Pechino,
gennaio 2006. «Quando non si conosce la verità, si ha paura
dei dibattiti; quando non si conosce la verità, si ha paura della
trasparenza. Anche se alcune persone al Dipartimento Centrale di Propaganda
usassero il loro potere per chiudere tutti i mezzi di comunicazione e i
siti web, confidiamo che leggerete questa lettera! Conoscerete il potere
della verità!». Ad affidare queste parole ad Internet non è
un dissidente politico in clandestinità o un ricercato per attività
sovversive nei confronti dello Stato ma il direttore di una pubblicazione
della Lega dei Giovani Comunisti Cinesi. Si chiama Li Datong e in Occidente
è praticamente uno sconosciuto, ma da qualche mese è diventato
un problema in più per i padroni del pensiero di stanza a Pechino.
Il giorno prima le autorità avevano reso noto che il settimanale
da lui guidato durante gli ultimi undici anni – Freezing Point –
sarebbe stato chiuso. Motivo ufficiale: la pubblicazione di un articolo
in cui si mettevano in discussione i metodi di insegnamento della storia
nelle scuole cinesi1 che il Partito aveva considerato un «odioso attacco
al sistema socialista».
Non era la prima volta che Li Datong sfidava dall’interno i limiti
imposti dalla censura e l’ottusità dei burocrati incaricati
di eseguire gli ordini. Lo scorso novembre, dopo aver ottenuto il lasciapassare
governativo, Freezing Point dava alle stampe uno scritto critico con il
passato autoritario di Taiwan. Fin qui tutto normale: attaccare l’isola
ribelle è dottrina ufficiale nella Cina comunista. Ma nella sua analisi
di come la discussione sui crimini di ieri stava influenzando il dibattito
politico a Taipei, il pezzo conteneva un implicito e impietoso confronto
con la situazione nella Repubblica Popolare Cinese, caratterizzata al contrario
dall’assenza di un esame obiettivo della propria storia. Nei circoli
intellettuali la metafora non passò inosservata e anche a Zhongnanhai
alla fine qualcuno se ne accorse.
Più rapidi – anche se non abbastanza – furono i riflessi
dei censori la scorsa estate quando Li Datong fece pervenire al nuovo responsabile
editoriale, nominato dal Partito per salvaguardare l’ortodossia, una
lettera di protesta per i metodi utilizzati dal quotidiano della Lega dei
Giovani Comunisti nella valutazione dei giornalisti: si trattava di un particolare
sistema meritocratico alla cinese che faceva dipendere gli stipendi dei
collaboratori dall’approvazione o dal biasimo degli ufficiali governativi
che leggevano i loro articoli. Bastava un giudizio negativo per perdere
la mensilità. La lettera venne immediatamente e anonimamente riprodotta
su un popolare forum online – Yannan BBS – e poi ripresa da
altri siti Internet. In poche ore, nonostante l’ordine di cancellazione
del documento dal web, una catena di e-mail e di messaggi istantanei aveva
già diffuso la protesta di Li a macchia d’olio con tanto di
attestati di solidarietà al seguito. Due giorni dopo la missiva continuava
ufficialmente a non esistere ma il contestato meccanismo di valutazione
dei giornalisti veniva sospeso senza ulteriori spiegazioni.
Messaggi
in bottiglia che viaggiano sul web
Li Datong sapeva che gliel’avrebbero fatta pagare. Era già
successo diciassette anni fa quando, durante la primavera di Pechino stroncata
nel sangue, promosse una petizione a favore della libertà di stampa.
All’epoca fu più fortunato di molti suoi colleghi: invece della
prigione o dell’esilio lo punirono soltanto con un declassamento.
Come allora, da metà febbraio Li e il suo vice sono stati assegnati
a lavori di ricerca mentre la redazione di Freezing Point è stata
riorganizzata ed il settimanale riaperto una volta depurato da elementi
sovversivi. Anche se apparentemente la normalizzazione ha avuto successo,
le potenzialità di quei messaggi in bottiglia che galleggiano nel
web sono dirompenti. Dieci anni fa la storia di Li e della sua redazione
sarebbe rimasta avvolta nel silenzio come molte altre. Oggi invece le sue
denunce sull’illegalità del provvedimento di chiusura, sulle
minacce ricevute nel corso degli anni dal Dipartimento di Propaganda, sugli
abusi di un Partito al di sopra della legge, sono finite nelle pagine degli
esteri del Washington Post e del New York Times e restano a disposizione
di chiunque voglia scriverne: il tutto a dispetto della volontà censoria
del governo di Pechino e del silenzio imposto ai mezzi di comunicazione
cinesi, il tutto attraverso canali di comunicazione non ufficiali. «Con
il nostro comportamento abbiamo voluto comunicare alla gente che la paura
non è uno stato normale dell’esistenza», ha dichiarato
Li Datong nel corso di un’intervista al Christian Science Monitor2.
Indipendentemente da quanti cinesi siano oggi al corrente della sua vicenda,
il precedente è di quelli destinati a lasciare un segno perché
dimostra che la catena della paura e del silenzio può essere rotta
e che quello della privazione delle libertà civili e politiche non
è il destino ineluttabile di milletrecento milioni di persone.
È significativo che il germe della ribellione al potere autoritario
provenga in questo caso da quegli elementi interni al Partito – Li
ne è membro da oltre trent’anni – più esposti
alla modernità e alle influenze esterne per ragioni professionali
o culturali. Da una parte essi conoscono meglio di chiunque altro i meccanismi
attraverso i quali la dittatura esercita il controllo sulla società
e i punti deboli del sistema; dall’altra sono in grado di cogliere
il carattere anacronistico ed intrinsecamente perverso del tentativo di
gestire la crescita economica chiudendo allo stesso tempo ogni spazio per
la nascita e lo sviluppo di una società civile. Se si pensa che Li
Datong è riuscito ad ottenere perfino una esplicita dichiarazione
di appoggio da parte di una decina di anziani del Partito – tra cui
un ex segretario di Mao e un ex direttore del Quotidiano del Popolo –
se ne deduce l’esistenza di un potenziale di mobilitazione politica
finora inespresso in grado di rappresentare, in combinazione con fattori
sociali di primaria importanza di cui parleremo, la più seria minaccia
a quella che il regime chiama stabilità ma che altro non è
che il perpetuarsi del potere assoluto di una classe dirigente abituata
a decidere delle sorti del suo popolo senza un’opinione pubblica cui
dover rendere conto.
L’era di Hu Jintao, descritto a lungo come un riformatore da una stampa
occidentale che definire miope è poco, sarà ricordata per
le restrizioni più severe imposte ai mezzi di comunicazione nell’ultimo
decennio. A lui si deve il ritorno in grande stile dell’ideologia
come metodo di educazione dei membri del Partito e di indottrinamento delle
giovani generazioni nonché il rilancio del marxismo come dottrina
per l’azione politica. Famoso il suo invito formulato nel corso di
un incontro con i quadri dirigenti a studiare il sistema politico cubano
e nordcoreano per trarne insegnamento sui metodi di controllo sociale. Non
a caso la Cina si ritrova sistematicamente nelle posizioni di coda in tutte
le graduatorie sulla libertà di stampa pubblicate annualmente dalle
principali organizzazioni per i diritti umani. Non per nulla Reporters sans
Frontières la definisce «la più grande prigione di giornalisti
al mondo»: 32 professionisti dell’informazione e 49 cyber-dissidenti
– secondo stime prudenti – sono rinchiusi nelle patrie galere
per reati di opinione o accusati di aver divulgato segreti di Stato. Tra
i più famosi Zhao Yan, collaboratore del New York Times, che mentre
scriviamo è ancora detenuto nonostante le pressioni internazionali
abbiano ottenuto il ritiro delle imputazioni formulate contro di lui3 e
Shi Tao, condannato a dieci anni grazie alla gentile collaborazione offerta
alla polizia cinese da Yahoo. Ma anche nomi meno noti, come quello di Hao
Wu, blogger e documentarista, autore di un film sulle chiese cristiane clandestine,
prelevato dagli apparati di sicurezza lo scorso febbraio e scomparso nella
notte di Pechino4.
Sono centinaia di migliaia gli indirizzi web inaccessibili, trentamila i
cyber-poliziotti addetti a scrutare le comunicazioni online con l’aiuto
dei più avanzati sistemi di filtraggio dei motori di ricerca e delle
parole proibite, mentre squadre di commentatori ufficiali di Partito si
incaricano di indirizzare l’opinione pubblica nei forum online e l’obbligo
di registrazione per tutti i siti garantisce che, dove non arriva il Grande
Fratello, sarà l’autocensura a fare il resto. E poi il bavaglio
sulla cultura: recenti disposizioni governative ricordano per esempio alle
compagnie teatrali l’obbligo di rispettare il ruolo-guida del Partito
Comunista ed il divieto di produrre spettacoli che danneggino l’unità,
la sicurezza, l’onore e gli interessi dello Stato; contemporaneamente
sono stati intensificati i controlli sui mezzi di comunicazione stranieri
che operano nel paese. Se la Cina del riformatore Hu Jintao è questa,
cosa resta ai cinesi se non rassegnarsi e accontentarsi dell’arricchirsi
è glorioso di denghiana memoria? Devono aver pensato diversamente
i cento giornalisti del Beijing News che, per protestare contro il licenziamento
del loro direttore, Yang Bin, e di due suoi assistenti, sono scesi in sciopero
a fine dicembre. Una cosa mai vista. Troppo coraggiosi per passare inosservati
alcuni reportages della giovane testata, soprattutto quello sulla morte
di numerosi allievi di una scuola elementare a causa di una inondazione
nella provincia dello Heilongjang o quello sulla repressione violenta di
una protesta contadina nella provincia dello Hebei. «Siamo nati in
Cina. Ma accettare questo dato non significa che possiamo cancellare ogni
percezione del vero e del falso, del bene e del male. Dobbiamo essere consapevoli
che pagheremo un prezzo per questo», scriveva una redattrice anonima
su un blog dopo il cambio al vertice deciso dalle autorità; «Ho
il diritto di resistere allo stupro, anche se solo per un giorno»,
le faceva eco un collega prima che i messaggi venissero rimossi.
Ho il diritto. È un sonoro schiaffo per i teorici dell’apatia
democratica dei cinesi sentir risuonare queste tre parole dai centri urbani
alle campagne ed ancor più paradossale è il fatto che esse
siano probabilmente l’unico vero punto di congiunzione tra la Cina
del boom econonomico e la Cina rurale. Parliamo della popolazione dei villaggi,
ottocentocinquanta milioni di persone – due terzi del paese –
tagliate fuori dallo sviluppo o destinate a subirlo più che a viverlo
da protagoniste, per le quali la rising China rimane un miraggio e la costruzione
di una società armoniosa5 uno dei tanti slogan coniati per addomesticare
le masse. Operazione sempre più difficile. Sono state oltre ottantamila
nel corso del 2005 le proteste, a volte violente, che hanno visto coinvolti
gli abitanti dei villaggi e le forze dell’ordine. Più di duecento
al giorno, un numero impressionante confermato dallo stesso governo cinese
probabilmente convinto di essere in grado di controllare la situazione ed
in certi casi anche di poterla utilizzare a proprio beneficio. Ad una analisi
superficiale parrebbe che le cause del risentimento siano principalmente
di natura economico-sociale e non politica: inquinamento, espropri di terre
senza indennizzo, corruzione. Ma considerando più attentamente il
fenomeno si giunge alla conclusione che la lotta dei contadini per uscire
dal sottosviluppo altro non è che una graduale presa di coscienza
dei propri diritti calpestati dall’abuso e dalla prevaricazione. Alcuni
esempi possono aiutare a capire meglio la posta in gioco6.
L’armoniosità
perduta e il risveglio delle campagne
Villaggio di Huankantou, provincia dello Zhejiang, Cina sudorientale, marzo-aprile
2005. Decine di abitanti erigono barricate sulla strada che dal villaggio
porta ad un complesso di industrie chimiche costruite quattro anni prima
su terreni confiscati dalle autorità locali e rivenduti alla città
limitrofa di Dongyang. Vogliono impedire l’arrivo di materie prime
alle fabbriche, responsabili, secondo loro, di aver prodotto danni all’ambiente
e alla salute pubblica: morte della vegetazione circostante, inquinamento
del fiume, contaminazione degli alimenti. Esasperati dai continui dinieghi
dei funzionari del luogo ad occuparsi del caso, decidono di inviare una
rappresentanza a Pechino per inoltrare ai vertici la loro petizione ma anche
qui si scontrano con un prevedibile muro di gomma. L’impotenza li
spinge all’azione. Il blocco prosegue per due settimane costringendo
alla chiusura alcune delle fabbriche. A quel punto intervengono le forze
dell’ordine. Quando si diffonde la notizia che due anziane signore
del villaggio sono state uccise cominciano gli scontri più violenti
tra tremila poliziotti e diverse migliaia di cittadini. Incendi, autobus
rovesciati, diversi feriti lasciano sul campo una scena di devastazione.
«Siete peggio dei giapponesi», grida la gente alle forze dell’ordine.
Ai pochi giornalisti stranieri giunti a documentare gli avvenimenti vengono
confiscati gli appunti e le macchine fotografiche. Recentemente una corte
provinciale ha condannato nove persone giudicate responsabili della rivolta,
quattro delle quali resteranno in carcere per i prossimi cinque anni.
Villaggio di Dongzhou, provincia del Guangdong, Cina meridionale, dicembre
2005. Lo schema di fondo si ripete: confisca di terreni senza risarcimento
per la costruzione di una centrale energetica a carbone; l’estate
scorsa una delegazione di cittadini presenta una istanza formale alle autorità
ricevendo come risposta l’arresto dei suoi membri; l’intero
villaggio si unisce alla protesta che si prolunga fino a dicembre quando,
dopo un sit-in stroncato dalla polizia, migliaia di persone si riversano
nelle strade. Centinaia di agenti paramilitari irrompono nel villaggio,
bloccano le vie di accesso e cominciano a rastrellare la zona. I manifestanti
resistono ai lacrimogeni per ore ma verso le dieci di sera le forze dell’ordine
sparano sulla folla. Il bilancio finale sarà di venti morti anche
se le autorità ne riconosceranno solo tre. Seguono giorni di retate,
detenzioni e sparizioni ma qualcuno riesce lo stesso a comunicare telefonicamente
con la stampa estera mentre il villaggio viene rieducato per mezzo di slogan
che inneggiano alla stabilità e invitano a denunciare gli istigatori
della rivolta. Pochi giorni dopo il capo della polizia locale viene arrestato
in un inutile tentativo del governo di limitare il danno di immagine che
la notizia, ormai diffusasi attraverso Internet e le televisioni di Hong
Kong, sta provocando.
Si dirà che non sono proteste dirette contro Pechino. Vero, se si
fa il paragone con Tiananmen. Ma i funzionari e i rappresentanti del Partito
non sono altro che il volto del regime nelle regioni periferiche, l’unico
punto di contatto tra la popolazione ed un potere troppo lontano (in ogni
senso) per essere raggiunto e diventare oggetto immediato della rabbia e
della frustrazione accumulate7. Una delle funzioni più importanti
degli ufficiali locali, ammette in un libro di recente pubblicazione uno
di essi8, è proprio quella di tenere i contadini lontani dalla capitale.
La narrativa di un potere centrale impegnato a trovare soluzioni ma ostacolato
dalla corruzione e dall’incompetenza dei quadri nelle campagne non
regge alla prova dei fatti: la corruzione esiste ed è endemica ma
le cause sono strutturali. È il sistema autoritario sul quale fonda
la sua sopravvivenza il Partito Comunista a consentire l’arbitrio
nella garanzia di una sostanziale impunità (salvo casi esemplari
che servono sempre propositi politici) ed è l’assenza di una
vera volontà riformatrice la causa ultima del malcontento. Si dirà
poi che non sono proteste per la democrazia. Vero, se con l’obiezione
si intende l’assenza di una piattaforma politica condivisa. Ma molto
più opinabile se si considera che queste proteste hanno come oggetto
la rivendicazione dei fondamentali diritti di proprietà ed esprimono,
seppur in maniera non elaborata, l’esigenza della rule of law come
difesa contro i soprusi del potere pubblico.
Il
caso del villaggio di Taishi in Guandong
Gli scettici comunque farebbero bene a studiare il caso Taishi. Innanzitutto
una breve premessa: in Cina, come noto, non si vota ma la legge prevede
un’eccezione a livello di villaggi (che non sono considerati unità
amministrative) consentendo l’elezione diretta del capo-villaggio.
In realtà, secondo i criteri democratici, si tratta di una finzione:
i candidati sono normalmente membri del Partito e anche quando si presentano
cittadini indipendenti non lo fanno sulla base di piattaforme alternative,
non essendo permesso nessun tipo di opposizione; inoltre chi viene eletto
non ha nessuna possibilità di far passare proposte che non godano
dell’appoggio del Partito e spesso lo stesso processo elettorale è
viziato da brogli e manipolazioni in modo da evitare sgradite sorprese.
Ma a volte la situazione sfugge di mano. Come a Taishi, un villaggio di
duemila anime nel già citato Guandong, dove un giorno di luglio i
cittadini decidono di far valere le garanzie che formalmente le leggi accordano
loro e di esercitare il diritto di revoca del capo-villaggio, reo di aver
fatto sparire una ingente quantità di denaro della collettività.
Si scelgono un leader, Feng Qiusheng, si organizzano e cominciano a raccogliere
le firme necessarie mentre prendono possesso dei libri contabili. Le autorità
reagiscono intimando ai sottoscrittori di ritirare la propria adesione,
irrompendo nel municipio per recuperare i documenti di bilancio e cominciando
ad arrestare i manifestanti. Ma gli abitanti di Taishi non demordono e,
quando il governo distrettuale annuncia che la loro mozione non può
essere accolta per motivi procedurali, cominciano uno sciopero della fame
ad oltranza. È il 12 settembre quando mille agenti di polizia intervengono
a disperdere la folla e a recuperare i libri; nei giorni successivi due
noti attivisti per i diritti civili che da Pechino erano scesi a Taishi
per coordinare la protesta, Guo Feixiong e Lu Banglie, vengono arrestati.
Altri vengono picchiati e costretti ad abbandonare il villaggio. Nonostante
le intimidazioni, i manifestanti riescono ad eleggere un comitato incaricato
di gestire la procedura di revoca ma a poche ore dalla sua costituzione
tutti i membri rassegnano le dimissioni. Le autorità annunciano che
le firme sono state ritirate. L’esperimento democratico cominciato
due mesi prima si conclude qui.
Taishi è paradigmatico per almeno tre ragioni. È la prima
volta dalla repressione di piazza Tiananmen che un movimento di protesta
organizzato si produce in un braccio di ferro prolungato contro il potere
costituito usando le armi della nonviolenza e della legalità formale;
gli abitanti si sono battuti non per generiche rivendicazioni di carattere
socio-economico ma per il riconoscimento dei loro diritti di elettorato
attivo e passivo e per il rispetto delle leggi: in una parola, hanno condotto
una battaglia per la democrazia; l’intervento degli attivisti per
i diritti civili ha fornito ai manifestanti un supporto morale e giuridico
e alla protesta una direzione politica e un respiro nazionale: un precedente
preoccupante per il Centro che infatti, al di là della retorica sulle
grassroots elections, ha scelto di porre fine con la forza a questo episodio
di disobbedienza civile che ancora una volta – grazie ad Internet
e ai reporters stranieri, minacciati e pestati anch’essi – ha
potuto varcare i confini del paese.
All’ultimo plenum dell’Assemblea Nazionale del Popolo, il premier
Wen Jiabao ha promesso interventi a favore della popolazione delle campagne9
– scuole, salute e strade – ma ha evitato di impegnarsi in quella
che probabilmente sarebbe la riforma più importante per l’uscita
dalla povertà di ottocentocinquanta milioni di cinesi: la concessione
della proprietà della terra ai contadini. Come insegna Hernando de
Soto10, solo un sistema di diritti di proprietà affidabile è
in grado di riportare dentro la società le masse di esclusi ed è
per questo che l’ottica terzomondista – quella dei molti poveri
infuriati contro i pochi ricchi – non serve a spiegare il caso cinese:
anche i contadini cinesi, come i loro colleghi africani o latinoamericani,
non chiedono più Stato e meno mercato ma più riforme e più
libertà.
«Crediamo che nessun potere forte possa soffocare la sete e la ricerca
della libertà da parte delle società umane, inclusa la Cina»,
scrive Li Datong11. Pechino attende un’altra primavera.
Note
1. Modernization and History textbooks, di Yuan Weishi.
2. Consultabile integralmente all’indirizzo: www.csmonitor.com/2006/0224/p01s04-woap.html.
3. Il reato da lui commesso sarebbe quello di aver rivelato con due settimane
di anticipo sulla comunicazione ufficiale l’intenzione di Jiang Zemin
di dimettersi dalla carica di capo della Commissione Militare Centrale.
4. Altri nomi eccellenti: Yu Huafeng e Li Minying (Southern Metropolitan
Daily), 12 anni per aver criticato il governo provinciale del Guangdong
in occasione della crisi della sars; Chen Min (China Reform Magazine), arrestato
per un articolo sulle madri di Piazza Tiananmen; Ching Cheong (Hong Kong
– The Straits Times), accusato di divulgazione di segreti di Stato.
Ma la lista potrebbe continuare a lungo.
5. Le parole d’ordine con cui Hu Jintao ha scelto di definire l’attuale
corso politico.
6. Oltre a quelli citati nel testo, di seguito altri episodi significativi
verificatisi di recente: Panlong e Sanjiao (prov. Guangdong), requisizione
di terre, scontri con le forze dell’ordine, diversi feriti; Liujiaying
(Shandong), proteste contro la costruzione di un parco industriale; provincia
dello Sichuan, manifestazioni contro il progetto di costruzione di una diga;
Chongqing (provincia omonima), rivolte anti-corruzione; Xinchang (Zhejiang)
e Xiachaoshui, proteste anti-inquinamento, Wanzhou (Chongqing), manifestazioni
di massa dopo il pestaggio di un cittadino da parte di un ufficiale governativo;
provincia dello Henan, scontri etnici; provincia dello Shaanxi, sciopero
di settemila lavoratori dell’industria tessile contro il divieto di
sindacato locale.
7. Il sistema delle petizioni all’autorità centrale, residuo
di un’arcaica tradizione imperiale, è tuttora vigente ma si
riduce ad un rituale meramente simbolico del tutto inadeguato a soddisfare
le richieste di giustizia dei reclamanti.
8. Gu Wenfeng, Extraordinary Confessions.
9. Misure denominate ufficialmente Costruzione della nuova campagna socialista.
10. Cfr. Ideazione, marzo-aprile 2006, “Alle radici dell’economia
informale”.
11. Dichiarazione congiunta di Li Datong e Lu Yuegang, 17 febbraio 2006.
Enzo Reale, corrispondente da Barcellona per Ideazione, si occupa di politica
estera, in particolare della Spagna, dei paesi del Medio ed Estremo Oriente
e dell’Africa.
(c)
Ideazione.com (2006)
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