Già settant’anni
fa, Joseph Alois Schumpeter si chiedeva come reagire al declino a cui sembrava
condannata la Vecchia Europa. Allora si preferiva parlare di stagnazione secolare,
ma l’analisi era simile a quella che oggi ricorre. In primo luogo tassi
di crescita della produzione prossimi allo zero, e soprattutto ben inferiori
a quelli messi a segno dalle economie dell’Est (ieri quella sovietica,
oggi quella cinese). In secondo luogo, la percezione delle economie dell’Est
come minaccia per l’assetto economico europeo (ieri, per la pressione
interna esercitata dai movimenti socialisti e comunisti sui governi, oggi,
per la liberalizzazione del commercio mondiale).
Per uscire dalla stagnazione, Schumpeter propone una strada verso lo sviluppo
fondata su tre pilastri: le regole, l’imprenditore, la banca. Ovvero:
una concorrenza ben regolata, che favorisca la cooperazione tra imprese ma
che rifugga tendenze stataliste; il rilancio del ruolo sociale dell’imprenditore,
motore dell’innovazione e del progresso; la centralità della
banca per un accesso efficace al mercato dei capitali da parte dell’impresa.
Nella chiacchiera attuale sul declino, non è facile trovare una posizione
così ricca, e al tempo stesso così chiara e attuale. Quasi sempre,
in Italia si finisce infatti a parlare solo delle regole, nell’errata
convinzione che solo ad esse attengano le scelte della politica. Capita così
che anche due proposte di ampio respiro siano ricondotte, nel dibattito pubblico,
alla vecchia antinomia tra liberismo e protezionismo (oggi battezzato, con
un certo vezzo, colbertismo). Parliamo dei due bei libretti che Francesco
Giavazzi e Giulio Tremonti hanno appena pubblicato (Giulio Tremonti, Rischi
fatali, Mondadori, 2005; Francesco Giavazzi, Lobby d’Italia, rcs Libri,
2005).
Pamphlet a tesi quello di Tremonti, raccolta tematica di articoli pubblicati
dal 1997 al 2005 quello di Giavazzi, i due testi meritano di essere letti
assieme per diverse ragioni. L’analisi di partenza: il problema italiano
è parte del più generale problema europeo. La bassa crescita
e la perdita di posizioni nella competizione geo-economica sono collegate
a una regolamentazione eccessiva nel fronte interno. Troppe regole, troppa
burocrazia, depressione dello spirito imprenditoriale.
Il modello di riferimento: gli Stati Uniti, anche se talvolta appare un modello
di maniera. Tremonti ammira gli usa che non hanno paura di proteggersi con
dazi e quote, di sostenere la produzione ricorrendo al debito pubblico, di
ritardare l’apertura del proprio mercato alla Cina. A Giavazzi, invece,
piacciono gli usa in cui i taxi costano meno perché non serve una licenza,
il sistema universitario non perpetua il baronato tramite i concorsi, le banche
sono libere di crescere.
I fili espliciti e impliciti che collegano le due proposte: Tremonti e Giavazzi
si confrontano, si stimano anche quando dissentono. La linea di Giavazzi rispetto
all’azione politica di Tremonti è tutta giocata sull’apertura
di credito e l’attesa delusa, sull’auspicio di radicali azioni
liberalizzatrici e la constatazione delle difficoltà di imporle al
paese (una curiosità: il nome di Tremonti è quello più
citato nel libro di Giavazzi). Tremonti non cita, ma di Giavazzi condivide
l’afflato liberalizzatore nel mercato interno dell’Europa e dell’Italia.
Altri sono i mercatisti suicidi attaccati nel suo pamphlet: intellettuali
e commis di formazione marxista che hanno troppo repentinamente forzato gli
equilibri tra i mercati europei e quelli asiatici.
La contingenza politica: pubblicati entrambi nel settembre passato, i due
libri ci accompagneranno, con le loro tesi, nella lunga campagna elettorale
che ci attende. Pur nella sua visionarietà, Rischi fatali è
il manifesto di un tremontismo di governo attorno al quale si sta coagulando
la prospettiva della gran parte di Forza Italia, della Lega Nord, e forse
in misura minore anche di Alleanza Nazionale. Lobby d’Italia è
oggi la summa divulgativa del giavazzismo, già adottato come base del
programma economico dalla Rosa nel Pugno, e più in generale punto di
riferimento dei settori riformisti-liberisti dei Democratici di Sinistra e
della Margherita.
La ricchezza delle proposte, che muovono dal tema delle regole (liberismo
versus protezionismo), ma lo integrano aprendo ai problemi già di Schumpeter:
su quali attori economici e sociali scommettere (e quindi su quale constituency
politica puntare), come rilanciare il rapporto tra risparmio e investimento,
tra finanza e impresa. Fin qui le ragioni di una lettura parallela: ma le
strade indicate per reagire al declino, pur intersecandosi, sono diverse.
Le
regole: troppe e troppo poche
Per
Tremonti, l’ultimo decennio è stato caratterizzato da un doppio
movimento. Da una lato la repentina liberalizzazione del commercio mondiale
(1994: accordi wto; 2001: adesione della Cina), che ha accelerato i processi
di globalizzazione. Dall’altro, l’inarrestabile corsa alla regolamentazione
nei mercati interni dell’Unione Europea (gustose le pagine sulle regole
di welfare delle galline o sull’indice rifrattometrico della polpa dei
cocomeri). La qualità e la quantità della regolamentazione sono
elementi fondamentali per la competizione: è pericoloso imporre a se
stessi regole costose da rispettare, e liberarsi da quelle che governano la
competizione con sistemi economici (la Cina) che non ne rispettano alcuna.
È un vero e proprio suicidio farlo repentinamente, senza quel gradualismo
che Tremonti molto esattamente pone al centro della teoria e della pratica
della tradizione liberale. Che fare? Con un uso accorto dell’utopia
come retorica politica, Tremonti lancia un programma in sette punti (chiamiamolo
neo-protezionista, per intenderci) e una provocazione: per cinque anni ogni
iniziativa economica sia libera se non viola il codice penale. Meno regole
verso l’interno, più regole verso l’esterno.
Anche per Giavazzi l’Italia è ingessata dalle regole, ma il bersaglio
è diverso: non la nuova burocrazia europea ma le vecchie corporazioni
italiane, non le direttive sulla produzione agricola ma il proliferare di
albi professionali e di licenze. L’utopia negativa non è il superstato
mercatista che pretende di regolare i bisogni dei cittadini e la loro soddisfazione
secondo un modello astratto di perfezione, ma una comunità neomedievale
fatta di privilegi, storici abusi che diventano legge, corporazioni che perpetuano
nel tempo il controllo sulle decisioni politiche. Non c’è gradualismo
efficace contro questo schieramento di forze: ci vogliono riforme nette, anche
simboliche, che mirino al cuore dei vecchi poteri che bloccano il paese. Bisogna
tagliare il cordone che ancora lega le banche alla politica riformando le
fondazioni; abolire gli ordini professionali e il valore legale del titolo
di studio per creare un mercato libero dei servizi; imporre agli Enti territoriali
la privatizzazione delle imprese controllate e completare la cessione delle
partecipazioni statali.
La
constituency sociale ed economica
Nell’antropologia
economica tremontiana, la figura negativa è il burocrate, il commis
con il suo bagaglio di dogmatismo mercatista. Meno esplicito, ma altrettanto
evidente, è il polo opposto. L’imprenditore, vessato da norme
che gli impongono standard costosi, spiazzato nella competizione con i cinesi,
che non rispettano altre regole se non quelle di una produttività esasperata.
Con l’imprenditore, dalla stessa parte e con lo stesso aleggiante spettro
della povertà, l’operaio. Quando Tremonti invoca dazi e quote
per proteggere transitoriamente l’economia in nome del primum vivere
delle nostre imprese – ammiccando al pragmatismo craxiano, col quale
ha intrecciato una fase del proprio percorso intellettuale e politico –
pare di sentire l’eco delle preoccupazioni non rassegnate dei piccoli
e medi imprenditori (e dei loro operai) che da molti anni ascolta e difende,
e che costituiscono oggi una sua specialissima base di consenso. È
all’imprenditore, e all’imprenditore manifatturiero in particolare,
che Tremonti affida ancora il ruolo di trainare l’Europa e l’Italia.
La terziarizzazione dell’economia non convince Tremonti: una grande
economia avanzata non è solida senza un forte (prevalente?) contributo
dell’impresa manifatturiera, che dà lavoro e sostiene la bilancia
commerciale.
L’economia della produzione trova credito anche nelle pagine di Giavazzi,
ma il modello è diverso: da un lato i notabili della vecchia Italia
che non vuole cambiare, notai, avvocati, banchieri, baroni accademici. Dall’altro,
i tecnici e gli specialisti al servizio della via alta alla competizione:
ricercatori (di formazione rigorosamente scientifica), ingegneri, designer,
fisici dei materiali. A Giavazzi piacerebbe un paese in cui i ventenni ambissero
a progettare i freni della Brembo e non a fare l’avvocato nello studio
del padre. Il giavazzismo considera l’italianità delle imprese
un falso problema: il paese prospera non tanto se proliferano gli imprenditori,
ma i ricercatori e gli ingegneri che permettono alle imprese che operano in
Italia di competere sulla frontiera dell’innovazione, della qualità,
del valore aggiunto, piuttosto che su quella dei volumi e del prezzo.
L’equivoco
bancario
Una
visione critica nei confronti dell’assetto del sistema bancario e finanziario
attuale accomuna le due visioni. Tremonti è meno esplicito, ma c’è
almeno un elemento illuminante: la polemica già richiamata verso l’opzione
della terziarizzazione dell’Europa e dell’Italia. Rischi fatali
liquida senza una vera argomentazione la praticabilità di un percorso
come, ad esempio, quello britannico. Contando, certo, sulla lingua, sulla
tradizione imperiale, sulla City, la Gran Bretagna della Thatcher e di Blair
ha saputo convertirsi da potenza dell’industria a potenza del terziario.
Oggi esporta cultura e servizi finanziari. Uscendo dalle pagine del libro,
e cercando di illuminare con esse la prassi politica (esercizio complesso,
ma ineludibile quando si abbia a che fare con libri-manifesto), è più
facile comprendere perché Tremonti, così attento alla difesa
delle manifatture nazionali, in questi anni non sia stato certo un difensore
delle ragioni delle banche italiane. Non è un caso che il tremontismo
che Giavazzi più ama sia quello sovversivo degli assetti bancari: battaglia
sulle fondazioni; polemica con il Governatore nazionalista; linea liberal
e consumerista sugli investimenti dei risparmiatori (Cirio, Argentina, Parmalat);
spazio all’Antitrust. Giavazzi è se possibile ancora più
critico: in un recente articolo, è arrivato a descrivere i banchieri
italiani come un consesso di volpi che hanno appena visitato i pollai. Certo,
piace l’operazione Unicredit-hvb, piacciono le Generali che crescono
in Cina, ma il giudizio di fondo non muta: il mercato bancario non è
concorrenziale, danneggia i risparmiatori, frena lo sviluppo. La ricetta è
conseguente: rimozione del Governatore, ridimensionamento delle fondazioni,
maggiore concorrenza.
Alla ricerca di una forza economica, di una constituency per reagire al declino,
il tremontismo e il giavazzismo preferiscono affidarsi all’imprenditore
manifatturiero o al tecnico iperqualificato: del banchiere non si fidano.
Una simile scelta deriva, probabilmente, da una prospettiva non interna sul
sistema bancario italiano: esso è già molto più internazionalizzato
e molto più competitivo di quanto possa apparire. In Italia operano
da anni diverse banche straniere, alcune con reti molto rilevanti. La finanza
cosiddetta strategica per le imprese di maggiori dimensioni è di fatto
in mano a banche estere. La quota di capitale di istituti esteri in banche
italiane è allineato ai livelli europei. Che non si tratti di semplici
investimenti finanziari, è suggerito da una circostanza su tutte: la
sola grande banca italiana che ha fatto una fusione cross-border da posizione
di forza, è anche la sola a non avere quote rilevanti di capitale bancario
estero nella propria compagine sociale. Sono proprio le fondazioni, azioniste
di controllo di Unicredit, ad avere dato forma alla banca italiana più
dinamica all’estero.
C’è altro: la finanza internazionale sta prendendo il controllo
delle crisi industriali italiane. Solo nel 2005 sono finiti nelle mani di
grandi banche straniere crediti in sofferenza per circa 15 miliardi di euro.
Molti fallimenti si decidono, già oggi, a Londra.
In questo scenario, nell’ultimo decennio le banche italiane sono state
protagoniste di uno straordinario percorso di ristrutturazione industriale:
fusioni e incorporazioni per perseguire economie di scala, drastico taglio
dei costi, riduzioni di personale e forte turnover a favore di risorse qualificate.
Oggi il settore occupa direttamente 350.000 persone, con una percentuale di
laureati che non ha eguali in altri comparti. È per queste ragioni
– non perché qualche istituto ha rifilato a risparmiatori non
informati bond ad alto rischio, o perché i conti correnti costano di
più che in paesi in cui le banche possono fallire – che il sistema
ha saputo mantenere un discreto livello di redditività anche negli
ultimi anni, così duri per la nostra economia.
Una
sintesi politica
Modello
delle regole, forze economiche di riferimento, ruolo delle banche: le visioni
tremontiana e giavazziana non sono incompatibili per alcuno dei tre aspetti.
Una sintesi riformista tra le due prospettive è possibile senza snaturarle,
e può trovare consenso nel paese. I primi segnali di dialogo politico
tra i due riformismi si vedono già, e vanno incoraggiati. Riforma degli
albi, delle tariffe e delle professioni, rilancio delle privatizzazioni specie
negli Enti territoriali, uso transitorio e pragmatico di protezioni per alcuni
settori industriali, riduzione degli oneri che gravano sul costo del lavoro.
Su punti come questi le due constituency di riferimento possono trovare un’intesa.
Su un punto la sintesi politica dei due riformismi potrebbe però essere
più avanzata rispetto alle proposte che la animano: il coinvolgimento
delle banche italiane nel percorso. Sarebbe un grave errore politico lasciare
alle banche il ruolo di bersaglio polemico. Il sistema bancario italiano non
deve essere solo un serbatoio di credito a buon mercato per imprese più
o meno in difficoltà, e di distribuzione di piccole (grandi) rendite
a risparmiatori che hanno accumulato piccoli (grandi) gruzzoli: questa è
semmai la logica delle banche cinesi.
Oggi il settore bancario italiano è un’industria ristrutturata
e dinamica, che come e meglio di altri settori industriali può competere
all’estero esportando i propri prodotti: credito, finanza, servizi.
La banca moderna è nata in Italia, e la via dei banchieri, a Londra,
si chiamava Lombard Street. Non potremo in breve tempo competere alla pari
degli usa e dell’Inghilterra, ma la politica, se cerca una strada per
reagire al declino, può trovare nella banca un compagno di viaggio.
Alessandro Carpinella, è senior manager kpmg advisory dove si occupa
principalmente di pianificazione strategica per il settore bancario e il settore
pubblico. Si è laureato in Filosofia politica alla Scuola Normale Superiore
di Pisa.
(c)
Ideazione.com (2006)
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