Il
27 gennaio del 1756 in quel di Salisburgo nasceva Wolfgang Gottlieb Mozart.
Il suo secondo nome di battesimo venne solo successivamente latinizzato
in Amadeus per ragioni più commerciali che artistiche; alle corti
europee non di lingua tedesca, Gottlieb comportava una pronuncia gutturale,
piuttosto cacofonica dopo il già aspro Wolfgang. Nonostante ciò,
per gran parte del pubblico Mozart è associato ad Amadeus, commedia
di gran successo di Peter Schaffer della seconda metà degli anni
Settanta ed al film di ancora maggior successo di Milos Forman della metà
degli anni Ottanta, lanciato quasi in preparazione del duecentenario della
morte del compositore nel 1991. Con il cambiamento di nome, operazione consueta
adesso nel mondo dello spettacolo (dove molti artisti non portano come nome
d’arte quello loro dato al battesimo o all’anagrafe) ma piuttosto
rara nell’Impero asburgico alla metà del Settecento, iniziò
un processo di mistificazione che accompagnò Mozart per tutta la
sua vita e lo perseguita anche postumo. Trovato come suo librettista un
mistificatore per eccellenza, come Lorenzo da Ponte (abate, biscazziere
e soprattutto puttaniere), i due dedicarono alla mistificazione un trittico
in cui la terza parte (Così fan tutte) è ancora oggi l’espressione
teatrale e musicale più alta delle gioie della mistificazione e delle
sue sofferenze.
Dato che sovrintendenti, direttori artistici e critici musicali sono spesso
poveri di idee e si aggrappano, quindi, alle occasioni celebrative, il 2006
appena iniziato rischia di diventare l’anno mozartiano da per tutto,
sia nei teatri sia nelle sale da concerto. È un rischio che ha i
tratti di una minaccia: una scorpacciata di Mozart da non farcelo sopportare
più, o da richiedere un lungo maggese prima che il pubblico ne voglia
un’altra dose. Trascurando la sinfonica e la cameristica nei 600 lavori
(di cui soltanto 22 per il palcoscenico) lasciati in un’avventura
umana durata meno di trentasei anni e soffermandoci esclusivamente sul teatro
in musica, basti pensare che l’estate 2006 al Festival di Salisburgo
verranno allestite, nell’arco di sei settimane, tutte le 22 opere
(alcune in più di una edizione) prodotte dal compositore. Anche quelle
da considerare meri esercizi o esibizioni di bravura di un enfant prodige
portato in giro per l’Europa da un padre, poco mistificatorio ma piuttosto
venale, che nel genio del ragazzino aveva trovato come riempire le tasche,
solitamente vuote, di un violinista impiegato dall’Arcivescovo di
Salisburgo.
Mozart-mania
all’italiana
Quasi
tutti i maggiori teatri lirici europei (e non solo) aprono le loro stagioni
con lavori di Wolfgang Gottlieb/Amadeus. Limitiamoci all’Italia. Nella
Mozart-mania 2006, c’è chi fa l’eccentrico come il Teatro
Lirico di Cagliari: pesca nei dintorni, con la prima italiana di Chérubin,
lavoro peraltro noiosetto di Jules Massenet, proposto nel 1905 all’Opéra
de Montecarlo (quando le opere di Mozart stavano ricominciando ad apparire
sui palcoscenici dei teatri non tedeschi) come continuazione de Le nozze
di Figaro – in breve un’altra mistificazione. Si va però
soprattutto sul tradizionale. Nell’Italia dei tagli al Fondo Unico
per lo Spettacolo (fus) si è giocato d’anticipo; a Roma l’Accademia
di Santa Cecilia ha tenuto un festival dedicato al Salisburghese dal 5 al
29 settembre e nel bel mezzo del festival, il Teatro dell’Opera ha
alzato il sipario, con una Le nozze di Figaro di classe: regia di Gigi Proietti
(il quale 20 anni fa ne fece una strepitosa al Teatro Nuovo di Spoleto),
scene e costumi dello stilista Quirino Conti, un cast giovane (e con alcune
cantanti molto avvenenti). Per Sant’Ambrogio, La Scala apre con Idomeneo
(Daniel Harding nel podio, regia di Luc Bondy, noto per messe in scene innovative,
ove non trasgressive), un lavoro che in Italia non è stato rappresentato
sino a dopo la fine della seconda guerra mondiale ed affermatosi grazie
alla tenacia di Peter Maag.
La vera e propria Mozart-mania all’italiana si annuncia all’insegna
di scarso coordinamento: solamente a Roma sono stati annunciati un Don Giovanni
in grande spolvero per inaugurare il 17 gennaio la stagione del Teatro dell’Opera
ed un altro, anch’esso con grande cast, in maggio, all’Accademia
di Santa Cecilia, nonché altri tre o sei (le stime variano) in teatri
minori. Il Teatro dell’Opera, poi, osa due progetti da fare intimidire:
le tre opere romane (Ascanio in Alba, Lucio Silla, La clemenza di Tito)
nei luoghi dove avvenne l’azione (il Foro Traiano, la Curia ed il
Colosseo), nonché un’intera giornata in cui Le nozze, Don Giovanni
e Così verrebbero eseguite una dopo l’altra (con interruzioni
per i pasti e le esigenze vitali) nell’impianto scenico di Conti,
con la regia di Proietti e con Gelmetti nel podio. Il Carlo Felice di Genova
ha sfoggiato il palcoscenico più moderno e più tecnologico
su piazza (con quelli dell’Opéra Bastille ed ora della Scala):
a fine 2005 (giocando ancora una volta d’anticipo) nel corso di due
week-end mozartiani si è gustato il trittico delle tre opere su libretto
di Da Ponte (Le nozze, Don Giovanni e Così) con regie sia nuove sia
“storiche”. Anche il San Carlo propone il trittico Da Ponte-Mozart
ma, dato che il suo palcoscenico è un intoccabile monumento storico,
lo realizzerà nell’arco di tre mesi, un’opera alla volta
– elemento unificante: la regia di Mario Martone. Verona ed i Teatri
di Reggio Emilia co-producono il trittico con regia di Daniele Abbado e
concertazione di Jonathan Web. Il circuito lombardo sfoggia Le nozze. Il
Massimo di Palermo e le Muse di Ancona optano per una rilettura de Il ratto
dal serraglio. Il Comunale di Bologna presenta Ascanio in Alba, a mezzadria
con Roma. Tra i maggiori teatri italiani unicamente il Comunale di Firenze
sembra snobbare l’occasione (nella lirica ma si rifà con la
sinfonica). Alla Scala, infine, dopo l’inaugurale Idomeneo avremo
la ripresa di Le nozze in un allestimento concepito da Strehler all’inizio
degli anni ’70 (originariamente per il teatro dell’opera della
Reggia di Versailles), ed un’edizione nuova di zecca (regia di Peter
Mussbach) di Don Giovanni co-prodotta con la Staatsoper under Den Linden
di Berlino, nonché un assaggio della produzione Mozart giovanile
(Ascanio in Alba) a fine di stagione. Si potrebbero riempire le pagine di
un elenco telefonico: una vera e propria inflazione.
Mistificazione
di un libero professionista
Andiamo
con ordine. Dopo l’exploit da bambino prodigio (ma allora era il padre
Leopold a passare all’incasso) Mozart ha avuto un successo relativamente
modesto in vita. Ha tentato di diventare un musicista “salariato”
in corti importanti ma, in parte per il carattere davvero innovativo della
sua musica, un po’ per la sua notoria poca disciplina, un po’
per la sua complessa (ove non contorta) personalità, non è
mai riuscito a tenere un impiego soddisfacente per più di qualche
mese. Ha intrapreso, quindi, la carriera di musicista libero professionista
in una Vienna dove il mercato era fortemente competitivo. Pure le opere
oggi considerate più “popolari” ebbero inizi duri e stentati.
Ad esempio, Le nozze furono arrise da buone critiche ma portarono poca cassetta,
Don Giovanni venne considerato immorale, Così fa tutte amorale, Idomeneo
e La clemenza di Tito meri esercizi di stile rivolti al passato (La clemenza
composta in 17 giorni nella speranza di essere assunto a corte fu un vero
e proprio fiasco); Il flauto magico andò bene (come commedia musicale,
in un teatro di periferia), ma ebbe la “prima” appena due mesi
prima della morte dell’autore. In vita a Mozart non mancarono estimatori,
specialmente nella sua professione, ma in cerchio ristretto anche se autorevole
(soprattutto Haydn e Beethoven). Anche nell’Ottocento, Weber, Chopin,
Schuman, Gounod e Wagner spesero, spesso, nei loro scritti ottime parole
in suo favore. Ma il pubblico gli voltò spesso le spalle non solo
nei teatri ma anche nelle sale da concerto. Alcuni esempi: la “prima”
parigina del Requiem avvenne nel 1932; sino all’inizio del Festival
di Glyndebourne (nel 1935), in Gran Bretagna Le nozze (ridotta ad uno solo
atto) veniva rappresentata come completamento di serata in coppia con Il
barbiere di Siviglia di Rossini (anch’esso scorciato); in Germania,
si eseguivano con frequenza i due Singspiel (Il ratto dal serraglio e Il
flauto magico), ma per di più in teatri secondari, erano sparite
del tutto opere “serie” come Idomeneo e La clemenza (per non
parlare di Mitridate, re del Ponto ripescato dalla Rai italiana attorno
al 1955) ed il trittico (Le nozze, Don Giovanni e Così) veniva rappresentato
non solo in tedesco, invece che in italiano, con i recitativi trasformati
in dialoghi in prosa (a volte corredati da battutacce da avanspettacolo
quali quelle, escatologiche e volgari, in una recente edizione porno de
Il ratto a Berlino); infine tanto le arie quanto soprattutto gli insiemi
venivano drasticamente mutilati. In effetti, il melodramma ed il verismo
italiano, il grand-opéra e l’opéra lyrique francese
e tutto il percorso del teatro in musica tedesco tanto prima quanto dopo
Wagner (per non parlare delle “opere nazionali” che nascevano
in Europa centrale ed orientale) erano distanti veri e propri anni luce
dalla musica di Mozart (specialmente dal teatro in musica ed in particolare
dal trittico composto su testi di Lorenzo Da Ponte).
Sino agli anni successivi alla prima guerra mondiale, la mistificazione
di Mozart consisteva nell’ignorare i suoi lavori più apertamente
drammatici e nel ridurre gli altri in commedie di mero intrattenimento (falsandone
sovente le tonalità). Naturalmente non mancavano specialisti che
riuscivano ad entrare nel mondo e nella poetica di Gottlieb/Amadeus; ad
esempio, l’epistolario tra Richard Strauss e Hugo von Hofmannsthal
rivela come avessero compreso le grandi sottigliezze de Le nozze ed intendessero
riproporne il complesso tema al pubblico dell’inizio del Novecento
con il loro Il cavaliere della rosa. Inoltre, sempre in quegli anni fiorirono
gli studi mozartiani (Wyzewa, Saint-Fox, Dent) alcuni dei quali (Ghéon)
affrontavano non solo gli aspetti musicologici ma anche la filosofia politica
e letteraria e la religione del compositore. Tuttavia, solamente negli anni
’30 con il Festival di Salisburgo, prima, quello di Glyndebourne,
poi e infine (dopo la seconda guerra mondiale) quello di Aix-en-Provence,
Mozart cominciò a diventare moneta quasi corrente. Pur se autore
da Festival, piuttosto che da repertorio o da cartellone di “stagione”.
Seguì un’altra, e più sottile, mistificazione. Mozart
venne presentato come un angioletto, ultimo cantore di un Settecento delicato,
lezioso e raffinato; se ne possono vedere esempi in alcuni dvd basati su
filmati d’epoca. Se ne tocca con mano l’immagine guardando all’iconografia
dei cioccolatini prodotti a Salisburgo, nulla di più distante dal
volto malaticcio, gonfio e coperto di brufoli (e né elegante né
di bello aspetto) del solo ritratto autentico tramandatoci, quello fattogli,
quando aveva 26 anni, dal cognato Joseph Lange. Il Gottlieb/Amadeus roseo
ed incipriato ritrattista, a sua volta, di un mondo gioioso ed a tempo di
minuetto (presente nelle sinfonie ma quasi mai nelle opere del Salisburghese)
strideva marcatamente con la crudezza del suo epistolario (allora pubblicato)
specialmente con quella delle lettere alla sua cuginetta Maria-Anna Thékla
(che doveva avere sui 18-19 anni) cariche di oscenità della più
aperta volgarità e colme di riferimenti specialmente a quella parte
del bassoschiena su cui di norma non batte il sole, nonché alle sue
funzioni sia fisiche sia erotiche. Una vera e propria ossessione che spiega
le difficoltà del giovanotto (pur totalmente eterosessuale) con le
donne; queste difficoltà, di cui ci sono riferimenti in quasi tutte
le opere, sono altra indicazione della mistificazione da lui vissuta nel
quotidiano.
Accanto al Mozart serafino, la cui musica sarebbe, secondo François
Mauriac (sì proprio quello che metteva l’acqua benedetta nel
bidet!), una prova ineluttabile di trascendenza, cominciava a prendere corpo
la mistificazione del Mozart sanculotto (a cui Jean e Brigitte Massin hanno
dedicato un libro davvero enorme nel 1970), distaccato dal cattolicesimo,
ove non apertamente anti-clericale, avversario degli aristocratici, precursore
della rivoluzione francese e simpatizzante dei moti rivoluzionari (che avevano
luogo proprio negli ultimi anni della sua vita). In breve, un giacobino
il cui Flauto magico sarebbe stato pensato e composto per celebrare il nuovo
culto della libertà, fratellanza ed uguaglianza. Ancora una volta,
difficile coniugare il razionalismo illuminista alla base della lettura
di Jean e Brigitte Massin con i pochi documenti di Mozart che ci sono rimasti
– essenzialmente il suo epistolario ed i racconti di contemporanei,
secondo cui anche mentre componeva (spesso in carrozza nei lunghi viaggi
attraverso l’Europa) si lasciava andare alle peggiori trivialità
quali quella di contrappuntare con rumorosi peti le musica celestiale che
scriveva. Pur se pronto a “comporsi” per presentarsi a potenziali
clienti e soprattutto a chi gli avrebbe potuto offrire un lavoro dipendente.
Ancora mistificazione giornaliera e sulla propria pelle.
Massone
per convenienza e rivoluzionario
In
Italia, più ancora che in Francia, il teatro in musica del Mozart
sanculotto ha avuto una lettura scenica particolare dagli anni ’70
agli anni ’90; ha assunto una colorazione marxisteggiante. Fin troppo
semplice dare un’interpretazione quasi brechtiana a La clemenza (ricordo
una regia di Ruth Berghaus): una rivolta contro il tiranno, il quale (non
si capisce bene perché) alla fine perdona tutti, anche il suo amico
più caro che stava per pugnalarlo. Financo banale vedere in Don Giovanni
(come nelle letture di De Simone e di Savary) la borghesia macera e corrotta,
nelle donne da lui abbandonate (ed al suo inseguimento) delle protofemministe
in fregola e nel buon Masetto (cornuto a metà perché il tradimento
è rato ma non consumato) il proletariato in cerca di riscatto. Eccessivo
trasformare Così fan tutte (nell’interpretazione di Cobelli
a Bologna nel 1979, sulla scia dei moti studenteschi del 1977) in una parabola
sado-masochista in cui ad ogni cantante corrispondeva un mimo nudo (allora
causavano shock, mentre adesso la diffusione è tale, pure nella calvinista
Ginevra, che non fanno alcun effetto). Più elaborato e più
sottile lo strisciante marxismo de Le nozze nella edizione Strehler che
dal 1972 ha girato mezzo mondo (è spettacolo elegante e sontuoso)
e sarà di nuovo alla Scala la primavera prossima oppure in quella
di Visconti pensata per l’Opera di Roma nel 1974 e riproposta a metà
degli anni ’80: si contrappongono due mondi (quello della nuova borghesia
emergente e quello di un’aristocrazia che, costretta a cedere i propri
privilegi, vuole riappropriarsene di soppiatto) e due generi (con le donne
che beffano gli uomini grazie alla loro astuzia ed alla loro capacità
di combinare il meglio delle differenti classi).
Finita l’epoca delle regie marxiste, la mistificazione continua, almeno
nella musicologia. Uno dei successi editoriali dell’autunno 2005 è
Mozart massone e rivoluzionario di Lidia Bramani; oltre 500 pagine a stampa
fitta, esaurito in pochi mesi. È un libro a tesi: Mozart viene presentato
come un massone pre-rivoluzionario. Lidia Bramani è studiosa seria;
nonostante non si basi su tutti i riferimenti essenziali (come notato da
Quirino Principe in una sua puntuta recensione), non cade nelle trappole
in cui si sono un po’ rotti le gambe Jean e Brigitte Massin. Nelle
80 dense pagine iniziali, vengono analizzate con grande acume e ricca documentazione
la complessità della massoneria in aree cattoliche come la Baviera
e l’Austria negli anni della formazione e della maturità di
Mozart, un contributo di valore, alla comprensione dell’ambiguità
stessa di Gottlieb/Amadeus. Meno pertinente, e molto tirato per i capelli,
cercare assonanze massoniche quasi in ogni nota delle sue opere. Ne risulta
un quadro interessante: «Mozart non era svampito, svagato, disimpegnato,
ingenuo. Aveva una morale salda, ma odiava i moralismi, era sinceramente
religioso benché anticlericale, preso dalla sua arte eppure tutt’altro
che assente dal mondo» – dunque, contraddizioni che inducevano
all’esigenza di mistificazione nella vita e nella professione. Ne
risulta soprattutto un affresco della massoneria in un mondo (l’Austria
e la Baviera) profondamente cattolico e molto lontano dalle pulsioni rivoluzionarie
della non lontana Francia – anzi molto avverso a queste ultime.
Per Mozart (ed in ciò differisco dalla interpretazione di Lidia Bramani)
l’adesione ad una massoneria che reclutava con l’incoraggiamento
aperto dell’Imperatore Giuseppe II era, in parte, convinzione di andare
verso un mondo migliore (rispetto a quello poverissimo in cui viveva) ed
in parte una strada per trovare una sistemazione, essere “assunto”
almeno da qualche principotto e di venire, quindi, abbigliato con la marsina,
all’epoca d’obbligo per tutto il personale di Palazzo (musicisti
compresi, come capitò per lustri a Haydn prima di sbarcare a Londra).
Per ottenere “un posto fisso”, si era iscritto alla loggia massonica
organizzata da Emanuel Schikanader – loggia che, nella capitale dell’Impero
nell’ultimo scorcio del Settecento, doveva essere una sorta di “P2
dei poveri” in cerca di collocamento. Dato che neanche quella strada
gli aveva portato gli esiti agognati, prese in mano un libretto vetusto
per comporre un’opera celebrativa (per l’appunto il suo ultimo
lavoro La clemenza) per il nuovo imperatore, Leopoldo II; nonostante il
supporto solidale della loggia, non riuscì a farla rappresentare
nell’ambito delle Feste con la maiuscola – quelle della capitale
– e si dovette accontentare di vederla andare in scena “in provincia”,
dove, per di più, fece un tonfo. Era un massone per convenienza (come
molti altri nell’Austria e nella Baviera di quegli anni). E non gli
andò affatto bene.
Ciò nonostante, Mozart era “rivoluzionario”. Non teorizzò
un nuovo modo di scrivere musica o di pensare il teatro in musica, ma cambiò
il modo di farlo (ed in una misura così drastica che si dovette attendere
oltre un secolo per comprenderlo). Prendiamo Le nozze – con i wagneriani
Maestri cantori di Norimberga e con lo straussiano Cavaliere della rosa
– tra le più grandi commedie in musica di tutti i tempi. Al
centro de Le nozze c’è una rivoluzione del ruolo della donna
nella società che precede di cento anni Casa di bambola di Ibsen
e Candida di Shaw. All’epicentro c’è una fanciulla-cameriera,
Susanna, la quale ordisce, in combutta con la Contessa di cui è al
servizio, una rete di intrighi in modo che, al termine, della “folle
giornata” (è il sottotitolo dell’opera) ciascuno finisca
sotto le lenzuola giuste, mentre all’inizio almeno due dei protagonisti
maschili ambivano ad andare sotto le lenzuola di donna d’altri. Siamo
alla fine del Settecento: chi può immaginare una rivoluzione più
copernicana di quella pensata da Da Ponte e Mozart prendendo spunto da una
commedia (peraltro didascalica e lunga: cinque atti e 16 personaggi) dell’aristocratico,
ed illuminista, Beaumarchais? Ponendo al centro della vicenda le due donne,
la rivoluzione diventa universale. Il punto centrale, però, è
che Gottlieb/Amadeus rivoluziona la musica: abolisce “cavatine”
(così care a Rossini, a Donizetti ed anche a Verdi) ed altre convenzioni.
Scrive una partitura dal ritmo incalzante in cui 14 arie si incastrano in
ben 14 pezzi d’insieme. Sono più di tre ore di musica (senza
tenere conto degli intervalli). Ho visto almeno cinquanta volte Le nozze
in tutte le salse ed in tutte le regie; ad ogni buona esecuzione scenica
e musicale; quando l’opera termina vorrei che ricominciasse per potere
passare altre quattro ora circa a teatro. Se questo non è rivoluzionario…
L’esaltazione delle mistificazione, però, è nell’amoralissima
Così dove il gioco erotico implica tradimenti e gelosia (anche rispetto
ai tradimenti che si progettano ed attuano) e, sotto il profilo musicale,
i recitativi scivolano in numeri musicali e da essi emergono con una concezione
che anticipa di circa un secolo il musikdrama. Per toccarlo con mano si
veda la magnifica edizione con regia di Patrice Chéreau e concertazione
di Harding: ha debuttato, con dieci repliche, a Aix-en-Provence l’estate
2005, ne ha avuto 18 all’Opéra di Parigi in autunno, è
in programma a Vienna ed altri teatri (non solo europei) nel 2006 ed approderà
alla Scala nel 2007. Come beffarda mistificazione, l’opera sulla mistificazione
del musicista più mistificatorio arriverà a quello che vuole
essere il Sancta Sanctorum della lirica soltanto dopo che l’anno della
mistificazione sarà bello e terminato.
Giuseppe Pennisi, economista, collabora in materia di musica lirica a varie
testate tra cui Milano Finanza, il Domenicale e Musica.
(c)
Ideazione.com (2006)
Home
Page
Rivista | In
edicola | Arretrati
| Editoriali
| Feuileton
| La biblioteca
di Babele | Ideazione
Daily
Emporion | Ultimo
numero | Arretrati
Fondazione | Home
Page | Osservatorio
sul Mezzogiorno | Osservatorio
sull'Energia | Convegni
| Libri
Network | Italiano
| Internazionale
Redazione | Chi
siamo | Contatti
| Abbonamenti|
L'archivio
di Ideazione.com 2001-2006