A lungo la figura di Carlo
Emilio Gadda ha occupato un proprio specifico posto nella storia della letteratura
italiana soprattutto in virtù dello stile delle sue opere. Plurilinguismo,
pluristilismo, mescolanza di gerghi e registri, pastiche sono le categorie
maggiormente applicate a questo autore, che per il critico Gianfranco Contini
sarebbe stato uno degli ultimi anelli della catena della celebre funzione
lombarda. Insomma, la grandezza di Gadda è stata a lungo vista soprattutto
come quella di un abilissimo e raffinatissimo funambolo della parola. In tempi
più recenti, tuttavia, si è posto l’accento anche su un
altro aspetto del suo lavoro e Gadda ha incominciato a profilarsi altresì
come un interessantissimo scrittore realista. Si è compreso, cioè,
come spesso certa critica, abbagliata dalla forma, avesse un po’ trascurato
il contenuto.
Letto in quest’ottica, Gadda appare come uno straordinario scrittore
realista, notevole pittore della borghesia: lombarda prima (all’altezza
del primo, sorprendente romanzo, La meccanica, risalente agli anni tra il
1924 e il ’28, ma edito soltanto nel 1970; de La cognizione del dolore,
1963, ma già pubblicato in parte su Letteratura negli anni dal 1938
al 1941; e dei racconti della raccolta L’Adalgisa. Disegni milanesi,
1944) e romana poi (nel romanzo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana,
pubblicato sempre su Letteratura nel 1946-47 e poi in volume nel 1957). In
questi testi Gadda da un lato scava nelle proprie personali nevrosi, dall’altro
non rinuncia a un’approfondita analisi della realtà sociale.
In tal modo riesce a essere uno scrittore sia tragico che comico, ingegnere
e letterato.
Per capire la sua peculiare posizione, letteraria e ideologica, è necessario
ricordare rapidamente quali furono i tempi in cui visse e operò. Gadda
era nato nel 1893 e dunque da adolescente aveva avuto modo di percepire la
crescita vorticosa, convulsa della sua città, Milano, in quegli anni
in preda a un rapido processo di industrializzazione e modernizzazione. Sempre
da ragazzo, sul piano culturale, assiste alla diffusione del movimento futurista
e delle sue idee, mentre su quello politico non manca di prendere parte in
prima persona al dibattito sull’interventismo, alla vigilia dell’entrata
in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale.
La
Caporetto dell’idealismo eroico
Gadda
fu interventista, come lo furono molti studenti borghesi suoi coetanei. Nel
1915, dunque, interrompe l’università (si era iscritto a ingegneria,
per volere della madre, nonostante gli fosse già allora chiara la vocazione
letteraria) e parte volontario per il fronte. In quell’esperienza egli
riponeva molteplici speranze, sia sul piano sociale (il sogno di una vita
civile più ordinata, che nelle sue aspettative sarebbe dovuta scaturire
dall’esito della guerra) sia su quello personale (ipotizzando un superamento
delle proprie frustrazioni). La sua aspettativa era quella della possibilità
dell’eroismo: sottrarsi a un’esistenza sterile, prosastica. Ma
non si trattava tanto di un eroismo nietzschiano, dannunziano, superomistico.
Era fondato piuttosto su quelle virtù borghesi di ordine, dovere e
disciplina nelle quali il giovane Gadda credeva sinceramente.
L’esperienza bellica rappresenterà invece un trauma insanabile
e determinerà una cocente disillusione: la disorganizzazione, il caos,
l’inefficienza dell’apparato militare – i soldati malamente
equipaggiati e demoralizzati; i generali che danno ordini inutili dalle retrovie
senza conoscere nel concreto la situazione dello scontro (questo e altro nelle
pagine del Giornale di guerra e di prigionia, pubblicato nel 1955) –
saranno per lui il correlativo oggettivo del proprio stato di insoddisfazione
personale. A ciò si aggiungano la morte in guerra del fratello e, dopo
Caporetto, la detenzione in Germania.
La guerra avrebbe dovuto costituire per Gadda il banco di prova delle sue
idee; essa rappresenterà invece la prova più eclatante dello
scarto tra ideali e realtà, tra sogni e verità. Prima pensava
all’Italia come a una nazione fondata sui valori dell’ordine,
dell’operosità, della filantropia, della concordia civile, della
solidarietà e dell’armonia tra le diverse classi sociali, cresciuto
com’era nel mito di una Milano capitale morale del paese, in un clima
di ottimismo positivista che faceva del volere è potere il proprio
motto. Invece in guerra si accorge che non c’è comunione, che
sono pochi quelli che condividono praticamente i suoi stessi valori. Da tenente
intuisce che la truppa, i soldati semplici, spesso poco istruiti se non addirittura
analfabeti, vivono quell’esperienza nella più totale alienazione.
Ma se la prende soprattutto con i comandanti, lontani dalla guerra reale.
«I nostri uomini» scrive nel Giornale di guerra e di prigionia
«sono calzati in modo da far pietà: scarpe di cuoio scadente
e troppo fresco per l’uso, cucito con filo leggero da abiti anzi che
con spago, a macchina anzi che a mano. Dopo due o tre giorni di uso si aprono,
si spaccano, si scuciono, i fogli delle suole si distaccano nell’umidità
l’uno dall’altro. Un mese di servizio le mette fuori d’uso.
Questo fatto ridonda a totale danno oltre che dell’economia dell’erario,
del morale delle truppe costrette alla vergogna di questa lacerazione, e,
in guerra, alle orribili sofferenze del gelo! Quanta abnegazione è
in questi uomini così sacrificati a 38 anni, e così trattati!
Come scuso, io, i loro brontolamenti, la loro poca disciplina! Essi portano
il vero peso morale della guerra, peso morale, finanziario, corporale, e sono
i peggio trattati». Ma se giustifica la truppa, non risparmia gli ufficiali
e i politici, compreso il sovrano, con parole scoppiettanti di invettiva che
fanno presagire il successivo sperimentatore stilistico: «Chissà
quelle mucche gravide, quegli acquosi pancioni di ministri e di senatori e
di direttori e di generaloni: chissà come crederanno di aver provveduto
alle sorti del paese con i loro discorsi, visite al fronte, interviste, eccetera.
Ma guardino, ma vedano, ma pensino come è calzato il 5° Alpini!
Ma Salandra, ma quello scemo balbuziente d’un re, ma quei duchi e quei
deputati che vanno “a veder le trincee”, domandino conto a noi,
a me, del come sono calzati i miei uomini». E ancora: «Asini,
asini, buoi grassi, pezzi da grand hôtel, avana, bagni; ma non guerrieri,
non pensatori, non ideatori, non costruttori; incapaci di osservazione e d’analisi,
ignoranti di cose psicologiche, inabili alla sintesi; scrivono nei loro manuali
che il morale delle truppe è la prima cosa, e poi dimenticano le proprie
conclusioni».
Le spinte eroiche da cui Gadda era partito in divisa si infrangono drammaticamente
contro una realtà decisamente antieroica, addirittura meschina. Lo
studente di ingegneria che a ventidue anni era andato volontario al fronte
vedendo nella guerra una possibilità per portare a compimento il processo
risorgimentale (quasi una quarta guerra d’Indipendenza) ora realizza
che non c’è più spazio per le idealità. Per lui
Caporetto segnerà non solo quella drammatica sconfitta che conosciamo
dai libri di storia, ma proprio il crollo di tutta una serie di idealità
a cui era stato profondamente attaccato. È la disfatta di tutto quanto
aveva imparato e assimilato dai suoi padri lombardi: i Parini, i Porta, i
Cattaneo, i Tessa.
Da questo punto in poi la narrazione, il lavoro di scrittore, sarà
per lui lo strumento principe per un riscatto e per una vendetta (sono termini
gaddiani). Dopo la guerra vorrà essere il Robespierre della borghesia
milanese. Una borghesia dalla quale si sente tradito, nella misura in cui
essa ha dimostrato di infischiarsene degli ideali che egli invece le attribuiva.
Guardandosi intorno, Gadda vede infatti facilmente il profitto degenerare
da mezzo a fine, vede la volgarità degli arricchiti, non può
ignorare la crescente massificazione economica e sociale legata all’industrializzazione
e si accorge che le belle parole spesso coprono ipocritamente realtà
molto meno gradevoli.
Ritratti
impietosi della borghesia milanese d’inizio secolo
Da
qui l’idea di rappresentare, con il veleno corrosivo del sarcasmo, quella
borghesia in cui era cresciuto. In realtà non ci darà quel romanzo
tradizionale che aveva immaginato, ma soltanto dei racconti, che però,
letti di seguito, ci offrono un quadro più ampio di quella realtà
sociale. Sono i disegni milanesi de L’Adalgisa (1944), impietoso ritratto
della borghesia milanese di inizio secolo. Non un affresco compiuto, dunque,
ma frammenti e suggestioni. Con tutta una galleria di personaggi tipici di
quel mondo che l’autore intende mettere alla berlina: dall’ex
cantante popolare che è riuscita ad accasarsi bene a chi le invidia
la nuova posizione, domestiche brianzole di dubbia moralità, vedove
più o meno vereconde, zii preti, mature matrone, bisnonne ottantaquattrenni,
donne diplomate cuoche e allevatrici di polli alla Scuola delle Massaie...
I buoni, vecchi miti lombardi – la famiglia, l’economia, la cultura
– vengono impietosamente frantumati, ma senza che ad essi ne subentrino
altri, di matrice progressista. Anzi, ad un’ideologia che di lì
a poco esalterà i valori palingenetici che infarciscono buona parte
della narrativa neorealista, Gadda continuerà ad opporre la fiducia
nell’autonomia del fatto letterario e della scrittura, insieme alla
rivendicazione di una società ordinata e coesa.
Due disegni de L’Adalgisa – “Strane dicerie contristano
i Bertoloni” e “Navi approdano nel Parapagàl” –
confluiranno ne La cognizione del dolore, di cui costituiranno due capitoli.
Qual è la novità di quest’opera? Gadda lascia l’ambientazione
cittadina per una villa brianzola. Il rapporto tra madre e figlio, nella vita
dell’autore e nel romanzo, dà origine a una nevrosi, privata,
psicanalitica. La famiglia e la proprietà potrebbero rappresentare
un appiglio, un punto fermo, una fonte di sicurezza materiale e psicologica.
Ciò non accade perché queste due realtà vengono messe
in discussione, se non profanate. Ma non c’è populismo nell’atteggiamento
di Gadda: il popolo, il proletariato, le classi subalterne sono anch’esse
rappresentate senza simpatia, anzi spesso in forme degradate. Sotto la spolveratura
sudamericana, si vede con una certa chiarezza la società lombarda degli
anni Trenta, con le tutte sue specifiche fattezze, magari solo un po’
deformate dai toni sarcastici e grotteschi. Nel mettere in forse la realtà,
la stabilità, la serietà della famiglia, Gadda, novello Freud,
sa che sta andando a toccare pericolosamente un nervo scoperto della società
italiana del tempo. Poiché un certo Benito Mussolini non ama molto
la psicanalisi e della retorica della famiglia ha fatto uno dei punti cardine
del suo programma di rinnovamento morale del paese.
Ma qual è, più in generale, l’atteggiamento di Gadda nei
confronti del fascismo? Inizialmente egli aveva nutrito una certa simpatia
nei confronti del nascente movimento fascista, poiché, all’indomani
della fine della prima guerra mondiale, vi aveva visto una possibilità
di rinascita del paese e anche un nuovo sostegno a quegli ideali di ordine
e disciplina che per lui rappresentavano la base per una corretta ed efficiente
convivenza civile. Presto, però, si era reso conto di come i proclami
del Duce nascondessero una realtà ben diversa. La simpatia cambierà
di segno e diventerà avversione. Come possiamo vedere bene in Quer
pasticciaccio brutto de via Merulana, ambientato nella Roma del ’27,
all’indomani delle cosiddette “leggi fascistissime” del
’26: «Erano i primi boati, i primi sussulti, a palazzo, dopo un
anno e mezzo de novizzio, del Testa di Morto in stiffelius, o in tight: erano
già l’occhiatacce, er vommito de li gnocchi: l’epoca de
la bombetta, de le ghette color tortora stava se po dì e conclude:
co quele braccette corte corte de rospo, e queli dieci detoni che je cascaveno
su li fianchi come du rampazzi de banane, come a un negro co li guanti. I
radiosi destini non avevano avuto campo a manifestarsi, come di poi accadde,
in tutto il loro splendore».
In questo romanzo – che vede un inaspettato recupero della lezione manzoniana:
un narratore-giudice onnisciente che supervisiona un tentativo di rappresentazione
sociale totale (quello, insomma, che a Gadda non era riuscito con i “disegni”
de L’Adalgisa) – le invettive contro la dittatura mussoliniana
saranno tanto più violente quanto più a lungo lo scrittore aveva
creduto che grazie al fascismo si sarebbe finalmente realizzato quell’ordine
in grado di risolvere i problemi del paese. Nel ’26 Mussolini comincia
a impartire disposizioni per la stampa, volte, tra l’altro, a minimizzare
i fatti di cronaca nera. E l’autore del Pasticciaccio commenta: «Delitti
e storie sporche erano scappati via per sempre da la terra d’Ausonia,
come un brutto sogno che se la squaja». Nessuno dei miti mussoliniani
resiste alla scure gaddiana: la battaglia demografica, la tassa sul celibato,
la battaglia del grano, i treni sempre puntuali, il fascio littorio e il manganello
educatore. Ma c’è, più sottile, un implicito parallelismo
tra l’assassinio Balducci, nucleo tematico del romanzo, e quel più
grande delitto che è stato il fascismo.
Con il suo consueto understatement, dirà in un’intervista: «Siccome
il romanzo s’immagina si svolga nel ’27, io non ho potuto non
fare qualche accenno climatico, in senso molto lato, però: ma concentrato
sul responsabile principale della politica di quel momento e questo anche
per un rispetto a quanti potessero essere in buona fede (rispetto all’idea
di paria) e a quanti vengono sacrificati in simili occasioni». E continua,
parlando di sé in terza persona: «Il Gadda stesso chiede come
attenuante alla sua asprezza di giudizio il pensiero che lo angoscia delle
sofferenze, dei sacrifici, che tutto il popolo italiano ha dovuto sopportare
in conseguenza degli irreparabili errori del Responsabile di quella politica.
Si pensi ai morti, ai fucilati... Il Duce si è permesso il lusso di
dichiarare guerra all’Albania, alla Turchia, alla Francia, all’America,
alla Russia! Questo non può essere scambiato per genio politico: il
Conte di Cavour si fece dichiarare guerra: dall’Austria nel ’59»
(“Per favore, mi lasci nell’ombra”. Interviste 1950-1972).
Un
conservatore che non amava il fascismo
L’ordine
apparente del fascismo contrasta con il suo sostanziale disordine, come quando
si mette la spazzatura sotto il tappeto. Ed è per questo che Gadda
quel periodo non lo ama affatto. Non lo ama, ma da destra, al pari di altri
scrittori conservatori (Montale in primis), che del moderno fascismo esprimeranno
soprattutto un rifiuto estetico da antimoderni. Perché Gadda è,
nell’intima sua essenza, soprattutto un uomo d’ordine. Paradossalmente
anche sul piano stilistico. La sua frustrazione nasce dal fatto che intorno
a sé vede una realtà estremamente disordinata. Da qui la rabbia
di chi è costretto a rappresentare il caos, pur volendo, di suo, offrire
una raffigurazione ben più precisa. E se il mondo è barocco,
la scrittura dovrà adeguarsi ai barocchismi di ciò che va a
raccontare. Una volta Gadda ebbe modo di definirsi «minimo Zoluzzo di
Lombardia», alludendo allo scrittore francese Émile Zola, spiegando
però subito dopo: «È irridente allusione dell’autore
a se medesimo, non certo all’ingegno, all’arte, allo spirito veridico,
al valore documentario, alla immane fatica di Emilio Zola» (“Per
favore, mi lasci nell’ombra”. Interviste 1950-1972). Del quale,
tuttavia, Gadda, in qualche modo, avrebbe voluto proseguire il lavoro, seppure
al di qua delle Alpi. Ma è impossibile essere uno scrittore realista
se la realtà, questa realtà, appare, il più delle volte,
irreale. O meglio, se la realtà è delirante, la fotografia che
da buon post-naturalista egli vuole scattare non potrà che essere mossa,
sfocata. Così è, nel Pasticciaccio, l’istantanea del fascismo:
ridicola caricatura dei suoi stessi ideali.
Va però sottolineato un dato non di poco conto. Tutto quanto Gadda
andrà dicendo contro Mussolini e la sua dittatura verrà scritto
e pubblicato soltanto dopo il ’45. Per tutti gli anni in cui il Duce
arringava le folle dal balcone di Palazzo Venezia, il conformismo legittimista
dell’ingegnere lombardo non fece una grinza. Anzi, in diversi articoli
di giornale scritti negli anni Trenta egli non mancò di parlar bene
del regime. Insomma, Gadda non fu antifascista, se non post eventum. Ma se
il Pasticciaccio aveva dato la stura ai suoi risentimenti, a lungo covati
in silenzio, nei confronti del fascismo, sarà il violento libello Eros
e Priapo (pubblicato parzialmente su Officina nel 1955 e integralmente in
volume soltanto nel 1967, anche se molto probabilmente era stato scritto negli
anni dell’immediato dopoguerra) a dar conto con precisione della sua
valutazione ideologica di quell’esperienza storica. Il fascismo vi viene
rappresentato come una grottesca esibizione narcisistica di virilità.
Anche qui gioca un ruolo fondamentale la psicanalisi: una virilità
che, persi i freni inibitori, si fa violenza, sopraffazione. L’italica
nazione è vista come una donna in preda alla ninfomania per il suo
capo, quel Duce apostrofato con epiteti non certo lusinghieri, come, del resto,
accadeva già nello stesso Pasticciaccio: «rachitoide acromegalico»,
«Mascellone», «Emiro col fez e col pennacchio», «Facciaferoce»,
«Predappiofezzo», «Caciocavallo», «Merdonio»,
«Merda», «defecato maltonico»...
Ma il sottotitolo dell’opera, concepita come un trattatello cinquecentesco
alla Machiavelli, spiega l’alternarsi degli stati d’animo dell’autore:
“Da furore a cenere”, recita infatti. Se nella prima delle due
parti in cui è suddiviso il testo, scritta a caldo nell’immediato
dopoguerra, appena conclusosi il ventennio, lo scrittore vuole sfogare «il
dolore e la bile», nella seconda, più meditata, egli si propone
di analizzare in maniera scientifica e distaccata quegli stessi argomenti,
seppure la valutazione non è propriamente politica, ma semmai moralistica.
«Il furore», ebbe modo di dichiarare, «è di chi pervenne
in cinque lustri, nei tumulti e nello strazio di una gente, al dominio dittatorio:
e al teatrale e fanfaronesco usufrutto di esso in altri cinque. Il furore
è del de quo e di tali o tali altri de quibus. La cenere o le ceneri
son quelle dei sacrificati e dei martiri: e delle rane scoppiate con inturgidirsi
a bovi: rana rupta et bos, Fedro, libro I, 24» (“Per favore, mi
lasci nell’ombra”. Interviste 1950-1972).
L’inaspettata citazione dell’autore latino ci riporta a un dato
che non dobbiamo sottovalutare: la formazione classica, l’istanza letteraria
quale dimensione centrale nel lavoro di Gadda, ben più che quella politica.
Ci si sarà resi conto a questo punto di come se di una militanza di
Gadda si può, almeno lato sensu, parlare, lo si possa fare soltanto
attraverso un grandangolo prettamente letterario e in un’ottica legata
soprattutto alla letteratura. Letteratura che diventa il vero, unico mondo
dell’ingegnere milanese. Detto altrimenti, i temi del potere politico,
dei rapporti tra questo potere da una parte e gli intellettuali e gli scrittori
dall’altra, dell’impegno del letterato così come veniva
codificato dal modello sartiano non sembrano interessare più di tanto,
in maniera diretta ed esplicita, la riflessione gaddiana.
Un
militante della letteratura
I
pochi interventi militanti dello scrittore riguardano più la letteratura
che la politica e andranno quindi ricercate tra le righe della sua opera creativa
– come abbiamo cercato di fare qui – le tracce di una sua posizione
politica, o quanto meno ideologica. Altri letterati più o meno contemporanei
a Gadda – come ad esempio Vittorini, Moravia, Pratolini, Bilenchi, Calvino
– hanno fatto di questa interrogazione delle ragioni ideologiche della
scrittura un punto fondante del loro programma. Gadda, invece, no. Anzi, manifesta
una certa insofferenza rispetto a quei letterati troppo vicini al potere o,
come si diceva allora, troppo impegnati: «La chiaroveggenza, o per più
esatto dire nebuloveggenza verbosa d’alcuni tipi di scrittore, guidò
l’idolatria umana, che d’un idolo, come del suo priapo, non può
varcare un istante, a foggiarsi il figurino del “vate”. [...]
Prendeva paga il 27, era paragonato a un combattente: la vita a una battaglia.
Non si sapeva bene contro chi avesse combattuto: magari contro il Papa, a
parole, e stando di casa, beninteso, fuori dagli Stati del Papa: magari contro
un qualche povero diavolo che scriveva frasi a sua volta, giuppersù
dello stesso peso delle sue, o dei versi, non molto più enfatici né
molto più minchioni dei suoi stessi. Il combattente non aveva mai preso
parte a un combattimento di quelli dove fischiavano le cosiddette palle»
(Come lavoro, in I viaggi la morte). E, venendo a tempi più recenti,
anzi contemporanei, nel rispondere a un’inchiesta di Carlo Bo sul neorealismo,
non manca di sottolineare come non ami troppo neanche quei suoi colleghi che
basano la propria poetica sull’idolatria degli eventi: «Cose,
oggetti, eventi, non mi valgono per sé, chiusi nell’involucro
di una loro pelle individua, sfericamente contornati nei loro apparenti confini
(Spinoza direbbe modi): mi valgono in una aspettazione, in un’attesa
di ciò che seguirà, o in un richiamo di quanto li ha preceduti
e determinati. Nella “poetica del neorealismo”, quale mi si è
rivelata da alcuni esempi, direi che ogni fatto, ogni quadro è (cioè
riesce ad essere) nudo nocciolo, è (cioè riesce ad essere) grano
di un rosario dove tutti i grani sono giustapposti ed eguali di fronte all’urgenza
espressiva». E aggiunge poco oltre: «Vorrei, dunque, che la poetica
dei neorealisti si integrasse di una dimensione noumenica, che in alcuni casi
da me considerati sembra alquanto difettarle» (Un’opinione sul
neorealismo, in I viaggi la morte).
Ciò non significa che l’opera di Gadda non presenti questioni
ideologiche. Ma probabilmente lo fa più a livello di etica che di politica.
Etica che si lega strettamente a un programma estetico: «Quando scriverò
la Poetica, dovrà, ognuno che si proponga d’intenderla, rifarsi
dal leggere l’Etica: e anzi la Poetica sarà poco più che
un capitolo dell’Etica: e questa deriverà dalla Metafisica».
L’etica gaddiana è, in primis, un’etica della scrittura,
che professa avversione alla falsità, all’ipocrisia, alle mistificazioni
della parola. Letteratura come denuncia, svelamento: “Io voglio, in
questo tema e nelle sue variazioni, farne ridesti a un pericolo che sapete
benissimo e pure siete adusati a mettere per una cagione o per l’altra,
in non cale: la parlata falsa ne falsifica l’animo e quasi pone in un
tremito la mano che regge, di ogninduno di noi, la barra del suo governacolo
contro all’onda traversata dal destino» (Meditazione breve circa
il dire e il fare, in I viaggi la morte).
Così Gadda appare quale figura davvero unica nel panorama della letteratura
italiana del Novecento, non solo per il suo stile, ma anche per l’originalità
dell’intreccio tra ragioni letterarie e motivazioni morali. Un po’
come il suo Manzoni, del quale aveva scritto nel suo primo saggio, uscito
su Solaria nel ’27 (significativamente intitolato Apologia manzoniana):
«Egli volle parlare da uomo agli uomini, come, a lor modo, parlarono
tutti quelli che ebbero qualche cosa di non cretino da raccontare».
Come a dire: in maniera schietta, senza paraocchi ideologici.
Roberto Carnero, docente di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università
Statale di Milano.
(c)
Ideazione.com (2006)
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