La frontiera è il Messico. È un confine politico, perché
la geografia non c’entra più. Al di là di quella linea
c’è un mezzo continente che sta cambiando, che svolta verso
il populismo tendenzialmente anti-americano. Sono cambiate le cose: non
c’è solo Cuba e Fidel Castro, adesso. C’è il Venezuela,
la Bolivia, l’Argentina, il Paraguay, l’Uruguay. Il Messico
è in mezzo. Il Messico che sente il richiamo del Sud, ma sa che senza
l’aiuto del Nord avrebbe difficoltà a reggersi. È membro
del nafta (North American Free Trade Agreement) e quindi è integrato
economicamente agli usa, ma senza la spinta che arriva dal meridione e dal
Chapas. Allora è un paese diviso che sta per andare a votare per
il suo futuro: il 2 luglio ci sono le elezioni presidenziali. È una
data fondamentale anche per gli Stati Uniti e di riflesso anche per l’Europa.
All’inizio dell’estate prossima la frontiera dirà da
che parte sta, se vuole seguire la strada disegnata da Chavez e oggi da
Evo Morales, oppure se vuole restare un cuscinetto, un ponte tra Nord e
Sud: legato agli Stati Uniti e allo stesso tempo vicino ai paesi del Sudamerica.
Alle elezioni si arriva così: il presidente liberal-democratico Vicente
Fox è a fine mandato e in base alla Costituzione non può ripresentarsi.
Oggi il favorito per la successione è Andres Manuel Lopez Obrador,
attuale sindaco di Città del Messico. È un populista di sinistra
che promette di tutto e di più ai diseredati, uno che si atteggia
a Robin Hood, senza spiegare però a chi toglierà denaro e
beni per distribuirne a chi non ne ha. Lo chiamano tutti Amlo, acronimo
del suo sterminato nome, ed è il candidato del Partido de la Revolución
Democrática, prd. I sondaggi gli attribuiscono un buon 35 per cento
delle preferenze elettorali, con un margine di circa sei punti sui più
vicini concorrenti, Roberto Madrazo del Partido Revolucionario Institucional
(pri, di centro-destra, che ha governato il paese per 70 anni e conserva
un buon numero di governatori e la maggioranza nel Parlamento) e Felipe
Calderón, del Partido Acción Nacional (pan, di destra, che
nel 2000 ha conquistato la presidenza con Vicente Fox Quezada).
Il
sindaco populista alla conquista del Messico
Amlo
è in testa, ma ha una strada in salita: deve rispondere di alcune
accuse della magistratura e della estrema sinistra. Contro gli si è
scagliato anche il subcomandante Marcos: lo ha accusato di essere l’uovo
del serpente, il cavallo di Troia dell’imperialismo, colui che, se
eletto, non ripudierà le politiche neoliberali che «da oltre
vent’anni stritolano il Messico», ma, al contrario, le approfondirà
ancor più, «riordinandole ed intensificandone l’efficacia».
L’attacco del leader zapatista ha scombinato i piani di Amlo, convinto
di avere l’appoggio della massa che s’imbeve della dottrina
del nuovo leader rivoluzionario. Invece no. La divisione a sinistra ha scombussolato
i piani di Lopez Obrador, ma non ha cancellato il seguito che è riuscito
a conquistare. È un politico astuto, nato nel pri e diventato uno
dei leader del centrosinistra messicano per convenienza, perché nel
centrodestra non trovava spazio. La sua pagina web informa che è
nato nel 1953 a Macuspana, una cittadina del Tabasco, nel profondo sud-est
messicano. È d’origine umile, si è laureato in scienze
politiche e ha rotto con il pri nel 1988 per unirsi alla campagna elettorale
di un altro ex priista, Cuauthémoc Cárdenas, fondatore e del
prd. Poi è stato candidato al governo del Tabasco e presidente del
prd tra il 1996 ed il 1999.
Giudicato un capopopolo è temuto per la capacità di fomentare
le folle. È anche così che ha conquistato Città del
Messico. È accaduto nel 2000 e ha retto fino a luglio del 2005, quando
ha deciso di rinunciare per dedicarsi alla campagna presidenziale. Come
governante della città più grande del mondo, Amlo ha avuto
alti e bassi. Apprezzato per gli investimenti nel campo dell’edilizia,
dell’educazione, della sanità e dell’assistenza agli
anziani e criticato per i suoi programmi di ristrutturazione del centro
storico e d’ampliamento della rete stradale urbana. Adesso vorrebbe
estendere il suo modello al resto del Messico. Contenuta in 50 punti, la
piattaforma di Lopez Obrador promette di aumentare il salario minimo, frenare
la privatizzazione del settore energetico, riattivare l’economia,
creare impiego, risanare le disastrate campagne. Come ancora non si sa,
a pochi mesi dalle elezioni il programma racconta le cose da fare, ma non
accenna alle modalità. Poi ci sono dei buchi: Amlo tace su questioni
importantissime come la problematica delle donne e il narcotraffico. Le
sue intenzioni in politica estera non sono chiare: «Bisogna approfittare
della globalizzazione e non solo soffrirla». Al Financial Times ha
detto anche che se sarà eletto rispetterà l’ordine macroeconomico
internazionale, manterrà la disciplina finanziaria, il controllo
del deficit pubblico, dell’inflazione e del debito estero. Il tema
del Mercosur – il polo economico sudamericano che comprende Venezuela,
Paraguay, Argentina, Brasile, Uruguay e Bolivia – non figura nel suo
programma, dove neppure si esige di rinegoziare il nafta, il trattato di
libero commercio tra usa, Canada e Messico che nel 1994 fu alla base della
ribellione zapatista.
Detto così non sembra neanche un candidato del centrosinistra, Lopez
Obrador. Non sembra ma lo è. Ed è anche molto intelligente
e allora sa che in campagna elettorale in Messico non è saggio fare
sfoggio di radicalismo. La verità si potrà sapere solo dopo
il 2 luglio. Nel frattempo la Alianza por el bien de todos (la sua coalizione
che oltre al prd comprende anche due partiti minori, in precedenza legati
al pri, il Partido del Trabajo, pt, e Convergencia, presieduto dall’ex
governatore di Veracruz e antizapatista, Dante Delgado) ingrana e calamita
l’attenzione di diverse classi sociali. La forza sta nell’appoggio
delle masse proletarie urbane di sinistra e zapatiste. Sono convinte che
López Obrador sia il futuro, nonostante faccia il politico da sempre.
E anche qui sta il problema: Amlo dice di non voler abbattere le strutture
che hanno portato il Messico a vivere decentemente, ma sa che senza l’appoggio
delle masse proletarie non potrebbe mai vincere. Allora è tendenzialmente
destinato a scegliere la via del chavezismo. Tanto più che sa di
avere garanzie economiche. Dalla sua parte ha Carlos Slim, tycoon al quarto
posto della lista Forbes degli uomini più ricchi del mondo, il quale
ha finanziato alcune delle opere pubbliche di Città del Messico.
Slim, però, ha fissato le condizioni: pace sociale e crescita economica.
È praticamente l’opposto di quanto chiedono i proletari che
tirano per la giacchetta il candidato del prd.
Mentre il Messico deciderà a Nord e a Sud staranno a guardare. L’America
Latina spera di portare anche i messicani sulla sua nuova strada. Quella
strada battuta la prima volta nell’ottobre del 2002, quando Ignacio
Lula da Silva, leader del partito dei lavoratori, venne eletto presidente
del Brasile con più del 60 per cento dei voti. In Europa molti pensarono
che Lula fosse la nuova sinistra. Non si sa bene perché, ma divenne
una specie di modello. Si ricordano leader di partito italiani volati a
Brasilia per omaggiarlo, si ricordano dichiarazioni della sinistra internazionale
in pellegrinaggio provinciale: tutti alla scoperta del signore che aveva
sconfitto la storia. Oggi Ignacio da Silva detto Lula è stato un
tantino emarginato. Sconfessato perché il Brasile non ha preso la
deriva populista che invece hanno preso altri paesi. Come il Venezuela di
Chavez e come oggi la Bolivia di Evo Morales. E infatti oggi il problema
di Lula non è lui, ma quello che ha creato. Perché quella
vittoria della sinistra in Brasile è stata un lasciapassare, la chiave
che ha aperto la porta a un processo politico che rischia di modificare
radicalmente il volto dell’America Latina. Anzi, forse l’ha
già cambiato: dal Canale di Panama in giù, fino alla Terra
del Fuoco e a Capo Horn la sinistra estrema e anti-americana s’è
presa il potere. A volte con metodi poco chiari, altre con elezioni importanti
e giocate male dai candidati moderati e liberali. Qualcuno negli Stati Uniti
parla di un ritorno del comunismo. Ecco, di comunista è rimasto solo
Fidel Castro. Né Chavez né Morales si dichiarano comunisti.
Non sono abbastanza folli da commettere un errore simile.
Il
ritorno degli anni Settanta ma senza la coperta del comunismo
Forse
è proprio questo il problema principale. In Sudamerica torna in modello
degli anni Settanta, ma più intelligente. Si dichiarassero comunisti
davvero, i nuovi presidenti poco democratici dei paesi latini sarebbero
sconfitti in partenza. Invece predicano le stesse cose, ma si chiamano diversamente.
Spingono sull’acceleratore della insoddisfazione delle masse per dire
che è tutta colpa degli Stati Uniti e del loro imperialismo. Washington
è preoccupata e per questo guarda al Messico come un argine. Perché
se salta quello sono guai veri.
Perché di fatto il Nicaragua è già saltato. Si vota
anche lì e si profila un ritorno al potere attraverso le urne di
Daniel Ortega Saavedra, già capo dei sandinisti. Il suo gruppo aveva
già governato alla fine degli anni Settanta. Aveva l’appoggio
di Castro e di tutto il blocco sovietico. Allora fu combattuto da Ronald
Reagan e furono sconfitti alle elezioni del 1990. Stavolta è diverso:
le priorità di Washington sono necessariamente cambiate: l’11
settembre ha cambiato tutto, ha stravolto i piani, ha portato l’America
da un’altra parte. Il Sudamerica era un punto importante della politica
estera di Bush Jr. All’inizio del suo primo mandato aveva indicato
i rapporti con i paesi latini fondamentali per lo sviluppo del sistema panamericano.
Al Qaeda e Osama bin Laden hanno fatto cambiare rotta. Così oggi
a sud del Messico, oltre quella frontiera geografica e politica, comanda
il presidente venezuelano Hugo Chavez, che ha ormai preso il posto di Fidel
Castro come paggetto della sinistra nell’America Latina: si dichiara
erede di una “rivoluzione bolivariana” che, nei suoi bizzarri
piani, dovrebbe aprire la strada a un grande ritorno del socialismo reale.
È un ex golpista, ma è diventato presidente attraverso le
elezioni. Per questo formalmente il Venezuela è una democrazia, anche
se in realtà la situazione è un po’ più complicata.
Di Simon Bolivar, Chavez si sente discendente diretto con lo stesso atteggiamento
avuto dai peggiori dittatori del Novecento. Ogni passo, ogni dichiarazione,
ogni uscita pubblica sono un’offesa agli Stati Uniti d’America,
al liberismo, al capitalismo. Il richiamo con l’Unione Sovietica va
oltre gli slogan. Di recente ha espulso un funzionario dell’ambasciata
usa di Caracas ed è in continua agitazione. Washington è il
nemico da abbattere e da umiliare. Così durante durante un discorso
televisivo, un giorno ha spiegato che il problema di «Condoglianza
Rice» (così chiama il segretario di Stato usa) non è
soltanto il fatto di essere ignorante, ma di «non avere un uomo».
Politicamente usa un populismo militare: gerarchico, controllato, rigoroso.
Hugo è un personaggio da anni Settanta. Nei modi e nelle movenze
scimmiotta Fidel Castro, con il quale condivide idee e atteggiamenti anti-americani.
Più del Lìder Maximo, però, è accecato dalla
sete. Forse di Castro è anche più intelligente. Di sicuro
più moderno. Conosce i metodi di comunicazione, sa come gestire il
popolo. Incredibilmente vuole trasportare il modello arabo in Sudamerica.
È stata sua l’idea di creare la televisione satellitare Telesur.
Ha trovato il consenso di Argentina, Cuba e Uruguay, per quella che Chavez
vuole che sia la Al Jazeera dell’America Latina. La sua irruenza pubblica
e il suo modo di comportarsi mascherano tutto. Mascherano la condizione
di un paese che sta male. Perché grazie a Chavez oggi il reddito
dei venezuelani è diminuito di una percentuale che va dai 15 ai 20
punti. Eppure quello che viene fuori è uno Stato forte e in salute,
esattamente come facevano i dittatori del blocco sovietico.
L’influenza di Chavez spinge ancor di più il Sudamerica verso
sinistra e forse verso un buco nero. La Bolivia ha eletto presidente Evo
Morales che con Hugo condivide un’amicizia personale e l’affinità
politica in nome dell’anti-americanismo e dell’anti-liberismo.
Evo Morales in prospettiva potrebbe far più danni di Chavez, perché
oltre all’identità politica, lui aggiunge il fatto di appartenere
a una minoranza razziale. Morales è un indio di razza Aymara ed è
anche il leader storico dei cocaleros, i coltivatori di coca. Aveva già
provato a essere eletto presidente, ma venne sconfitto. Da parlamentare
ha avuto un percorso pieno di problemi: espulso dall’Assemblea per
aver aizzato la folla contro i deputati prima di una seduta. Qualche mese
fa, invece, ha vinto. Al secondo tentativo. E ha vinto con una campagna
che ha fatto dell’alleanza con Venezuela e altri paesi vicini il perno
centrale.
Altri temi: stop all’influenza americana al Sud, lotta alle privatizzazioni,
alla liberalizzazione dei commerci e al capitale straniero. Morales ha vinto
con una battaglia di retroguardia che ha entusiasmato le popolazioni degli
altipiani e conquistato centinaia di migliaia di nuovi adepti al suo partito,
Movimento verso il socialismo (mas). Morales è giudicato peggio di
Chavez. In un report del Pentagono Evo il Cocaleros viene definito il più
pericoloso leader popolare dalla rivoluzione cubana in poi. Questo perché
mobilita le folle come nessun altro. Ha scelto la diplomazia del maglione,
ma ha dichiarato che diventerà «il peggiore incubo degli Stati
Uniti». Tanto per essere preciso, a meno di venti giorni dall’assunzione
è arrivato a Caracas. La seconda tappa in un giro del mondo che in
undici giorni l’ha portato a visitare sette paesi di quattro continenti.
La prima era stata Cuba. Ovviamente i primi due passi non sono stati casuali.
Ad aspettarlo all’aeroporto c’era Hugo Chavez.
Prima dichiarazione: «Sono arrivati tempi nuovi e siamo entrati in
un nuovo Millennio per i popoli e non per l’Impero, per risolvere
i problemi sociali ed economici della gente». Chavez annuiva tranquillo
e quando ha preso la parola è andato a rimorchio: la vittoria di
Morales è un segno della resurrezione dei popoli che si svegliano
e riemergono dal fondo della storia. «Venezuela, Bolivia e Cuba non
formano un asse del male. L’asse del male sono Washington e i suoi
alleati nel mondo, che minacciano, invadono ed assassinano. Noi invece stiamo
formando l’asse del bene, l’asse nuovo, del secolo nuovo».
Altro dettaglio: nello scalo di otto ore a Caracas, il leader aymara boliviano
ha anche deposto un omaggio floreale alla statua di Simon Bolivar e al mausoleo
del cacicco Guaicaipuro. Poi è andato nel Palazzo di Miraflores,
dove ha preso la penna e ha firmato il primo accordo internazionale. Quello
di cooperazione in campo politico, sociale ed economico. Accordi strategici,
così li ha definiti.
L’alleanza con Chavez, non è l’unico guaio. Morales ha
anche un altro problema. Viene dalle origini e dalla coca. È sempre
stato ostile alla strategia antidroga di Washington ed ha proposto alla
Casa Bianca un approccio basato non sul principio di “coca zero”,
ma di “droga zero”, con una depenalizzazione della produzione
della foglia di coca, usata dagli indios in Bolivia e nella regione anche
per l’industria farmaceutica. Dal punto di vista economico, il Cocacolero
chiude le frontiere. Non vuole stranieri nei giacimenti di gas, ha annunciato
che tutte le riserve saranno nazionalizzate.
Non ci sono soltanto Venezuela, Bolivia e in parte Brasile. La svolta populista
sudamericana viaggia anche in Perù, dove Ollanta Umala, un ex militare
espulso dall’esercito per le sue idee troppo estremiste, è
uno dei favoriti per la successione al presidente Toledo. L’altro
è Lourdes Flores Nano. Fino a oggi il Perù ha fatto un po’
come il Cile. A sinistra, ma moderata. Buoni rapporti con gli usa ed economia
di mercato. Il futuro è un’incognita. Si vota il 9 aprile e
se vincerà l’estrema sinistra anche Lima finirà nell’asse
che Chavez e Morales chiamano del bene, ma che assomiglia tanto a quello
del male.
Problema che l’Argentina si porrà nel 2007 quando il popolo
andrà a votare per confermare o meno Nestor Kirchner. Anche lui viaggia
sui canoni del populismo di stampo latino, s’imbeve di demagogia e
quando può attacca l’imperialismo statunitense. Non ha l’immagine
rozza di Chavez e Morales, però ha governato l’Argentina come
se il mondo non esistesse: ha rifiutato di pagare tutti i creditori stranieri.
Quando è arrivato lui al potere l’Argentina era al minimo,
sgonfiata dalla crisi del 2002. Oggi s’è ripresa. Non si sa
se per merito di Kirchner o per cause naturali, per quel classico andamento
che quando hai toccato il fondo ti porta comunque a risalire. Anche in Uruguay
il populismo ha attecchito. Al governo c’è Tabarè Vazquez,
del Frente Ampio, partito di sinistra e discendente dei guerriglieri che
una ventina di anni fa cercarono di prendere il potere con un colpo di Stato.
Vasquez governerà fino al 2010 questo piccolo paese di 3,4 milioni
di abitanti e che ha un debito molto alto.
Le
preoccupazioni degli analisti statunitensi
Resta la Colombia, allora. È governata da Alvaro Uribe che chiede al paese di essere rieletto a maggio. È il favorito nelle elezioni perché ha lavorato bene. Ha pacificato un paese in perenne guerriglia civile e ha saputo dare slancio all’economia. Così ha un indice di consenso dell’80 per cento e viene dato per vincitore al primo turno con più del 55 per cento dei consensi. Ma Uribe è solo. È accerchiato. Tutti i confinanti hanno svoltato. Così il populismo rosso che avanza sul continente suscita preoccupazioni a Washington. Nell’ultimo numero di Foreign Affairs, Peter Hakin si chiede se ormai gli Stati Uniti abbiano perso tutta la loro influenza, se la Cina in futuro possa intromettersi e fare quello che l’Unione Sovietica faceva durante la guerra fredda. Adesso comincia a porsi qualche domanda anche l’Europa. Perché questa tendenza che parte dal Brasile e si diffonde a macchia d’olio (anzi petrolio, quello di Chavez e dei suoi miliardi) va capita prima di essere spiegata, invece oggi nessuno ha voluto comprenderla. Allora oggi ci si pongono domande banali, con risposte complicate. Ci si chiede perché il Sudamerica non abbia imparato nulla dall’esperienza cubana, perché i centinaia di migliaia di esuli non contino nulla, perché le svolte liberali degli anni Novanta non abbiano attecchito, perché la vera democrazia sia un bene che l’America Latina non sa apprezzare. Il potere al proletariato, poi. La privatizzazione cancellata e la ri-nazionalizzazione dell’economia. Dalla frontiera del Messico alla Pampa il 2006 sembra uguale al 1970, o al 1975, o al 1977: l’imitazione di un’epoca che doveva essere già sepolta. Invece c’è. Ritorna e lascia quasi impotenti, alla ricerca di una medicina che possa curare questa malattia. Oggi che non c’è più il modello sovietico da contrastare, non ci sono antidoti, non c’è un vaccino contro il passato. Allora accade l’incredibile: la fine di Castro si avvicina, ma qualcuno ha già preso la sua eredità.
Giuseppe De Bellis,
redattore de il Giornale e autore di reportage e inchieste dall’Italia
e dall’estero.
(c)
Ideazione.com (2006)
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