Vorrei proporre qualche
spunto di riflessione sul rapporto di scienza e filosofia con la questione
della verità e del metodo, a partire da un tornante storico –
quello del Seicento – che è giustamente visto come inaugurale
sia per la scienza che per la filosofia moderne: per rintracciarvi dunque
l’origine di possibilità e problemi che ancora stiamo esplorando
e affrontando. Lo farò riferendomi all’esperienza emblematica
(anche se certo non esaustiva) del pensatore del metodo per eccellenza –
Cartesio. È lui a presentarsi come autore di un nuovo inizio, avvertendo
che conviene talora gettare fondamenta nuove, invece che sforzarsi di ristrutturare
antichi e fatiscenti edifici. In questo caso – è bene ricordarlo
– l’edificio da rimpiazzare era stato innalzato a partire da circa
due millenni prima.
Aristotele
e l’insieme di “passi controllabili”
La
stessa idea di scienza nasce, in Grecia, nel contesto della filosofia. La
filosofia – almeno quella che entrerà a formare il canone dominante
della tradizione antica e medievale – si presenta infatti come ricerca
di una sapienza (sofia) che presto si qualifica come scienza (episteme), ovvero
di un sapere fondato – distinto dal mito e dall’opinione, e contrapposto
alle impressioni e reazioni idiosincratiche; un sapere che ci mette in contatto
con ciò che è, e proprio per questo è comunicabile, condivisibile,
valido per tutti. La fiducia nel possesso umano di un criterio capace di incontrare
la realtà in questo modo – la scoperta del logos, di quello che
poi si chiamerà ragione – si accompagna fin dall’origine
all’idea di un metodo che ne permetta l’applicazione: che esso
cerchi il suo modello nella discussione regolata degli uomini che dando ragioni
cercano cos’è il giusto o il bene, o nella dimostrazione dei
geometri. Il metodo come insieme di passi controllabili, imposti dalla cosa
stessa, che tutti possono compiere, è proprio quello che rende condivisibile
il sapere e ne assicura il possesso.
Aristotele, che a questo ideale di sapere (o meglio alla sua forma culminante,
la filosofia prima) assegna l’oggetto più ambizioso ed elusivo
– la «scienza dell’essere in quanto essere» –
mostra peraltro con la sua stessa pratica che non c’è un unico
metodo, ma una pluralità di metodi, non tutti caratterizzati dal rigore
proprio dei geometri. E questo non deve sorprendere, dato che l’essere
stesso «si dice in molti modi». Né la presa sull’essere
è la stessa in tutti gli ambiti, ma – ci avverte ancora Aristotele
– è meglio conoscere pur molto parzialmente ed oscuramente le
«cose più elevate» che non conoscerle per nulla; al tempo
stesso, per questo uomo «che desidera per natura il conoscere»,
anche la conoscenza delle cose apparentemente più «vili»
è degna di essere perseguita con altrettanta dedizione.
Cartesio
e la ricerca della verità
All’inizio
dell’età moderna, il tema del metodo assume un rilievo più
forte e inedito. Nel racconto – personale ed esemplare – che Cartesio
fa della sua ricerca della verità, esso compare fin dall’inizio,
insieme con quell’accento democratico che in qualche modo gli è
connaturato: tutti gli uomini hanno il bon sens o la bona mens; perché
dia buoni frutti si tratta appunto di individuare il metodo corretto. Ma alle
spalle di questa esigenza, c’è un’insoddisfazione radicale
per il sapere della tradizione filosofica, incerto in quanto oggetto di disputa,
e privo di presa sulla realtà naturale. E c’è anche la
sfida di quei contemporanei, i pensatori libertini, che ricavano dalla storia
– dallo spettacolo della varietà dei costumi, e delle vicissitudini
umane – una lezione di scetticismo; potendo al massimo credere –
come Maurizio di Nassau, al cui soldo milita il giovane Cartesio – che
“due più due fa quattro”.
Si tratta allora di rifondare l’edificio della scienza, e questa esigenza
di fondazione si orienta ora sull’ideale di un sapere senza presupposti
e incontrovertibile, sul modello dell’evidenza matematica: occorrerà
restringerci a ciò che conosciamo con questa evidenza. Questo è
possibile perché il metodo è uno solo, e in qualche modo –
come si legge nelle Regole – i suoi molteplici oggetti si devono conformare
ad esso, per essere conosciuti. Il ribaltamento della concezione aristotelica
è netto, pur mantenendo l’ampiezza della scienza ricercata. Ora
possiamo parlare di oggettività per indicare quella qualità
del sapere che originariamente si era definita come adesione all’essere
delle cose.
Sbaglierebbe però chi pensasse che Cartesio semplicemente assimili
conoscenza filosofica (meglio: metafisica) e scientifico-matematica: tra le
due permane – pur nel quadro dell’unico metodo – un forte
dualismo. A chi gli chiede (gli autori delle Seconde Obiezioni) di riscrivere
le sue Meditazioni secondo il metodo di Euclide, egli risponde di aver sempre
seguito l’ordine (non assumere nulla senza averlo provato attraverso
ciò che precede); ma lo stile degli Elementi non è adatto alla
metafisica, poiché mentre in geometria le prime nozioni sono chiare
e facili da acquisire, in metafisica la cosa più difficile è
proprio pervenire a queste prime nozioni, isolandole dal complesso confuso
dell’esperienza (per inciso, è la stessa distinzione tra matematica
e metafisica che Kant teorizzerà alla fine dell’epoca del metodo
geometrico in filosofia). Per questo, continua Cartesio, non ho scritto né
delle disputazioni né dei teoremi, ma delle meditazioni. Spesso si
è trascurata questa sottolineatura capitale: la meditazione, a cominciare
dal celebre dubbio, è un esercizio che va messo in atto; è un
esperimento mentale che può essere condotto solo in prima persona e
che – a differenza della comprensione di una dimostrazione di Euclide
– coinvolge tutto il soggetto, chiedendogli di mettere in crisi il suo
modo spontaneo di rapportarsi alle cose. In ultima analisi, questo esercizio
è un atto della volontà, o libertà. Per questo, nella
prima lettera in cui parla di metafisica, Cartesio può annunciare di
possedere dimostrazioni metafisiche «più certe di quelle dei
geometri», e subito dopo – in modo apparentemente sconcertante
– confessare di non sapere «se riuscirà a persuaderne gli
altri».
Questo è anche il motivo per cui, per il profeta della mathesis universalis,
il pensiero in generale non può mai ridursi a calcolo, a una procedura
meccanica che ci dispensi dall’attenzione. Sarà invece Leibniz
a impersonare quest’altra interpretazione del metodo: anche per lui
le dispute vanno eliminate, ma non con l’appello all’evidenza,
bensì con una logica che permetta ai contendenti di sedersi e di dire:
«calcoliamo». L’alternativa tra intuizionismo e formalismo
è già tutta qui, e con essa tra chi ritiene il mondo del significato
e della mente accessibile dall’interno, o invece soltanto nella loro
oggettivazione nel segno e nelle regole di un linguaggio.
A differenza di quanto accadeva in Aristotele, la riflessione filosofica cartesiana
non si costruisce sul prolungamento e l’affinamento dell’esperienza
ordinaria; la mette invece in crisi per portarci sulla soglia della scienza
– anche di quella fisica – come sapere certo e fondato. Ma alla
fine di questo cammino metodico che ci fa superare il nostro punto di vista
quotidiano, non ci troviamo insediati nel punto di vista dell’assoluto,
come sarà in Spinoza, o in Hegel. A rigore, non siamo neppure introdotti
ad un sistema, se per sistema s’intende la deduzione di ciò che
esiste a partire da un principio o da un insieme di assiomi. Pur dominando
gli oggetti, la scienza umana resta vincolata alla finitezza.
Nel progetto cartesiano, l’unicità del metodo come ordine non
significa appiattimento di tutti gli ambiti su un unico livello: il mentale
è irriducibile al fisico, e l’idea di Dio – che è
poi quella del vero, e dell’essere – è ancora al di là:
essa è la condizione di pensabilità del finito, in ultima istanza
della scienza stessa. Questo duplice trascendimento – dell’ego
sul mondo, e di Dio sull’ego – è il correlato del costituirsi
del mondo matematizzato della nuova scienza. A ben vedere, anzi, è
solo qui che la metafisica – come conoscenza delle cose immateriali
– assume un ruolo fondante, di radice dell’albero delle scienze;
nel vecchio paradigma aristotelico, essa ne era se mai, al contrario, il coronamento,
come prolungamento estremo di una fisica solidale con il mondo dell’esperienza
ordinaria.
Il prezzo pagato per questo progetto – di fondazione della scienza oggettiva
della natura, ma anche, si badi, radicalmente anti-riduzionista e anti-naturalista
– era alto: messa tra parentesi (iniziale, ma decisiva) dell’uomo
come composto psico-fisico quale soggetto del conoscere, rinuncia alla storia,
squalifica dal punto di vista della conoscenza teorica di quello che è
stato poi chiamato il mondo della vita, cioè il mondo dei colori, dei
desideri, degli scopi, in cui tutti abitiamo. A fronte di questo, Cartesio
pensava di aver mostrato agli scettici e ai materialisti del suo tempo che,
nell’ordine della fondazione, la conoscenza certa di sé e perfino
quella di Dio precedono quella dell’oggetto della scienza fisico-matematica.
Il
dibattito nei tempi recenti
Negli
ultimi quattro secoli, le scienze (il plurale non è casuale, anche
se peraltro ha ancora senso di parlare di scienza come impresa unitaria) hanno
conosciuto lo sviluppo impetuoso e trionfale che tutti sappiamo. Accordando
presto uno spazio più ampio all’esperienza (le sensate esperienze)
di quanto apparisse nell’originaria formulazione cartesiana, esse hanno
realizzato in pieno quell’ideale di sviluppo cumulativo e collaborativo,
con la conseguente proiezione tecnica di dominio sulla natura, che Cartesio
auspicava e profetizzava. Al tempo stesso, si sono completamente emancipate
da ogni progetto e bisogno di fondazione metafisica. La metafisica, dal canto
suo – che Cartesio pensava di aver costituito una volta per tutte –
dopo aver assunto una forma radicalmente a priori, in buona misura ignota
alla tradizione pre-cartesiana, ha continuato a mostrarsi quale campo di battaglie
inesauste, ed è stata a più riprese e in diversi modi dichiarata
impossibile – salvo continuare a risorgere, ultimamente proprio tra
gli eredi dei suoi acerrimi nemici neo-positivisti.
Se l’itinerario della meditazione tendeva a disincarnare l’ego
dal corpo, quello raccontato nel Discorso tracciava preliminarmente il passaggio
da un io storico, colto in una determinata situazione culturale – il
giovane che esce dalla scuola dei gesuiti e si lancia a conoscere il mondo
– ad un io che, per realizzare la sua strenua volontà di verità,
si trasforma in un puro soggetto di conoscenza, interrompendo il rapporto
con la tradizione e assumendo un atteggiamento opposto a quello della vita
pratica.
Tanta parte della filosofia successiva ha messo in discussione questa decisione,
tentando di reintegrare ciò che in questa ricerca metodica della verità
era stato messo tra parentesi: dalla situazione storica del soggetto, a quella
esistenziale, finita non solo in senso conoscitivo (già Pascal, senza
attendere Heidegger, ricordava a Cartesio che «siamo già tutti
imbarcati» in una vita su cui incombe la morte), al suo rapporto con
il “mondo della vita” pre-scientifico. L’abbandono, anche
sul versante del soggetto, dell’idea di fondazione assoluta e di un
sapere senza presupposti, e la riconsegna del soggetto della conoscenza non
più alla sua base naturale, ma alla sua situazione esistenziale e storica,
hanno fatto anch’esse una lunga strada. Non hanno però condotto
solo a situare questo soggetto, ma in diversi modi l’hanno messo radicalmente
in discussione, o addirittura hanno tentato di abolirlo.
All’abbandono di un certo ideale di soggetto conoscente corrisponde
peraltro l’abbandono del relativo ideale di oggettività. Ad un
certo punto, non si è più trattato di rivendicare un metodo
diverso per oggetti diversi – come poteva avvenire in un Vico o in un
Dilthey – ma si è passati ad attaccare la pretesa di verità
della scienza naturale e addirittura lo stesso ideale di oggettività
e verità. Contrappasso finale di un progetto iniziato ragionando “come
se al mondo non ci fosse stato nessuno” fuori e prima di noi –
che insomma aveva ritenuto la tradizione irrilevante all’acquisto scientifico
della verità: oggi proprio l’aspirazione ad una verità
universale, valida al di là delle barriere delle diverse culture ed
epoche, viene vista come espressione parrocchiale di una determinata cultura,
quella europeo-occidentale. Non sembra peraltro che gli assalti dei filosofi
possano ragionevolmente scalfire i risultati di un metodo scientifico la cui
presa sulla realtà è sotto gli occhi di tutti. Finiscono invece
paradossalmente con il rafforzare l’idea scientista secondo cui solo
ciò che è dimostrabile o verificabile con il metodo delle scienze
naturali è oggettivo, mentre tutto il resto apparterrebbe al mondo
delle credenze e preferenze soggettive e private.
Relativismo di matrice storicista e scientismo – se vogliamo, l’atteggiamento
che, nelle sue remote avvisaglie, la “fondazione” cartesiana aveva
trattato come sintomo ed evitato rinunciando alla storia, e quello che aveva
creduto di affrontare e battere sul suo terreno – sembrano dunque rafforzarsi
a vicenda, incuranti dei controsensi cui vanno incontro. L’abbandono
dell’idea di conoscenza oggettiva e di verità non è la
confutazione dello scientismo e del naturalismo. È piuttosto l’abdicazione
a quell’idea di logos come apertura all’essere che è storicamente
emersa, certo, in una data cultura, ma che mantiene un’apertura universale
– universale nel suo orizzonte, e nella sua partecipazione da parte
di tutti gli esseri razionali – e una potenzialità liberatrice.
Eliminare i miti di un sapere senza presupposti e di una scienza e di un metodo
unificati non vuol dire, credo, buttare a mare l’idea di verità
e di una realtà a cui i nostri diversi linguaggi si riferiscono; impegna
piuttosto a situare sempre di nuovo l’impresa della conoscenza nell’orizzonte
di un essere che ha molti sensi.
Stefano Di Bella, ricercatore in Storia della Filosofia presso la Scuola Normale
di Pisa. È autore di studi sul pensiero filosofico moderno, in particolare
su Cartesio e Leibniz.
(c)
Ideazione.com (2006)
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