ricostruisce, in base a leggi, le condizioni
o cause che hanno portato all’evento accaduto. [...]
La
funzione delle leggi generali nella storia
Anche
lo storico spiega. Spiega causalmente fatti ed eventi. Anzi, come ha scritto
E.H. Carr, «uno storico è noto per le cause a cui si richiama».
Ed è chiaro, per ragioni logiche, che se uno storico offre una spiegazione
causale, egli ha presupposto – implicitamente o esplicitamente –
una legge causale: difatti, se non presupponesse una legge causale, non potrebbe
affatto dire che un certo evento è causa del fatto che egli ha voluto
spiegare. Scrive Gaetano De Sanctis nella Storia dei Romani: «Terminata
la guerra [coi Latini] ebbero i Romani ad avvisare alla maniera di tenere
coi vinti [...] era indispensabile giovarsi come e più di prima delle
energie inesauribili della stirpe latina nelle lotte che era facile prevedere
con Sanniti, Etruschi e Galli. Or qui stava la difficoltà: perché
non si possono aspreggiare senza pericolo coloro cui si chiede, e in larga
misura, il tributo di sangue. Questo dà ragione della relativa mitezza
che i Romani usarono verso il Lazio, ben diversa dalla sistematica crudeltà
con cui oppressero quei nemici onde il tributo di sangue non si pretese».
Vediamo qui, innanzi tutto, che De Sanctis inciampa in un vero e proprio problema
da risolvere. Egli conosce (in base ad altri documenti e testimonianze) la
sistematica crudeltà dei Romani verso i loro nemici. Ma, ecco venir
fuori documenti da cui si evince che i Romani furono relativamente miti verso
il Lazio. Qui sta, dunque, la contraddizione da eliminare, cioè il
problema da risolvere: i Romani furono sistematicamente spietati con gli avversari,
e tuttavia non infierirono con i Latini. Come mai? Ebbene, De Sanctis risolve
questo problema adducendo come causa il fatto che i Romani avevano bisogno
di alleati nelle prossime prevedibili guerre. Ma in base a quale criterio
questo fatto ha potere esplicativo nei confronti dell’Explanandum [«I
Romani furono relativamente miti verso il Lazio»]? Il criterio c’è
ed è la legge (banale) di psicologia sociale secondo cui «non
si possono aspreggiare senza pericolo coloro cui si chiede, e in larga misura,
il tributo di sangue».
La spiegazione ora analizzata è stata effettuata da De Sanctis dalla
prospettiva della teoria psicologica. Ma altre spiegazioni sono possibili
e da altre prospettive: quella economica, quella sociologica, ecc. E lo storico,
per le sue spiegazioni (sempre prospettiche, perché effettuate sempre
dalla prospettiva di una teoria) prende a prestito le leggi o teorie da discipline
teoriche quali la psicologia, la sociologia, l’economia, la biologia,
eccetera. Le prende a prestito, da ovunque, se gli servono e se esistono.
E usa anche (e soprattutto, usava prima, quando non si erano ancora sviluppate
le scienze umane) generalizzazioni banali (“triviali”, direbbe
Popper) tratte dal linguaggio ordinario, cioè da quello che si chiama
“buon senso” o sapere comune. Così, per esempio, se spieghiamo
la prima spartizione della Polonia nel 1772, dicendo che la Polonia non avrebbe
potuto resistere alle forze unite della Russia, della Prussia e dell’Austria,
usiamo tacitamente una qualche ovvia legge come questa: “Se di due eserciti,
ugualmente ben armati e guidati, uno ha una stragrande superiorità
di uomini, l’altro non può mai vincere”. Una siffatta legge,
annota Popper, «si potrebbe chiamarla una legge della sociologia della
forza militare; ma essa è troppo ovvia per sollevare un serio problema
per gli studiosi di sociologia o per richiamare la loro attenzione».
Si potrebbero addurre ulteriori analisi di altre spiegazioni storiche tratte
da autori delle più diverse tendenze. Ma si tratta di cose ormai note.
E quel che davvero conta è comprendere che in una spiegazione scientifica,
sia essa di fisica o di storia, le leggi sono logicamente necessarie: la loro
funzione sta nel legare universalmente quei fatti o eventi che, nella specifica
spiegazione, sono la causa e l’effetto. [...]
La
molteplicità delle interpretazioni: una ricchezza o una miseria?
Il
passato [...] muta con il mutar del presente. O, per essere più esatti,
la nostra conoscenza del passato cambia col cambiare dei problemi e delle
teorie del presente. A tale riguardo un caratteristico esempio istruttivo
è quello subito dall’idea che, nel corso dei tempi, ci si è
fatta di Socrate. «Abbiamo – scrive E. Cassirer – il Socrate
di Senofonte e quello di Platone, abbiamo un Socrate stoico, scettico, mistico,
razionalista e romantico. Sono immagini del tutto diverse, senza essere per
questo false: ognuna ci presenta sotto aspetti differenti il Socrate storico,
la sua fisionomia intellettuale e morale. Platone vede in Socrate il grande
dialettico e il grande maestro di etica; per Montaigne egli fu un filosofo
antidogmatico che confessa la propria ignoranza. Friedrich Schlegel e i pensatori
del romanticismo tedesco diedero rilievo all’ironia socratica».
E quel che vale per Socrate vale per una istituzione, vale per una battaglia,
come, per esempio, quella di Azio e pure per Platone. «Abbiamo un Platone
mistico, il Platone di neoplatonici; un Platone cristiano, il Platone di Agostino
e di Marsilio Ficino; abbiamo un Platone razionalista, il Platone di Moses
Mendelssohn, e qualche decennio fa ci era stato presentato persino un Platone
kantiano». Tante interpretazioni diverse possono certamente sconcertare.
Senonché, annota Cassirer, «in qualche misura, hanno tutte contribuito
alla comprensione e alla valutazione sistematica dell’opera di Platone.
Ognuna di esse ha fatto cadere l’accento su un certo aspetto presentato
da questa opera, aspetto che è potuto venire in rilievo solamente grazie
ad un complesso processo intellettuale». E c’è da badare
qui a quella che Gadamer ha chiamato la storia degli effetti (Wirkungsgeschichte):
un’idea, una teoria, un’opera d’arte, una istituzione hanno
spesso conseguenze o effetti che l’autore dell’opera d’arte
o l’inventore della teoria non potevano vedere. Per cui l’interprete
che legge l’opera ad una certa distanza temporale dalla sua nascita,
capisce dell’opera più del suo autore. L’autore di un’opera,
dice giustamente Gadamer, è un elemento occasionale. Cosa questa già
vista da Kant, il quale, parlando di Platone, ha scritto nella Critica della
ragion pura: «Non è per nulla raro che, esaminando le idee espresse
da un autore su ciò che ha fatto, ci si accorga di comprenderlo meglio
di quanto egli non abbia compreso se stesso. Le sue concezioni non essendo
sufficientemente precise, spesso egli ha parlato e perfino pensato in modo
contrario alle sue intenzioni».
A questo punto, di fronte alla molteplicità delle interpretazioni che
dei fatti del passato si propongono dalla prospettiva di un presente in costante
mutamento, qualcuno si chiederà: e quale validità potranno mai
avere queste diverse interpretazioni? Non si cade così nel pantano
del soggettivismo e del relativismo più spinto, dove ognuno presume
di avere ragione? Ebbene, di fronte a queste conclusioni occorre procedere
con cautela. Innanzitutto, anche nella storia delle scienze fisiche abbiamo
teorie che, via via, si susseguono nel tempo e teorie in contrasto nello stesso
tempo sulle stelle, sull’atomo, sulla digestione, sul movimento, il
calore, eccetera. Forse per questo il fisico naturalista è un soggettivista
o un individuo che sta affondando nel pantano del relativismo? Le teorie fisiche
sono relative allo stadio della conoscenza (fatti assodati, strumenti, ipotesi
ben controllate, eccetera) raggiunto in un certo periodo; sono relative a
questo stato e stadio della conoscenza, ma non soggettive o campate per aria.
Parimenti, nella ricerca storica non tutte le ipotesi o interpretazioni hanno
lo stesso valore, supposto che siano empiricamente controllabili. Ci sono,
infatti, interpretazioni o ipotesi che non sono in armonia con le testimonianze
esistenti; esistono ipotesi che per non venir eliminate, vengono sorrette
da ipotesi ad hoc; ci sono ipotesi o interpretazioni che non riescono a integrare
in un tutto coerente un certo numero di fatti che, invece un’altra ipotesi
riesce facilmente a spiegare. Su di un medesimo evento ci sono ipotesi diverse,
supportate dai fatti, e tutte possono condividere, anzi possono sostenersi
a vicenda parlando di aspetti differenti di quell’evento. E se ci sono
ipotesi contraddittorie che tentano di spiegare il medesimo problema, questo
non deve scandalizzare nessuno, poiché si tratta di una situazione
che può presentarsi anche in fisica. Quando due teorie sono incompatibili,
aspettiamo che emergano fatti che possano decidere a favore dell’una
o dell’altra o contro tutte e due. Dunque: mutano le teorie sia nella
ricerca fisica sia in quella storiografica. Avere a disposizione più
teorie che permettano di farci vedere aspetti diversi di un evento, che tentino
di scartare le teorie vigenti, non è una miseria, ma una ricchezza.
Una ricchezza cui contribuiscono la tenacia e l’intelligenza di una
generazione dopo l’altra. [...]
Problemi
e congetture
La
ricerca scientifica [...] comincia con problemi, e progredisce con la scoperta
di problemi più profondi. Problemi da risolvere attraverso la formulazione
– l’invenzione – di ipotesi, cioè di congetture o
teorie. E quel che vale per la ricerca in fisica o in biologia vale pure per
la ricerca storica. «Il fatto è – sentenzia Lucien Febvre
– che porre un problema significa esattamente cominciare e finire ogni
storia. Senza problemi, niente storia. Solo narrazione, compilazione».
Uno studio scientificamente condotto implica due operazioni, «le stesse
che si trovano alla base d’ogni lavoro scientifico moderno: porre problemi
e formulare ipotesi. Due operazioni, dice Febvre, che agli uomini della mia
età venivano già denunziate come le più pericolose di
tutte. Perché porre problemi o formulare ipotesi significava nient’altro
che tradimento. Far penetrare nella cittadella dell’oggettività
il cavallo di Troia del soggettivismo…».
Senza problemi e senza ipotesi non esiste ricerca, non c’è ricerca
storica. «L’invenzione dev’essere presente dappertutto,
se si vuole che nulla del lavoro umano vada perduto. Elaborare un fatto significa
costruirlo. Se si vuole fornire la risposta a un problema. E, se non c’è
problema, ciò significa che non c’è niente». La
venerabile massima “hypoteses non fingo” è un abbaglio.
Come è un abbaglio il credere di cominciare un lavoro di ricerca da
una osservazione pura e semplice piuttosto che da un problema. In verità,
prosegue Febvre, «se lo storico non si pone problemi, o se, essendoseli
posti, non formula ipotesi per risolverli, ho ragione di dire, in fin dei
conti, che, in fatto di mestiere, di tecnica, di sforzo scientifico, è
piuttosto in ritardo sull’ultimo dei nostri contadini: perché
essi ben sanno che non devono lasciare alla rinfusa le loro bestie nel primo
campo che trovano, perché esse vi pascolino come Dio vuole; ma le installano,
attaccate a un palo e le fanno brucare in un prato piuttosto che in un altro.
E ne sanno il perché».
Non osserviamo a caso, non osserviamo tutto. Osserviamo solo quello che ci
interessa, quel che è rilevante per quelle ipotesi, più o meno
esplicite, formulate per tentare di risolvere i nostri problemi. È
qui la radice del principio per cui «la storia è scelta. Non
arbitraria, ma preconcetta». Lo storico sceglie i suoi fatti. E a tal
fine servono «ipotesi, programmi di ricerca, teorie». Di fatti,
senza una teoria prestabilita, senza una teoria preconcetta, non esiste la
possibilità di un lavoro scientifico. La teoria – costruzione
dello spirito che risponde al nostro bisogno di capire – è l’esperienza
stessa della scienza». Quando non si sa cosa si cerca, non si sa cosa
si trova. Lo storico, afferma Bloch, ragiona come il biologo, come il fisico.
E «poco importa che l’oggetto originale sia per sua natura inaccessibile
alla sensazione, come l’atomo la cui traiettoria è visibile nel
tubo di Crookes, o che esso sia divenuto tale soltanto oggi, per effetto del
tempo, come la felce, morta da millenni, la cui impronta rimane sul blocco
di carbon fossile, o come le solennità cadute da lunghissimo tempo
in disuso che si vedono istoriate sui muri dei templi egizi. In ambedue i
casi, il processo di ricostruzione è lo stesso e tutte le scienze ne
offrono molteplici esempi». Non c’è osservazione passiva.
È lo storico che pone domande al passato, che seleziona i fatti. E
li seleziona in base ai suoi preconcetti e alle sue teorie. Lo storico, insomma,
lavora come il fisico. E il metodo dell’uno e dell’altro consiste,
fondamentalmente, nel porre domande e nel tentare di dare a queste la risposta.
E come la fisica, anche «la storiografia è una scienza in sviluppo
nel senso che cerca continuamente di giungere a una conoscenza più
ampia e più profonda del corso degli eventi, che è a sua volta
in sviluppo».
Congetture
e confutazioni
«Il
vero progresso – scrive Marc Bloch – si compì quando il
dubbio divenne “esaminatore”». Le ipotesi, insomma, attraverso
le quali lo storico cerca di rispondere ai suoi problemi, devono venir controllate.
Scriveva Pasquale Villari già nel 1984 – in un saggio significativamente
intitolato La storia è una scienza? – che «a ritrovare
lo spirito dei fatti, per poi esporli con verità, occorre quasi una
creazione poetica; esso si scopre e si riproduce solamente con la fantasia,
che nello storico deve essere diretta, frenata, corretta dalla esperienza,
dalla realtà». Le ipotesi, dunque, devono venir controllate.
Ma per venir controllate di fatto, devono essere controllabili di principio.
«Non si ha diritto di presentare una affermazione – scrive sempre
Bloch – se non a condizione che possa essere verificata». E il
valore di una conoscenza si può misurare «dalla sua premura di
offrirsi in anticipo alla confutazione». Solo lavorando con ipotesi
controllabili, e cercando di confutarle, le forze della ragione potranno riportare
vittorie. Come il giudice, anche lo storico deve essere imparziale, deve cercare
l’onesta sottomissione alla verità. E a tal fine lo studioso
serio «registra, anzi, meglio, provoca l’esperienza che forse
capovolgerà le sue più care teorie». La storiografia,
in breve, è scienza perché lavora con teorie falsificabili,
con teorie controllabili, con teorie cioè rovesciabili dall’esperienza,
dai fatti, dai documenti vagliati. Ed è così allora che capiamo
come la disputa su diverse ipotesi, su differenti interpretazioni di un documento
non è la miseria di una corporazione che non possiede la verità,
ma è l’anima della scientificità del suo lavoro. È
in questo modo che comprendiamo come la molteplicità di congetture,
proposte quali tentativi di soluzione dei problemi, non è miseria ma
ricchezza: ricchezza di “mutazioni” intellettuali, tra le quali
– se c’è – la critica potrà scegliere quella
che, all’epoca, parrà la migliore. In realtà – afferma
Febvre, «all’origine di ogni acquisizione intellettuale c’è
il non-conformismo. I progressi della Scienza sono frutti della discordia.
Come avviene per le eresie che nutrono, sostanziano le religioni: oportet
haereses esse».
“Come posso sapere ciò che sto per dire?”: è questa
la domanda che deve porsi chi propone congetture storiche. E il lavoro di
ricerca con le sue conferme, ma anche con le sue smentite, è un lavoro
certamente tortuoso, ma anche affascinante. «Lo spettacolo della ricerca,
con i suoi successi e le sue traversie, raramente stanca. Il bell’e
fatto, invece, provoca gelo e noia». Il passato è, per definizione,
un dato non modificabile. «Ma la conoscenza del passato è una
cosa in fieri, che si trasforma e si perfeziona incessantemente». E
questa conoscenza in fieri, in divenire, sale uno dopo l’altro i suoi
gradini, «con la magnifica certezza di non potere mai giungere sul sommo
delle sommità, sulla cima da cui si veda l’aurora nascere dal
crepuscolo». La verità non è un possesso, è un
processo; viene continuamente costruita.[...]
Il
metodo scientifico è unico ed è il metodo dell’apprendimento
per tentativi ed errori
Lo
storico, dunque, cerca di risolvere problemi. E fa questo attraverso tentativi
ed errori, per mezzo di congetture e confutazioni. Egli, come ha ripetuto
pure Salvemini, procede allo stesso modo di qualsiasi altro scienziato: scatenando
la fantasia creatrice di ipotesi e mettendo successivamente alla prova queste
ipotesi.
Nonostante la lunga storia di quel Methodenstreit che ha visto tutta una serie
di tentativi – da Dilthey fino alla Scuola di Francoforte – tendenti
a negare l’unità del metodo scientifico, oggi appare sempre più
palese che lo storico lavora, appunto, con quell’unico metodo (problemi
– congetture – confutazioni) con cui lavora qualsiasi altro ricercatore:
il metodo del tentativo e dell’errore. È questo il metodo del
clinico che formula diagnosi e le va a controllare su batterie di prove (sintomi,
radiografie, esiti di analisi, decorso di terapie, eccetera). È il
metodo del critico testuale che prova le sue congetture su testi e contesti.
È il metodo del traduttore e dell’ermeneuta che, sempre sul testo
e contesto, confermano o smentiscono le loro interpretazioni (ogni traduzione
è un’interpretazione). È il metodo del fisico e del biologo.
La realtà è che il metodo della ricerca è unico. Quel
che varia, a seconda dei problemi e delle teorie, sono le tecniche di prova,
le cosiddette metodiche (osservazioni al telescopio per l’astronomo;
osservazioni al microscopio per il biologo, test per la psicologia; inchieste
per la sociologia, eccetera). E che il metodo della ricerca storica sia lo
stesso di quello delle altre scienze è stato riconosciuto da quegli
storici che, per esempio, come Febvre, Bloch o Salvemini avevano una certa
dimestichezza con la metodologia della scienza fisica. La scienza cresce per
tentativi ed errori; attraverso schemi che spiegano fatti e fatti che distruggono
schemi che, così, vanno sostituiti. E la mente umana cresce così
come cresce la scienza. Per questo, sono nel giusto i Nuovi Programmi quando,
a proposito della Storia, sostengono che: «la didattica della Storia
dovrà avvalersi per quanto lo consente l’età e la concreta
situazione scolastica, delle modalità della conoscenza storiografica,
recuperandone gli itinerari fondamentali: dalla formulazione delle domande
al reperimento di fonti pertinenti, alla analisi e discussione della documentazione,
al confronto critico fra le diverse risposte».
(Estratto da Introduzione alla metodologia della ricerca,
Rubbettino, Soveria Mannelli 2005)
Dario Antiseri, docente di Metodologia delle Scienze sociali e direttore del
Centro di metodologia delle Scienze sociali alla luiss Guido Carli di Roma.
(c)
Ideazione.com (2006)
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