Che in Italia fra
quanti svolgono professioni intellettuali il voto a sinistra sia molto più
diffuso del voto a destra, ovvero che gli equilibri politici in quel settore
della popolazione siano ben diversi da come sono nel resto del paese, pare
difficilmente contestabile. E quando parlo di “professioni intellettuali”
intendo riferirmi a un settore piuttosto ampio della classe dirigente: professori
universitari e docenti delle scuole, giornalisti e magistrati, funzionari
delle amministrazioni pubbliche, scrittori e teatranti, attori, registi
e sceneggiatori. D’altra parte, se così è, non è
certo a causa di un destino cinico e baro, né di una qualche cospirazione
maligna e segreta. Ma dipende da ragioni storiche ben precise, alcune assai
generali, altre invece più specificamente nazionali.
Sul livello più alto di astrazione troviamo la repulsione “naturale”
che gli intellettuali provano per il regime capitalistico – col suo
disordine, la sua amoralità, la sua insofferenza per la pianificazione
razionale, la sua tendenza a retribuire tycoon televisivi, scalatori di
banche, yuppies di Piazza Affari, letterine e centravanti incommensurabilmente
meglio di quanto non remuneri raffinati esegeti di Parmenide o dottissimi
conoscitori della Sicilia normanna. Su questo ha scritto pagine acutissime
– e per quel che consta mai smentite – Joseph Schumpeter già
nel lontano 1942, e non pare che vi sia altro da aggiungere. Scendendo un
gradino più in basso troviamo il clima culturale degli anni Sessanta
e Settanta, nel quale si è formata la maggioranza di quanti oggi
svolgono professioni intellettuali, e che in tutto l’Occidente ha
certamente avuto un colore progressista. Seppure di progressismi assai differenti:
tecnocratici e programmatori in alcuni casi, figli del trionfo di una cultura
neoilluministica convinta del potere della ragione; iconoclasti ed eversivi
in altri, figli della degenerazione d’una cultura neoilluministica
che nel nome della ragione ha messo sotto accusa i propri stessi presupposti
razionalistici.
Scendendo al di qua delle Alpi arriviamo poi a una Repubblica italiana che
fin dalla sua nascita trova delle élite intellettuali tendenzialmente
antimoderate. E un robusto partito comunista quanto mai convinto della necessità
di trarre il massimo vantaggio da quell’antimoderatismo tendenziale.
Una repubblica nella quale la formula centrista, che è invece moderata
lo è, e anticomunista per giunta, pur prevalendo ampiamente negli
anni 1948-53 e di misura fino al 1962 sul terreno politico, rimane tuttavia
assai debole su quello culturale. E nella quale infine alla svolta degli
anni Sessanta le forze moderate di governo – maggioranza Dc, repubblicani
e socialdemocratici – nell’intento di legittimare l’apertura
a sinistra favoriscono o quanto meno non ostacolano il rilancio dell’antifascismo.
Ovvero di un’ideologia radicale fondata sul rifiuto sostanziale della
precedente storia d’Italia, e sul rilancio di certe aspirazioni resistenziali
alla trasformazione profonda dell’assetto economico, politico e sociale
del paese.
Una
cultura egemone intrinsecamente debole
Per
ragioni “strutturali” e occidentali così come per motivi
contingenti e nazionali, dunque, a partire dagli anni Sessanta, pure in
presenza di una politica tanto prudente da apparire spesso immobile, l’intellettualità
italiana si sposta quasi per intero su posizioni progressiste. Tanto che,
come accennato in precedenza, la dialettica culturale finisce per concludersi
quasi per intero all’interno del campo progressista – ossia
per svolgersi fra progressisti moderati e progressisti radicali. Tanto che
dobbiamo guardare a sinistra, a sinistre eterodosse quali la radicale di
Pannella e la socialista di Craxi, per trovare chi sfidi il blocco partitocratico
fondato sull’antifascismo. Tanto che negli anni Sessanta la richiesta
d’una commissione che valuti e in qualche modo epuri i manuali scolastici
di storia contemporanea proviene dall’ambiente degli istituti per
la storia della Resistenza – là dove al principio del nuovo
secolo la dobbiamo al partito postfascista.
Il fatto che sia riuscita a diventare egemone non toglie d’altra parte
che questa cultura progressista fosse, e sia rimasta, per più d’una
ragione assai debole. Debole in primo luogo perché profondamente
divisa al proprio interno: divisa dalla guerra fredda, generatrice d’una
frattura profonda che l’antifascismo non era certo in grado di sanare,
pure se riusciva quanto meno a far parlare le due “sponde”;
e dopo il 1968 divisa dalle accelerazioni radicali e movimentiste della
sua ala sinistra: accelerazioni largamente sterili, e davanti alle quali
però il progressismo si trovava in larga misura disarmato, perché
almeno in parte le riconosceva come creatura propria. Debole, poi, perché
scarsamente in contatto con un paese che rimaneva nella sua stragrande maggioranza
moderato. Debole perché fondata assai spesso – nell’interpretazione
storica del fascismo e delle origini della repubblica, ad esempio –
su presupposti deformati, ossia su forzature, esagerazioni e reticenze necessarie
proprio a coprirne le divisioni interne e il carattere elitario. Debole,
infine, perché dovendosi proteggere dietro una cospicua batteria
di tabù ha perduto assai presto il contatto con i mutamenti storici,
trasformandosi in un ostacolo serio alla modernizzazione della Penisola.
Questa intellettualità progressista già strutturalmente fragile,
la crisi della prima repubblica e l’emergere del fenomeno Berlusconi
l’hanno posta davanti a sfide mortali. L’antifascismo non poteva
che essere seriamente messo in questione dal crollo del sistema partitocratico
e consociativo che su di esso si fondava. Anche se la storiografia mainstream
è stata ben attenta a non trarre tutte le conseguenze da certe considerazioni
sulla recente storia d’Italia che pure, spinta dall’urgenza
degli eventi, non poteva fare a meno di elaborare, non vi è tuttavia
dubbio che Tangentopoli abbia portato naturalmente il paese a chiedersi
se non vi fossero nell’ordine politico repubblicano delle tare originarie.
La “discesa in campo” di Silvio Berlusconi ha introdotto poi,
se possibile, una frattura ancora più profonda col received wisdom
progressista: da un punto di vista personale, essendo un personaggio radicalmente
estraneo ai “buoni salotti intellettuali e politici”; da un
punto di vista ideologico per il suo populismo antipartitocratico, e soprattutto
per l’anticomunismo, strutturalmente incompatibile con le interpretazioni
progressiste della Resistenza e della Costituzione; da un punto di vista
politico, avendo dato vita ad uno schieramento che non era più, com’era
la dc, «di centro però rivolto a sinistra», ma che si
collocava esplicitamente, talvolta orgogliosamente, sul versante di centrodestra
– tanto da “sdoganare” il msi, il capro espiatorio su
cui si fondava l’intero ordine politico repubblicano.
A queste sfide, tuttavia, l’intellettualità progressista non
ha reagito rinnovandosi – se non in misura marginale e con notevole
ritardo – abbandonando quelli fra i suoi tabù che si stavano
rivelando meno difendibili e mettendosi in condizione di affrontare i tempi
nuovi. Non ha risposto insomma, per dirla con una battuta, “alla Blair”
– indubbiamente anche perché Berlusconi tutto è stato
tranne che Margaret Thatcher, e l’Italia assomiglia alla Gran Bretagna
soltanto perché ha tanto mare intorno, ma è il mare politicamente
“sbagliato”. Al contrario, di fronte alle sfide dei primi anni
Novanta l’intellettualità progressista ha fatto leva su Berlusconi
per consolidarsi e raccogliersi a difesa del proprio patrimonio ideologico.
Ovvero, piuttosto che fare dell’avversario nuovo uno stimolo per rinnovarsi,
ha preferito interpretarlo come se fosse una mera riedizione dell’avversario
vecchio, e riproporre con variazioni minime le battaglie già combattute
e vinte nel passato. Ovvero ancora, ha aggiornato l’antifascismo in
antiberlusconismo. La mutazione è avvenuta già nel 1994, dopo
un instante di perplessità coincidente più o meno con le elezioni
municipali romane del 1993, alle quali com’è noto si candidò
Fini. Questione morale, affarismo, conflitto di interessi, interessi privati
in atti pubblici, e soprattutto lesione videocratica del circuito rappresentativo:
questi sono stati gli strumenti attraverso i quali l’antifascismo
(non facile da rivolgere nella sua forma “pura” contro un personaggio
con la storia di Berlusconi) è stato “modernizzato”.
Modernizzato, però, nella permanenza dei suoi caratteri di fondo:
il manicheismo, il moralismo, la definizione e manutenzione dei confini
della legittimità, la divisione dell’arena politica in una
sinistra e una destra coincidenti rispettivamente con il democratico e l’eticamente
commendevole, l’antidemocratico e l’eticamente deteriore. E
soprattutto, una sempre più evidente incapacità di fornire
risposte efficaci e aggiornate alle esigenze poste dal nuovo secolo.
Il
rischio di una deriva conformista
Riassumendo
il ragionamento fin qui svolto, mi pare che oggi i rapporti fra cultura
e politica in Italia possano essere descritti come segue. Mentre il paese
è diviso esattamente a metà, il ceto intellettuale è
ancora in grande maggioranza schierato a sinistra. Dodici anni di berlusconismo
e cinque anni di governo hanno riequilibrato ben poco la situazione, e soprattutto
hanno posto assai meno di quanto non si sarebbe potuto le basi perché
il riequilibrio avvenga nel prossimo futuro. Permane dunque uno scollamento
alquanto visibile fra intellettuali e popolo – squilibrio che i risultati
dei referendum sulla procreazione artificiale hanno reso pienamente evidente.
Della sfida berlusconiana la cultura progressista ha approfittato troppo
poco per rinnovarsi (ancor meno di quanto non abbia fatto lo schieramento
politico di centrosinistra), preferendo al contrario trasformare il Cavaliere
in un nemico assoluto e usarlo come scusa per arroccarsi a difesa del proprio
obsoleto patrimonio ideologico.
Questa essendo la situazione, che cosa possiamo aspettarci dall'intellettualità
progressista nell’eventualità che il centrosinistra prevalga
alle prossime elezioni? Per quanto il quadro politico italiano sia troppo
fluido perché si azzardino previsioni, mi pare che almeno alcune
considerazioni, magari in forma ipotetica, sia possibile avanzarle. Sul
terreno della concreta gestione del potere, non vi è dubbio che un
futuro governo di centrosinistra sarebbe accolto dall’ampio ceto intellettuale
italiano in maniera assai più benevola di quanto non sia accaduto
ai gabinetti Berlusconi. I giornali lo tratterebbero certamente meglio;
i rapporti con la magistratura sarebbero incomparabilmente meno conflittuali;
il mondo dell’istruzione si mostrerebbe ben più malleabile.
Detto altrimenti: nel campo della cultura verrebbero a mancare molti dei
contropoteri coi quali il governo di centrodestra s’è invece
dovuto confrontare. Appoggiato dalle istituzioni, poi, si rafforzerebbe
ancora di più il “politicamente corretto” della repubblica.
Per la verità, non è che il centrodestra questo “politicamente
corretto” lo abbia mai davvero affrontato come si deve: o ci si è
inchinato anch’esso, oppure lo ha attaccato in forma grezza e populista.
Tuttavia è pur sempre meglio gettare nello stagno un sasso grezzo
e populista che niente; ed è anche vero, inoltre, che qualche spazio
nella cultura politica italiana i cinque anni di governo Berlusconi lo hanno
aperto, soprattutto sul terreno dei rapporti transatlantici e della difesa
dell’Occidente. La nuova saldatura fra l’intellettualità
progressista e il potere, insomma, creerebbe senz’altro un clima di
maggiore conformismo culturale.
Che cosa ne sarebbe sul medio periodo, di questa saldatura fra intellettualità
e potere, è d’altra parte tutto da vedere. La cultura progressista,
come chiunque ha potuto constatare in questo inizio di campagna elettorale,
rimane profondamente divisa fra un filone tecnocratico e moderato e uno
radicale e movimentista. Non solo: la frattura si è fatta più
profonda in un decennio berlusconiano che del tutto invano non è
trascorso. Al di sotto della difesa politicamente corretta dei tabù
progressisti, il mero passare del tempo, le dinamiche intrinseche al progredire
di alcuni saperi specialistici (storiografico, economico, giuspubblicistico),
e certamente anche l’opera di rottura svolta dal centrodestra qualche
effetto l’hanno avuto. Benché, come ho già accennato,
gli studiosi dell’Italia novecentesca evitino spesso di tirare le
conseguenze ultime dei loro ragionamenti, non c’è tuttavia
dubbio che sul fascismo, la Resistenza, la fondazione della Repubblica,
il sistema dei partiti e la guerra fredda siano ormai largamente condivise
interpretazioni che negli anni Settanta sarebbero parse ai più inaccettabili.
Sul terreno costituzionale il programma dell’Unione per le elezioni
politiche del 2006 si schiera con forza sul versante della tutela e della
conservazione della Carta del 1948. L’Unione tuttavia, e la cultura
ad esso sottesa, sono in larga maggioranza favorevoli al bipolarismo, a
un sistema elettorale che abbia quanto meno una componente maggioritaria,
a una qualche forma di designazione diretta e di rafforzamento istituzionale
del premier. Se poi a questo aggiungiamo che la devolution l’ha fatta
proprio il centrosinistra, possiamo legittimamente chiederci, credo, che
cosa ne sia infine rimasto dei tabù costituzionali della cultura
progressista. Che l’economia italiana abbia urgente bisogno di essere
rilanciata, infine, e che il rilancio debba passare per l’ampliamento,
non certo la riduzione, degli spazi del mercato, è un dato ormai
acquisito da larga parte dell’intellettualità italiana, seppure
certamente non da tutta.
Oltre
l’anti-berlusconismo
Se
da un lato la cultura progressista moderata, magari senza darlo troppo a
vedere, ha cominciato a reagire alla crisi dei propri presupposti, soprattutto
economici, accettando la sfida della modernità, dall’altro
non è impossibile che il baricentro d’un eventuale futuro gabinetto
di centrosinistra finisca invece per gravitare maggiormente verso la cultura
progressista radicale. Sul terreno economico, infatti, sarebbe per varie
ragioni assai difficile a quel governo scavalcare l’opposizione politica
e sociale, robusta e trasversale, che frena o impedisce le riforme necessarie
e dolorose. La relativa indisponibilità del riformismo economico
costringerebbe dunque l’esecutivo a mostrare maggiore dinamismo sul
terreno della politica estera e, soprattutto, di quella sociale –
seguendo in sostanza, seppure non necessariamente nei dettagli, l’esempio
di Zapatero. In politica estera è lecito perciò aspettarsi
una svolta antiatlantista – in parte già annunciata, del resto,
nel programma elettorale – pure se dopo il fallimento del trattato
costituzionale e l’ascesa di Angela Merkel in Germania questa svolta
non troverebbe più in Europa l’appoggio che vi avrebbe trovato
un paio di anni fa. Mentre la politica sociale – dai pacs all’immigrazione
alla procreazione artificiale – potrebbe diventare per il governo
il luogo privilegiato nel quale fare “qualcosa di sinistra”.
Del resto, le politiche sociali stanno diventando sempre di più il
terreno sul quale si misurano le identità degli schieramenti politici
– basti pensare alla polarizzazione che si è verificata con
gli scorsi referendum, o anche alle leggi sulla legittima difesa e sulla
droga approvate in extremis dal governo Berlusconi.
Sul rapporto fra intellettualità progressista e potere, infine, influirà
non poco la situazione politica – e non soltanto quella italiana.
L’eventuale uscita di scena di Berlusconi metterebbe in serio pericolo
un’alleanza politica e intellettuale che oggi appare cementata prevalentemente
dall’antiberlusconismo. D’altra parte, un evento di questo tipo
rimescolerebbe a tal punto le carte da rendere possibile qualunque esito.
Ad esempio un ridimensionamento dello schieramento di centrodestra talmente
marcato che la dialettica politica e culturale tornerebbe a svolgersi tutta
all’interno del progressismo. Oppure, magari, un sussulto di creatività
da parte dell’intellettualità progressista moderata, che avendo
perduto per rinnovarsi l’occasione rappresentata dalla discesa in
campo di Berlusconi, potrebbe infine approfittare della sua uscita dal campo
per affrettare il processo di depurazione dai più stantii tabù
del politicamente corretto repubblicano.
Giovanni Orsina, docente di Storia contemporanea all’Università
Luiss - Guido Carli di Roma, direttore scientifico della Fondazione Luigi
Einaudi.
(c)
Ideazione.com (2006)
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