Il
clima nel quale l’Ucraina ha vissuto il primo anniversario della vittoria
arancione si riassume in una parola: delusione. Nil novi sub sole, la delusione
è una conseguenza naturale di qualsiasi rivoluzione quando dal culmine
storico si ritorna alla normalità. Il fattore soggettivo è
determinante: non sempre i capi rivoluzionari sono destinati a diventare
i veri leader politici che gestiscono i processi evolutivi del paese. E
anche in questo l’Ucraina non è stata affatto originale. In
questo caso però il sodalizio dei protagonisti arancioni, l’attuale
presidente Viktor Yuschenko e l’ormai ex primo ministro Julia Tymoshenko,
in un anno è degenerato in una vera e propria guerra a oltranza alla
vigilia delle nuove elezioni legislative del marzo 2006.
Il governo nominato dal presidente Yuschenko dopo il suo insediamento nel
gennaio 2005 è stato il frutto di una eterogenea coalizione, nata
con l’obiettivo di rovesciare il vecchio regime. Una volta arrivati
al potere, i protagonisti arancioni, ormai in veste istituzionale, si sono
divisi in vari poli di attrazione politica, motivati spesso da interessi
corporativi se non personali, giacché non è stata mantenuta
la promessa-chiave, da parte del nuovo presidente, di separare il potere
istituzionale dagli oligarchi e dal grande capitale. Un altro fattore determinante
è stato il contrasto personale tra Yuschenko e Tymoshenko, dovuto
alle rivalità politiche, che si sono accentuate alla vigilia delle
elezioni politiche del 2006 e nel contesto della riforma costituzionale
in corso, che rafforza il Parlamento ed il premierato, limitando il potere
presidenziale.
In questo scenario, otto mesi dopo l’insediamento del presidente e
la nomina del nuovo governo, è scoppiato uno scandalo in cui sono
rimasti coinvolti i più stretti collaboratori di Yuschenko. La reazione
del presidente è stata quella di sciogliere tutto il governo, anche
se nessuno dei suoi membri era coinvolto nello scandalo. Successivamente
il presidente Yuschenko ha firmato il cosiddetto Memorandum di comprensione
reciproca (che tra l’altro garantisce l’amnistia ai falsificatori
delle elezioni presidenziali del 2004) con Viktor Yanukovich, colui che
era stato il suo contendente nelle tempestose elezioni dell’anno prima.
Obiettivo piuttosto banale: ottenere dal partito di Yanukovich – forte
di 50 seggi parlamentari – i voti necessari all’elezione del
nuovo premier Jurij Jekhanurov. Il siluramento del governo Tymoshenko e
gli accordi di Yuschenko con il suo avversario hanno generato una crisi
politica in Ucraina la cui soluzione appare ancora lontana. La situazione
è particolarmente delicata, giacché la crisi si è sovrapposta
alla campagna elettorale del 2006. Da un lato, il popolo si sente tradito
e non ha più fiducia negli attuali leader politici; nello stesso
tempo la società civile, costituitasi proprio nel corso della rivoluzione
arancione e temprata dalle successive vicissitudini istituzionali, sta acquisendo
la sensibilità politica per fare valere i propri diritti e difendere,
se necessario, la sua scelta democratica. Così l’immaturità
della classe dirigente è contrastata da uno straordinario sviluppo
della società civile. Il divario tra le istituzioni e la società
sarà determinante non solo per l’esito delle prossime elezioni,
ma anche per i processi politici generali nei prossimi anni. Un’analisi
di questa dicotomia ci riporta al fenomeno della rivoluzione arancione.
Che cosa è realmente accaduto? Che cosa è realmente cambiato?
Che cosa può realmente avvenire in Ucraina nei prossimi mesi e anni?
Dallo
Stato sultanico alla rivolta della società civile
Nel
senso più ampio, la rivoluzione arancione è stata una mobilitazione
civile generale provocata dall’effetto cumulativo delle deformità
politico-istituzionali, economiche, ideologiche e morali del regime post-comunista.
Il sistema che esisteva in Ucraina fino ad un anno fa poteva essere definito
nei termini di una quasi-democrazia: le istituzioni democratiche, anche
se esistevano formalmente, venivano manipolate dal partito del potere saldatosi
con gli oligarchi per garantire interessi economici privati. Così
la politica veniva commercializzata mentre i partiti erano prevalentemente
creazioni dei clan oligarchici. Le elezioni servivano da strumento per garantire
la continuità del regime e la successione del potere a un candidato
opportuno e all’occorrenza venivano falsificate. La menzogna era alla
base della vita politica e sociale, le libertà erano oppresse, a
cominciare dalla libertà d’informazione. Le redazioni dei giornali
e dei canali televisivi dovevano adeguarsi ai cosiddetti copioni emessi
giornalmente dalla Cancelleria del presidente, una specie di compendio su
come mettere i fatti e le notizie nella giusta luce. I giornalisti che non
si adeguavano e, quindi, rappresentavano un pericolo per il regime dovevano
essere neutralizzati, fino al punto di prevedere l’eliminazione fisica
come ultima soluzione. L’autoritarismo del potere si è rafforzato
sempre di più, la corruzione nelle istituzioni è divenuta
totale. L’economia, che serviva prevalentemente gli interessi del
partito di potere, assumeva una struttura sempre più deformata: i
due terzi di essa erano alimentati dal mercato nero, giacché l’impresa
subiva un vero e proprio racket dallo Stato. In queste condizioni lo sviluppo
della classe media era soffocato, l’impoverimento della popolazione
e la stratificazione sociale avevano raggiunto livelli senza precedenti.
Nello stesso tempo, l’Ucraina stava per esaurire le possibilità
del regime oligarchico – entropico per definizione – e al momento
delle elezioni presidenziali nel 2004 era oggettivamente pronta per i cambiamenti
sistemici. Ma, come è noto, le elezioni furono truccate, scatenando
una forte reazione sociale e azionando i fattori di ordine soggettivo: il
popolo, considerato dal potere politicamente apatico e non reattivo, è
sceso in piazza per difendere il proprio diritto a scegliere. È quella
che è passata alla storia come rivoluzione arancione. Gli ucraini
hanno scelto i cambiamenti puntando su una nuova squadra politica nella
speranza che non fosse corrotta, che avesse una visione strategica dello
sviluppo del paese e una forte volontà politica di riformarlo.
Un anno dopo la rivoluzione il popolo si è sentito ingannato nelle
sue speranze scoprendo che i nuovi governanti in sostanza non erano molto
diversi da quelli vecchi: non meno corrotti, senza visione strategica e
senza coerenza politica. I dirigenti effettivi sono cambiati, ma il sistema
post-comunista si è rivelato molto più persistente. Una delle
sue caratteristiche è appunto la carenza istituzionale, assenza di
una élite politica capace di gestire il paese nelle nuove condizioni
storiche. Così l’Ucraina, all’indomani della sua indipendenza
nel 1991, si è ritrovata con governanti che erano ex funzionari del
partito comunista ed esponenti della vecchia nomenklatura convertiti non
tanto alla democrazia quanto ad una nuova congiuntura politica. È
sintomatico che il partito comunista, che nel 1991 in Ucraina fu proibito
per un breve periodo, successivamente venne riabilitato: il partito del
potere lo utilizzava come uno spauracchio elettorale offrendo agli elettori
una deplorevole alternativa, scegliere tra due mali il male minore, i “non”
comunisti. La novità delle presidenziali del 2004 consisteva nel
fatto che quelle fossero le prime elezioni in cui un esponente del partito
di governo, Viktor Yanukovich, il primo ministro in carica, veniva sfidato
da un candidato dell’opposizione non comunista, Viktor Yuschenko.
Questi ha vinto anche perché era stato meno coinvolto nel regime
e aveva seguito una carriera più economica che politica fino al 1999,
quando fu nominato premier nel primo governo del secondo mandato del presidente
Kuchma. Fu il governo più democratico e più efficace dell’Ucraina
post-comunista, ma questo non ne impedì il siluramento nell’aprile
del 2000. Da lì nasce la leggenda di Yuschenko oppositore del regime,
che culminò con la tempestosa campagna elettorale del 2004, quando
Yuschenko subì un attentato (l’avvelenamento) ma sopravvisse
e vinse le elezioni.
La
fuoriuscita dal post-comunismo e la metamorfosi di Yuschenko
Il
problema di fondo è che Yuschenko-eroe popolare non è riuscito
a diventare un presidente dello Stato: un anno dopo la rivoluzione il risultato
è che lo Yuschenko combattente contro il regime e contro il suo autoritario
predecessore ha assimilato alcune delle sue peggiori caratteristiche. La
più grave e esasperante per i suoi sostenitori è di non dire
tutta la verità: sugli scandali di corruzione nel suo entourage e
persino nella sua famiglia; sugli accordi segreti o separati a volte con
gli alleati, a volte con l’opposizione; persino sui suoi redditi personali.
Gli ucraini sensibilizzati dalla rivoluzione l’hanno recepito come
un vero campanello d’allarme: vuol dire che la menzogna, anche se
una mezza verità, non è stata eliminata dalle istituzioni
e continua ad essere un metodo politico. È un problema di ordine
ideologico: la menzogna accompagna spesso la politica, ma nei paesi democratici
di solito emerge e viene corretta, mentre nei paesi non-democratici va nascosta
e tollerata. Nel caso ucraino non è solamente il problema personale
di Yuschenko o di qualsiasi altro politico; sono in gioco i fattori di inerzia
dei vecchi meccanismi del regime precedente ancora molto attivi nella politica
del paese. Così il paradigma elettorale sembra essere immutabile,
si sceglie sempre il male minore. La svolta del 2006 si traduce nel cambiamento
della ripartizione delle forze politiche e, quindi, delle preferenze elettorali:
si sceglierà in base all’appartenenza e al coinvolgimento politico
nel sistema precedente. I meno coinvolti hanno più probabilità
di vincere. Una tale tendenza si era d’altronde già delineata
ai tempi della rivoluzione arancione.
Il “no” al regime nel 2004 non era altro che il “no”
al post-comunismo. Va ricordato che i primi a scendere allora in Piazza
sono stati i giovani, la generazione fra i diciotto e i trent’anni,
cresciuta o addirittura nata nel periodo post-comunista e, quindi, più
sensibile alle incongruenze di una stagione di transizione. I giovani sono
stati seguiti dai loro nonni fra i sessanta e gli ottant’anni, testimoni
diretti della drammatica ascesa del comunismo al potere. Per ultimi sono
arrivati i genitori dei giovani, ovvero quella generazione dei quaranta-cinquantacinquenni
prodotta dal comunismo e, quindi, meglio predisposta ad assimilare il sistema
post-comunista. Comunque sia, la rivoluzione arancione non è stata
un Ottantanove giunto in Ucraina con quindici anni di ritardo, come è
stata spesso interpretata, soprattutto in Occidente. A distanza di un anno
la natura della rivoluzione arancione è chiara e univoca: si tratta
dell’abbandono del post-comunismo nella coscienza collettiva ucraina.
E per questo suo aspetto specifico le elezioni in Ucraina nel 2004 vanno
piuttosto paragonate alle elezioni in Polonia nel settembre-ottobre 2005,
quando una doppia vittoria dei conservatori e dei liberali alle politiche
e alle presidenziali ha significato rinunciare definitivamente al post-comunismo
come processo politico della transizione.
Questo anche tenendo presenti le sostanziali differenze fra il post-comunismo
ucraino e quello polacco. La Polonia ha vissuto pienamente il suo Ottantanove
al tempo giusto e aveva un retroterra politico adeguato per compiere la
transizione verso la democrazia. In Ucraina, dove l’Ottantanove era
stato parziale, i ritardi andavano recuperati in un modo molto più
spontaneo e le trasformazioni politico-sociali si sono prolungate nel tempo
causando una forte dicotomia tra una società civile, costituitasi
in un nuovo contesto storico, e una vecchia élite politica incapace
di cambiare lo stile di governo. La rivoluzione arancione è stato
il primo tentativo di rimediare a questo andamento dicotomico, ancora un
volta riuscito solo parzialmente. In questo senso le elezioni parlamentari
del 2006 rappresentano una tappa successiva del cambiamento, il principio,
oramai insoddisfacente, della distribuzione del potere politico.
Il maggior difetto del sistema consiste in uno scarso rinnovamento del campo
politico e dei suoi attori. Di conseguenza, l’offerta elettorale si
limita ai soliti protagonisti, anche se alcuni di loro sono stati politicamente
screditati: il partito di Yuschenko (Unione popolare nostra Ucraina), il
blocco elettorale di Tymoshenko (bjut) ed il partito di Yanukovich (Partito
delle Regioni). Benché queste siano le elezioni legislative, si sfideranno
non tanto i partiti quanto i loro leader, poiché la politica ucraina
è assai personalizzata.
Ma bisogna distinguere tra la personificazione della politica nei paesi
occidentali e quella nei paesi post-totalitari: si tratta di due fenomeni
di origine diversa. In Occidente la personificazione politica significa
il superamento della fase del bipolarismo ideologico, mentre nei sistemi
post-comunisti, dove il bipolarismo di fatto deve ancora nascere, un tale
fenomeno può generare tendenze negative come l’autoritatismo
dei leader, l’assenza di programmi ben definiti, un grande numero
di “ribaltoni” in una continua ricerca delle migliori congiunture
politiche.
Ai
nastri di partenza per la sfida elettorale di marzo 2006
L’ex
primo ministro del governo arancione, Julia Tymoshenko, è tentata
da due opzioni. La prima è pragmatica: unirsi con il blocco elettorale
di Yuschenko, visto che un tale accordo esisteva molto prima del suo siluramento.
La seconda è emotiva: andare alle elezioni per proprio conto posizionandosi
contro il partito del potere di Yuschenko. Prevarrà comunque un semplice
calcolo aritmetico: quale delle due opzioni offre più voti. Va sottolineato
che Tymoshenko rappresenta una grande sfida politica per Yuschenko: lo contrasta
traendone i vantaggi. Più decisa, più coerente e carismatica,
la passionale Julia potrebbe diventare una nuova forza nella politica ucraina
se non avesse due gravi difetti: lo stile di governare troppo eclettico,
specialmente per quanto riguarda le materie economiche, e un eccesso di
ambizione che sfiora l’autoritarismo. Ai tempi della rivoluzione,
Tymoshenko fu consacrata dalla Piazza come la Giovanna d’Arco ucraina
e Julia si identifica sin troppo con questo personaggio: il suo habitat
naturale è la lotta per il potere, mentre il suo stile politico spesso
risulta poco idoneo a gestire dei processi evolutivi. In ogni caso, le forze
politiche sia di Yuschenko che di Tymoshenko rappresentano lo schieramento
arancione, per riprendere il termine popolare divenuto internazionale.
Viktor Yanukovich, l’avversario delle ultime elezioni presidenziali,
è a capo dell’opposizione ufficiale che raggruppa i politici
anti-arancioni, coloro che difendevano il vecchio regime durante la rivoluzione
e vorrebbero restaurarlo oggi. Si tratta prevalentemente degli esponenti
delle business-élites dell’Est guadagnatisi la fama con gli
slogan secessionisti ai tempi di rivoluzione. Il loro elettorato è
ben circoscritto, sia geograficamente che ideologicamente. Si colloca prevalentemente
a Est dove il territorio è sotto il controllo dei clan oligarchici
e rappresenta la parte più inerte e conservatrice della società
che teme di affrontare i cambiamenti sistemici. Proprio le reazioni sociali
di questa categoria serviranno da cartina di tornasole per valutare l’operato
del nuovo presidente e del suo governo: la quantità dei voti per
il partito di Yanukovich rispecchierà la qualità della democrazia
ucraina, le cui basi sono state gettate dalla rivoluzione arancione.
La cronistoria ucraina dell’ultimo anno – dalle speranze e gli
entusiasmi iniziali alle profonde delusioni per i leader e la loro politica
– si spiega alla luce di una logica oggettiva comune a qualsiasi rivoluzione:
poco dopo c’è sempre un certo riflusso, ma ritornare al punto
di partenza non è mai possibile. Il risultato effettivo di una rivoluzione
equivale alla distanza tra il punto estremo del riflusso e la situazione
precedente alla rivoluzione. In Ucraina questa distanza va equiparata innanzitutto
alla libertà di espressione e alla libertà di stampa acquisite
con la rivoluzione. I cittadini hanno ormai accesso ad una informazione
oggettiva senza copioni e senza censura. Di conseguenza, il processo politico,
anche se è ancora lontano dall’essere trasparente, è
divenuto pubblico. È impossibile non valutare l’importanza
di questo fattore giacché i mass-media rappresentano il quarto potere
in ogni società. E in una società che si è da troppo
poco tempo aperta alle trasformazioni democratiche, nella quale l’opinione
pubblica deve ancora acquisire un valore sociale, il ruolo di mass-media
diventa determinante.
La situazione creatasi in Ucraina in seguito alla rivoluzione ha accentuato
la dicotomia tra la società civile sempre crescente e una élite
politica ancora in fase di formazione. Di conseguenza, il tempo politico
non coincide con il tempo reale in cui vive la società. Questa dicotomia,
così come la carenza istituzionale, costituisce una difficoltà
maggiore per la democrazia ucraina nascente. In questo senso, la rivoluzione
arancione rappresenta il punto di biforcazione nel passaggio, che l’Ucraina
oramai ha superato, dal regime post-comunista ad uno Stato democratico.
Il processo, però, può durare da dieci a vent’anni,
il tempo necessario per un cambio generazionale anche politico: il post-comunismo
verrà definitivamente seppellito quando il paese sarà governato
dai giovani che nel novembre 2004 per primi sono scesi in piazza a difendere
i loro diritti civili.
Nel 2006, con l’approssimarsi delle elezioni legislative, il malcontento
e la delusione cederanno il passo alla riflessione. Gli ucraini hanno compreso
i meccanismi per influire sulla politica e per cambiare in meglio la loro
vita. Hanno sentito sotto i piedi un terreno politicamente più stabile
dove mai nessuno potrà più privarli dei loro voti. Si sono
resi conto di trovarsi su un cammino lungo ma diretto verso la democrazia.
Olena Ponomareva, esperta di geopolitica, lettrice di lingua e letteratura
ucraina all’Università La Sapienza di Roma, si occupa di storia
e politica dei paesi dell’Europa centro-orientale.
(c)
Ideazione.com (2006)
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