A fine gennaio, all’inaugurazione del nuovo anno giudiziario, spiccano
le sedie lasciate vuote dai magistrati, per protesta contro la legge di
riforma approvata dalla maggioranza di centrodestra. Qualche settimana prima,
a un convegno di Magistratura democratica (la corrente dei magistrati culturalmente
più organica alla sinistra), viene proclamata la necessità
di “non fare alcun passo indietro” rispetto alla politica (e
alla classe politica), e si invoca l’obbligo dell’Unione –
in caso di vittoria alle elezioni di aprile – di spazzar via tutte
le leggi in materia di giustizia approvate dalla Casa delle Libertà:
non solo le più famigerate leggi cosiddette ad personam, ma proprio
e soprattutto l’intera stessa riforma dell’ordinamento giudiziario.
In quella sede, ai dubbi e alle esitazioni mostrate da Giuliano Pisapia,
che per intelligenza e preparazione personale non potrebbe condividere posizioni
così estreme, risponde con durezza il responsabile ds del settore
giustizia, Massimo Brutti: non si faranno sconti, è tutto da cancellare.
Sono solo gli ultimissimi episodi di una guerriglia culturale che la magistratura
associata ha combattuto non soltanto contro i contenuti della legge di riforma,
ma – si faccia attenzione – contro l’idea stessa che un
legislatore potesse legittimamente apprestare (per carità: con limiti,
difetti e contraddizioni anche forti) un intervento normativo riformatore,
non di facciata, dell’organizzazione giudiziaria. Come se l’autonomia,
costituzionalmente garantita, nell’amministrazione della giustizia
rendesse l’ordinamento giudiziario una sorta di zona franca dall’intervento
del legislatore democraticamente eletto.
Ma la cronaca costituzionale offre ulteriori inediti esempi: nel messaggio
con il quale il presidente della Repubblica rinvia alle Camere la legge
che prevede l’inappellabilità, da parte della pubblica accusa,
delle sentenze di assoluzione in primo grado, tra le ragioni del rinvio
spiccano soprattutto – e sono anzi esplicitamente citate con nome
e cognome – le lamentele avanzate contro la legge dalla Corte di Cassazione
e dalla cosiddetta “rete delle giurisdizioni superiori europee”:
come se si trattasse delle stesse fonti ispiratrici della decisione presidenziale,
giunte così ad esprimersi al più alto livello del nostro ordinamento
costituzionale. L’informazione giornalistica sui temi del confronto
politica-giustizia meriterebbe poi un capitolo a parte. Sulle pagine dell’autorevole
Sole 24 Ore, ma anche in quelle del Corriere della Sera, ogni volta che
una linea di politica legislativa della maggioranza incide sui temi della
giustizia non solo vengono riportate con grande risalto le posizioni, ovviamente
contrarie, della magistratura associata (com’è giusto e legittimo
che accada, naturalmente), ma si lascia costantemente intendere che è
assurda la pretesa del legislatore di voler incidere su questioni che, in
fin dei conti, sarebbe meglio lasciare gestire in autonomia alla stessa
magistratura. Indimenticabile, a questo proposito, un titolo comparso sul
Sole 24 Ore, ove per mettere in cattiva luce una scelta di politica legislativa
su temi attinenti alla giustizia se ne denunciava il contrasto frontale
con la giurisprudenza della Cassazione (maturata sulla legge che il legislatore
desiderava cambiare): come se non fosse legittimo compito del legislatore
in carica modificare leggi non condivise, e come se non toccasse ai giudici
applicare e rispettare le leggi, anche quelle nuove.
È, questo, il quadro di una contrapposizione frontale fra classe
politica e ceto giudiziario che arriva talvolta a toccare toni apocalittici,
quasi fosse una guerra tra due mondi alieni: come di recente testimonia,
con grande forza simbolica, la raccolta di firme per il referendum anti-riforma
costituzionale organizzata dai magistrati del tribunale di Bergamo; e come
analogamente testimoniò, nel 2004, la protesta dell’anm all’inaugurazione
dello scorso anno giudiziario, quando i giudici si presentarono nelle aule
ostentando il testo della Costituzione del 1948. La Costituzione del 1948
difesa dai magistrati contro i “nuovi barbari”, che l’aggrediscono.
Difficile immaginare conflitto più radicale nei suoi presupposti:
noi (magistratura) siamo la legittimità, voi (classe politica di
maggioranza) l’eversione, e noi ci assumiamo l’incarico di guidare
alla resistenza (ricordate il «resistere, resistere, resistere»?),
o meglio di testimoniarla.
Di fronte a simili, impressionanti, forme di radicalismo parrebbe impossibile
ogni pacato ragionamento, ogni ragionevole distinguo: e sembrerebbero provenire
da un altro pianeta anche le osservazioni sull’assurdità che
estremismi del genere provengano da funzionari che dovrebbero dar prova
di equilibrio e anche apparire (non solo essere) imparziali…
Il
collateralismo è l’effetto non la causa
Quelli
citati sono solo alcuni episodi, fra i tanti che si potrebbero elencare,
utili a dare il polso di un clima che peraltro è lo stesso da anni
e che, certo, si è radicalizzato in occasione della tormentata approvazione
della legge di riforma dell’ordinamento giudiziario, la quale evidentemente
ha toccato alcune corde scoperte nella suscettibile corporazione giudiziaria.
Con un ragionamento di breve respiro, si potrebbe pensare che questa stagione
di contrapposizione tra magistratura e classe politica sia eccezionale e
sia solo dovuta alla presenza di una maggioranza politica fortemente ostile
(per mille motivi) alle posizioni dominanti nella magistratura associata,
e incline ad approvare provvedimenti percepiti come punitivi da quest’ultima.
E si potrebbe così ritenere che, una volta sconfitta quella maggioranza,
il clima tornerebbe ad essere di pacifica e leale collaborazione istituzionale.
Se questa tesi fosse corretta, ammesso che le elezioni di aprile le vinca
l’Unione, tutto dovrebbe allora tornare, come per incanto, nell’alveo
della normalità. Una normalità, potrebbe peraltro aggiungere
preoccupato qualcuno, nella quale l’oggettiva saldatura tra nuovo
potere politico e correnti dominanti della magistratura porterebbe necessariamente
a un restringimento degli spazi culturali e politici di progettualità
riformatrice, e segnerebbe anzi la fine definitiva delle speranze di cambiamento
forte nell’organizzazione e nell’amministrazione della giustizia.
Il fatto è che questa visione è semplicistica. Essa assolutizza
il “collateralismo” tra le forze politiche di centrosinistra
e la magistratura, e scambia l’effetto con la causa. Un certo collateralismo
(quello che produce le lamentele contro le «toghe rosse») esiste
certamente e non è banalizzabile solo in termini di onnipresenza
mediatica di qualche magistrato noto e politicamente esposto. È qualcosa
di molto più antico e profondo, che affonda le sue radici in decenni
lontani e si è nutrito di una capillare presenza di magistrati politicamente
orientati nelle correnti in cui si è organizzato il ceto giudiziario,
nei corsi di formazione professionale gestiti dal csm, nelle riviste giuridiche
dei magistrati, e così via. È in definitiva – lo si
deve riconoscere apertamente – il prodotto di una notevole capacità
culturale o metapolitica, che ha costantemente saputo orientare il dibattito
interno alla magistratura intorno ad alcune linee di fondo, marginalizzando
le voci critiche.
Ma questo collateralismo è solo un aspetto della questione ed è,
come si diceva, più un effetto che una causa. La magistratura e l’attività
giudiziaria hanno conquistato nella nostra società (ma il fenomeno
riguarda in misura più o meno analoga tutte le democrazie occidentali)
uno spazio e un’importanza che non sono contingenti, o dovuti a qualche
stagione di bieco giustizialismo. È banale ripeterlo qui, ma è
chiaro a qualunque osservatore che, ormai, nei processi di produzione normativa,
e nei meccanismi di governo delle società complesse come la nostra,
il “posto” della giurisprudenza è quasi superiore a quello
della legislazione democraticamente legittimata. E non sembri ingenuo meccanicismo
sostenere che, di conseguenza, è altrettanto importante il “posto”
occupato dalla corporazione o dal ceto che a quell’attività
giudiziaria si dedica per professione.
A fronte di un testo costituzionale che continua a ripetere che il giudice
è soggetto alla legge, si può facilmente constatare come l’approvazione
di una legge in Parlamento non chiuda affatto, ma al contrario apra, nella
società, la lotta per la determinazione del suo significato; ed è
ben noto come l’interpretazione giudiziaria e il peso dei desideri
e degli interessi della magistratura giochino in questo processo un ruolo
decisivo.
Anche il processo d’integrazione europea, pur con i suoi passi falsi,
gioca nella stessa direzione. Anzi, nella sua stessa essenza il diritto
dell’Unione Europea, che ha un ruolo ormai dominante, è un
diritto di formazione tipicamente giurisprudenziale, una sorta di rinnovato
diritto comune, in cui la discrezionalità e la ragionevolezza delle
scelte giudiziarie cercano di tenere insieme, sia pur spesso a un livello
di sintesi elementare, istituti e concetti provenienti dalle tradizioni
in parte diverse dei diversi ordinamenti giuridici.
Semplificando un po’, questo è il dato realmente costituzionale
che l’Italia e l’Europa di questi decenni esibiscono: un certo
arretramento della politica, delle sue capacità progettuali, innovative
e riformatrici, e un forte accrescimento delle capacità d’incisione
sul reale dell’attività giudiziaria, in tutte le sue forme,
con connesso incremento di influenza della corporazione giudiziaria. In
questo contesto, scandalizzarsi per le candidature dei magistrati alle elezioni
è da buoni liberali, intendiamoci, così come sarebbe giusto
approvare norme sul punto più restrittive: ma, a voler essere cinici,
si dovrebbe riconoscere che si punterebbe così sul bersaglio sbagliato,
perché rischia di esserci molta più sostanza politica in un
orientamento giurisprudenziale ben argomentato che non nella candidatura
alle elezioni, pur massmediaticamente appariscente, di qualche procuratore
della Repubblica.
Ora, oltre che dagli elementi di controllo gramsciano che prima si accennavano,
la saldatura oggettiva che spesso si lamenta tra magistratura e classe politica
di sinistra è dovuta al fatto che, nella cultura più profonda
di quest’ultima, prevale spesso la celebrazione acritica di quello
stesso diritto giurisprudenziale che, come si diceva, si forma e si espande
nella società, ben al di là di una legittimazione democratica.
Quella saldatura è dovuta a una certa empatìa culturale, alla
concordanza nel darsi alla teorizzazione consapevole di concezioni quasi
paternalistiche dei processi di creazione delle regole.
È in effetti paradossale, ma corretto, rimproverare a larghi settori
del pensiero politico dell’attuale sinistra di aver contribuito a
delegittimare il proprio stesso ruolo e i compiti della politica al cospetto
della crescita di ruolo dell’attività giudiziaria. Perché
questo pensiero argomenta spesso la pretesa superiorità del diritto
di formazione giurisprudenziale, enfatizzandone l’estraneità
alle miserie di una politica mal considerata e giudicata eticamente insufficiente.
Qui, complesso di superiorità della sinistra e giudizio etico sul
berlusconismo si confondono, e finiscono per delegittimare la politica.
Molti tra i maîtres à penser della sinistra, messi alle strette,
vi diranno che le regole di origine giudiziaria posseggono qualità
intrinseche di razionalità incontestabilmente maggiori di quelle
che la legge parlamentare potrebbe invocare. Ed è curioso vedere
sorgere a sinistra una sorta di paternalismo giurisdizionale, nutrito di
profonda diffidenza verso il legislatore democratico, osservato ora con
cigliosa sufficienza, ora col disprezzo che si riserva alle maggioranze
irrazionalmente mutevoli ed emotive, prive, rispetto alle materie da regolare,
di quella indispensabile consapevolezza tecnica posseduta invece dai veri
sapienti (fra i quali, in primis, i magistrati…).
Se voi faceste parte della corporazione giudiziaria, potreste resistere
alla tentazione di allearvi con questi chierici suicidi, che programmaticamente
sanciscono la rinuncia al proprio ruolo e contemporaneamente vi collocano
sugli altari?
Una
contrapposizione destinata a durare
Ma
non saranno rose e fiori per nessuno, nemmeno se le elezioni le vince l’Unione.
La pace e la saldatura oggettiva di cui si diceva dureranno solo finché
i nuovi chierici resteranno rinunciatari. Se la politica dovesse riprendere
il sopravvento in termini di volontà riformatrice e di iniziativa,
la contrapposizione tra classe giudiziaria e classe politica continuerà:
non avrà magari i toni da scontro di civiltà che ha assunto
nell’ultima legislatura, assomiglierà di più a un regolamento
di conti velenoso tra ex compagni di strada che ben si conoscono, ma sarà
comunque durissima.
Perché i temi oggettivamente sul tappeto sembrano fatti apposta per
attizzare lo scontro tra un ceto fortissimo, geloso del proprio ruolo e
dei propri spazi, e una classe politica che non ritenga di abdicare silenziosa
a un minimo di scelte di fondo. Facciamone un elenco limitato alle questioni
più appariscenti: la carriera di questa corporazione di funzionari
potenti deve o no essere soggetta a periodici controlli di professionalità,
sui quali la legge del Parlamento (e non solo le scelte del csm) oggettivamente
deve avere voce in capitolo? È pensabile continuare a convivere con
un csm che aspira al ruolo di terza Camera dispensatrice di pareri al Parlamento
(che sembrano proclami) sulle leggi in materia di giustizia, anche laddove
nessuno li chieda? È un assetto costituzionale accettabile quello
in cui il csm decide degli avanzamenti in carriera di quegli stessi magistrati
che lo eleggono? La netta separazione della carriera, oltre che delle funzioni,
tra magistrati e pubblici ministeri è solo una fissazione degli avvocati
di Berlusconi o non, piuttosto, la pre-condizione per un ordinamento giudiziario
da paese civile? E non sarà magari quella stessa Europa tanto lodata
a imporci una legge decente sulla responsabilità civile dei giudici,
che adesso non abbiamo, in spregio anche al referendum del 1987? La (ir)ragionevole
durata dei processi, che si traduce in lesione delle aspettative di giustizia
dei cittadini, dipende sempre e solo da qualcun altro o non, piuttosto,
anche da come è organizzato, dagli stessi magistrati, il lavoro dei
magistrati?
Sono tutti interrogativi retorici, naturalmente. E a ben guardare non costituiscono
altro che la banale ossatura di un programma minimale in tema di giustizia,
punti di orientamento che qualunque schieramento politico, ragionevolmente,
dovrebbe presentare agli elettori. E, tuttavia, è sufficiente metterli
in fila per capire che chi volesse meritoriamente affrontarli, o ri-affrontarli,
non si vedrebbe resa facile la vita.
Nicolò Zanon, professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università
degli studi di Milano è componente del Board Riforme e Garanzie della
Fondazione Magna Carta.
(c)
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