“Reinventare l’Italia”: lo slogan elettorale – di
sapore clintoniano – della Margherita (che pure si vanta di essere
il polo moderato dell’Unione) appare evocativo ed accattivante. Il
sogno di una grande stagione riformatrice nella quale vengano affrontati
gli storici nodi del nostro paese, quelli che ne hanno ritardato i processi
di sviluppo al punto che oggi l’Italia appare in ritardo in tutte
le graduatorie internazionali di misurazione della libertà economica
e della competitività.
In realtà, si tratta di un’impostazione vecchia e pericolosa.
L’idea sottesa è che per avviare un processo virtuoso nella
gestione della cosa pubblica, occorra ripartire da zero. Del resto, il sogno
di ogni dittatore – di destra come di sinistra – è sempre
stato quello della tabula rasa: far ripartire il calendario e bruciare le
biblioteche.
Ovviamente, non siamo in presenza di una riedizione dei miti palingenetici
propria della rivoluzione culturale maoista o alle aberrazioni sanguinarie
di Pol Pot: il ceto politico del centrosinistra oggi è certamente
abbastanza imborghesito da tranquillizzarci circa eventuali cadute di natura
estremista. Ciononostante, il segnale derivante da quello slogan non va
sottovalutato: nella cultura politica della sinistra rimane, ineliminabile,
un fondo di costruttivismo e di ingegneria sociale, che neanche la frequentazione
dei salotti buoni è riuscito a far dimenticare.
In realtà, in un’ottica politica liberale non occorre reinventare
alcunché, è necessario semmai rimboccarsi le maniche per fronteggiare
processi sociali complessi, introducendo nel sistema elementi positivi in
grado di innescare una spirale virtuosa. La politica è cioè
l’arte del possibile, nella quale, più che grandi progetti
da realizzare, conta avere a disposizione una bussola in grado di orientarci
con sicurezza nell’incessante attività di scelta e di ponderazione
degli interessi. E va da sé che la bussola sarà tanto più
efficace quanto più chiari e lineari saranno i principi sottostanti.
Il
mito inutile della riforma
Applicato
alla organizzazione burocratica, lo slogan ulivista diventa “Reinventare
la Pubblica Amministrazione”, che altro non è se non la riedizione
di quel riformismo amministrativo permanente che già ha contraddistinto
i governi di centrosinistra. I risultati raggiunti, in realtà, sono
stati scarsi e soprattutto sproporzionati rispetto agli sforzi profusi ed
alla retorica sviluppata: secondo un paradigma classico della scienza dell’amministrazione,
i processi di riforma della burocrazia producono rilevanti effetti positivi
essenzialmente sull’immagine politica di chi li sponsorizza. Il problema,
infatti, in materia di pubblica amministrazione, non è certo quello
di implementare grandi strategie di riforma, le quali rischiano di risultare
sterili quando non controproducenti, ma quello di svolgere un’opera
paziente e tenace di manutenzione della macchina burocratica, introducendo
i correttivi necessari per migliorarne il rendimento. Tale opera richiede
naturalmente un chiaro quadro dei principi di riferimento: ed è proprio
su questi che la sinistra sconta tutto il proprio ritardo. Andando un po’
a grattare sotto la vernice del grande riformismo amministrativo à
la Bassanini, si scopre infatti che del tutto immutata è la filosofia
di fondo: la pubblica amministrazione come potente strumento di pianificazione,
programmazione e controllo dei processi sociali. La pubblica amministrazione
diventa centrale perché profonda è la sfiducia verso i processi
di mercato. Il formalismo, l’eccessivo carico burocratico, la lentezza
dei procedimenti non sono infatti il frutto del genio maligno della Storia,
il mero risultato di un’organizzazione scadente dal punto di vista
tecnico, ma derivano anche (e direi soprattutto) da una concezione sospettosa
verso l’autonomia della società civile e del mercato. Basti
pensare alle reazioni scomposte di alcuni esponenti della sinistra di fronte
all’introduzione da parte del governo e del parlamento della regola
del silenzio-assenso nei procedimenti amministrativi, finalizzata essenzialmente
a garantire tempi certi al cittadino e all’impresa di fronte ad un
apparato burocratico lento e macchinoso. Le obiezioni in quell’occasione
furono tutte rivolte a sottolineare la necessità di garantire piena
effettività ai poteri pubblici nella tutela degli interessi collettivi:
il fatto che in tal modo sarebbero stati sacrificati, in modo del tutto
sproporzionato ed irragionevole, i legittimi interessi dei singoli che entrano
in contatto con la burocrazia apparve del tutto irrilevante.
In materia di organizzazione amministrativa si confrontano, infatti, essenzialmente
due concezioni: la burocrazia come strumento di garanzia degli interessi
pubblici, di fronte ai quali devono inevitabilmente soccombere i diritti
e gli interessi dei privati, la burocrazia come fattore strategico per la
competitività di un paese. La burocrazia, in questa seconda prospettiva,
gioca un ruolo decisivo poiché contribuisce a definire i confini
e le regole all’interno delle quali si svolgono i processi spontanei
del mercato e della società civile. Quanto più la burocrazia
saprà infondere al sistema certezza e prevedibilità (nei tempi
e nei contenuti), quanto più favorirà la diffusione di un
assetto degli interessi di carattere positivo (orientati al profitto e non
alla rendita), tanto più risulterà un fattore decisivo per
il sistema, un vero e proprio volano per lo sviluppo. Il centrosinistra,
così come è assortito, appare culturalmente inadeguato a guidare
la pubblica amministrazione in tali processi.
La
relazione pericolosa con i sindacati
Se
questa è la “parte nobile” della concezione della pubblica
amministrazione propria della sinistra, la situazione si presenta in modo
anche più preoccupante se dai piani alti scendiamo negli scantinati.
Ciò che da sempre ha ostacolato i processi di riforma della burocrazia
nel nostro paese è sicuramente il ruolo esorbitante che in questo
settore giocano i sindacati del pubblico impiego: non semplici rappresentanti
degli interessi dei dipendenti ma soggetti forti di governo del sistema.
Tale situazione ha inevitabilmente comportato che tutti i tentativi di modernizzazione
della pubblica amministrazione succedutisi negli anni sono stati costruiti
non in funzione delle esigenze degli utenti dei servizi amministrativi,
ma essenzialmente avendo di mira la tutela degli interessi dei dipendenti.
La forza dei sindacati del pubblico impiego è cosa nota, ma non v’è
dubbio che un governo di sinistra ha capacità di resistenza assai
ridotte. L’incestuoso legame fra partiti della sinistra e organizzazioni
sindacali ha finito per conferire ai sindacati un ruolo improprio che spesso
si traduce in un vero e proprio potere di veto nei confronti delle scelte
della politica.
Tale situazione si è sviluppata anche grazie alla scelta, operata
nel 1993 dal governo Amato, di privatizzare il rapporto di pubblico impiego:
in tal modo si è finito per indebolire ulteriormente il datore di
lavoro pubblico, costringendolo a ricercare una mediazione (talvolta impossibile)
con i sindacati su tutte le questioni attinenti la gestione del personale
pubblico. In questo senso, il problema centrale non è neanche quello
degli aumenti retributivi, anche se appare difficile immaginare un governo
di sinistra in grado di resistere in modo efficace a rivendicazioni salariali
spropositate, quali quelle che da alcuni anni caratterizzano il pubblico
impiego. La crisi nella quale versa il modello di relazioni industriali
delineato dall’accordo di luglio 1993 certamente non aiuta. Il problema
più spinoso è però un altro: la completa sindacalizzazione
del pubblico impiego non si è infatti limitata ai profili retributivi
ma ha investito in pieno anche la disciplina del rapporto. Con il risultato
che oggi risulta assai arduo introdurre elementi di modernizzazione e di
efficienza dell’ordinamento del pubblico impiego, poiché occorre
in ogni caso raggiungere l’accordo con i sindacati: mobilità,
flessibilità, efficienza, meritocrazia sono tutti obiettivi il cui
perseguimento è demandato per lo più alla fonte contrattuale.
Una situazione di anomalia negoziale, con un soggetto – il datore
di lavoro pubblico – in posizione di particolare debolezza, che trova
evidente conferma nel processo di capture che ha subito l’aran negli
ultimi anni. L’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche
amministrazioni era stata istituita proprio nella speranza di conferire
maggiore forza negoziale alla parte pubblica, grazie ad una struttura dedicata
dotata di competenze tecniche specialistiche. Nel corso della scorsa legislatura,
le scelte compiute dal governo hanno in via di fatto trasformato l’aran
nel dominio riservato dei sindacati è ciò non ha certo giovato
alla qualità dei contratti del pubblico impiego.
Dirigenza
pubblica: territorio di conquista
Assai
cupo si presenta anche lo scenario di un governo di sinistra con riferimento
al tema delicatissimo della dirigenza pubblica. In questo caso, la tradizionale
impostazione culturale della sinistra in termini di primato della politica
e di egemonia del partito si traduce in un atteggiamento esplicito di conquista.
Anche se qualcuno ha cercato di imputare al ministro Frattini un disinvolto
disegno di spoil system, la verità è che fu il governo di
centrosinistra ad attuare uno spietato rimescolamento degli incarichi dirigenziali.
Infatti, nel 1999 l’allora ministro della Funzione pubblica azzerò
con un colpo di bacchetta magica regolamentare tutti gli incarichi dirigenziali
delle amministrazioni centrali dello Stato (circa 4500 dirigenti) e provvide
a conferire nuovamente i suddetti incarichi per un periodo fino a sette
anni. L’obiettivo evidente era quello di garantirsi dirigenti fidati
per tutta la legislatura successiva, nella quale – con ogni probabilità
– il centrosinistra sarebbe finito all’opposizione. La situazione
fu anche aggravata dalla sistematica azione di rinnovo degli incarichi di
vertice di enti, agenzie e società controllate dallo Stato che aveva
l’obiettivo evidente di insediare una nomenklatura di partito in posizione
di responsabilità pubblica.
Si trattò evidentemente di uno strappo grave alla delicata trama
che disciplina la dirigenza pubblica. Il ministro Frattini si limitò
a ridurre il danno subìto prevedendo – con legge – un
rimescolamento dei soli incarichi dirigenziali di prima fascia (440 dirigenti)
al termine del quale solo 29 dirigenti si trovarono con un mero incarico
di studio. Al termine della legislatura in corso la dirigenza pubblica sembra
finalmente aver trovato un assetto stabile dopo un decennio di tribolazioni.
Il rischio che inevitabilmente correrebbe il sistema con un governo di centrosinistra
è trovarsi di nuovo di fronte ad un atto di prepotenza che finirebbe
per umiliare i dirigenti, minando alla base il funzionamento della macchina
amministrativa.
I
pericoli di una coalizione disomogenea
Le
vicende della burocrazia spesso registrano un andamento speculare a quelle
della politica, essendo condizionate in modo decisivo dalla concezione culturale
delle maggioranze parlamentari. L’eventuale ritorno di una maggioranza
di centrosinistra che chiaramente paga, in nome del minimo comune denominatore
anti-berlusconiano, il prezzo di una disomogeneità nella impostazione
culturale e nella concezione della propria mission nell’azione di
governo, comporterebbe inevitabili pesanti conseguenze.
È in gioco il ruolo che la pubblica amministrazione potrà
svolgere nella prossima legislatura in termini di efficacia ed effettività
dell’azione di governo. Vi è il rischio che venga sminuito
quel processo che propone la pubblica amministrazione quale elemento promotore
dello sviluppo del paese. La mancanza di una comune visione sulle opportunità
e sulle capacità dell’apparato statale di attrezzarsi in tal
senso favorisce, grazie anche a un certo collateralismo con il mondo sindacale,
una propensione all’immobilismo, ancorché verniciata da un
modernismo sterile quanto superficiale.
I provvedimenti adottati nella presente legislatura hanno – anche
se non in maniera compiuta – favorito, non senza difficoltà,
un opportuno dinamismo amministrativo cercando di superare la diffusa apatia
che per anni ha contraddistinto la pubblica amministrazione dandole una
veste rinnovata e adatta alle sfide tipiche di una società globalizzata
dove il mercato gioca il ruolo primario, rispettando il fondamentale principio
dell’imparzialità nel processo dialettico tra amministrazione
e politica.
Interrompere questo processo, per i motivi che ci sono noti – tra
i quali emerge nella sua imponenza la disomogeneità del centrosinistra
– insieme al rischio di una “relazione pericolosa” tra
politica e sindacati significa ridurre la pubblica amministrazione a zavorra
del paese. Reinventare la pubblica amministrazione non solo è affermazione
irragionevole, ma inadeguata per chi la pronuncia. Semmai da reinventare,
se fosse possibile, sarebbe la sinistra.
Alessandro Bezzi, giornalista, si occupa di politica interna ed estera e
di economia. Negli ultimi tempi ha seguito le questioni legate alla Pubblica
amministrazione con particolare riferimento ai sistemi statali europei.
(c)
Ideazione.com (2006)
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