Il processo di adesione della Turchia
all’Unione Europea è un modo – ha ricordato il commissario Ue
all’allargamento, Olli Rehn – «per dimostrare che l’Islam può essere
compatibile con l’Europa e i suoi valori, fra i quali i diritti umani». Non
c’è dubbio: l’impressione è che proprio su questa strada stia ormai
camminando il percorso per il futuro ingresso di Ankara (e Costantinopoli)
nella grande unione continentale. Le diplomazie e la politica sono da tempo
al lavoro. Ma – al di là dei processi diplomatici e burocratici degli
esperti di Bruxelles – ciò che ha sbloccato le resistenze e cambiato
improvvisamente le carte in tavola è stato senz’ombra di dubbio il viaggio
apostolico di Papa Ratzinger in Turchia. «Ho lasciato il mio cuore a
Istanbul» ha commentato il Santo Padre al ritorno, rendendo plastica la sua
sensazione di affinità con l’Europa del grande paese cerniera tra Occidente
e Oriente.
Prima della visita ratzingeriana la stessa Santa Sede si limitava a richiamare l’attenzione sulla questione della libertà religiosa: prima di decidere per l’ammissione di Ankara, l’Unione Europea avrebbe dovuto verificare soprattutto su questo punto la compatibilità della situazione turca con i principi democratici e di libertà condivisi da tutti gli altri Stati membri. Favorevoli a questa posizione erano soprattutto i cardinali Roberto Tucci e Sergio Sebastiani, quest’ultimo per dieci anni nunzio apostolico ad Ankara. Dietro di loro il fatto che per l’integrazione della Turchia fossero i vescovi cattolici turchi e il Patriarcato di Costantinopoli, i quali sostenevano che il processo di integrazione avrebbe “ancorato” la Turchia alle democrazie europee e sarebbe stata una chance per la piena maturazione della libertà religiosa nella “troppo laicista” repubblica voluta a suo tempo da Kemal Ataturk. E subito dopo la sua elezione al soglio pontificio Papa Ratzinger aveva espresso il suo desiderio di andare in Turchia per far visita al Patriarca di Costantinopoli. Ma l’invito delle autorità turche ha impiegato sette mesi per maturare e realizzare l’incontro storico tra il pontefice cattolico e il grande paese islamico. Il grosso delle difficoltà, nelle trattative per la preparazione del viaggio, era forse dipesa da una residua diffidenza, nell’ufficialità e nell’opinione pubblica turca, rispetto ad alcune vecchie opinioni del cardinale Ratzinger sulle radici europee e al più recente, e frainteso a causa di una strumentalizzazione dei media, discorso di Ratisbona sui rapporti tra cristiani e Islam. Poi, improvvisamente, alla vigilia della partenza del Papa da Roma, il cardinale Tarcisio Bertone fa sapere di auspicare pubblicamente che la Turchia «possa realizzare le condizioni poste dalla Comunità europea per l’integrazione in essa». Da quelle parole, l’improvvisa accelerazione. Di colpo, il mutamento. Dietro tutto, la consapevolezza che tra Roma e Istanbul, tra San Pietro e la Moschea Blu si stava giocando una grande partita storica. «La Turchia – ha spiegato il vaticanista Marco Politi – è un balcone naturale affacciato sul Medio Oriente, dove oggi più che mai tutto lo scenario è in movimento e si aprono tra rischi e opportunità pagine impreviste per la Terrasanta e la stessa iniziativa della Chiesa cattolica in regioni dove la presenza cristiana è millenaria». Chi può dimenticare, infatti, che proprio la Turchia fu la terra della prima grande evangelizzazione apostolica, della predicazione di San Paolo, nativo di Tarso in Anatolia, e di tanti martiri della fede cristiana? E chi può sottacere il fatto che l’esasperato laicismo radicale ereditato da Ataturk, che nega il riconoscimento giuridico degli enti ecclesiastici, non era stato pensato originariamente in funzione anticristiana? Ma che piuttosto fu istituito – nel modo in cui è tuttora gelosamente custodito dalla classe militare che a suo modo “tutela” la Costituzione – soprattutto per bloccare l’influenza sulla politica del clero integralista musulmano? Ecco perché la Turchia è un mosaico complesso e articolato, la cui identità a più strati non è semplificabile nello schema di un paese islamico. E i nodi da affrontare sono complessi, fors’anche contraddittori al loro interno, ma vanno affrontati con mano delicata e saggezza diplomatica se non si vuole che Ankara – per tanti decenni alleata dell’Occidente – prenda la china del fondamentalismo islamico in voga dai tempi dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. Si gioca anche su questo la sfida del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, leader di un partito musulmano ma moderato e europeista, nella difficile ma ambiziosa ricerca di una possibile terza via islamica, oltre sia la deriva fondamentalista che il vecchio e autoritario laicismo kemalista.
Papa Ratzinger ha, insomma, aperto la strada e squarciato un velo fatto di
pregiudizi, incomprensioni reciproche, fobie ingiustificate e ingenerose. La
Turchia è oggi un crocevia importante della situazione geopolitica
contemporanea e il suo ancoraggio all’Europa è la chiave per delineare una
certa idea della globalizzazione e dei rapporti internazionali alternativa
al modello improntato allo “scontro di civiltà”. E in gioco non è tanto
l’identità turca quanto, soprattutto, quella europea. Il Papa lo ha indicato
prima di tutti: l’Europa non può essere pensata come una piccola roccaforte
assediata e in difensiva, non può alzare una nuova cortina di ferro con un
intero universo culturale, quello di fede musulmana, perché così negherebbe
la sua identità inclusiva e tollerante e non aiuterebbe la costruzione di un
grande blocco di civiltà quale è chiamata a delineare.
Del resto, la storia e le radici non si cancellano. Perché non ricordare che proprio in Anatolia si colloca la storia stessa del mito classico di Europa e che, ad esempio, qui era situata la città di Troia, tanto cara alla nostra memoria identitaria? E perché mettere il silenziatore alla vicenda dei Padri cappadoci o ai tanti secoli dell’impero bizantino? E chi può negare che, almeno sino al 1956, Istanbul fosse una città europea e occidentale, abitata soprattutto da famiglie italiane, greche e francesi? Quando parliamo della Turchia alludiamo d’altronde a una grande realtà politica e culturale che, in realtà, ha circa un millennio di vita e un’identità così complessa che non può essere per nulla neanche comparata a quella di un paese arabo o mediorientale. Si può infatti parlare di Turchia in senso proprio sin quando nella battaglia di Mazinkert del 1071 i turchi sconfissero l’imperatore bizantino Romano Diogene, che fu poi debitamente accecato dai suoi sudditi mentre il condottiero turco Alp Arslan lo aveva liberato, alla faccia di tutti i luoghi comuni sul “mamma li turchi”. In mille anni, poi, c’è stato davvero di tutto, come ovunque. Chi può dimenticare le sanguinarie guerre di religione nella civilissima Europa centrale? La Turchia in Europa c’è comunque già stata, per un millennio e anche più. Chi è stravolto dal pregiudizio dovrebbe rileggersi Il ponte sulla Drina di Ivo Andric e ricordarsi che anche gli ebrei espulsi dalla cattolicissima Spagna trovarono rifugio e accoglienza nel tollerante impero ottomano e che persino i gesuiti trovarono scampo dopo che furono cacciati dal Papa. E se questa è storia non può essere dimenticata in tempi di discussioni sulle stesse “radici” dell’Europa.
Certo, il fatto centrale di oggi non riguarda tanto l’eredità ottomana
quanto quella del kemalismo che – va comunque ricordato – è un fenomeno
d’impianto europeo e originatosi per emulazione dei nazionalismi d’inizio
Novecento. La rifondazione turca successiva alla fine della Grande Guerra è
stata, per opera del cosiddetto padre della Turchia moderna, Kemal Ataturk,
un fenomeno politico ispirato al laicismo e al nazionalismo europei e alla
separazione otto-novecentesca tra istituzioni religiose e statualità.
Oltretutto lo stesso kemalismo è stato meno coinvolto di quanto si possa
pensare nel genocidio del popolo armeno avvenuto nel biennio 1915-16, che
Mustafà Kemal già allora aveva avversato duramente. Il fatto reale è che il
kemalismo mise in piedi un sistema giudiziario autoritario e intollerabile,
per cui – ad esempio – è ancora oggi un reato penale dichiararsi curdo o
negare la laicità dello Stato. Ma si tratta di residui di un tormentato
passato novecentesco non certo di un dispotismo futuro come vorrebbero far
credere tanti turcofobi. Un passato a cui appartiene anche la “questione di
Cipro”, l’isola che dovrebbe invece essere unificata in uno Stato
binazionale sul modello svizzero o belga, consentendo finalmente ai profughi
greci espulsi nel 1974 di poter tornare a casa.
Del resto, è proprio sulla questione cipriota che il negoziatore dell’Ue ha congelato il percorso europeo di Ankara. In Finlandia è stato constatato che la Turchia non appare disponibile ad aprirsi alle merci, alle navi, agli aerei della Repubblica di Cipro. Ed è stato quindi lanciato un monito: attenti, così facendo vi escludete di fatto dalle trattative per il vostro ingresso in Europa. Ma come si fa a imputare alla sola Turchia una situazione sulla quale pesa – e molto – anche la chiusura netta dei greco-ciprioti? Insomma, il percorso turco verso l’Europa è ancora accidentato. Sono già passati 47 anni dalla prima richiesta di adesione della Turchia e l’impressione generale è che si continui a tergiversare, dopo aver imposto dei criteri – quelli cosiddetti di Copenhagen – voluti per la sola Ankara, di volta in volta introducendo nuovi ostacoli, alibi ritardanti, paure artatamente introdotte nel dibattito. Prevarrà l’Europa di Ratzinger o quella delle burocrazie di Bruxelles? Sta tutto dentro questa scommessa il futuro della Turchia.
Luciano Lanna, giornalista e scrittore, direttore responsabile de Il Secolo
d’Italia.
(c)
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