In
un recente articolo Robert D. Kaplan ha sostenuto che le attuali relazioni
tra Stati Uniti e Cina non potranno che evolversi verso un confronto a tutto
campo che si configurerà come una nuova guerra fredda. Kaplan analizzava
puntualmente le ragioni economiche, militari e geopolitiche di questo prossimo
confronto, la cui durata ed il cui impatto sul sistema politico internazionale
non sono facilmente prevedibili. In sostanza, dopo la conquista del potere
da parte di Mao Tse-Tung nel 1949 e la nascita della Cina comunista, le
relazioni tra gli Stati Uniti e la Cina erano divenute altamente conflittuali,
anche se l’intermezzo della “politica cinese” di Nixon
e Kissinger aveva segnato un promettente riavvicinamento, seppur in chiave
anti-sovietica. La perdita della Cina, nel 1949, tuttavia, aveva rappresentato
uno shock per il mondo politico americano e soprattutto per i repubblicani,
che accusarono violentemente Truman, il Dipartimento di Stato ed una certa
lobby filo-comunista al suo interno di aver tradito la causa della lotta
al comunismo, avendo perso in Cina, a favore dei comunisti, un’immensa
regione geopoliticamente cruciale nella guerra fredda in Asia. Ora, l’articolo
di Kaplan non faceva altro che analizzare le conseguenze attuali della “perdita
della Cina” del 1949. Dopo le follie del maoismo, che avevano ridotto
allo stremo quell’immenso paese, e dopo il cauto riavvicinamento tra
Cina e Stati Uniti ai tempi di Nixon – che tuttavia non aveva prodotto
alcun cambiamento nella struttura del potere politico e dell’economia
cinese – da Deng Xiaoping in poi la Cina aveva imboccato una forma
tutta nazionale di sviluppo capitalistico, ponendosi di fatto come un competitore
degli Stati Uniti. Secondo Kaplan, «[…] la Cina rappresenta
la principale minaccia di tipo convenzionale per l’imperium liberale
dell’America»1.
Nonostante la frattura intervenuta nel 1949, l’interesse degli Stati
Uniti per la Cina è sempre stato molto grande. Ragioni economiche,
sostenute da forti impulsi ideologici, hanno spinto nel tempo i governi
americani ed una parte considerevole del mondo economico e della stessa
opinione pubblica degli Stati Uniti a considerare la Cina, posta al di là
dell’Oceano Pacifico, di fronte alle coste occidentali del paese nord-americano,
il naturale prolungamento dell’espansione di quella razza bianca,
anglosassone e protestante “destinata”, nella sua avanzata verso
Occidente, a portare la civiltà. Il movimento verso Occidente era,
dunque, il naturale itinerario della civiltà, come teorizzarono con
chiarezza molti pubblicisti americani dell’Ottocento. Alle spalle,
ad Oriente, gli americani si lasciavano l’Europa, il continente delle
ingiustizie, dei soprusi, dell’oppressione. La libertà era
individuata nel moto verso Occidente, al di là dell’Atlantico,
sul suolo del Nord-America, e poi verso l’interno, ad attraversare
tutto il continente, fino a giungere sulle sponde del Pacifico. Qui il destino
manifesto della razza bianca, anglosassone e protestante avrebbe dovuto
concludere il suo cammino virtuoso, dopo aver gettato le fondamenta di «[…]
una libera, illuminata, […] grande Nazione», degna di «[…]
dare all’umanità il nuovo, magnanimo esempio di un Popolo sempre
guidato da eccelsa giustizia e benevolenza. […] E può accadere
che la Provvidenza non abbia collegato la felicità permanente di
una Nazione alle sue virtù?». Così George Washington
affermava nel suo messaggio d’addio al popolo americano, a conclusione
del suo secondo mandato presidenziale. La questione dell’“esempio”
apparve subito il nodo centrale nel dibattito sulla possibilità/necessità
di esportare i principi della democrazia americana, prima sul continente,
poi al di là degli oceani. Ed il concetto di “imperium liberale”,
richiamato da Kaplan ma presente nella pubblicistica politica americana
dell’Ottocento, si collegava al primo perfettamente.
Alle
origini dell’imperium liberale
In realtà, i due concetti non erano intesi come antinomici. Per “imperium
liberale” non si alludeva affatto all’“impero” nel
senso classico del termine; anzi, il contrario. James Madison, in uno dei
capitoli più famosi dei Federalist Papers – il n. 10 –
poneva con estrema chiarezza l’accento sulla necessità che
la Repubblica americana avesse una grande estensione, perché la grandezza
territoriale avrebbe rafforzato il pluralismo dei soggetti politici, delle
proposte politiche, del dibattito, cioè della democrazia partecipativa.
«Ampliate la zona d’azione – affermava Madison nel 1787
– ed introducete una maggiore varietà di partiti e d’interessi,
e renderete meno probabile l’esistenza di una maggioranza che, in
nome di un comune interesse, possa agire scorrettamente nei riguardi dei
diritti degli altri cittadini […]».
Occidente/libertà. Il movimento verso Occidente era il movimento
verso la libertà e verso forme più alte di convivenza civile.
Per i Founding Fathers americani, nessuno escluso, era ovvia la constatazione
che il cammino della civiltà si dirigesse verso Occidente, che l’America,
con le sue istituzioni, fosse divenuta – e lo sarebbe stata ancor
più nel futuro – il centro della civiltà e che, infine,
come affermò Benjamin Franklin, «è qui una comune osservazione
che la nostra causa è la causa di tutta l’umanità, e
che noi stiamo combattendo per la sua libertà».
Sia negli scritti dei Founding Fathers che in quelli dei pubblicisti politici
del tempo lo sviluppo delle istituzioni repubblicane americane era strettamente
connesso con l’idea diffusa che un “destino manifesto”
di natura provvidenziale fosse alla base dell’espansione continentale
e che la giustificasse in termini morali, politici, economici. Colui che
coniò l’espressione manifest destiny nel 1845, l’avvocato
e giornalista newyorchese John O’Sullivan, scrivendo entusiasticamente
a proposito dell’annessione del Texas, ebbe a sollecitare gli americani
ad opporsi a tutte quelle forze straniere che intendevano interferire nel
«[…] nostro grandioso sviluppo […] opponendosi a quel
manifesto destino che ci porta ad espanderci e popolare il continente che
la Provvidenza ci ha assegnato per il libero sviluppo dei milioni di individui
che ogni anno vi si moltiplicano».
L’incontro delle razze e lo sviluppo
del Pacifico
Intorno alla metà del secolo iniziò a diffondersi una concezione
più estesa del “manifest destiny”, in linea con la consapevolezza
della missione democratica degli Stati Uniti nel mondo. Del resto, buona
parte della pubblicistica americana dell’Ottocento e le stesse concezioni
dei Founding Fathers circa la bontà delle istituzioni americane come
esempio per l’umanità erano intrinsecamente pervase da uno
spirito missionario. Non deve indurre in inganno il rifiuto, ripetuto ostinatamente,
dell’Europa. L’Europa era ormai considerata il punto di transito
dell’itinerario della civiltà, in rotta sempre più verso
Occidente. L’Europa era il passato, il cammino della civiltà
guardava al futuro ed il futuro era una linea immaginaria che si spostava
progressivamente ad Ovest, al di là dell’Atlantico, sul continente
nord-americano in direzione della linea del Pacifico. Il senatore del Missouri,
Thomas H. Benton, fu uno dei primi ad individuare nel Pacifico il centro
del futuro commercio americano e nei popoli asiatici che si affacciavano
su quell’oceano gli interlocutori dei traffici americani. In un discorso
del 1846 ebbe a dire: «Gli asiatici orientali, che ne saranno i principali
clienti, sono più numerosi dei nostri clienti dell’Europa occidentale;
i traffici con gli asiatici sono più vantaggiosi ed essere in lite
con loro è meno pericoloso […]». Ma il discorso del senatore
Benton è ancora più importante perché alludeva alla
formazione di un nuovo centro della civiltà mondiale, che non aveva
più l’Atlantico come perno geopolitico, ma il Pacifico. Benton
riteneva che l’arrivo «[…] della razza caucasica, o razza
bianca, sulla costa occidentale dell’America […]» fosse
un evento rivoluzionario nella storia dell’umanità. Partendo
dall’Asia occidentale – questo era il ragionamento di Benton
– la razza bianca si è spostata in Europa, poi ha superato
l’Atlantico e ha riempito il Nord-America, giungendo sulla linea del
Pacifico e guardando con fiducia alla sua espansione nell’Asia orientale,
abitata da quella che Benton definiva «la razza mongola, o gialla
[…]», una volta all’apice della civiltà umana,
ora in stato letargico, ma di molto superiore alla razza etiope, a quella
malese e a quella indio-americana. I gialli, dunque, hanno grandi capacità,
in considerazione della loro millenaria civiltà, e ottima predisposizione
a collaborare con i bianchi. Così, il nuovo centro della civiltà
mondiale avrà come perno geopolitico il Pacifico, in cui le due razze
si incontreranno e collaboreranno, anche se non su un piede di parità.
Il
concetto di Occidente scivola verso il Pacifico
William H. Seward, politico influentissimo, senatore dello Stato di New
York dal 1848 al 1860, poi segretario di Stato di Lincoln e Andrew Johnson
dal 1865 al 1868, propugnatore di una delle più brillanti operazioni
della geopolitica statunitense con l’acquisto dell’Alaska dalla
Russia nel 1867 (esempio concreto del movimento del modello americano verso
Occidente, in direzione dell’Asia orientale), parlando della California,
in un discorso dell’11 marzo 1850, come la frontiera più avanzata
del movimento verso Occidente della civiltà bianca, anglosassone
e protestante, momentaneamente assestatosi sulle coste americane del Pacifico,
scrisse: «Gli Stati atlantici [gli Stati europei che si affacciano
sull’Atlantico], attraverso la loro affinità e simpatie commerciali,
sociali e politiche, stanno potentemente rinnovando i governi e le costituzioni
sociali dell’Europa e dell’Africa. Gli Stati pacifici [gli Stati
bianchi che si affacciano sul Pacifico] devono necessariamente svolgere
le stesse benefiche e sublimi funzioni in Asia. Se allora il popolo americano
resterà una nazione unita, la matura civiltà dell’Occidente
[…], nel suo corso circolare attraverso il mondo di nuovo si incontrerà
e mescolerà con la declinante civiltà dell’Oriente sul
nostro libero suolo e, a rendere felice la terra, sorgerà una nuova
e più perfetta civiltà, sotto il dominio delle nostre sacre
e benefiche istituzioni democratiche».
Questo concetto fu riaffermato, nel 1853, in un discorso dal significativo
titolo The Destiny of America: «[…] I confini della Repubblica
Federale così peculiarmente costituita si estenderanno tanto che
essa saluterà il sole quando toccherà il Tropico e quando
manderà i suoi gelidi raggi verso il circolo polare, ed includerà
isole distanti in ambedue gli oceani». La popolazione americana si
accrescerà sino a contare centinaia di milioni di uomini; la ricchezza
ed il commercio americani si espanderanno e l’influenza politica degli
Stati Uniti, di conseguenza, si diffonderà in ogni parte del mondo,
così che, inevitabilmente, «l’umanità giungerà
a riconoscere in noi i successori di quelle poche grandi nazioni che hanno
alternativamente giocato un ruolo egemone nel mondo […]». L’Estremo
Oriente, ed in esso la Cina, non sono esplicitamente citati, ma le prospettive
disegnate da Seward sono molto chiare.
Il concetto di Occidente, dunque, veniva a spostarsi verso il Pacifico ed
al di là dello stesso. Il West americano era divenuto il centro della
produzione e della ricchezza, era il “Grande West”, ma la marcia
verso Occidente non poteva cessare. Jesup W. Scott fu, ai suoi tempi, il
più importante studioso del West americano, ma la conclusione di
uno dei suoi articoli, del 1853, non lasciava dubbi sulle direttrici di
marcia della civiltà americana: «L’immaginazione non
può figurarsi nulla di più grandioso e imponente di questa
marcia dell’umanità verso Occidente per entrare in possesso
del “più glorioso impero di tutti i tempi”». Qualche
anno dopo, nel 1859, Scott precisava il suo pensiero. Il movimento del ramo
caucasico della razza umana, diretto verso Occidente, ha raggiunto il Nuovo
Mondo, costituendo «[…] il fenomeno più grandioso della
storia». Il Nord-America è il polo d’attrazione sia per
i popoli dell’Europa che per quelli dell’Asia. In particolare,
«[…] gli asiatici dell’Estremo Oriente sono coltivatori
e artigiani industriosi e geniali». La qualità di “industriosità”
attribuita agli asiatici, ma, come vedremo, in specifico, ai cinesi, è
molto importante. L’Estremo Oriente è il punto di approdo della
marcia della civiltà occidentale, che ha nelle istituzioni e nel
commercio americani il suo modello universale: «L’Asia orientale
verrà raggiunta passando per occidente attraverso una rotta di cui
possediamo la chiave», affermava Thomas H. Benton in un discorso del
1854 a proposito della costruzione della ferrovia transcontinentale.
La guerra ispano-americana del 1898 fu il turning point della politica estera
americana. La stampa americana ospitò un profluvio di interventi
pro e contro la guerra con la Spagna. Ma è interessante notare come
molti commentatori politici interpretarono la guerra come il primo passo
verso uno slancio decisivo al di là del Pacifico, nell’Estremo
Oriente. La conquista delle Filippine dalla Spagna fu letta come la realizzazione
del “destino manifesto”, da una parte, e come tappa geopoliticamente
fondamentale nell’espansione dell’egemonia americana nell’Estremo
Oriente, dall’altra. Agli esordi del nuovo secolo, dopo il successo
della guerra ispano-americana, sull’onda di quella visione del mondo
che poi fu definita darwinismo sociale, il tema dell’impero, nel significato
che si è dato nelle pagine precedenti, fu consacrato in un libro
di Brooks Adams, discendente della illustre famiglia che aveva dato il secondo
ed il sesto presidente degli Stati Uniti. Adams, in The New Empire, dopo
aver ribadito che «il centro dell’energia si è trasferito
dall’Europa in America», si faceva portavoce della cultura positivistica
del tempo affermando che «la supremazia americana è stata resa
possibile mediante la scienza applicata» e che «niente ha mai
raggiunto l’efficienza e la potenza dell’amministrazione delle
grandi corporations americane». Poi passava a delineare la posizione
e le prospettive degli Stati Uniti nel sistema politico internazionale,
con particolare riguardo alla competizione con le potenze del tempo nell’area
dell’Asia-Pacifico: «Con il completamento del canale di Panama
tutta l’America centrale verrà a far parte del nostro sistema.
Ci siamo estesi verso l’Asia, abbiamo attratto a noi i frammenti dei
domini spagnoli [le Filippine], e raggiungendo la Cina abbiamo contrastato
l’avanzata della Russia e della Germania e in un territorio in cui,
fino a ieri, non si pensava avremmo potuto mettere piede». Ma ciò
che colpisce nel ragionamento di Adams è il salto di qualità
dalle generiche affermazioni dei precedenti commentatori sulla forza propulsiva
del modello americano come modello universale nel suo movimento verso Occidente,
e cioè verso l’altra sponda del Pacifico, alle specifiche considerazioni
di carattere economico e, nello stesso tempo, geopolitico che reggevano
gli equilibri del sistema politico-economico internazionale e che avrebbero
potuto indurre la potenza americana, qualora se ne fosse verificata la necessità,
a nuove scelte strategiche.
L’incontro con la Cina
Dunque, l’attenzione verso la Cina ha rappresentato una costante del
mondo politico, economico, giornalistico americano per tutto l’Ottocento.
Sostenuta dal potente mito del manifest destiny, l’idea del movimento
della civiltà bianca, anglosassone e protestante, che ora si identificava
con gli Stati Uniti, in direzione occidentale portava necessariamente a
guardare al di là del Pacifico verso l’Estremo Oriente e, in
particolare, verso la Cina. Molti anni dopo, nel 1936, poco prima dello
scoppio della seconda guerra mondiale, ed in conseguenza del pericolo costituito
dall’espansionismo del Giappone, che nel 1931 aveva invaso la Manciuria,
il generale Douglas MacArthur, che era divenuto consigliere militare per
la questione delle Filippine, paventando che l’arcipelago potesse
divenire preda del Giappone, proponeva un’analisi assai acuta del
ruolo degli Stati Uniti in quell’immensa regione che era l’Asia-Pacifico.
MacArthur partiva da un concetto assai ben consolidato nell’opinione
dei commentatori americani: «A cominciare dall’antica supremazia
della Cina, l’intera forza della civiltà in ascesa è
stata prevalentemente esercitata in direzione dell’Occidente».
Ora, il cerchio stava per chiudersi: l’Asia orientale era alla vigilia
di un profonda trasformazione. MacArthur intuiva le immense potenzialità
della regione: «Il popolo orientale, il clima e le risorse, perfettamente
conformi ai metodi della cultura occidentale, specialmente ai metodi industriali,
hanno chiaramente manifestato tutta la loro adattabilità, in almeno
una nazione asiatica». Il riferimento, ovviamente, era alla Cina.
Di fronte a tali potenzialità quale doveva essere il ruolo degli
Stati Uniti? La risposta di MacArthur era conseguente: un ruolo egemone.
Il suo ragionamento era lucido: «Tra tutte le nazioni occidentali,
per la sua collocazione e per il carattere del suo rapporto con l’Estremo
Oriente, nessuna è più fortunata degli Stati Uniti, data anche
la posizione da essi occupata nelle isole Filippine». Qui MacArthur
connetteva sapientemente vari livelli: la forza economica degli Stati Uniti,
la dinamicità del suo capitalismo, la superiorità del modello
americano, l’importanza geopolitica rappresentata dalle posizioni
acquisite da Washington nel Pacifico, a cominciare dalle Filippine.
Accanto alla diffusa consapevolezza dell’inevitabilità della
spinta propulsiva del modello americano – economico, sociale, politico
– al di là del Pacifico, un considerevole numero di commentatori
politici, alcuni dei quali erano buoni conoscitori della realtà cinese,
propose, soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento, un
significativo ventaglio di opinioni, studi, analisi sulle relazioni sino-americane
o sul ruolo degli Stati Uniti in Estremo Oriente. Una buona parte di queste
analisi partiva dal presupposto che gli Stati Uniti, a differenza delle
potenze europee, godesse di un particolare apprezzamento da parte dell’opinione
pubblica cinese e della stessa classe dirigente dell’Impero. Questa
certezza è stata ampiamente contestata da molti accurati studi del
secondo dopoguerra. Secondo Michael H. Hunt, «l’idea di una
relazione speciale sino-americana ha una lunga storia. Essa è stata
diffusa nel Diciannovesimo secolo dagli americani presenti in Cina ed inserita
nel contesto di un atteggiamento di ammirazione per gli Stati Uniti da parte
dei cinesi»2. Nonostante che gli eventi del Ventesimo secolo abbiano
fatto piazza pulita di questa concezione, tuttavia «[…] gli
americani sono rimasti legati al mito rassicurante di un’età
dell’oro creata dall’amicizia dovuta al generoso aiuto da parte
americana e corrisposta dalla gratitudine di una gran parte dei cinesi»3.
Come è noto, l’attività del missionariato protestante
americano, spesso sostenuto da Washington, ebbe un ruolo decisivo nel diffondere
questa credenza.
Il mito della special relationship
Ciò nonostante, la seconda metà del XIX secolo vide fiorire
e consolidarsi questa certezza, anche se, come vedremo, non mancarono voci
che la contestarono sulla base dell’analisi della realtà cinese
e delle relazioni del paese con gli stranieri – americani compresi
– per nulla idilliache. Comunque, l’estraneità degli
Stati Uniti alle due “guerre dell’oppio” (1840 e 1856),
con le loro nefaste conseguenze per l’integrità del paese a
favore delle potenze europee, e l’intensa opera di assistenza sociale
e religiosa da parte dei missionari americani, opera che gli americani giudicavano
gradita ai cinesi: tutti questi fatti, ed altri, facevano ritenere a Washington
che effettivamente si fosse stabilita una sorta di special relationship
tra gli Stati Uniti e la Cina. In sostanza, per tutta la prima metà
del XX secolo, fino alla presa del potere dei comunisti di Mao Tse-Tung,
gli Stati Uniti hanno creduto che la Cina, per tutte le ragioni più
sopra descritte, fosse una società incline ad accettare l’American
way of life e potesse rappresentare una sorta di “prolungamento”
in terra asiatica, se non del modello istituzionale americano, almeno dei
fondamenti dell’economia capitalistica, primo, necessario passo per
il trasferimento dei principi della democrazia liberale in un’immensa
regione giudicata vitale per il contenimento del comunismo sovietico.
Può, oggi, l’apertura della Cina post-maoista al capitalismo
rappresentare una ripresa delle speranze americane? È difficile dirlo,
perché la compresenza del modello capitalistico e del totalitarismo
politico comunista, con il suo ferreo controllo centralistico, impedisce
di fare previsioni ottimistiche. Una cosa appare chiara: i due modelli sono
incompatibili ed alla lunga potrà verificarsi uno scontro titanico
in seno alla società cinese che provocherà un vero e proprio
terremoto anche nel sistema politico internazionale.
Note
1. R. D. Kaplan, “La prossima guerra fredda”, in Fondazione
Liberal, VI, 30, giugno-luglio 2005, p. 94. L’articolo, con il titolo
“How We Would Fight China”, è apparso originariamente
in The Atlantic Monthly, vol. 295, no. 5, June 2005.
2. M. H. Hunt, The Making of a Special Relationship: The United States and
China to 1914, New York, Columbia University Press, 1983, p. 299.
3. Ibid.
Antonio Donno, professore di Storia dell’America del Nord all’Università
di Lecce.
(c)
Ideazione.com (2006)
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