«Se l’impero ottomano non fosse crollato,
Istanbul all’inizio del XX secolo, avrebbe comunque perduto la sua memoria e
gran parte del suo splendore per gli incendi che si susseguirono e di colpo
ingoiarono migliaia di case, decine di quartieri e ampie aree, lasciando un
gran numero di persone senza un tetto, povere e disperate. Ma la gente che
come me fu testimone degli incendi e dei crolli delle ultime ville, delle
case signorili di legno e delle abitazioni semplici della città, negli anni
Cinquanta e Sessanta, portava le impronte di un’angoscia diversa da quella
dei pascià ottomani, tutti presi dall’osservazione, dalla contemplazione di
questi incendi: era l’ansia di desiderare, fra sensi di colpa, mestizia e
invidia la scomparsa anche delle ultime impronte di una cultura e civiltà
straordinaria, di cui non eravamo riusciti ad essere i degni eredi, nella
nostra imitazione scarna, anonima e avventata della civiltà occidentale a
Istanbul»(1).
In quei roghi non si perdeva soltanto una vetusta civiltà: scompariva la multi-etnicità che aveva caratterizzato, sino alle soglie del XIX secolo, una popolazione fatta non solo di turchi, ma di mercanti greci, di armeni, di ragusei e pugliesi, di sunniti e di aleviti, di cristiani cattolici e ortodossi. Certo, in base alla Shariya, si trattava pur sempre di “infedeli tollerati”, sulla base di un “contratto” (Akdt Zimmet) che ne faceva dei sudditi, dei popoli sottomessi (raya) piuttosto che dei cittadini. Ma essi erano, appunto, tollerati, in una dicotomia politica che nemmeno il regime succeduto nel 1908 al deposto sultano (quello dei Giovani Turchi dell’Ittihad) seppe rivolvere. Quale tremendo virus si impadronì allora di un impero che sarebbe divenuto ben presto uno dei grandi malati d’Europa? I primi grandi eccidi si verificarono con la Guerra d’indipendenza greca. Se i greci massacrarono diecimila turchi, dopo la conquista di Tripolitsa, a loro volta i turchi sterminarono trentamila greci, cioè l’intera popolazione dell’isola di Chios, nell’aprile 1822. Possiamo datare dalla Guerra d’indipendenza greca (1821-1830) l’inizio di quella che fu definita la “Questione d’Oriente”. A cominciare dal sultano e dalle élites politiche di Istanbul e di Ankara, essa fu sentita come un’insanabile ferita, un’insopportabile sopraffazione. L’esito della successiva Guerra di Crimea (1853-1856) aveva infatti prodotto una ferita profonda nel corpo sociale dell’Impero, imponendo la promulgazione (sia pure nella forma di un motu proprio del sultano) di un atto che sanciva la fine della discriminazione dei non-musulmani. Ricordiamoci che la guerra russo-turca sarebbe scoppiata, nell’aprile 1877, per il rifiuto da parte dell’impero ottomano di subire «la tutela umiliante che l’Europa pretende stendere su di noi»(2). Un sentimento che ho paura domini tutt’ora, in risposta alle richieste che la Comunità europea viene chiedendo come precondizione per il proseguimento del negoziato di adesione. Come ebbe a scrivere Philip Paneth, «I turchi non erano mai stati molto portati per il commercio. Il loro valore militare aveva sempre avuto come contropartita una certa indolenza in campo commerciale e industriale. La decadenza dell’Impero deve essere attribuita in larga parte alla loro incapacità di assimilare i princìpi di una sana amministrazione e di una sana colonizzazione. Spremere le popolazioni sottomesse per estorcerne fino all’ultima moneta in loro possesso e vincere la loro resistenza ricorrendo ai massacri: questi erano gli unici metodi che concepivano centinaia di pasha a cui erano affidate le province turche o straniere»(3).
La dissoluzione dell’impero ottomano data dunque almeno dal 1821, quando la
Guerra d’indipendenza greca costrinse le grandi potenze europee ad
intervenire in nome di “un sentimeno d’umanità”, dopo lo sterminio
dell’intera popolazione di Chios. Sarebbe stato uno dei primi grandi eccidi
che avrebbero caratterizzato i decenni a venire. Nel ’76 si era avuta
l’insurrezione bulgara, con l’eccidio di oltre ventimila donne e bambini ad
opere di truppe irregolari turche. Le “atrocità bulgare” furono denunciate
dallo stesso primo ministro inglese, Lord Gladstone. Ma quando il concerto
delle potenze europee volle imporre alla Turchia il Protocollo di Londra (31
marzo 1877), esso fu respinto dal plenipotenziario turco come «degradante
per la dignità e l’indipendenza del Sultano [...] un’umiliazione alla quale
il governo non vorrà mai sottomettersi a nessun costo»(4).
Persa la Grecia, persi ad uno ad uno i Balcani, perdute la Bosnia Erzegovina e la Serbia e Montenegro (1875/76), resasi indipendente la Romania, dopo il Trattato di Berlino del 1878, ciò che restava delle antiche glorie minacciava di limitarsi all’Anatolia, al Kurdistan e all’Armenia. Gli articoli 61 e 62 del Trattato, imposti alla Turchia dalle sei grandi potenze, possono ben riguardarsi come gli antecedenti delle attuali richieste della Comunità europea ad Ankara. Allora, la risposta fu il sultanato di Abdül-Hamid II (1876-1909) e la feroce repressione di Sasun del 1894. Fu l’inizio della persecuzione armena, proseguita dal regime dei Giovani Turchi. Si trattava dell’unica minoranza etnica dell’antico impero rimasta geograficamente isolata (al contrario dei Balcani), alla mercé dello Stato imperiale. Spodestati dalle proprie terre dai contadini turchi sopravvenuti dai territori sottratti all’impero ottomano,(5) gli armeni finirono per soccombere ad una vera e propria pulizia etnica. Costringendo le truppe russe ad abbandonare l’Armenia, le sue popolazioni cristiane pagavano «non solo per il loro “tradimento”, ma anche per quello degli altri popoli cristiani che avevano lasciato l’impero»(6).
Il massacro di Sasun fu il primo esempio di sterminio degli armeni nella
storia ottomana moderna a essere compiuto in tempo di pace e senza alcun
rapporto con una guerra esterna. Esso durò ventidue giorni (dal 18 agosto al
10 settembre del 1894). Secondo il racconto del viceconsole britannico M.
Hallward, gran parte della popolazione di ventidue villaggi fu uccisa, i
soldati avevano portato con loro otto barili di petrolio per incendiare le
case, nel villaggio di Geligüzan «alcuni ragazzi furono legati mani e piedi
e poi messi in fila; vennero accatastati pezzi di legno e arbusti vicino a
loro e furono bruciati vivi [...] la baionetta era l’arma che si usava più
spesso [...] si racconta che siano state commesse molte atrocità rivoltanti,
come sventrare donne incinte e squartare bambini.» In un altro villaggio
«circa sessanta ragazze e giovani donne furono portate fuori da una chiesa,
si ordinò ai soldati di fare di loro ciò che volevano e dopo di ucciderle,
l’ordine fu eseguito»(7).
Come scrisse nelle sue memorie Lloyd George, primo ministro britannico all’epoca della guerra russo-turca, proprio l’Inghilterra, pretendendo il ritiro dei russi, aveva abbandonato gli armeni al loro tragico destino: «L’operato del governo britannico ha inevitabilmente condotto ai terribili massacri del 1895-97, del 1909 e infine all’olocausto del 1915, il peggiore di tutti. Con queste atrocità, che non hanno precedenti nel libro nero delle malefatte turche, la popolazione armena è stata ridotta di oltre un milione dei suoi individui»(8). Ma era la stessa Russia a non gradire la costituzione di una nazione armena, che avrebbe attratto nella sua orbita anche minoranze stanziate sul suo territorio(9) (esattamente come oggi la Turchia non vede di buon occhio la formazione, pur in atto, di un Kurdistan indipendente e staccato dall’Iraq). L’idea della turchicizzazione, il rigetto cioè di quella che era stata la ricchezza dell’impero, la molteplicità di etnie e di religioni che l’avevano sino ad allora caratterizzato, fu alla base del genocidio, scientemente messo in atto dai Giovani Turchi nel 1915-18. Ci troviamo di fronte ad una vera e propria cultura dell’omicidio che permeò l’intera classe politica e militare. Quelle stragi trovavano la propria cornice giuridica nel predominio del diritto ottomano consuetudinario sul diritto pubblico. Come spiegava il dragomanno dell’ambasciata britannica, «i responsabili di questi massacri sono guidati nelle loro azioni dai precetti della Shariya, che prescrive che, se il rayath [suddito] cristiano tenta, ricorrendo alle potenze straniere, di trasgredire i limiti che gli sono stati imposti dai suoi padroni musulmani e di liberarsi dal loro giogo, egli deve pagare con i propri beni e con la propria vita, che sono alla mercé dei musulmani»(10). Se si vuole, in maniera ancor più chiara, Mahmud Esad, ministro della Giustizia, avrebbe scritto nel 1930: «La mia idea è la seguente: che tutti gli amici, i nemici e le montagne sappiano che il signore di questo paese è turco. Chi non è un puro turco ha un solo diritto nella patria turca: il diritto di essere servitore, il diritto alla schiavitù»(11). Secondo lo storico protestante germanico J. Lepsius, che condusse un’indagine diretta subito dopo i massacri di fine Ottocento (maggio-giugno 1896) 2.500 città e villaggi armeni erano in stato di completa desolazione, 645 chiese e conventi erano stati distrutti, i superstiti di 559 villaggi e centinaia di famiglie nelle città erano stati convertiti forzatamente all’Islam, 328 chiese erano state trasformate in moschee, 608 chiese e monasteri completamente saccheggiati, 21 preti protestanti e 170 preti gregoriani apostolici uccisi(12).
Più tardi, mentre conati pangermanici si affacciavano al centro dell’Europa, sogni di panturanismo sarebbero affiorati anche sul Corno d’Oro. Rientrano in questo alveo i pogrom contro i curdo-aleviti di Koçgiri e dei greci del Ponto del 1921.
Ad un anno dall’ascesa al potere del fascismo, il 29 ottobre 1923 Mustafa
Kemal diveniva primo presidente della repubblica turca. Il trattato di
Losanna del 24 luglio precedente aveva dato un successivo colpo al
multiculturalismo, quando quasi un milione di cristiani ortodossi erano
stati costretti ad emigrare in Grecia e quasi quattrocentomila musulmani si
erano dovuti spostare in Turchia. Fu una delle prime grandi migrazioni che
conobbe il Ventesimo secolo (il secolo che dovremmo definire “lungo”, dal
momento che il suo inizio lo si può datare a partire, almeno per quello che
qui ci riguarda, dalla Guerra di Crimea, o, se si vuole, dalla Guerra
franco-prussiana, primo sconvolgimento dell’Europa moderna!). Ma con quell’emigrazione
si trattò, anche, dell’archiviazione del genocidio armeno, una sorta di
amnistia per il nuovo potere kemalista(13). In tal senso, ciò che più stupisce
è la determinazione con la quale, ancora oggi, l’élite politica turca
persevera nel negare il genocidio. In una dichiarazione presentata al
Parlamento europeo il 25 febbraio 1987, Bülent Ecevit, già primo ministro,
arrivò a sostenere che nell’impero ottomano l’etnia turca, pur
rappresentando «l’elemento fondante dell’Impero», era oppressa dai sultani,
i quali «evitarono sempre un’identificazione dello Stato con tale etnia
originaria» e che per questo era «grave ed ingiusto ritenere responsabile la
classe dirigente ottomana di presunti reati contro gli armeni» (sic!).
«All’inizio del Ventesimo secolo – continuava – alcuni Stati avevano dato
luogo a provocazioni fra le diverse etnie dell’Anatolia orientale (turchi,
armeni, curdi) per accelerare il crollo dell’impero ottomano e spartire il
suo territorio. Non fu mai possibile provare la responsabilità del governo
ottomano nei disordini sorti a causa di queste provocazioni. Non fu
possibile trovare una sola prova, nonostante le forze d’occupazione avessero
avuto ampia libertà di azione»(14). La responsabilità degli eccidi, insomma,
andava attribuita alle grandi potenze europee!
Ma questo è solo uno dei paradossi che dominano ancora la scena della Turchia moderna e ne rendono difficile l’ammissione nel consesso europeo. Non dimentichiamo che, negli anni fra le due guerre, guardando con favore alle esperienze totalitarie fascista e nazista, il “creatore/padre” (Atatürk, titolo conferitogli dal parlamento) avrebbe ordinato nel 1937 indagini antropometriche su circa 64.000 contadini turchi, per stabilire, a partire dai loro crani brachicefali, l’origine ariana della “razza” turca(15). Così come non si era riusciti a districare il conflitto fra diritto pubblico e Shariya, altrettanto riuscì difficile distinguere fra “nazione” e Umma (la comunità dei credenti). «L’idea di una nazione turca era quasi completamente assente dal modo di percepire e di trattare i conflitti con le nazionalità non musulmane. Il principio teocratico dell’ümmet (che designa un gruppo di etnie che condividono la stessa religione, con l’idea che la religione sia la forza principale di coesione di tali etnie) era il termine operativo dell’identificazione»(16).
Alla ricerca di un quid consistat, liquidata la questione armena, era adesso
la volta del problema curdo, dopo le rivolte di Schikh Sait (1925), di
Ararat (1930) e di Dersim (1936-1938). Nello stesso tempo, nasceva la
sindrome del “nemico interno”, di volta in volta individuato nei musulmani
di lingua greca espulsi dalla Grecia, negli ebrei (le cui persecuzioni
durarono sino al 1944), negli arabi immigrati, appunto nei curdi.
La “questione armena” – come più tardi la “questione cipriota” alla quale si aggiunge e si affianca oggi la “questione curda” – avrebbe dovuto essere vista dallo stesso governo turco (ma non lo fu), come una diminuzione di quella ricchezza che per l’impero ottomano era rappresentata proprio dalla mescolanza di culture e di credo religiosi e che aveva caratterizzato nei secoli un paese adagiato fra Asia ed Europa. Al contrario, la spinta fu verso l'omogeneizzazione politica, linguistica, razziale e religiosa. Un indirizzo che si accentuò, scomparso Atatürk, sotto la presidenza di Ismet Inönü, dapprima indirizzata verso la Germania nazista, in seguito, dopo Stalingrado, sempre più in direzione delle potenze occidentali, sino all’adesione al Consiglio d’Europa (1949) e al Patto atlantico (ottobre 1951).
Oggi, confortato dal 34 per cento dei voti, è al governo il Partito islamico (Akp), sunnita, di Recep Tayyip Erdogan, che incoraggia il ritorno al velo per le donne e reintroduce l’insegnamento religioso nelle scuole. Dell’eredità kemalista restava (e resta tutt’ora) la presenza del Consiglio nazionale di sicurezza (csn), l’organo di controllo militare sulla laicità dello Stato, ma anche la fonte di una perdurante instabilità (ricordiamoci che si dovettero ai militari i ripetuti colpi di Stato del 1960, del 1971, del 1980, del 1997). Abbiamo a che fare con una sorta di contropotere, anche economico,(17) il quale, se da un lato limita fortemente l’esercizio della democrazia, è pur vero che dall’altro è garante contro le minacce di islamizzazione. Negli anni Ottanta/Novanta lo si è riconosciuto come un “partito-Stato” o “Stato profondo” . Orhan Pamuk, col suo romanzo Kar, uscito nel 2002,(18) ha ben evidenziato il contrasto fra le richieste di imposizione del velo che si diffondo nel paese, e la sua proibizione secondo il dettato kemalista. Il capo di stato maggiore, generale Yashar Buyukanit, ha dichiarato, non più tardi dei primi dell’ottobre scorso, in un discorso all’Accademia di Guerra di Istanbul, che «il fondamentalismo islamico sta minacciando sempre di più il secolarismo in Turchia e bisogna prendere qualsiasi provvedimento per fermarlo». Eppure, nell’aprile 2003, un altro generale, Tuncer Kilinç, non si era peritato di proporre un riavvicinamento all’Iran, in contrapposizione a Bruxelles,(19) proprio seguendo le spinte islamizzanti che appaiono sempre più di frequente all’interno della Turchia. La quale subisce, non dimentichiamolo, una forte immigrazione, quasi sempre clandestina, dal vicino Iraq. Anziché incriminare, sulla base della legge 301 a difesa del buon nome del paese, prima Orhan Pamuk, più recentemente la scrittrice Elif Shafak, e ultimissimamente l’accademica Muazzez Ilmiye Cig, celebre studiosa dei sumeri, facendo rischiare loro il carcere, per aver sollevato il problema del genocidio degli armeni o, nel caso dell’ultranovantenne Cig, aver dato un’interpretazione “archeologica” dell’uso del velo, sarebbe stato molto meglio se si fosse aperto un dibattito su quanto di ricchezza multiculturale il paese avesse perso. È di questi giorni l’omaggio rivolto al Pontefice dal presidente greco-cipriota di un’icona salvata dall’incendio di una delle tante chiese distrutte o trasformate in moschee della zona d’occupazione turca dell’isola. Si direbbe che il passato non abbia insegnato nulla!
A quale deriva sta andando oggi la Turchia? Anche il turista più
sprovveduto, visitando Istanbul, non può non accorgersi delle contraddizioni
di quella magnifica città. Basta lasciare le rive del Corno d’Oro e del Mar
di Marmara, o il quartiere di Pera sull’opposta sponda, con la multicolore
folla occidentale che ne anima le strade, e salire lungo la collina,
penetrando nel quartiere di Fathi, per piombare nel più ortodosso mondo
musulmano: gli uomini col lungo caftano e il rotondo berretto bianco, le
donne con la testa coperta dal chador o, addirittura, sepolte nelle lunghe
vesti nere della abaya, completamente velate, lasciando liberi solo la bocca
e gli occhi.
Il recente episodio della visita di Benedetto XVI alla Moschea Blu non faccia pensare ad un ritorno a quella comunità di credenti tanto cara ai francescani di Assisi. Il pontefice ha voluto fortemente quel viaggio, per incontrare il patriarca di Istanbul (un bizantino in partibus infidelium) e perorare semmai l’unità dei cristiani, superando antiche divisioni.
Ma c’è ancora qualcosa da aggiungere: le parole del generale Tuncer Kilinç e la recente visita del premier Erdogan a Teheran debbono suonare come un campanello d’allarme. L’Europa è presa fra due fuochi: accettare l’ingresso di una nazione al 99% musulmana, o rigettare la Turchia nelle braccia di Ahmadinejad, in procinto di possedere la bomba atomica.
Note
1. O. Pamuk, Istanbul. I ricordi e la città, Torino, Einaudi 2006, p.
209.
2. Cfr. Y. Ternon, Les Arméniens. Histoire d’un génocide, Paris, Seuil
1996, p. 62. 3. Ph. Paneth, Turkey. Decadence and Rebirth, Londra
1943, p. 52.
4. V. N. Dadrian, Storia del genocidio armeno. Conflitti nazionali dai
Balcani al Caucaso, Bologna, Guerini 2003, p. 65.
5. M. Flores, Il genocidio degli armeni, Bologna, il Mulino 2006, p.
63 e passim.
6. H. Bozarskan, La Turchia contemporanea, Bologna, il Mulino 2004, p.
27.
7. V. N. Dadrian, Storia del genocidio armeno, p. 145.
8. D. Lloyd George, Memoirs of the Peace Conference, Londra 1939, p.
811, cit. in Dadrian, Storia del genocidio armeno, p. 93.
9. Nikolaus Giers, ministro russo degli Esteri (1882-1895), mise in
chiaro che «La Russia non ha alcun motivo per desiderare la creazione di una
seconda Bulgaria. L’istituzione di un Principato armeno autonomo
presenterebbe per la Russia l’inconveniente che anche gli armeni russi
desidererebbero a quel punto farne parte»: cit. in V. N. Dadrian, Storia del
genocidio, p. 104.
10. Cit. in V. N. Dadrian, Storia del genocidio, p. 180. Sulle
deleterie conseguenze della separazione del diritto pubblico da quello
consuetudinario si v. sempre qui, alle pp. 67-70.
11. Cit. in Bozarslan, La Turchia contemporanea, p. 44.
12. J. Lepsius, Armenien und Europa, Berlino 1897, pp. 34-35, cit. in
V. N. Dadrian, Storia del genocidio, p. 189.
13. Flores, Il genocidio degli armeni, p. 204.
14. Riportato in Turchia. Dodici civiltà in ottomila anni di storia,
s.d. e s.n.t., Turbanitalia, pp. 67-69.
15. Bozarslan, La Turchia contemporanea, p. 45.
16. V. N. Dadrian, Storia del genocidio armeno, p. 155.
17. Sull’ampiezza di questo potere si v. Bosarzlan, La Turchia
contemporanea, pp. 97-101.
18. Tr. it.: Neve, Torino, Einaudi 2004.
19. Cfr. in Bozarslan, La Turchia contemporanea.
Sergio Bertelli, professore emerito di Storia moderna
all’Università di Firenze.
(c)
Ideazione.com (2006)
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