Sun Tzu, ne L’arte
della guerra, scrive che «la vittoria può essere costruita».
Ed è proprio questo, secondo molti analisti, il succo del successo
di George W. Bush alle elezioni presidenziali del 2004. L’artefice principale
di questo successo, che non a caso è proprio un grande ammiratore dello
stratega cinese, risponde al nome di Karl Christian Rove. Il giorno dopo la
rielezione di Bush, New York Times e Washington Post lo hanno identificato
come il nodo centrale della strategia vincente dei repubblicani. La domenica
successiva il 2 novembre i talk show politici l’hanno avuto come ospite,
infrangendo la regola non scritta che legava le sue rare apparizioni in pubblico
alla presenza di Bush.
Lo stesso presidente americano, nel discorso di accettazione della vittoria
al Ronald Reagan Building, ha chiamato Rove non con i due soliti nomignoli
“privati” – Boy Genius e Turd Blossom (fior di sterco) –
ma con l’appellativo The Architect. Rove, infatti, è stato il
vero architetto della rielezione. E ha gestito in prima persona molti aspetti
cruciali della campagna: dal programma elettorale alle politiche pubbliche,
dalla strategia di fund-raising alla supervisione dell’itinerario dei
viaggi del presidente.
Rove ha avuto il controllo della strategia, dell’organizzazione, del
messaggio, dei sondaggi, del mercato dei media, dei temi della campagna elettorale
e dei finanziamenti al partito repubblicano. Ed è stato, soprattutto,
l’ossessione dei democratici. Lo stesso Tad Devine, direttore della
strategia di John F. Kerry, ha confessato la sua grande ammirazione per Rove.
A Washington, del resto, i vincitori piacciono sempre. E tutti, dopo la guida
di due campagne presidenziali vincenti, definiscono il consigliere del presidente
un grande stratega. Vittorio Zucconi lo chiama “il direttore spirituale”,
Neal Gabler del Los Angeles Times perfino “il Mullah d’America”
ed il suo nome viene spesso associato a Machiavelli per quanto riguarda l’astuzia,
la spregiudicatezza e il cinismo a cui spesso ricorre contro gli avversari.
Tutti i presidenti americani dell’era moderna hanno avuto consiglieri
importanti ed influenti: Clark Clifford per Truman, l’image maker Michael
Deaver per Reagan, il pollster Dick Morris e il message man James Carville
per Clinton, ma nessuno, secondo gli analisti, è paragonabile a Rove.
Il Rasputin che parla con il suono nasale del Midwest vanta un’amicizia
lunga (ben trentadue anni) con George W. Bush e può essere considerato
il più influente consigliere che un presidente americano abbia mai
avuto.
Il principale mentore di Rove è Lee Atwater del South Carolina, già
adviser di Bush padre, scomparso nel 1991 per un tumore; è famoso per
il suo motto «attack, attack, attack» e per il lancio d’attacchi
all’avversario proprio dove è più forte e non dove è
più debole come in genere si pensa. Rove ha affinato e messo a punto
questi insegnamenti ed è andato ancora più lontano, portando
il partito repubblicano ad un dominio schiacciante nel paese. Matt Bai del
New York Times afferma che questo Bobby Fisher della politica americana ha
il controllo assoluto della formazione politica di Bush.
Rove è un appassionato di storia americana, soprattutto della storiografia
dei presidenti. Per lui la politica non è solo arte, ma è anche
scienza (uno degli obiettivi che Machiavelli voleva evidenziare con Il Principe)
e per questo si avvale dei più sofisticati strumenti di marketing e
comunicazione politica, senza però dimenticare l’importanza dei
volontari di partito ai quali risponde personalmente mandando centinaia di
e-mail quotidianamente dal suo Blackberry. Per capire chi è Karl Rove,
ripercorriamo tutte le tappe della sua vita, cominciando dalla crescita nel
West del paese, passando per la trasformazione del Texas da roccaforte democratica
a baluardo repubblicano, fino al rapporto speciale che lo lega al presidente
Bush.
Rove nasce il 25 dicembre del 1950 a Denver, in Colorado. La sorella dice
che Karl sia stato un conservatore ancora prima della maggiore età.
Nel 1959, a 9 anni, ha simpatie per Nixon e nel 1964 partecipa alla “Woodstock”
dei giovani conservatori a favore di Barry Goldwater. A metà degli
anni Sessanta si trasferisce con la famiglia nello Utah, uno Stato molto credente,
ma lui vive al di fuori del mondo religioso. Rove frequenta le scuole superiori
a Salt Lake City e l’University of Utah senza però laurearsi,
a causa del suo quotidiano impegno con i College Republicans. Nel 1968 i principali
leader repubblicani come Rockfeller, Reagan e Nixon passano per la sua università.
Nel 1970 Rove partecipa alla prima campagna elettorale, sostenendo Ralph Smith
in Illinois. Ed è proprio in questa occasione che nasce la sua fama
di maestro dei “colpi bassi”. Il giovane Karl entra nell’ufficio
elettorale del candidato democratico, prende dei fogli intestati e stampa
inviti indirizzati a giovani e senza tetto per un’improbabile festa
con “donne, cibo e birra gratis” nel quartiere generale del democratico
Dixon che correva per diventare tesoriere dello Stato. Un trucco sporco, ma
con un fondo di genialità. A 22 anni diventa, sotto la guida di Lee
Atwater, presidente dei College Republicans, ma si deve dimettere in pieno
scandalo Watergate e Bush Sr. lo assume nel suo staff.
L’incontro
con George W. Bush
Nel
1973, alla vigilia del giorno del Ringraziamento, avviene il primo incontro
con George W. Bush che, ai tempi, studia a Harvard e torna a Washington. Rove
ha il compito di portargli le chiavi della macchina a Union Station e ricorda
il giovane Bush in questo modo: «Jeans, bomber d’aviatore, stivali
da cowboy e carisma, tanto carisma». I due sono diversissimi, ma hanno
in comune l’odio nei confronti degli hippy e dei leader senza spina
dorsale.
Nella seconda metà degli anni Settanta si dedica al direct mail e alla
raccolta fondi per il partito repubblicano e, nel 1978, arriva il primo grande
successo: partecipa alla campagna elettorale in cui, per la prima volta dalla
Ricostruzione, viene eletto un repubblicano come governatore del Texas. Si
tratta di Bill Clements. Nello stesso anno Rove segue, questa volta però
con esito negativo, la campagna per il Congresso di Bush Jr. contro il democratico
Kent Hance. Questa sconfitta, come Molinari scrive nel suo libro George W.
Bush e la missione americana, è una tappa importante della sua formazione
politica: Hance continua a ripetere pochi concetti chiave (stay on the message)
e attacca senza risparmiare colpi il suo avversario.
Nel 1981 Rove apre un società specializzata in direct mail di consulenza
chiamata Karl Rove & Co. e tra i suoi clienti figureranno i maggiori esponenti
del partito repubblicano come Bill Clements (rieletto nel 1986) e l’ex
democratico Phil Gramm.
Nel 1994, anno che vede l’ascesa di Newt Gingrich e la riconquista repubblicana
del Congresso, Bush si trova a sfidare la popolare governatrice democratica
Ann Richards, amica dell’allora presidente Bill Clinton e acerrima nemica
del clan Bush. Nel corso della campagna elettorale, Bush, secondo i consigli
di Rove, si concentra su quattro temi: giustizia minorile, riforma dell’illecito
civile (tort reform), riforme sul welfare e, soprattutto, istruzione. Anche
in queste elezioni, come nelle future corse alla Casa Bianca di George W.,
il candidato repubblicano parte da una posizione di estremo svantaggio. Ma
questa sottovalutazione, alla lunga, si rivelerà un fattore positivo.
E Bush vince 53,5 a 46,5, smentendo ogni pronostico.
Nel 1998 Bush ottiene un risultato storico per un repubblicano in Texas (68,9
per cento), dopo aver raccolto 25 milioni di dollari (contro i 3 dell’avversario
democratico Garry Mauro) e aver rispolverato la tradizione della front porch
campaign2 di McKinley. Il tema principale su cui Rove imposta la campagna
elettorale è la riforma sull’illecito civile. Alla seconda affermazione
consecutiva in Texas, Bush non può più nascondere le sue ambizioni
e diventa il miglior candidato che il partito repubblicano può presentare
per la riconquista della Casa Bianca. Rove, d’ora in poi, rappresenta
la punta di diamante dell’Iron Triangle composto da Karen Hughes e Joe
Albaugh e guiderà la corsa per la conquista di Washington.
Dal
Texas a Washington
Rove
organizza la campagna come se ci fossero cinquanta consultazioni elettorali
separate, studiando ogni singolo media market, Stato per Stato. Da appassionato
di storia americana, trova molte analogie tra le elezioni del 2000 e quelle
del 1896 con McKinley: alla fine del Diciannovesimo secolo l’economia
stava cambiando radicalmente, la popolazione presentava nuove etnie, emergeva
l’importanza della raccolta dei fondi (di cui Mark Hanna è stato
il pionere) e un nuovo mondo richiedeva una nuova politica.
La prima tappa della corsa alla Casa Bianca sono le primarie. Rove, in un
intervento all’American Enterprise Institute, illustra la sua lista
di priorità: le primarie dei soldi, le primarie delle idee e le primarie
della leadership del partito (senatori, deputati e governatori).
Bush apre comitati in tutti e cinquanta gli Stati, ma si trova di fronte ad
uno dei personaggi politici che raccolgono maggiori consensi tra gli indipendenti,
il senatore dell’Arizona, John McCain, eroe della guerra in Vietnam.
Il primo febbraio, in New Hampshire, il risultato è un cattivo risveglio
per Bush: McCain vince con più di 18 punti percentuali di distacco
(48,53 per cento contro 30,36 per cento): un margine che avrebbe spento le
ambizioni di chiunque. Rove, però, non si scoraggia. E decide di affiancare
alla campagna elettorale “classica” una underground campaign che
prende di mira direttamente McCain, sollevando dubbi sul suo passato in Vietnam
e sulla stabilità della sua situazione familiare. Dopo diciotto giorni,
in South Carolina, la situazione si capovolge e Bush ottiene il 53,39 per
cento contro il 41,87 per cento di McCain. È l’ennesima vittoria
dell’organizzazione-Rove. Da quel momento in poi, per Bush, le primarie
diventano poco più di una formalità.
Battuto McCain, si inizia a pensare alle presidenziali. Lo sfidante è
Al Gore e compito di Rove è riposizionare Bush e farlo correre da outisder,
come interprete del conservatorismo compassionevole. I temi della campagna
del 2000 che Rove vuole evidenziare sono tre: taglio delle tasse, istruzione
e il ripristino di uno standard minimo di civiltà nel confronto politico
di Washington. Tra marzo e giugno Rove ricuce i rapporti con McCain e prepara
in modo accurato la convention di Philadelphia (The City of Love) per evitare
quello che era successo nel 1992 con Pat Buchanan. Ogni intervento dal podio
deve evidenziare il lato più morbido ed inclusivo del partito repubblicano.
A novembre, Bush batte Gore per un soffio, dopo il drammatico recount in Florida,
ma Rove rimane sorpreso dal risultato complessivo e identifica la causa primaria
della vittoria risicata nelle rivelazioni, uscite a due giorni dalle elezioni,
dell’arresto di Bush per guida in stato d’ebbrezza del 1978. Sulla
base dell’analisi dei flussi elettorali, Rove arriva alla conclusione
che quattro milioni di seguaci della destra religiosa non si sono recati alle
urne ed il suo obiettivo, nei quattro anni successivi, sarebbe stato quello
di portarli a votare.
Nel dicembre 2000 Rove pensa già alla strategia per la rielezione di
Bush alla Casa Bianca: motivare la base conservatrice; cercare gli evangelici;
incrementare il consenso tra ispanici e cattolici; entrare nel territorio
democratico per raggiungere gli iscritti ai sindacati, le minoranze e gli
addetti del settore tecnologico. Rove assume l’incarico di senior adviser
del presidente e siede, prima volta nella storia americana, nell’Ufficio
delle Iniziative Strategiche presso la West Wing presidenziale. Proprio nell’esatto
punto d’intersezione tra politics e policy che per otto anni ha costituito
il nodo centrale dell’enorme potere esercitato da Hillary Clinton. Sono
i mesi in cui, secondo Harold Meyerson dell’American Prospect, Rove
è tra i consiglieri del presidente più citati su Google, secondo
solo a Condoleezza Rice. Dopo l’attacco alle Torri Gemelle, la politica
estera è contesa tra falchi e colombe, ma sul fronte interno Rove spadroneggia
e prepara la strada per la rielezione di Bush.
Quattro mesi dopo l’attacco subito dagli Stati Uniti, davanti al Republican
National Committee di Austin, Rove afferma che il terrorismo sarà il
tema centrale sia delle elezioni di mid-term che delle presidenziali del 2004.
E che il partito repubblicano ha una posizione consolidata nel proteggere
e rafforzare l’immagine e il prestigio dell’esercito americano.
Nell’aprile del 2002, la prestigiosa rivista National Journal gli dedica
la copertina, cosa non apprezzata dal vicepresidente Dick Cheney. Mentre nel
maggio del 2002 il New York Times pubblica un articolo in cui riecheggia una
domanda cruciale per gli equilibri interni all’amministrazione repubblicana.
Un collaboratore di Colin Powell chiede all’allora segretario di Stato:
«Chi guida la politica estera? Tu o Rove?».
L’Architetto vede nelle elezioni di mid-term del 2002 un banco di prova
per le successive presidenziali: mobilita la base nel cosiddetto 72-hour walk
the vote – i tre giorni finali della campagna elettorale in cui si opera
un massiccio porta a porta per registrare elettori repubblicani – e
decide di sfruttare fino in fondo la popolarità nei sondaggi del presidente.
Bush parte per una maratona di diecimila miglia che tocca quindici Stati negli
ultimi cinque giorni di campagna. Il risultato è storico: il partito
repubblicano guadagna seggi al Senato e alla Camera e si rafforza in North
Carolina, Florida e Georgia.
Gli osservatori politici riconoscono Rove come la star politica dell’anno
ed il magazine Time presenta in copertina Bush e Rove che ridono all’interno
della Casa Bianca con il titolo: “Hanno stravinto e ora sono pronti
per le presidenziali”. Rove, in effetti, pensa già al 2004.
Le
tappe della rielezione di Bush
Il
presidente, nel suo ranch a Crawford in Texas, discute con il suo consigliere
nel gennaio del 2003. Insieme, disegnano la strategia delle elezioni del 2004:
non si discuterà di piccole issue (mini-balls) ma di grandi temi (big
issues), della leadership in tempo di guerra e della lotta al terrorismo.
Questi saranno il terreno di scontro su cui gli sfidanti democratici si dovranno
confrontare.
Nel luglio dello stesso anno, il presidente dei repubblicani, Ed Gillespie,
chiede a Rove quale ruolo il partito deve ricoprire per sostenere Bush. Rove
è chiaro: «Bisogna chiudere il gap tra registered voters repubblicani
e democratici, l’obiettivo è registrare tre milioni e mezzo di
nuovi repubblicani».
Ogni sabato mattina, dal 2003 al 2004, tutto lo staff per la rielezione di
Bush si trova a far colazione nel cosiddetto “Breakfast Club”
di casa Rove, nella zona nord ovest di Washington. Tra uova, bacon e salsicce
di cervo (cucinate dallo stesso Rove), si delineano le grandi linee strategiche
della campagna elettorale: si seguono i cosiddetti metrics, ovvero si effettua
un controllo pressoché scientifico di sondaggi, registrazione di repubblicani,
identikit della società americana, stato della raccolta di fondi e
itinerario dei viaggi presidenziali. È durante queste colazioni di
lavoro che Rove parla di un passaggio chiave delle elezioni del 2004: nei
battleground states ci sono più potenziali repubblicani che elettori
indecisi e, questi si concentrano principalmente negli exurb.
Per la guerra in Iraq, Rove fa parte del whig (White House Iraq Group) e il
suo compito principale sarà quello di inserire la guerra in Iraq nel
ben più ampio fronte della lotta al terrorismo. Quando si avvicinano
le primarie democratiche, Rove teme più Howard Dean per la sua posizione
contro la guerra in Iraq (il 4 luglio 2000 alcuni quotidiani riportano che
Rove è tra la folla dei democratici per un raduno politico a favore
del governatore del Vermont) e, quando Kerry risulta essere il vero sfidante
di Bush, il Time scrive che il consigliere del presidente non riesce a contenere
la sua gioia e recupera in tutta fretta il quaderno a ganci dal titolo “Bring
it on” che contiene una sezione di undici pagine sulle posizioni di
Kerry sulla guerra in Iraq. Nel discorso alla convention democratica di Boston,
Kerry, accompagnato dai suoi compagni di guerra, si appella agli americani:
«Giudicatemi per il mio passato». I veterani, o meglio gli Swift
Boat Veterans For the Truth, lo faranno a partire dal mese d’agosto.
Kerry ci metterà del suo con la famosa frase del 17 marzo 2004 al Senato:
«A dire il vero prima di votare contro, ho votato a favore degli 87
miliardi di dollari». Rove ha definito la posizione di Kerry sull’Iraq
una confusione, una contraddizione dei suoi stessi voti e lo spot contro Kerry
termina con le parole «wrong on defense» (sbagliato sulla Sicurezza
nazionale).
A maggio avviene la riappacificazione con McCain (corteggiato da Kerry per
la vicepresidenza) siglata con l’incontro tra Rove e John Weaver, consigliere
del senatore dell’Arizona, in un Caribou Coffee a pochi passi dalla
Casa Bianca. In cambio, sembra esserci la nomination per la presidenza del
senatore dell’Arizona nel 2008.
A dare un’altra mano a Bush sono da una parte Gavin Newsom, il sindaco
di San Francisco, che unisce in matrimonio migliaia di coppie gay, e dall’altra
i giudici della Corte Suprema del Massachusetts, che legalizzano i matrimoni
omosessuali. Rove spingerà Bush, nonostante le scarse possibilità
di approvazione, a proporre un emendamento alla Costituzione che definisca
e protegga l’istituto del matrimonio come unione esclusiva di un uomo
e una donna.
Nell’Election Day, Rove è sull’Air Force One con il presidente
quando escono i primi exit poll che vedono Bush in netto svantaggio in Pennsylvania,
New Hampshire, Florida e Ohio. Sembrerebbe una disfatta per i repubblicani,
ma Rove è sicuro che la sua strategia porterà i repubblicani
alla vittoria delle elezioni. Tornato a Pennsylvania Avenue nella family dining
room, segue i dati che arrivano da alcuni exurb chiave come Warren, Carter
County e Clermont. Alle 22.30 è sicuro: Florida ed Ohio sono repubblicani
e Bush è rieletto, ma Rove consiglia al presidente d’aspettare
prima di dichiarare vittoria.
Nella domenica seguente il 2 novembre, Rove smentisce la teoria per la quale
Bush ha vinto esclusivamente per la questione dei moral values ed illustra
la crescita dei repubblicani rispetto alle elezioni del 2000: 2,3 milioni
di voti negli exurb e nelle piccole città, 4,4 milioni tra le donne,
1,5 milioni di latinos, 4,5 milioni d’anziani. È quello che Sun
Tzu definisce Wu-hsing, la configurazione senza forma che ha permesso la rielezione
di Bush e che va ben oltre l’equazione “maggiore affluenza alle
urne uguale maggior probabilità di vittoria dei democratici”.
Il consigliere di Bush interviene a Meet The Press e a Fox News Sunday, affermando
che il tema centrale di questa campagna elettorale è stata la guerra
al terrorismo (di cui l’Iraq è una delle componenti). Poi, in
ordine: la situazione dell’economia e, con percentuali analoghe a quelle
del 2000, i moral values.
La vittoria di Bush assume proporzioni storiche. Ma i tre milioni e mezzo
di voti di differenza con Kerry sono, per Rove, la conferma che bisognerà
lavorare ancora a lungo per dare al partito repubblicano la tanto sospirata
“maggioranza strutturale” nel paese. Lui giura che la campagna
elettorale del 2004 è stata l’ultima, ma gli credono in pochi.
Thomas Edsall del Washington Post, in uno speciale dedicato a Rove sulla pbs,
ha dichiarato che «Bush e Rove non stanno affatto scherzando. Hanno
in mente qualcosa di più grande del New Deal e della Great Society».
Se qualcuno può riuscirci, si tratta proprio dell’Architetto.
Simone Incontro, è laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche
all’Università di Bologna-Forlì. È stato visiting
fellow al Center For Media and Public Affairs della George Washington University.
Collabora con i quotidiani del gruppo Athesis (L'Arena, Bresciaoggi e Il Giornale
di Vicenza), con la rivista Compol e con Ideazione.com
(c)
Ideazione.com (2006)
Home
Page
Rivista | In
edicola | Arretrati
| Editoriali
| Feuileton
| La biblioteca
di Babele | Ideazione
Daily
Emporion | Ultimo
numero | Arretrati
Fondazione | Home
Page | Osservatorio
sul Mezzogiorno | Osservatorio
sull'Energia | Convegni
| Libri
Network | Italiano
| Internazionale
Redazione | Chi
siamo | Contatti
| Abbonamenti|
L'archivio
di Ideazione.com 2001-2006