Dalla
sua fondazione (o meglio rifondazione) ad oggi, il Partito radicale di Marco
Pannella ha mantenuto una fortissima e riconoscibile impronta identitaria,
riuscendo sempre a porsi con grande libertà nel gioco degli schieramenti
politici.
Prima del referendum che ha introdotto il sistema maggioritario in Italia,
i radicali rivendicavano con insistenza, ma con qualche fatica, una sicura
collocazione all’interno della sinistra. Con l’avvento del bipolarismo,
di cui sono stati accesi e precoci fautori, l’atteggiamento è
cambiato. Rifiutando un irrigidimento e impoverimento della propria identità
anomala, i radicali hanno scelto di non scegliere. Impossibile appiattirsi
su uno dei due poli, entrambi poco inclini alla costruzione di una vera
forza politica liberale, liberista e libertaria; meglio di volta in volta
contrattare richieste e convergenze parziali, sottolineando la propria inconciliata
diversità, quello che Pasolini definiva lo scandalo radicale.
Come è possibile che una forza che non aspira affatto a occupare
l’ambitissimo centro, possa indifferentemente oscillare tra destra
e sinistra? Il partito radicale, religiosamente anti-ideologico, si riconosce
in primo luogo nelle proprie lotte, negli obiettivi d’elezione. E
questi sono grossolanamente classificabili in due aree: quella dei temi
socioeconomici, orientati in senso liberista, e l’area dei diritti
civili, dei temi eticamente sensibili, imparentati oggi con le opzioni di
biopolitica. Insomma, se il referendum sull’articolo 18 sposta i radicali
a destra, quello sulla procreazione assistita li conduce a sinistra; il
“meno stato più mercato” è a destra, mentre l’anticlericalismo
e la rivendicazione di un’illimitata autodeterminazione per l’individuo
sono a sinistra. La politica estera, classico cavallo di battaglia radicale,
è meno caratterizzante: essendo, per tradizione, solidamente filo-occidentale,
tenderebbe a destra, ma con l’emergere di nuove posizioni nel centro-sinistra,
le differenze si fanno più sfumate. Altrettanto si può dire
per il garantismo, altro pilastro della cultura politica radicale, che dovrebbe
collocarsi a destra. Ma l’eccessiva personalizzazione del conflitto
tra Berlusconi e le procure militanti, ha fatto sì che i radicali
facessero un passo indietro; d’altra parte, la contiguità tra
magistratura e sinistra non è più quella degli anni trionfanti
di Tangentopoli.
Dunque tutto si potrebbe restringere a una semplificazione che vede il liberismo
a destra e lo zapaterismo a sinistra, e i radicali un po’ di qua e
un po’ di là, secondo le opportunità e le priorità
dell’agenda politica, secondo ciò che si sceglie di privilegiare
o mettere in sordina. In realtà mentre il liberismo della Casa delle
Libertà è sempre meno accentuato, e soprattutto sempre meno
costituisce un tratto identitario dello schieramento di centrodestra, lo
zapaterismo è diventato elemento fondamentale della cultura del popolo
di sinistra, se non dei suoi dirigenti. Oggi i radicali sono con l’Unione,
e questo ritorno del figliol prodigo non solo è logico, ma probabilmente
inevitabile, nonostante le prevedibili occasioni di conflitto.
La
traversata nel deserto degli anni Settanta
Per
chi ricorda gli anni Settanta e l’isolamento in cui furono condotte
allora le battaglie radicali per i diritti civili, la svolta ideologica
della sinistra postcomunista è sorprendente. La lunga campagna di
Pannella per il divorzio fu davvero una traversata del deserto. Allora il
leader radicale raccoglieva consenso solo ai margini, dalla disperata pattuglia
dei “fuorilegge del matrimonio”, e da qualche irregolare, come
Enzo Sabàto, avventuroso editore di Abc, o il deputato socialista
Loris Fortuna. La televisione e la stampa ignoravano Pannella, i partiti
lo ritenevano un pericoloso outsider, il pci considerava il divorzio un
rischio per la politica di dialogo con la dc e la Chiesa (il ventilato compromesso
storico). Anche sul piano dei comportamenti, tra i comunisti vigeva un ideale
di morigeratezza privata, di sobrio rigore dei costumi sessuali, che spingeva
alla cautela nei confronti del divorzio, considerato un po’ sprezzantemente
come un diritto borghese. Bisognava tutelare l’integrità della
famiglia proletaria, la dedizione e la fiducia della base popolare, legata
tradizionalmente a valori cattolici, verso il partito. Tutte queste ragioni
raffreddavano ogni entusiasmo nei confronti dei radicali, che erano visti,
persino dalle organizzazioni extraparlamentari nate intorno al Sessantotto,
come un corpo estraneo, disomogeneo rispetto alla dilagante ideologia marxista.
Solo quando il referendum e la sconfitta democristiana resero chiara la
portata dirompente del divorzio nei confronti degli equilibri immobili della
politica italiana, l’atteggiamento cominciò a mutare.
Non di molto, però. Durante la campagna per le elezioni del ’76,
che portarono per la prima volta quattro deputati radicali in Parlamento,
l’usciere di Botteghe Oscure mollò un sonoro ceffone a Pannella
mentre, accompagnato da un esiguo gruppo di militanti, chiedeva di entrare,
per parlare con qualche dirigente del pci. Il gesto fu immortalato da un
reporter, e la foto, corredata da un commovente comunicato del leader radicale
(«La guancia mi si sta gonfiando, ma non è questo il dolore
più grande…») fece il giro delle redazioni. Il povero
usciere, che non sapeva di aver regalato a Pannella, con quello schiaffo,
quel tanto di polemica elettorale che gli serviva per far scattare il quorum,
era sicuro di interpretare correttamente l’insofferenza che l’elefante
comunista nutriva per il provocatorio topolino radicale.
A lungo il ritornello della natura borghese – e non di classe –
della cultura politica radicale avrebbe relegato i diritti civili tra le
battaglie di serie B della sinistra istituzionale ed extraparlamentare,
con poche eccezioni. A distanza di trent’anni, però, l’atteggiamento
si è rovesciato, Pannella e i suoi hanno vinto, e i vecchi diritti
borghesi fanno integralmente parte del bagaglio culturale della sinistra;
di più, sono un intoccabile totem. Dopo la fine dell’utopia
comunista, coloro che a quell’utopia avevano, in vario modo, fatto
riferimento, non hanno trovato altre identità forti in cui riconoscersi.
Il sociale non basta, soprattutto in una parte del mondo dove le differenze
di reddito non colpiscono la fantasia. Il nuovo terzomondismo no-global
e no-logo rimane sullo sfondo, i vecchi slogan sulle 35 ore si sono dimostrati
in Francia burocratici e fallimentari, la bandiera multiculturalista sventola
tra gli intellettuali ma si affloscia quando si cerca di coagularle intorno
il paese reale, l’antiberlusconismo, collante buono per tutti gli
usi, è destinato a finire con Berlusconi.
Zapatero non è dunque solo l’ultimo mito fugace di una sinistra
in cerca di eroi, ma l’interprete di un’anima profonda, l’unica
e l’ultima che davvero unifichi l’elettorato ulivista, cattolici
adulti compresi. Rassegnati, questi ultimi, a un mondo nuovo, di matrimoni
gay e nascite tecnologiche, con cui bisogna aprire un’inevitabile
contrattazione (vedi la posizione di Rosy Bindi a proposito del referendum
sulla legge 40). Se i leader sono più cauti, coscienti che con il
risveglio cattolico e le sensibilità antiche del paese è necessario
fare i conti, il cosiddetto popolo di sinistra trova, nell’ampliamento
dei diritti del singolo, il nuovo segno dell’identità progressista,
capace di una contrapposizione forte e irriducibile con il conservatorismo
veteroumanista. E trova anche rivendicazioni che danno corpo all’individualismo
desiderante in cui le generazioni post-sessantottine sono cresciute, e che
la sinistra di un tempo aborriva come la peste.
Il liberismo, invece, dopo un effimero momento di splendore, non ha dimostrato
alcuna capacità unificante nel centrodestra, anzi, è stato
causa di fallimenti, delusioni e divisioni. Secondo un’analisi condotta
dalla swg (Miss Melandri e le parole magiche, a cura di Roberto Weber, Battello,
Trieste, 1996), il Polo ha addirittura perso le elezioni del ’96 per
le intemperanze antistataliste di Antonio Martino, rimbeccato da una Giovanna
Melandri pro-welfare, in una tribuna televisiva che pare aver segnato il
destino del centrodestra. Il liberismo è stato l’utopia di
una minoranza culturale, che si è illusa su una generalizzata (in
realtà generica) voglia di liberalismo italiana, su una rivoluzione
reaganiana o thatcheriana che Berlusconi avrebbe dovuto somministrare al
nostro paese dopo che già, nei paesi d’origine, si era conclusa.
Lo
strano (ed equivocato) liberismo delle partite iva
In
Italia, il popolo delle partite Iva, chiedendo meno tasse, non esprimeva
una cosciente domanda di ridimensionamento dello Stato. La spinta all’iniziativa
individuale che ha prodotto l’imprenditoria diffusa su piccola scala
ha avuto altre matrici culturali, era legata a solidi valori familiari,
e si ribellava più all’invadenza partitocratica (percepita
come elemento frenante) che alla presenza statale. Nel nostro paese, le
deregolamentazioni e le liberalizzazioni sono cose che devono avvenire not
in my backyard, non sotto casa, esattamente come l’alta velocità.
Cose che si invocano astrattamente, ma che devono riguardare qualcun altro,
altrimenti vengono violentemente rifiutate. Si dirà che questo accade
dappertutto, e che è impossibile fare riforme sostanziali senza ledere
gli interessi di alcuni gruppi sociali; un abile politico giocherà
la partita bilanciando gli interessi contrapposti, appoggiandosi di volta
in volta al gruppo che ricava vantaggi da una riforma. Ma in Italia l’intreccio
corporativo è così ramificato e radicato, così abituale
e strutturale, che nessuno è immune. È quasi impossibile,
cioè, schierare un interesse contro l’altro: il consociativismo,
defunto in politica, è sempre rimasto vivo nel cuore della società,
nelle famiglie, nel coacervo indistricabile di privilegi grandi e piccoli,
tutelati o dispensati dall’amministrazione pubblica.
Per avere conferma di questa difficoltà basta verificare il risultato
di alcuni referendum: non tanto quello, il cui esito era più scontato,
sull’articolo 18, ma, per esempio, i quesiti del 1995 sulla liberalizzazione
delle licenze e degli orari degli esercizi commerciali. Siamo tutti consumatori,
e tutti trarremmo benefici da orari dei negozi meno rigidi; sarebbe stato
logico prevedere un consenso massiccio alla liberalizzazione. Invece, il
quorum viene raggiunto (57 per cento), ma il no all’abrogazione supera
il 60 per cento dei votanti. Sembra un risultato autolesionista, ma è
l’effetto del sistema di protezioni incrociate che gli italiani tendono
a rispettare: perché togliere a un altro (che tiene famiglia) una
tutela consolidata? Contro questa stratificazione di garanzie corporative
piccole e grandi si è scontrata sia la sinistra che la destra, e
adesso, nel momento in cui si scopre che i vantaggi della globalizzazione
economica per la vecchia Europa, e in particolare per l’Italia, non
sono quelli sperati, meno che mai è possibile immaginare una tensione
di massa verso una politica liberista.
Il
destino zapateriano dell’Unione e quello progressista di Pannella
Il
nostro orizzonte, invece, è affollato di temi e proposte (pacs, eutanasia,
divorzio veloce, selezione genetica, nuove tecnologie abortive e contraccettive,
eccetera) a cui i radicali daranno voce e forza, grazie alla straordinaria
capacità di sfruttare al meglio gli spazi di risulta politico-mediatici,
i territori interstiziali che gli altri non occupano.
Sarà difficile per la sinistra, priva oggi di obiettivi che scaldano
il cuore, smarcarsi dalle posizioni pannelliane, che nel paese forse non
sono maggioranza, ma lo sono tra le élite intellettuali e urbane,
e in tutta l’area di pensiero che più influenza e condiziona
l’Unione. Ma sarà difficile anche, per i radicali, continuare
a proporsi come sostanzialmente estranei agli schieramenti in campo, alleati
possibili di chiunque – a destra o a sinistra – condivida la
battaglia che scelgono di condurre. Nel nostro bipolarismo anomalo, anche
il partito di Pannella è costretto dall’aria dei tempi a scegliere
un alleato.
Eugenia Roccella, giornalista e saggista, fa parte del comitato di direzione
di Ideazione. Collabora regolarmente ai quotidiani Il Foglio e Avvenire.
Il suo ultimo libro, scritto a quattro mani con Lucetta Scaraffia, s’intitola
Contro il cristianesimo ed è stato pubblicato da Piemme.
(c)
Ideazione.com (2006)
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