Programma.
Parolina magica per chi fa politica e deve presentarsi davanti agli elettori.
Dilemma per i leader e i consiglieri politici a caccia di ricette per catturare
il consenso. A pochi mesi dalle elezioni politiche 2006, il panorama italiano
offre la seguente situazione: l’opposizione più eterogenea
di cui si abbia memoria si sente sicura (troppo) di vincere e non ha ancora
un programma, la maggioranza ha il governo più longevo della storia
repubblicana, ma deve aggiornare il programma presentato nel 2001 e interpretare
le sfide contemporanee.
Quello che deve affrontare la Casa delle Libertà è un percorso
tra continuità e cambiamento, essere ancora una volta rivoluzionari
e conservatori in un paese di restauratori. Non sarà facile. Il primo
segnale del centrodestra – la riforma della legge elettorale –
a molti è sembrato un passo indietro e non dobbiamo nascondere che
i sostenitori del maggioritario ne sono rimasti delusi. Tuttavia, la politica
per fortuna è fatta di idee e la legge elettorale è solo uno
strumento. Occupiamoci delle prime e del centrodestra in cerca di una riconferma.
La
coalizione
Il
centrodestra ha il vantaggio rispetto al centrosinistra di avere un’alleanza
più omogenea. Potrebbe sembrare una banalità, in realtà
è il punto di forza della cdl. Le distanze politico-culturali tra
Forza Italia, an, udc e Lega sono minori rispetto a quelle degli avversari.
E questo, quando si mette nero su bianco il programma, è fondamentale.
In questi cinque anni di governo, però, i partiti hanno subìto
una metamorfosi che ne ha modificato le impostazioni iniziali.
forza italia. Non è affatto un partito di plastica, ma è sempre
il partito di Silvio Berlusconi. Il contenitore azzurro è l’immagine
del premier: vario e multiforme. Dentro Forza Italia, è bene non
dimenticarlo, confluirono democristiani, socialisti, liberali, radicali,
ex comunisti, laici e cattolici, imprenditori e tecnocrati, liberi professionisti
e impiegati. Quel partito fin dalla sua nascita nel 1994 fu il mix vincente
di padroni e operai che insieme al self-made man per eccellenza, andò
alla conquista di un Palazzo dove da tempo regnava l’inverno. Per
dieci lunghi anni Forza Italia è stata il reaganismo e il thatcherismo
importati in Italia, la cultura dell’efficienza e il rifiuto della
politique politicienne fine a se stessa. Con molti se e ma, ha svolto una
funzione storica di enorme importanza, tenere insieme il blocco sociale
moderato. Il suo programma oggi non può essere solo quello di ieri,
ma è vero che la casa del liberalismo è ancora in Forza Italia,
che lo scambio tra culture diverse può avvenire meglio in quel partito
piuttosto che in altri condomini politici.
alleanza nazionale. Seconda punta della coalizione, ha attraversato il deserto,
non guarda più al passato, è un partito moderno e ha un leader
potenziale da spendere nel prossimo futuro: Gianfranco Fini. Tuttavia, oggi
in An è assai meno chiaro di ieri l’orizzonte politico. Il
suo presidente ha accentuato un percorso di crescita personale e differenziazione
che, a volte, lo ha letteralmente diviso dalla dirigenza del partito e dalla
stessa base elettorale. Intendiamoci, gli “strappi” di Fini
in buona parte sono stati salutari, ma ora a pochi mesi dalle elezioni,
si sente il bisogno di un programma di destra di largo respiro: moderno,
europeo, identitario. La cifra complessiva del partito non può essere
soltanto quella delle “quote rosa” o della posizione laica (non
laicista) sull’embrione. an è molto altro (per esempio: Europa,
Mediterraneo, law and order) e se vuole essere all’altezza del suo
leader deve fare un salto culturale e proporre un nuovo programma conservatore.
udc. Il partito centrista ha superato la fase di dissenso organizzato seguita
dalla segreteria di Marco Follini, ha rilanciato la figura del suo leader
naturale, Pier Ferdinando Casini, ma non ha ancora del tutto smaltito il
follinismo, quella voglia di distinguersi che ogni tanto può essere
controproducente. L’udc è potenzialmente un partito che può
raccogliere i consensi dell’area cattolica meglio di tutti gli altri.
Per storia e tradizione (democristiana), per cultura dei suoi esponenti,
per la coesione del gruppo dirigente – e della stessa base elettorale
– sui temi etici: aborto, difesa della vita, biotecnologie, famiglia,
matrimonio, rapporto religione-politica. Casini aspira a diventare il nuovo
leader di un altro centrodestra. Ha appena compiuto cinquant’anni,
è già stato presidente della Camera, è un ottimo tattico,
deve dimostrare di avere una strategia. Un calendario italiano e un’agenda
globale. Un programma.
lega. È il partito che più di tutti nella cdl ha mostrato
la sua carica rivoluzionaria. Il voto finale sulla riforma della seconda
parte della Costituzione, quel federalismo cercato fin dalle origini e oggi
raggiunto fino al punto di esser sottoposto a referendum, è un grande
risultato politico. Potrebbe anche arrivare un no dal voto popolare, ma
il percorso del Carroccio – da Pontida allo Stretto di Messina –
è esemplare. Il suo gruppo dirigente ha superato lo shock della malattia
di Umberto Bossi, ha costruito intorno alla sua debolezza fisica un muro
di cinta per salvare il partito e la figura carismatica del Capo, ha continuato
a portare avanti – quasi in solitudine – temi che oggi sono
nell’agenda globale: immigrazione, euroburocrazia e moneta unica,
Cina. Qualcuno dirà che non si governa solo con queste idee: è
vero, ma senza la Lega non ci sarebbe stato in questi anni alcun governo
di centrodestra, sarà ancora una volta decisiva al Nord. E ha già
il suo programma per il suo elettorato.
Le
idee
Se
questo è lo stato dell’arte nella Casa delle Libertà,
la traduzione di queste posizioni in movimento sul teatro politico è
un grande gioco che richiede fantasia, intuito, cultura e naturalmente machiavellica
fortuna.
A proposito dell’autore del Principe, un suo grande lettore, Karl
Rove, il consigliere politico di George W. Bush, dovrebbe collaborare alla
campagna elettorale di Silvio Berlusconi. Rove darà il suo contributo
e nessuno più di Ideazione sa quanto valga e quanto sia stato determinante
nella rielezione di Bush. Tuttavia, occorre dire che il Texas non è
l’Italia e – soprattutto in questo momento – l’Europa
purtroppo non è l’America. Nella percezione globale, il sentimento
del Vecchio Continente è lontanissimo da quello americano su temi
come guerra al terrorismo e armi di distruzione di massa, democrazia e Medio
Oriente, multilateralismo e Nazioni Unite, Africa e paesi poveri, ambiente
e sviluppo industriale (protocollo di Kyoto, per intenderci), lavoro e barriere
economiche, religione e politica. Detto (e scritto) questo, in un brain
storming le idee di Karl Rove ci stanno bene, sarà uno stimolo in
più. Quando si scrive un programma politico l’aspetto più
pericoloso è che la faccenda rischia di finire in mano ai tecnici
che, di solito, non ne azzeccano mai una. E così spesso ci si ritrova
a leggere programmi che sono l’arida elencazione di “cose da
fare”, ma senza alcuna cornice culturale e neppure una vaga idea politica
a sostegno dell’azione. Dunque, venga prima la politica con i politici.
E le idee politiche e non tecniche.
La domanda chiave è: come sta l’Italia? La risposta ce la dà
il censis nel suo recentissimo rapporto per il 2005: «Quest’anno
vanno evidenziati innanzitutto segnali di ripartenza economica:
- nell’affiorare di schegge di vitalità economica; solo una
parte minoritaria dei settori produttivi è in una fase di crisi di
competitività e di bassa crescita;
- nella spinta del terziario; i servizi crescono dimensionalmente, e a fronte
di un incremento medio dello 0,7 per cento le imprese con oltre 50 addetti
sono aumentate del 10,3 per cento;
- nei consumi che volano verso l’immateriale; crescono a un tasso
medio dall’1,3 per cento, ma i servizi di comunicazione aumentano
fino al 19,1 per cento e i servizi legati ai consumi culturali e ricreativi
presentano un incremento di molto superiore alla media della spesa interna
e pari al 7,6 per cento;
- nella fioritura di eccellenze nella ricerca; tra le 500 imprese europee
che più investono in ricerca e sviluppo 149 sono del Regno Unito,
100 della Germania, 66 della Francia e 44 della Svezia. L’Italia,
all’ottavo posto, è rappresentata da 17 aziende. Il nostro
paese è dodicesimo in Europa in quanto a spesa pro capite per la
ricerca;
- nella scommessa della professionalità; i laureati nell’ultimo
anno sono stati 268.821, +30,9 per cento rispetto all’anno precedente.
Il numero di corsi universitari fra gli ultimi due anni accademici è
cresciuto del 13,2 per cento.
Linee di discontinuità sociale rivelano:
- l’emergere del corto orizzonte dei nuovi ricchi; nei primi 8 mesi
del 2005, le immatricolazioni di auto di lusso sono cresciute del 12,6 per
cento, arricchendo il parco macchine dei Paperoni d’Italia di circa
6mila nuove vetture dagli 80.000 euro in su; secondo le stime del World
Wealth Report, gli italiani che hanno una ricchezza individuale superiore
al milione di dollari (escluso il valore dell’abitazione di proprietà)
sarebbero aumentati del 3,7 per cento, passando da 188 a 195.000; le famiglie
italiane titolari di patrimoni in gestione superiori ai 500.000 euro sono
cresciute dell’8 per cento, arrivando a quota 702.000 (circa il 3,3
per cento delle famiglie italiane);
- il disagio, dall’altra parte, dei senza-patrimonio; il 10 per cento
delle famiglie più ricche possiede quasi la metà (45,1 per
cento) dell’intero ammontare della ricchezza netta; l’82 per
cento delle famiglie italiane dispone di un’abitazione di proprietà,
di questi il 13 per cento dispone di almeno una seconda abitazione; ma c’è
un 13,5 per cento di italiani che è rimasto fuori dal giro dei proprietari
di casa e vive in abitazioni in affitto; il 45,3 per cento degli affittuari
dichiara di percepire un reddito basso o medio basso, per il 34 per cento
l’affitto ha un’incidenza che supera il 30 per cento del reddito
complessivo e per il 13,4 per cento è maggiore al 40 per cento (è
considerato sostenibile un canone che si aggira attorno al 20 per cento
degli introiti mensili);
- l’impotenza delle risposte individuali; il 57 per cento degli italiani
afferma di non riuscire ad influenzare quello che gli succede intorno, contro
un dato europeo del 47 per cento; inoltre, la maggioranza degli italiani
(65 per cento) esprime una valutazione negativa del sistema di welfare,
quasi 600.000 famiglie a reddito medio e medio-alto in un biennio hanno
vissuto un ridimensionamento economico».
La lunga citazione della ricerca del censis è dovuta. Il materiale
prodotto è davvero interessante, si tratta di un efficace controcanto
alla letteratura del declino che oggi è in voga nel centrosinistra
(e tra gli industriali meno dinamici a caccia di contributi a fondo perduto).
Se la fotografia del paese è questa – parziale quanto si vuole
ma almeno fondata su uno studio sociologico e non sulle chiacchiere da bar
– la politica deve interpretare e dare risposte rapide. Berlusconi
ancora una volta ha dimostrato intuito e ben prima che il censis rendesse
pubblica la sua ricerca annuale, aveva puntato sul problema della casa.
È un tema che interessa gli italiani e i sondaggi mostrano consenso
per l’idea del premier di varare un piano di edilizia nazionale che
venga incontro alle famiglie meno agiate. La casa, le rassicuranti mura
domestiche e la capacità di dare risposte all’inquietudine
sociale per quella larga parte di popolazione (57 per cento) che non può
influenzare quello che gli succede intorno, saranno due temi chiave della
campagna elettorale.
Il
fattore B16
Lo
lasciamo per ultimo, ma come suol dirsi last but not least, è il
fattore Benedetto XVI che giocherà un ruolo chiave nella politica
dei prossimi mesi. La linea della Chiesa sui temi etici ormai è chiarissima:
non rinuncerà a difendere il perimetro del fatto religioso e non
arretrerà di un millimetro sui temi sociali. pacs, aborto, biotech,
famiglia, matrimoni gay, religione e politica, avranno il loro posto nell’agenda
istituzionale della Santa Sede. E nei programmi dei partiti. L’azione
della Chiesa e in particolare della Conferenza episcopale italiana e del
suo presidente, il Cardinale Camillo Ruini, sarà incisiva. Nelle
ultime settimane i vescovi hanno fatto sentire la loro voce praticamente
ogni giorno. Con toni sempre più fermi e un chiaro invito ai credenti
a operare nella società con determinazione: per il Cardinale Ruini
il «grande compito» che hanno i cristiani laici è quello
di essere «uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano
Dio credibile in questo mondo» e infine il richiamo all’alleanza
tra laici e cattolici con la «convergenza tra cattolici, laici e credenti
di altre confessioni che in Italia è diventata particolarmente visibile
in occasione del referendum sulla procreazione assistita», «non
è certo limitata al nostro paese e si verifica anche su terreni diversi
da quello dell’etica pubblica».
Un programma politico già chiaro e compiuto, per ora, sembra averlo
solo la Chiesa.
Mario Sechi, giornalista, vicedirettore de il Giornale, si occupa di politica
interna e attività parlamentare. Segue con particolare interesse
le vicende degli Stati Uniti.
(c)
Ideazione.com (2006)
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