Dalla
fine della guerra in Iraq sono passati tre anni, durante i quali, nel nostro
paese, sono state spese tante, troppe parole. La conclusione annunciata
dell’impegno italiano, ora, permette un’analisi a posteriori
e un bilancio politico – successo o fallimento? – che vede coinvolto
l’operato del governo Berlusconi nella crisi internazionale più
importante della legislatura scorsa.
In questa sede si analizzerà la missione Antica Babilonia nel suo
insieme, in ragione della sua prossima fine. In particolare si tenterà
di confutare alcuni “miti” – come, ad esempio, la convinzione
assai diffusa del mancato rispetto dell’articolo 11 della nostra Costituzione
o del diritto internazionale da parte del nostro governo – e di spiegare
i motivi per i quali ritenere opportuno un accordo tendenzialmente bipartisan
tra le forze di maggioranza e di opposizione sulla fine della missione in
Iraq. Infine, considereremo il contributo dato dal nostro contingente alla
ricostruzione post-bellica e come esso abbia permesso al nostro paese di
acquistare credibilità internazionale.
Il governo italiano, nel corso dello scorso anno, ha prefigurato più
volte un ritiro del nostro contingente militare di stanza in Iraq1 e, tra
l’agosto del 2005 ed il gennaio del 2006, ha proceduto al rientro
in Italia di un totale di 600 soldati, riducendo così a 2.600 il
numero degli effettivi in territorio iracheno. Lo scorso 19 gennaio, il
ministro della Difesa Antonio Martino ha dichiarato che entro la fine del
2006 l’operazione Antica Babilonia verrà portata a termine,
e che entro maggio 1.000 soldati italiani rientreranno nel nostro paese2.
A posteriori, questa pianificazione può essere spiegata, almeno in
parte, con motivi elettorali: inevitabilmente, le richieste di un ritiro
immediato dei militari italiani da parte dell’opposizione di centrosinistra
si sarebbero intensificate. Il governo in tal modo ha voluto agire per tempo,
così da non subire l’iniziativa avversaria e depotenziare un
probabile “cavallo di battaglia” elettorale nelle Politiche
dello scorso aprile della coalizione guidata da Romano Prodi3.
Era infatti fondato presumere che la campagna elettorale sarebbe potuta
facilmente diventare il campo di uno sterile j’accuse, ormai vecchio
di tre anni, sulla guerra, sulle sue ragioni, sull’intervento italiano
e sul (presunto) mancato rispetto del diritto internazionale da parte del
governo. Dall’altra parte, per spiegare il graduale ritiro del contingente
italiano, è necessario considerare anche il progressivo esaurimento
della nostra stessa missione, man mano che i vari obiettivi di ricostruzione
e pacificazione sono stati raggiunti nell’area geografica di nostra
competenza.
Poiché la questione irachena costituisce inevitabilmente materia
di dibattito, sarebbe opportuno evitare da subito ogni diatriba impropria
su chi avesse ragione e chi avesse torto al tempo della guerra, e ancora
peggio ogni speculazione sui militari italiani impegnati in un territorio
nel quale rischi e pericoli di certo non mancano. Una riflessione scevra
da partigianerie e focalizzata sul ruolo del nostro paese e sulla fine della
nostra missione in Iraq servirebbe a rimarcare un passaggio da più
parti auspicato e quasi mai concretamente accolto dal centrosinistra: una
gestione politica concordata dei mesi che restano, prima della conclusione
della missione, ovvero una politica irachena in chiave bipartisan, ora che
i termini sono noti e la controversia internazionale che caratterizzò
tutto il 2003 – e che ebbe ripercussioni violente nel dibattito politico
nazionale – non ha più ragion d’essere. Per questo motivo
ci si augura che le forze politiche di entrambi gli schieramenti si accordino
per portare a termine con successo la transizione.
Prima di affrontare propriamente l’aspetto del ritiro, è opportuno
considerare la natura della nostra missione, anche per respingere le accuse
pretestuose all’azione del governo Berlusconi – sul versante
giuridico-istituzionale e su quello internazionale – che hanno trovato
larghi consensi in Italia, annoverando finanche illustri opinionisti e generando
un preoccupante fenomeno di disinformazione.
Antica Babilonia: il quadro
normativo
Conviene
analizzare, innanzitutto, il quadro normativo interno ed internazionale
che attiene alla missione Antica Babilonia. A poco meno di tre anni dall’avvio
della stessa e a pochissimi mesi dalla sua conclusione, infatti, c’è
più di una forza politica che continua a sostenere l’illegittimità
internazionale di una siffatta operazione e, addirittura, la violazione
della Costituzione da parte del governo che l’ha varata. Dopo un’analisi
attenta, in realtà, risulterà fuori discussione la piena conformità
della condotta del governo italiano sia al diritto internazionale che al
dettato costituzionale.
All’indomani della presa di Baghdad da parte delle forze armate americane
(9 aprile 2003), il governo Berlusconi presentò tempestivamente al
Parlamento il primo progetto di intervento italiano in Iraq. Con le comunicazioni
alla Camera e al Senato del 15 aprile 2003, l’allora ministro degli
Esteri Frattini rese nota la volontà dell’Esecutivo di intraprendere
una missione «multidimensionale» avente l’obiettivo di
«assicurare i necessari aiuti umanitari» e «realizzare
quelle opere urgenti di ripristino infrastrutturale e quei servizi indispensabili
a garantire le migliori condizioni di vita quotidiana»4 per la popolazione
irachena. Seguì ampio dibattito, in cui le forze della sinistra radicale
attaccarono pesantemente il progetto governativo, tacciandolo di coprire
cinicamente gli interessi dell’industria nazionale, mentre ds e Margherita
in parte si astennero, in parte bocciarono la missione – seppur con
alcuni, isolati distinguo – ritenendo che progetti di siffatta importanza
dovessero essere sviluppati dall’onu5. Le risoluzioni di sostegno
alla proposta furono approvate a larga maggioranza.
Questi atti di indirizzo parlamentare costituiscono l’autorizzazione
interna necessaria all’avvio di Antica Babilonia, anche dal punto
di vista strettamente militare. La successiva pianificazione logistico-militare
del ministero della Difesa infatti tenne obbligatoriamente conto dei limiti
politici all’azione italiana in territorio iracheno, sanciti da queste
statuizioni conformemente alle indicazioni del ministro Frattini.
Per poter avere un seguito giuridicamente ammissibile, la missione necessitava
di due ulteriori passaggi. Anzitutto, la dichiarazione ufficiale di cessazione
delle ostilità militari, la quale arrivò il primo maggio 2003,
per bocca del presidente americano George W. Bush, in qualità di
capo di Stato del paese belligerante risultato vittorioso. In seconda battuta,
una risoluzione del Consiglio di Sicurezza onu che legittimasse, dal punto
di vista internazionale, i propositi italiani di partecipazione al processo
di post conflict peace building.
La volontà italiana di contribuire alla soluzione dell’emergenza
umanitaria irachena e alla sicurezza e alla ricostruzione del paese, quindi,
trovò una base giuridica fondamentale nella Risoluzione 1483 del
22 maggio 2003. Questa, approvata all’unanimità6 e sotto le
disposizioni del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite,7 si appellava
a tutti gli Stati membri affinché aiutassero la popolazione irachena
negli sforzi per la ricostruzione politica, sociale ed economica del paese8
e richiamava gli Stati membri come l’Italia, ossia quelli già
pronti ad agire in conformità all’appello, ad attivarsi immediatamente,
al fine di fornire al popolo iracheno, in modo tempestivo, l’assistenza
umanitaria e gli strumenti necessari per la ricostruzione9. All’appello
del Consiglio di Sicurezza onu risposero circa 40 Stati membri, tra i quali
l’Italia.
In presenza della legittimazione giuridica internazionale, perciò,
il governo italiano poté procedere alla messa a punto degli aspetti
strettamente tecnici, mentre l’autorizzazione all’implementazione
di Antica Babilonia si ebbe col decreto legge 165 del 10 luglio 2003, poi
convertito, in sede parlamentare, nella legge 219 del 1 agosto 2003. Questi
strumenti normativi comprendevano anche la necessaria copertura finanziaria
e necessitavano di un rinnovo a cadenza annuale, puntualmente garantito
anche negli anni successivi. La missione Antica Babilonia cominciò
ufficialmente il 15 luglio 2003.
In sede di conversione in legge del decreto autorizzativo della missione
irachena, fu ribadita la piena conformità dell’azione del governo
Berlusconi al dettato costituzionale, sia prima che dopo la conclusione
del confronto bellico tra alleati e Iraq. Si ricordò, in quella sede,
che l’Italia si era dichiarata paese non belligerante circa il conflitto
in Iraq, mediante il comunicato del Consiglio Supremo di Difesa del 19 marzo
2003, presieduto dal presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi,
e che la missione che si andava ad autorizzare era legittimata dalla Risoluzione
1483, la quale prevedeva espressamente un intervento umanitario attuato
anche con forze militari, al comando di Stati Uniti e Regno Unito, le potenze
legittimate come occupanti dallo stesso disposto della risoluzione in esame.
Un passo in avanti decisivo nel consolidamento della piena legittimità
internazionale dell’operazione fu rappresentato dalla Risoluzione
1511 del 16 ottobre 2003. Questa, votata all’unanimità, non
prevedeva un impegno diretto delle Nazioni Unite nel processo di ricostruzione
irachena e, così disponendo, svuotava di significato la posizione
di ds e Margherita, ancorati ad un generico quanto ormai irrealizzabile
rinvio alle istituzioni onu del peace-building in Iraq. Al contrario, la
Risoluzione 1511 autorizzava una forza multinazionale, a comando unificato
statunitense, a prendere tutte le misure necessarie per contribuire al mantenimento
della sicurezza e della stabilità necessaria al processo di ricostruzione
dell’Iraq. Con ciò si dava inizio ad un processo parallelo,
di fondamentale importanza perché costituente il metro in relazione
al quale dover valutare gli eventuali progressi compiuti dai paesi intervenuti
in territorio iracheno: il graduale passaggio, calendarizzato, dei poteri
dall’Autorità provvisoria alleata al nuovo governo iracheno.
Il ruolo delle forze militari inviate in Iraq fu così non soltanto
legittimato dall’onu ma espressamente sollecitato. D’altronde,
i noti problemi di sicurezza che il paese doveva affrontare non avrebbero
mai permesso, altrimenti, uno svolgimento efficace dei compiti di assistenza
umanitaria alla popolazione e di ricostruzione politica, sociale ed economica.
Una conferma decisiva sul punto proviene dalle prese di posizione delle
più alte cariche onu, colpevolmente ignorate, in quel periodo, dagli
organi di stampa del nostro paese. La Commissione di esperti delle Nazioni
Unite, guidata da Lakhdar Brahimi, infatti, asserì che il miglioramento
delle condizioni di sicurezza fosse di essenziale importanza per consentire
all’onu di svolgere il proprio mandato. Di più. Il segretario
generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, in visita al Senato giapponese,
affermò quanto segue: «Voi avete risposto agli appelli del
Consiglio di Sicurezza dell’onu e offerto una prova esemplare a livello
internazionale di vera solidarietà al popolo iracheno»10. Lo
stesso Annan, successivamente, ringraziò ufficialmente il presidente
del Consiglio Berlusconi, in visita al Palazzo di Vetro, per il contributo
attivo del nostro paese alla normalizzazione della situazione irachena11.
Risulta inequivocabile, dunque, l’appoggio politico delle massime
autorità onu – oltre a quello strettamente giuridico, espressosi
nella forma delle risoluzioni citate – all’invio di contingenti
militari che, insieme al personale civile specializzato, potesse garantire
la sicurezza e il peace-enforcement12.
Il quadro normativo in esame si completa con un’ulteriore, importante
risoluzione: la 1546 dell’8 giugno 2004. Mediante quest’ultima
il Consiglio di Sicurezza, ancora una volta all’unanimità,
richiedeva agli Stati membri di sostenere la transizione politica irachena
con supporto tecnico e professionale e con una forza multinazionale, alla
quale il governo provvisorio iracheno guidato da Allawi – insediatosi
da appena una settimana, in conformità alla calendarizzazione posta
in essere dalla Risoluzione 1511 – chiese anche all’Italia di
partecipare13.
Risulta evidente, pertanto, l’incontestabile legittimazione giuridica
dell’operato del governo, sia sul versante di diritto interno, sia
su quello di diritto internazionale. A ciò si è aggiunta un’approvazione
politica internazionale pressoché indiscutibile. L’Italia non
solo non ha partecipato al conflitto, dichiarandosi paese non belligerante
e conformandosi, pertanto, al disposto dell’articolo 11 della propria
Costituzione, ma ha altresì aderito immediatamente all’appello
delle Nazioni Unite all’aiuto della popolazione irachena e alla ricostruzione
di un nuovo Iraq, democratico e libero. Emerge quindi chiaramente come le
strumentalizzazioni di larga parte del centrosinistra e le interessate valutazioni
di pretesi esperti, tanto critiche quanto superficiali rispetto alla complessità
di un quadro normativo comunque ricostruibile, non abbiano alcun fondamento.
Perché parlare di ritiro
A questo
punto è necessario sottolineare come sia nell’interesse del
paese affrontare in modo responsabile la questione del ritiro, in considerazione
dell’impatto sensibile che una missione di tal portata comporta sulla
credibilità dell’Italia nel mondo. Occorre, insomma, che gli
esponenti dell’Unione più moderati e meno pregiudizialmente
ostili all’invio di militari all’estero, rinuncino alla tentazione
di strumentalizzare l’esperienza irachena ed impongano un gentlemen’s
agreement a quelle forze politiche radicali che tuttora, nonostante la decisione
sulla conclusione di Antica Babilonia sia stata assunta, continuano ad invocare
vere e proprie fughe, sull’esempio di quella compiuta dal premier
spagnolo Zapatero.
In secondo luogo, una discussione franca, svuotata di residuati anacronistici
ed ideologici, ed incentrata sull’interesse nazionale come perno dell’azione
governativa all’estero, è ancora auspicabile, perché
capace di favorire una scelta realmente condivisa almeno sulla gestione
politica dei restanti mesi, evitando in tal modo che il nuovo governo si
trovi nella paradossale situazione di dover riaffrontare una questione delicata
e già grosso modo risolta dall’Esecutivo precedente.
Affrontare la questione della gestione politica del completamento del ritiro
è, dunque, nell’interesse dei maggiori partiti, sia di centrodestra
che di centrosinistra. Il nuovo governo dovrà pertanto limitarsi
a seguire la rotta tracciata dall’esecutivo precedente, rispettando
i termini fissati, senza cedere alle pressioni interne e alle manifestazioni
popolari.
In questo modo, l’azione governativa si troverebbe libera da ostacoli
che non trovano davvero motivo d’essere e che soprattutto sono già
stati affrontati e risolti a tempo debito. In questo contesto, è
importante che il pianificato ritiro non venga né presentato all’opinione
pubblica né tanto meno gestito come se si trattasse di una fuga o
– peggio ancora – come un rimedio a pretesi errori passati.
Il punto è di fondamentale importanza. Il difetto di comunicazione
e di contro-argomentazione ha caratterizzato infatti negativamente buona
parte della conduzione politica della missione. Come ha recentemente dimostrato
il ministro Martino14, bisogna riconoscere che le ragioni dell’impegno
italiano in Iraq sono venute meno e che la nostra presenza non sarà
più necessaria, stante il consolidamento d’autorità
e di capacità del governo legittimo iracheno.
A questo proposito è davvero un peccato che l’Unione, nel suo
programma di governo presentato prima delle elezioni, non sia riuscita ad
andare oltre le polemiche da cortile, e addirittura abbia incluso un richiamo
quanto mai improprio al multilateralismo con riferimento al caso iracheno,
invocando in modo generico l’onu nell’opera di ricostruzione
del paese15. Forse che i dirigenti della coalizione del centrosinistra non
sanno delle plurime risoluzioni del Consiglio di Sicurezza precedentemente
menzionate, della conseguente presenza di funzionari onu in suolo iracheno
e della fine dell’occupazione militare delle truppe alleate di cui
continuano a richiedere la cessazione? È perciò evidente come
le forze di governo e quelle di opposizione, diversamente da quanto accaduto
durante la campagna elettorale, abbiano il dovere, prima di tutto politico,
di spiegare in modo chiaro che la ragione del nostro ritiro risiede esclusivamente
nel successo della nostra missione. Come d’altronde è stato
a più riprese ribadito dalle autorità irachene, dalle più
alte cariche delle Nazioni Unite e dai massimi dirigenti dei paesi alleati.
Rientro in Italia: il significato
della missione italiana
Il nostro
impegno in Iraq ha avuto, come stabilisce espressamente la legge 219 del
1 agosto 2003, un obiettivo fondamentale: «Garantire quella cornice
di sicurezza essenziale per un aiuto effettivo e serio al popolo iracheno
e contribuire con capacità specifiche alle attività d’intervento
più urgente nel ripristino delle infrastrutture e dei servizi essenziali»16.
In un momento di instabilità, le nostre truppe hanno dunque permesso
il consolidamento, se non addirittura la nascita, di istituzioni politiche,
sociali ed economiche assolutamente necessarie per avviare il paese sulla
strada dello sviluppo. Infatti, oltre alle operazioni volte al ripristino
e al mantenimento della sicurezza, il contingente italiano ha concorso attivamente
alla «ricostruzione di scuole, riparazione e manutenzione di acquedotti
e fognature, ripristino di centrali elettriche e rifornimento di combustibili
per le stesse, ripristino di tribunali e di strutture carcerarie, lavori
di pulizia nelle città e nei villaggi, eccetera»17.
E i risultati non si sono fatti attendere: per quanto riguarda la normalizzazione
del paese, nella provincia di Dhi Qar – quella nella quale opera il
contingente italiano – sono state riaperte scuole e ospedali; è
stato assunto personale locale per la pulizia e la sistemazione delle strade;
sono stati redatti piani di prelevamento e di distribuzione della benzina,
impedendo in tal modo il proliferare del mercato nero; si è eseguito
il ripristino e il miglioramento della stazione elettrica di Nassiriya,
consentendo l’adeguata erogazione di energia nell’area; si sono
salvaguardati i siti archeologici e sono stati distribuiti gli aiuti umanitari
provenienti dai paesi donors18.
Inoltre, nel corso degli ultimi due anni, un totale di undicimila poliziotti
e di duemila soldati sono stati addestrati dal contingente italiano19. Per
quanto riguarda invece il mantenimento della sicurezza, come ha osservato
il ministro Martino, «[f]inora gli iracheni hanno già votato
per una nuova Costituzione e per il Parlamento, inaugurando il loro cammino
verso la democrazia. Noi li abbiamo messi in condizione di provvedere da
soli alla loro sicurezza, addestrando la polizia e i soldati, tanto che
nella provincia a noi affidata c’è stata la più alta
affluenza alle urne e nessun incidente durante le votazioni»20.
La missione italiana, quindi, ha permesso lo svolgimento di quelle che il
politologo Francis Fukuyama ha identificato come le prime due fasi (su tre)
del processo di nation building: la ricostruzione post-bellica e la creazione
di istituzioni autosufficienti che possano sopravvivere anche dopo il ritiro
delle truppe straniere21. La terza fase – il rafforzamento dell’apparato
statale – richiede, inevitabilmente, la legittimazione delle istituzioni
da parte della popolazione locale. A questo punto il restante lavoro è
principalmente in mano alle forze irachene.
Questa prospettiva è comune a tutti gli Stati intervenuti nel processo
iracheno: anche gli Stati Uniti ed il Regno Unito si apprestano a ritirare
una parte cospicua del loro contingente militare. Infatti, nonostante l’effettiva
capacità sul campo delle forze dell’ordine e dell’esercito
iracheni non sia ancora del tutto sufficiente a garantire la sicurezza e
la stabilità politica necessarie, i progressi compiuti negli ultimi
mesi, e gli ultimi dati disponibili sembrano offrire più che un motivo
per rimanere ottimisti22. E come hanno sottolineato Andrew Terril e Conrad
Crane in uno studio pubblicato lo scorso ottobre per lo Strategic Studies
Institute, un’occupazione militare protratta oltre il necessario potrebbe
andare a lenire proprio quegli obiettivi di lungo periodo che dovrebbe invece
aiutare a raggiungere23.
In questo processo di ricostruzione, le elezioni del mese di dicembre hanno
segnato una svolta fondamentale, come testimonia un dato politico emblematico:
i sunniti hanno finalmente deciso di abbandonare gli “altri mezzi”
mediante i quali perseguivano i loro obiettivi politici (per usare l’adagio
clausewiziano), per sedersi al tavolo delle trattative, scelta che apre
la strada alla normalizzazione del paese. Ovviamente è ancora presto
per ogni tipo di giudizio definitivo, e molte incertezze rimangono: i terroristi
che agiscono in Iraq sotto la guida di Al Zarkawi hanno infatti un vantaggio
strategico di fondamentale importanza sulle forze di occupazione e sull’esercito
iracheno. Mentre i secondi, per vincere, devono riavviare un intero apparato
statale, facendolo funzionare efficacemente, e garantire un futuro di pace
e relativo benessere alla popolazione locale, per i secondi è sufficiente
impedire che ciò avvenga. Ciò significa, quindi, che il costo
marginale sostenuto dai terroristi stranieri è drammaticamente inferiore
a quello sostenuto dalla coalizione e dal popolo iracheno24. Dall’altra
parte, però, i segnali incoraggianti non mancano, e sembrano aumentare
di giorno in giorno: ad inizio gennaio, per esempio, malgrado nel nostro
paese non ne sia stata data notizia, si sono registrati degli scontri tra
baathisti e terroristi legati ad Al Zarkawi, segno, forse, di una rottura
che potrebbe segnare la svolta finale nella ricostruzione del paese25.
Il processo di democratizzazione – per ora al suo stadio embrionale
– sarà inevitabilmente lungo, e non certo privo di insidie26.
Lasciare che faccia il suo corso nella maniera più autonoma possibile
significherà permettere alla democrazia irachena di piantare le radici
per il suo decisivo rafforzamento.
Il ruolo dell’Italia
e la missione in Iraq
Prima
di concludere, è giusto considerare anche il significato che la missione
Antica Babilonia ha avuto per il nostro paese. Impegnandosi in una missione
rischiosa e avversata da una campagna mass-mediatica senza precedenti, l’Italia
ha dimostrato di essere un alleato affidabile e soprattutto credibile nella
guerra contro il terrorismo.
La fermezza del governo di fronte alle pressioni e alle strumentalizzazioni
dei partiti di centrosinistra e delle manifestazioni di piazza, e soprattutto
di fronte ai richiami alla pace (privi di alcun significato, in un approccio
realistico alle cose internazionali) che provenivano anche da alte cariche
istituzionali europee, hanno permesso un sensibile rafforzamento delle relazioni
tra il nostro paese e Washington, risultato altrimenti assai difficilmente
conseguibile27. Non essendosi fatto sopraffare da rigurgiti antiamericani
e prettamente idealistici sul piano della politica interna, il nostro paese
ha guadagnato credibilità a livello internazionale, dopo una serie
storica caratterizzata dalla cronica inaffidabilità28. Va sottolineato,
però, come la credibilità guadagnata sia dovuta anche e soprattutto
alla condotta delle nostre forze armate, che con grande impegno ed immancabile
professionalità hanno gestito con successo i compiti loro affidati.
Ad oggi, avendo dato un’ulteriore prova di poter contribuire attivamente
con operazioni di peace-enforcing e peace-keeping ove necessario, il nostro
paese può vantare un discreto peso internazionale relativo. Nel 2002,
il generale Carlo Jean definiva «disastroso» lo stato dell’immagine
internazionale del nostro paese, e «scarso» il prestigio di
cui esso godeva29. Oggi, ad essere obiettivi, bisogna riconoscere come le
cose siano migliorate, e non poco. La prova emerge chiaramente dalla comparazione
con l’impegno in Afghanistan: lo stesso generale Jean ricorda come
l’Italia non sia stata «neppure menzionata dal presidente Bush
tra i paesi che hanno dato un supporto fattivo agli Stati Uniti»30.
La partecipazione alla ricostruzione in Iraq, invece, ha avuto un effetto
ben diverso, anche dal punto di vista mediatico: il presidente degli Stati
Uniti che, rivolgendosi al suo sfidante, John F. Kerry, nel corso di un
dibattito televisivo durante la campagna elettorale del 2004, controbatte
all’accusa di agire unilateralmente dicendo «Tell Silvio Berlusconi
we are going alone», non ha probabilmente alcun precedente31. Ma una
prova ulteriore testimonia al meglio il consolidamento dell’asse con
Washington: il discorso che Silvio Berlusconi ha tenuto lo scorso 1 marzo
di fronte al Congresso degli Stati Uniti, un riconoscimento che non è
mai stato accordato a nessun altro dei nostri presidenti del Consiglio in
passato.
Conclusioni
L’Italia
con la missione Antica Babilonia ha partecipato attivamente ad un’impresa
di estrema importanza nella lotta contro il terrorismo, assistendo un popolo
vessato da decenni di brutale dittatura nel suo cammino iniziale verso un
futuro democratico e contribuendo da protagonista alla nuova stagione mediorientale.
È ancora troppo presto per trarre delle conclusioni definitive sulla
guerra e sulla ricostruzione post-bellica. Analogamente, è troppo
presto per valutare il contributo dell’Italia. Ma certamente esso
non può essere sottovalutato. Da una parte, infatti, mantenendo stretti
i rapporti con Washington, l’Italia ha impedito che gli Stati Uniti
venissero isolati politicamente, come invece aveva auspicato l’allora
ministro degli Esteri francese De Villepin. In secondo luogo, contribuendo
alla stabilizzazione di una provincia irachena, e in particolare impedendo
che i terroristi jihadisti cogliessero l’occasione del vuoto di potere
per realizzare il loro progetto di dominio, ha offerto una prospettiva alternativa
concreta ad un paese musulmano.
L’Italia non ha partecipato alla guerra, come testimoniano le importanti
parole del presidente della Repubblica32. Ciononostante, la missione Antica
Babilonia ha comportato dei rischi per il paese, ed è costata la
vita a ben ventisei militari, tra carabinieri e soldati. Questo impegno
in Iraq, come argomentato nelle pagine precedenti e diversamente da quanto
è stato sostenuto da più parti negli ultimi tre anni, è
stato assolutamente conforme alle prescrizioni della nostra Costituzione
e del diritto internazionale, e ha risposto ad un invito molto preciso che
l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha rivolto più volte alla
comunità internazionale perché i paesi che ne fossero in grado
contribuissero attivamente alla stabilizzazione dell’Iraq.
Quando il tempo della polemica domestica e delle strumentalizzazioni politiche33
lascerà il posto al tempo della riflessione storica, tutto questo
gran parlare verrà forse ricordato come uno di quei segni indistinguibili
del nostro paese. Stavolta, però, l’Italia potrà dire
di aver attivamente contribuito a sconfiggere il disegno del terrorismo,
di aver contribuito al nuovo corso del popolo iracheno, di essere stata
protagonista leale e capace del fronte occidentale.
Note
1.
“Fini sulle truppe italiane in Iraq: Il ritiro inizierà entro
febbraio 2006”, la Repubblica, 10 maggio 2005; “Berlusconi:
“Via dall’Iraq entro dicembre del prossimo anno”, la Repubblica,
22 novembre 2005.
2. “Martino: missione in Iraq chiusa entro l’anno”, Corriere
della Sera, 19 gennaio 2006; Lepore F., “Porto a casa i nostri soldati”,
intervista ad Antonio Martino, Diva e Donna, 19 gennaio 2006.
3. Fischer I., “Italy Election Produces Date to Pull Out of Iraq”,
International Herald Tribune, 20 gennaio 2006.
4. Camera dei Deputati, XIV Legislatura, Comunicazioni del Governo in merito
ad un intervento di emergenza umanitaria in Iraq, seduta n° 298, 15
aprile 2003.
5. “Scheda: I precedenti voti del Parlamento sulla missione in Iraq”,
la Repubblica, 10 marzo 2004.
6. Il rappresentante siriano si assentò in sede di votazione.
7. Il capitolo VII della Carta onu racchiude le disposizioni concernenti
le misure che il Consiglio di Sicurezza può adottare in sicurezza
collettiva.
8. Consiglio di Sicurezza onu, Risoluzione 1483, 22 maggio 2003, par. 1.
9. Ibidem, par. 2.
10. L’affermazione è richiamata dal ministro della Difesa,
Martino, in Senato della Repubblica, XIV Legislatura, Comunicazioni del
ministro della Difesa alle Commissioni Difesa di Senato e Camera sui più
recenti eventi della missione militare nazionale in Iraq, 07 aprile 2004.
11. Luzzi G., “Berlusconi al Palazzo di vetro: ‘Annan ci chiede
di restare’”, la Repubblica, 19 maggio 2004.
12. A differenza del peace-keeping, che consiste in un’operazione
finalizzata al mantenimento di un trattato di pace o all’interposizione
di forze tra belligeranti che esprimono chiaramente un mutuo intento di
addivenire alla pace e ad un accordo di cessate-il-fuoco, e che, per tali
caratteristiche, comporta l’obbligo in capo ai soldati partecipanti
a tale operazione di aprire fuoco solo in legittima difesa, il peace-enforcement
è un’operazione militare condotta da singoli Stati o da coalizioni
di Stati, sotto l’egida delle Nazioni Unite o anche al di fuori del
sistema onu, che intervengono al fine di riportare la pace in un contesto
in cui i belligeranti, o uno solo di essi, continuano a fronteggiarsi e
non manifestano alcuna intenzione di addivenire alla tregua. Stanti tali
caratteristiche, i soldati impegnati in operazioni di peace-enforcement
possono aprire il fuoco anche in assenza di motivi di legittima difesa,
al solo fine, tuttavia, di imporre la sicurezza dei territori coinvolti
e la pace tra i belligeranti.
13. Altri due atti internazionali meritano una menzione: l’accordo
in ambito nato del 28 giugno 2004 col quale si aderisce alla richiesta irachena
di assistenza per l’ equipaggiamento e l’addestramento delle
forze armate e di polizia del paese e le statuizioni della Conferenza internazionale
per l’Iraq di Sharm el Sheik del 22 e 23 novembre dello stesso anno,
in base alle quali si richiama un ruolo più incisivo per le Nazioni
Unite e si riafferma il mandato della forza multinazionale.
14. Intervento del ministro della Difesa, Antonio Martino, davanti alle
commissioni Difesa di Camera e Senato a Montecitorio, il 19 gennaio 2006
(cfr. sito: http://www.paginedidifesa.it/2006/dsc.martino_060120.html).
15. «In coerenza con il principio del multilateralismo, riteniamo
necessaria la internazionalizzazione della gestione della crisi irachena,
con una netta ed evidente inversione di rotta da realizzarsi con la presenza
di una autorità internazionale (onu) che superi l’attuale presenza
militare e che affianchi il governo iracheno nella gestione della sicurezza,
del processo di transizione democratica e della ricostruzione» (cfr.
L’Unione, Programma di Governo 2006-2011, p. 102).
16. Legge 1 agosto 2003, art. 1.
17. Stato Maggiore della Difesa, Ufficio Generale del Capo di Stato Maggiore,
Scheda Notizie Relativa alla Partecipazione Italiana Multinazionale ‘Antica
Babilonia’ – Iraq, p. 6 (cfr. sito: http://www.difesa.it/NR/rdonlyres/1566794A-258D-4908-9A6A-845E2F3124FB/9690/SchedaNotizieOperazioneAnticaBabiloniaversBrigArie.pdf).
18. Ministero degli Affari Esteri, L’Italia e il peacekeeping: le
missioni italiane di pace nel mondo, Agenzia Ansa, 2006, p. 10.
19. Intervento del ministro della Difesa, Antonio Martino, davanti alle
commissioni Difesa di Camera e Senato a Montecitorio, il 19 gennaio 2006,
cit.
20. Lepore F., cit.
21. Fukuyama F., State Building: Governance and World Order in the 21st
Century, Cornell University Press, 2004, pp. 100-102.
22. “Il Momento di Tornare”, L’uovo di Giornata, Fondazione
Magna Carta, 20 gennaio 2006.
23. Terrill W.A. and Crane C.C., Precedents, Variables, and Options in Planning
a U.S. Military Disengagement Strategy from Iraq, Strategic Studies Institute,
Carlisle, PA October 2005, pp. 5-10.
24. Cordesmann A., “Casualties, the Election, and Insurgency - A ‘Red
Team’ View”, Center for Strategic and International Studies,
“Burke Chair In Strategy”, 6 gennaio 2006 (cfr. sito: www.csis.org/component/option,com_csis_progj/task,view/id,473/).
25. Beehner L., “Is There a Rift in Iraq’s Insurgency?”,
Council on Foreign Relations, “Background Q&A”, 12 Gennaio
2006 (cfr. sito: http://www.cfr.org/publication/9560/is_there_a_rift_in_iraqs_insurgency.html).
26. Come hanno dimostrato due studiosi di fama internazionale, proprio tra
i paesi in via di democratizzazione si registrano i più alti indici
di bellicosità (cfr. Mansfield E.D and Snyder J., Electing to Fight:
Why Emerging Democracies Go To War, Mit Press, Cambridge, MA, 2005).
27. Giova ricordare che il presidente Bush non rispose al telefono quando
il primo ministro spagnolo Josè Luis Zapatero lo chiamò per
complimentarsi per il suo successo alle elezioni presidenziali del novembre
2004 (cfr. Carretto E., “E Bush non risponde al ‘nemico’
Zapatero”, Corriere della Sera, 12 Novembre 2004).
28. Il professor Aurelio Lepre fornisce una analisi certamente obiettiva
e non criticabile per partigianeria a proposito dell’affaire Ocalan
che – come tutti ben ricordano – riguardò direttamente
il nostro paese. Riferendosi a questo episodio, ma generalizzando sulla
politica estera del governo di allora, il professor Lepre scrive: «In
questo come negli altri campi, appariva più che mai evidente la necessità
di abbandonare la navigazione a vista, per seguire una rotta sicura che
potesse far uscire definitivamente l’Italia dalle secche dalle quali
rischiava ancora di arenarsi» (cfr. Lepre A., Storia della Prima Repubblica,
Il Mulino, Bologna 2003, 2a edizione, p. 372).
29. Jean C., Manuale di Geopolitica, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari,
2003, p. 289.
30. Id., p. 291.
31. Allen M. and Balz D., “A Debate on Iraq and the Home Front”,
Washington Post, 9 Ottobre 2004.
32. «Siamo andati in Iraq quando la guerra guerreggiata era finita.
Ricordiamocelo sempre. Le nostre truppe sono arrivate a Nassiriya nel giugno
2003 e gli eventi bellici veri e propri si erano conclusi a marzo»
(Presidenza della Repubblica Italiana, Discorso agli Italiani, 31 dicembre
2005).
33. Secondo l’onorevole diessino Marco Minniti, il piano di rientro
predisposto dal governo è comunque insoddisfacente perché
«è grave l’assenza di un giudizio sulla guerra».
Il responsabile per la Difesa dei ds, quindi, sembra convinto che le scelte
di politica internazionale alle quali un governo è chiamato debbano
comprendere anche giudizi storici sul passato e non, più semplicemente,
scelte opzionali per il futuro: riscrivere il passato anziché “fare”
il presente e determinare, per quanto possibile, il futuro sarebbe il compito
di un ministro della Difesa!
Mauro Gilli, laureato in Scienze Politiche presso l’Università
degli Studi di Torino, inizierà un dottorato di ricerca in Scienze
Politiche presso la State University of New York, Binghamton.
Daniele Sfregola, laureato in Diritto Internazionale presso la facoltà
di Giurisprudenza della Luiss Guido Carli di Roma, è specializzato
in Relazioni Internazionali alla Sioi di Roma.
(c)
Ideazione.com (2006)
Home
Page
Rivista | In
edicola | Arretrati
| Editoriali
| Feuileton
| La biblioteca
di Babele | Ideazione
Daily
Emporion | Ultimo
numero | Arretrati
Fondazione | Home
Page | Osservatorio
sul Mezzogiorno | Osservatorio
sull'Energia | Convegni
| Libri
Network | Italiano
| Internazionale
Redazione | Chi
siamo | Contatti
| Abbonamenti|
L'archivio
di Ideazione.com 2001-2006